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2011

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Come ragiona la Corte costituzionale

Ho letto la sentenza della Corte costituzionale sulle pensioni. Come è noto, la Corte ha bocciato la scelta del Governo Monti, nel 2011, di bloccare per due anni, il 2012 e il 2013, la rivalutazione delle pensioni superiori ai 1.217 euro netti. Si tratta di tre volte il trattamento minimo INPS. La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di questa norma. L’opinione pubblica si è spaccata. C’è chi difende il Governo Monti del 2011. C’è chi invece si schiera con la Corte. Tutti i cittadini dovrebbero leggere la sentenza (è disponibile nel sito web della Corte). Per chi non ha tempo e voglia di leggerla, la sintetizzo di seguito in poche righe.   Il succo della sentenza è semplice. I giudici dicono, nella sostanza, “avevamo avvertito i Governi del passato ma il Governo del 2011 non ci ha sentito”. Qual era stato l’avvertimento dei giudici? In passato altri Governi avevano bloccato l’indicizzazione delle pensioni. Questa scelta era stata fatta per un solo anno e per pensioni, ad esempio, superiori a otto volte il minimo, oppure prevedendo fasce di importo (100 per cento...

Dall’altra parte. Il diario berlinese di Max Frisch

Per lunghi anni un grande mistero ha avvolto il Berliner Journal che Max Frisch ha scritto tra il 1973 e il 1980 a Berlino, e che, per volontà dell’autore, è restato nascosto per il ventennio successivo alla sua morte.   Quando, nel 2011 (Frisch è morto, poco prima di compiere ottanta anni, il 4 aprile 1991), si è arrivati alla scadenza dei venti anni prescritti, una scena molto solenne deve essersi svolta, sotto la postuma regia dell’autore, nei segretissimi caveau di una banca zurighese. Nell’aprile del 2011, infatti, gli amministratori dell’archivio che gestisce il lascito di Max Frisch, il Max Frisch Archiv, guidati dal loro presidente, hanno finalmente aperto la cassetta di sicurezza in cui giacevano i cinque quaderni del diario, pronti per essere dati alle stampe, come preannunciato da Frisch stesso in varie lettere e dichiarazioni. Di fatto nessuno fino a quel momento aveva mai saputo che cosa quei quaderni contenessero, se si fa eccezione per i primi due, di cui il solo Uwe Johnson, a cui era stata affidata una copia depositata poi da un notaio, aveva potuto prendere visione, dopo sua espressa richiesta e ‘...

Diane Arbus. Il banale leggendario

Autunno 2011. Parigi. Tuileries. Jeu de Paume. Pomeriggio, tramontana, cielo alto, alberi stecchiti. Il nome nell’arco d’ingresso: Diane Arbus. Une allégorie de l’expérience humaine, dice il giornale. Ecco: allegoria, esperienza, umana. Entro.   Grigio sessanta per cento. O cinquanta, o qualcosa del genere. Grigio-album comunque. Uniforme, opaco. Un fondo neutro su cui si ritagliano gli scatti, stampe quadrate, venti o trenta centimetri, non di più, passepartout e cornici bianche. I gesti, le occhiate, il flusso dei commenti bisbigliati intorno a me. Un pubblico di donne giovani, un caso, penso, ma un sintomo, anche. Forse per consuetudine (nelle stesse sale, due altre fotografe, Lisette Model, l’anno scorso, e poi Claude Cahun), ma sospetto una complicità, una specie di solidarietà istintiva, insieme spontanea e no. E comunque. Guardano un film già visto: gli eccentrici, i freaks, i personaggi bizzarri e atroci della New York anni sessanta, la città oscura, disperata, mediocre, perversa, eccezionalmente banale, bellissima. È, innegabilmente, il fascino del brand Arbus, di un’opera,...

Una conversazione con Antoni Muntadas

Al Centro Reina Sofía di Madrid ha aperto da pochi giorni Entre/Between una retrospettiva del lavoro di Antoni Muntadas che attraverso nove “costellazioni tematiche” offre una lettura complessiva del suo percorso. Maturato nel clima radicale degli anni settanta, il lavoro di Muntadas, nato a Barcelona nel 1942, residente a New York dal 1971 e da molti anni docente al MIT, si configura da subito come un’indagine intorno ai meccanismi discorsivi che danno forma all’esperienza sociale contemporanea. Con forme e media molto diversificati – dai dispositivi tipici dell’arte concettuale (inchieste, libri, archivi, interviste, ecc.) a installazioni, video, progetti nello spazio pubblico e più di recente al web –, l’opera di Muntadas affronta direttamente il potere e le istituzioni che lo rappresentano, prendendo di mira la logica egemonica, la rete di occultamenti, di falsificazioni grazie alle quali esse mantengono la loro credibilità. Come altri artisti a lui affini, ad esempio Daniel Buren e Hans Haacke, l’artista spagnolo sviluppa al tempo stesso una visione critica dell’arte e del suo “sistema,...

Saviano a Occupy Wall Street

Stringe il cuore a vedere Zuccotti Park com’è ridotto adesso. Non c’è più l’accampamento e gli occupanti di una volta ora sono diventati i frequentatori, un centinaio, di un giardino pubblico. Di polizia ce n’è meno di una settimana fa, ma tutto il parco è transennato che ci sente in gabbia, e per entrare bisogna passare per un corridoio sorvegliato dalle guardie private.  Al centro della piazza c’è un mucchio umano avvinghiato attorno ad una cerchia di smart phone protesi nella registrazione, tre grosse videocamere, una piccola selva di giraffe: lì in mezzo c’è Saviano.     Inizia a parlare a mezzogiorno, puntuale com’è nella tradizione del posto. Se la cava bene con l’inglese ed è a suo agio col sistema di amplificazione umana della voce, che forza gli oratori a staccare frasi brevi, di pochi secondi, per permettere alla staffetta dei ripetitori di diffondere le parole verso l’esterno. Elogia il movimento perché vuole imporre una nuova legalità all’alta finanza, unico modo per impedire alle Mafie di incistarsi...

“Che bello, che bello!”

Rifugiati in un bar all’inizio di Viale Aventino, all’incrocio col Circo Massimo. Quasi tutti gli amici in T-shirt bianca si sono incamminati verso casa. Manco a farlo apposta, sono las cinco de la tarde. Siamo in una zona perfettamente intermedia, Terra di Nessuno fra l’Area del Disastro (con lo sciamare dei reduci dalla battaglia di Via Labicana) e la Città che non l’ha Visto (coi soliti turisti, vagamente perplessi per il casino che frigge nell’aria). Il barista, fiutato l’affare, ha sintonizzato il maxischermo al plasma su RaiNews 24, gigantografando la diretta terroristica da una Piazza San Giovanni annuvolata di battaglia, la gimkana dei blindati nella mezzaluce rossastra dei fumogeni. A decine, transfughi e turisti, in silenzio contemplano il Disastro. Non si sente un commento; il silenzio, nel locale stracolmo, è surreale. Stefano, Nicola, Daniela, Christian e Giuseppe guardano assieme a me le immagini. Arriva un sms da Maria Grazia, in mezzo alla testa del corteo col figlio di dieci anni: «Gente di merda con i caschi che brandiva cartelli stradali. Ci hanno caricato mentre venivamo».   Vedo una...

#01: Rosalind Nashashibi

La ricerca di Rosalind Nashashibi (Croydon, UK, 1973) si concentra sugli attimi d’intensità che affiorano nella vita quotidiana e nei contesti urbani. L’artista si allontana dalla rappresentazione per privilegiare l’esperienza come spazio della coscienza. Spesso due elementi sono giustapposti per rendere visibili differenti livelli della realtà che coesistono allo stesso momento, oppure una scena costruita, una ‘finzione’, è posta in una situazione ‘reale’. L’artista lavora principalmente con il mezzo cinematografico, dove il melanconico scorrere del tempo si espande e l’osservatore è messo in una posizione di verifica del presente.   Carlo's Vision è un adattamento di un episodio di "Petrolio", ultimo romanzo incompiuto di Pier Paolo Pasolini in cui il protagonista Carlo ha una visione su Via di Tor Pignattara a Roma. Carlo vede se stesso trainato al contrario lungo la via su un carretto metallico, esattamente come un carrello da regista, e vede la strada come in una lunga carrellata all'indietro. Egli è seguito sempre alla stessa velocità lenta, da...

Venezia 68. Visita guidata al cantiere Lido.

In questa seconda puntata del reportage dal festival di Venezia ci dedichiamo a Orizzonti e a qualche irrinunciabile titolo presentato fuori concorso.   ORIZZONTI   Da qualche anno a questa parte, la sezione di avanscoperta Orizzonti si è aperta sempre più a nuovi territori, sfondando i confini istituzionali col mondo dell’arte contemporanea, dove il cinema di ricerca trova linfa e soprattutto una disponibilità creativa e finanziaria che anche la produzione cinematografica più illuminata raramente può garantire. A questa ibrida sezione, quest’anno era degnamente accompagnata dalla retrospettiva Orizzonti 1960-1978, uno scavo che ha portato in superficie alcune gemme dell’underground italiano, come a mostrare le radici che innervano lo sguardo contemporaneo. L’intento è nobilissimo, il risultato un po’ rapsodico, visto che si sono privilegiati capitoli minori e primi abbozzi (alcuni preziosi, come l’esordio del grande marginale Nico D’Alessandria o il più noto Hermitage di Carmelo Bene, in cui c’è già tutto il suo furioso progetto di rinchiudersi nel...

Fotografia. Festival Internazionale di Roma

La decima edizione di Fotografia. Festival internazionale di Roma porta un titolo evocativo: Motherland, la “terra madre”, la “matria”, e affronta il rapporto tra fotografia e territorio esplorando i diversi modi con cui i fotografi contemporanei rendono in termini visivi la loro appartenenza a un luogo.   Antonio Biasiucci è un Napoli omaggio alla città che lo ha accolto e continua a farlo, luogo che vede e vive da sempre, nella sua superficie e nella sua profondità. Napoli è nera per Biasiucci, un’accumulazione di luci, ombre e materiali, dalla quale emerge solo quello che lui vuole lasciarci vedere. Un muro di trenta fotografie sintetizza trent’anni di Napoli.   Guido Guidi è da sempre interessato al suo mondo, alla sua terra, ne ritrae la storia attraverso gli oggetti e i particolari della sua costruzione, fotografa quello che c’è, un’Italia percorsa e vissuta ogni giorno. La serie Fiume è asciutta e senza tempo, non ci sono oggetti ma la sintesi di molti lavori precedenti: natura colorata dove l’autore si specchia e vede i segni di tutto il suo mondo...

Venezia 68. Visita guidata al cantiere Lido

A pochi passi dal red carpet assediato dalle telecamere e dal solito, noioso gossip festivaliero (ma ormai sembra che ai quotidiani italiani non interessi altro, visto che alcuni si dispensano addirittura dall’inviare in laguna un critico degno di questo nome), giace il misconosciuto protagonista di questo festival: è il cratere che sta al posto dell’abortito nuovo Palazzo del Cinema, ricoperto da un funereo ‘white carpet’, un sudario che nasconde e isola (speriamo!) i resti di amianto scoperti durante gli scavi. Ingombrante ostacolo agli affannosi percorsi degli spettatori, è rimasto invisibile ai più (solo gli occupanti del Teatro Marinoni, raggiunti da quelli del Teatro Valle di Roma per alzare la voce sulle magagne dell’industria culturale, si sono impegnati a strapparne i veli e mostrare la piaga), ma sintomaticamente presente e tangibile come l’immobilismo e la decadenza delle istituzioni culturali italiane. Eppure, nonostante la crisi, i blocchi, le polemiche, nonostante gli intoppi logistici, i prevedibili compromessi e il gigantismo di una selezione che sfida ogni sintesi, al suo ottavo e ultimo anno di mandato,...

Roman Polanski. Carnage

Dopo L’uomo nell’ombra Roman Polanski torna con Carnage a fare una delle cose che gli riescono meglio: là era il giallo alla Hitchcock, qui è il cinema da camera, genere d’impostazione teatrale che per il regista di La morte e la fanciulla diventa nuovamente un banco di prova per il suo straordinario talento nella messinscena cinematografica.   Carnage, tratto dalla pièce Il dio della carneficina di Yasmina Reza, è un gioco al massacro condotto nel chiuso di un appartamento di Brooklyn, con due coppie benestanti che si ritrovano per risolvere una lite scoppiata tra i loro figli e che finiscono con il riversarsi addosso fiumi di parole e cattiverie. Un meccanismo forse prevedibile per come raffigura un gruppo di borghesi superficiali e ipocriti (e incapaci di uscire dal set, come nell’Angelo sterminatore di Buñuel), ma al tempo stesso implacabile per come inscena il destino della società occidentale, aggrovigliata attorno al desiderio di comprendere il mondo con le parole e destinata per questo a ripiegarsi fatalmente su stessa.     Polanski non corre, costruisce lentamente un muro di...

Le teste rotolano

Le teste rotolano. A ogni rivoluzione i rivoltosi e i rivoluzionari si avventano sui simboli del passato regime: abbattono statue, rovesciano monumenti, sbriciolano emblemi e insegne. Ma è dalla metà del XX secolo che le sculture marmoree o bronzee dei capi sono state deliberatamente prese d’assalto, colpite e ridotte a terra. E non solo quale opera di iconoclastia del vecchio potere, ma come effettiva azione sostitutiva dell’aggressione al corpo stesso del re, del tiranno o del despota. La statua di Mu’ammar Abu Minyar ‘Abd al-Salam al Qadhdhafi, meglio la sua testa dorata, giace ora a terra in una evidente decapitazione in assenza, per il momento, del suo corpo fisico.     Il potere simbolico dei monumenti dei dittatori è tale che nel 1956, nel corso della rivolta ungherese, schiacciata dai cingoli dei carri armati sovietici, il popolo di Budapest rischiò la vita per demolire la gigantesca effige del dittatore di Mosca eretta nel centro della città. L’abbattimento della scultura era una risposta al potere idolatrico di Stalin, così che correre a picconarla sotto il tiro dei cecchini...

Senza trauma

“Qualche volta, bisogna riconoscere, il saggio vale più del libro che l’ha provocato”, diceva Luigi Malerba negli anni ottanta, infastidito dal proliferare di una “critica letteraria del tutto fantastica, anche inventiva, ma che considera i libri come puro pretesto per i suoi esercizi di scrittura”. Viene da pensare, leggendo il saggio di Daniele Giglioli Senza trauma (Quodlibet, 2011), che la critica esercitata nel libro sia priva di oggetto, o di un oggetto degno di un qualche interesse e considerazione critica, e che il critico, alla fine, sia il vero (s)oggetto di quelle “scritture dell’estremo” cui il sottotitolo rinvia.   La tesi del libro è duplice, o meglio, una è tesi vera e propria, l’altra è un suo corollario, o legittimazione. Innanzitutto, la constatazione che esista una generazione non più emergente ma oramai compiutamente emersa di scrittori, a far data dagli anni novanta (e dunque di scrittori nati tra gli anni cinquanta e i settanta, grosso modo), storicamente smarcata dai grandi traumi degli scrittori delle generazioni precedenti, confrontatisi forzatamente con l...

La “protesta delle tende” a Tel Aviv

Non so se vi sia capitato tra le mani l’articolo di David Grossman, pubblicato sabato 6 agosto su “Repubblica”. Grossman, con la lucidità e la delicatezza che gli sono proprie, si interroga, come israeliano, come cinquantenne, come uomo di cultura, sulla protesta che domenica 31 luglio ha portato migliaia di persone davanti alla Knesset (“Casa del Parlamento”) a Gerusalemme.   Non sono tanto le ragioni della manifestazione a interessarlo, la richiesta di giustizia sociale o l’esigenza di vedersi garantire un più adeguato sistema di assistenza sanitaria, né le modalità, per quanto rifletta anche sul senso del suo ritrovarsi in mezzo a una folla arrabbiata e urlante. Quel che gli interessa capire è sopratutto cosa significhi un simile evento in una nazione come Israele, cosa comporti, perché accada in questo preciso momento storico, come rispondere e in che forma partecipare a questa «ri-vo-lu-zio-ne» (sic).     L’articolo restituisce appieno qualcosa su cui mi sono interrogata di recente, di ritorno da Tel Aviv. È la terza volta che vado in Israele,...

Un teatro per pensare in comune

Quattordici giugno. Piazza di Torre Argentina a Roma, caldo feroce. Alle 10 siamo pronti. Ci dividiamo in tre gruppi, zaino in spalla, lenti scure, passo apparentemente svagato, aria da turisti. Al telefono si parla per monosillabi. Ora accelera, non fermarti, convergiamo su due lati. Mancano duecento metri dall’ingresso per gli artisti del teatro Valle. Alle spalle del Senato, sei mesi prima la sassaiola contro i blindati, prima che una carica irrompesse da questa strada. Un’imboscata. Ho rischiato l’arresto, manganellate in piazza del Popolo. Sanguinavo dalla testa. Ma sono riuscito a scrivere, nonostante tutto. Nella fuga ho strappato il cappotto al gancio di una porta.   L’occupazione del Valle – oggi ha assunto la stessa importanza del movimentodegli intermittenti francesi dello spettacolo negli anni Novanta – non è iniziata con un’attrice che faceva da esca con il portiere del Valle, leggenda chic creata da un bravo inviato di Repubblica. Risale adue mesi prima, all’assemblea del Piccolo Eliseo dovenacque l’alleanza tra i lavoratori del Valle e gli intermittenti dello spettacolo romani di Zeropuntotre. La video-intervista realizzata tre anni fa da Roberto Faenza...

Art Basel 42 (e dintorni)

Come raccontare una fiera? La domanda torna frequentemente nei giorni di Art Basel. Gli analisti del mercato dell’arte incalzano con domande sull’andamento delle vendite e si sforzano di prevedere l’ascesa meteorica delle quotazioni di giovani stelle come Fujiwara o Kassay. Ma questo non è il mio punto di vista. Come evitare un’arida lista di nomi? Non pochi, tra quanti attendono indicazioni di indirizzo o mutamenti di scena, quest’anno si dichiarano delusi: scelte prudenti e prevedibili, orientate a artisti di solida reputazione e certo mercato.   Se scorriamo i nomi degli artisti presentati a Art Unlimited, ci imbattiamo in effetti in una processione di ritornanti: ha senso qualificarsi attraverso l’ennesima versione (in acciaio) delle sculture-pavimento di Carl Andre, igloo postumi di Mario Merz, installazioni a strisce di Buren, neon di Flavin, proiezioni luminose di Turrell, serigrafie di Rauschenberg lunghe quanto l’equatore? Sappiamo che Untitled (Sculptural Study) di Sandback, opera del 1982 e riedita oggi dalle gallerie Verna (Zurigo) e David Zwirner (New York), è acquistata da Budi Thek per l’...

Isole recluse

Isola è un termine che incarna talmente tanti significati e metafore, anche contraddittori, che il solo pronunciarla fa desiderare di chiudere gli occhi e lanciarsi in immagini lontane. Chi ci guarda forse capisce, dalle nostre espressioni, se le visioni che si proiettano all’interno delle nostre palpebre siano positive o negative. Tutto sommato tutti ogni tanto abbiamo il desiderio di isolarci, ma nessuno vuole rimanere isolato.     Isola è autonomia, "identità", similitudine e diversità. Le coste possono essere sabbiose o pietrose, ma tutte sono bagnate dall’acqua.   Tutti noi siamo isole. Isole che compongono un arcipelago immenso. Dalla nostra consapevolezza di esserlo dipende la floridezza del nostro stato.   L’isola è una meta utopica, segnata sulle antiche carte, ma sempre sfuggente all’orizzonte.   È il luogo dell’immaginario che incarna l’idea romantica della fuga. Verso l’isola, versus isola. Luogo esotico del desiderio, luogo crudele della coercizione.     Il progetto Isole recluse. Ottologia della...

Il carattere della libertà

Passando velocemente per Milano non si può non notare la scenografia alla Lele Luzzati fatta con tante figurine di cartone che ci guardano con benevolenza. Sono gli stantii poster elettorali che promuovono visi, facce, mezzibusti. La maggioranza dei candidati predilige la foto ambientata: perciò rimane nella mente il sorriso un po’ forzato di Giuliano Pisapia con sullo sfondo una polverosa libreria o la sorridente frangetta anni ottanta di Letizia Moratti che si ripete sempre uguale (nei formati verticali) senza dar modo di comprendere che il testo sottostante cambia ogni volta. Quindi una campagna prevalentemente fatta di immagini, di icone, a parte qualche esempio leghista in cui comunque le parole d’ordine sono affiancate dalla parte illustrativa dedicata ad Alberto da Giussano.   Sembra che la capacità persuasiva della parola sia considerata nulla, che la possibilità di comunicare verbalmente sia venuta meno. Ma per fortuna che la sedicente “Associazione dalla parte della democrazia” c’è. Certo, i temi e i contenuti sono provocatori, ma esserlo oramai non è cosa facile. Per suscitare lo...

I manifesti elettorali di Letizia Moratti

  Letizia Moratti che abbraccia gli anziani; Letizia Moratti in mezzo ai giovani; Letizia Moratti ecologica; Letizia Moratti urbanista; Letizia Moratti spazzina; Letizia Moratti maestrina; Letizia Moratti mammina…   La campagna elettorale di Letizia Moratti per la poltrona di sindaco di Milano è incentrata su uno degli stereotipi più triti della politica italiana contemporanea: quello del politico (e nella fattispecie, del sindaco) “tuttofare”. Per di più, rispetto ad analoghe “performance” precedenti – specie berlusconiane – quella della Moratti è caratterizzata da un tasso di retorica e da una fiacchezza davvero difficilmente immaginabili ed eguagliabili. Immagini “costruite” in modo estremamente banale, e al tempo stesso artefatto, dove le comparse raggiungono il non invidiabile risultato di apparire “stanche” del loro ruolo, e dove la stessa attrice protagonista pare essere a disagio e mostra un volto che è tanto digitalmente manipolato quanto pateticamente smarrito, quasi fuori luogo.   Tutto ciò rientra comunque nelle consuete strategie...

Intervista video a John Foot

Abbiamo intervistato a Londra John Foot uno degli storici più attenti alle vicende storiche, politiche e culturali dell’Italia contemporanea. Nei suoi libri, Foot ha studiato il ruolo dello sport nella costruzione dell’identità collettiva (Calcio 1898-2007. Storia dello sport che ha fatto l’Italia, Rizzoli) e si è occupato della storia di una città-simbolo italiana (Milano dopo il miracolo. Biografia di una città, Feltrinelli). Nel 2009 ha pubblicato Fratture d’Italia. Da Caporetto al G8 di Genova. La memoria divisa del Paese (Rizzoli) in cui affronta il tema della “memoria divisa” nata intorno ai momenti più tragici della storia del nostro paese, dalla prima guerra mondiale alle stragi naziste sino agli anni di piombo.   La memoria divisa   La guerra civile     L'origine delle divisioni     Accettare le divisioni     Perché la memoria è importante     La doppia memoria     L'Italia si può dividere?     Memorie di un'Italia divisa...

Live update from Tokyo

In Giappone, alla tragedia del terremoto e dello tsunami si somma in queste ore l'angoscia per una possibile catastrofe nucleare nella centrale di Fukushima Dai-ichi, dove da giorni i tecnici cercano di evitare la fusione del nocciolo di uno dei reattori, apparentemente senza successo. Alcune persone stanno posizionando contatori Geiger (ovvero rilevatori di radioattività) i cui dati vengono pubblicati in diretta tramite webcam.   Live TV by Ustream Se non vedi il video collegati direttamente a UStream.

Documentazione di interferenza umana nella gravitazione universale

13 fotografie scattate in successione e a tre passi una dall'altra camminando dal civico 9 al civico 8 e viceversa di via Monte Nevoso a Lambrate, Milano.   Un progetto d'artista per doppiozero.   Francesco Arena è un artista che ha scelto di lavorare sul confine tra memoria e attualità, tra identità visiva contemporanea e sedimentazioni storiche. Le sue immagini e installazioni si presentano sempre con una doppia possibilità di lettura: sono archivi mobili della memoria collettiva e insieme macchine per riconfigurare l'immaginario più attuale, per sollecitare lo spettatore a cercare una relazione autonoma e imprevedibile con ciò che ha di fronte. I suoi spunti “materiali” sono spesso eventi o luoghi storici, come ad esempio il percorso compiuto dall'anarchico Giuseppe Pinelli dalla sua abitazione alla questura di Milano, dove venne tragicamente ucciso il 15 dicembre 1969. In questo progetto in particolare una serie di fotografie scattate di recente a Milano in via Monte Nevoso, raffigurano il brevissimo tragitto dal portone della casa in cui si trovava l'appartamento che...