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campagna

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Cosa ci resta del paesaggio / Camille Pissarro nei campi

Siamo alle soglie del Novecento. È già valida, tra i critici francesi, l’equazione tra natura e impressionismo: a un amico che non aveva potuto vedere il Salon del 1904, il geografo anarchico Élisée Reclus suggerisce di andare direttamente a passeggiare nella foresta. Celebrati dai critici entusiasti, i tratti corti e sovrapposti di Seurat chiudono una fase di ricerca formale iniziata con la ricerca dell’impressione spontanea, e la sigillano nella rigidità delle regole geometriche. Oltre, per le avanguardie, resta solo l’astrazione. E così, da Parigi a Washington e Hong Kong, le sale degli impressionisti sono sempre affollatissime. Giverny strabocca di turisti. In Italia si va sul sicuro con l’ennesima mostra su Monet. Ma proprio laddove il libro di storia dell’arte del liceo ci lascia più sicuri di aver compreso, si celano contraddizioni profondissime. Se continuiamo a considerare l’impressionismo come una questione di tecnica e ottica pittorica, come possiamo vedere la natura come soggetto? E che valore estetico possono assumere i disegni e le stampe, in cui la linea è solida e continua, rispetto alla verità raggiungibile in pittura dagli impressionisti? La cuillette des...

La matematica applicata alle capre

Sulle colline dell’Oltrepò, all’estremo lembo settentrionale dell’Appennino, un’ex-insegnante venuta da Milano ha messo in piedi quasi “per caso” una produzione di formaggi che ha conquistato i templi della gastronomia.   Occhio ai nomi, perché i nomi dei luoghi contano. Soprattutto se ci si mette in viaggio per raccogliere storie di persone che hanno scelto di lavorare in campagna, lontano dalle città. È gente che non finisce in posti dai nomi noti, ancora più raro che pianti le tende in località finite sui giornali. Andare per vite verdi è avanzare in un mondo che parla poco ma conserva con cura le parole. A volte ci si dimentica che nelle nostre campagne, oltre a coltivare, allevare e produrre tipicità che ci fanno essere il Paese europeo con il maggior numero di DOP e IGP, si custodisce un immenso e significativo serbatoio della memoria italiana: quello dei toponimi rurali.   Macino chilometri scollinando da una valle d’Appennino all’altra e, nel giro di un pomeriggio, di questi nomi sbocciati dalla terra ne colleziono da riempire un’intera pagina di...

Turismo di comunità

Un campo pianeggiante in montagna è eccezione e anomalia geografica, rarità che diventava fortuna per chi lo possedeva o per chi lo lavorava; un tempo qualcosa da custodire con attenzione. Un campo pari significa infatti un’esposizione alla luce più favorevole, meno fatica e soprattutto un maggior rendimento per ciò che vi viene coltivato, tanto piùquando quel campo “da sempre” è stato seminato a cereali, grano e farro in particolare. Grano e farro per la possibilità della vera farina, vale a dire il pane autentico, lontano da quello di farine di orzo o di castagne, di scandella, di segale: “farine del freddo”, della povertà, anche solo di un suo ricordo lontano…Pani lontani nel tempo, lontani e inconcepibili ma solo per chi è nato negli anni del benessere… Così è stato anche per la montagna appenninica, vista e abitata da tutte le sue comunità per soli cinque o sei mesi all’anno, gli altri spesi in pianura o in Toscana dietro il gregge, due volte all’anno su e giù per le vie della transumanza.   La notizia che la C...

Cogruzzo / Paesi e città

Fin da piccolo, ho avuto una sensazione, dentro, di cui sono diventato consapevole solo più tardi: la sensazione di come il paesaggio della bassa, della bassa in generale, ma nel mio caso della campagna che dalla città di Reggio Emilia va verso il fiume Po, al Po si uniformi come tono, come atmosfera, come odore, come rumore. Che poi non è rumore, è silenzio, distensione, placidità, sospensione, spirito raccolto nonostante l’apertura totale: apertura sia della campagna, ampia e bassa, di cui non si vede l’orizzonte, che del Po, largo, piatto e orizzontale.     Secondo me, quindi, non è la campagna, come si potrebbe pensare, che uniforma a sé il Po, inghiottendolo nel suo paesaggio; è il Po che detta legge, placido in regale imponenza, e fa che la campagna diventi una sua estensione. Ma non solamente la campagna, il Po assorbe anche il cielo; così il paesaggio da quelle parti è un tutt’uno di acqua, terra e aria, dei quattro elementi primordiali mancando solo il fuoco, perché l’energia è del tutto assente in questo indifferenziato ampio spazio che si...

Speciale ’77. Il passo del Gorilla

Lunghe discussioni in venti, in una stretta stanza d’albergo, fino alle tre del mattino. Teatro in bar minuscoli o in grigie palestre scolastiche. Incontri nelle case, davanti a un bicchiere di vino. Scalate a montagne con violini, flauti, bandiere e un gigante dall’abito azzurro svolazzante, il Gorilla Quadrùmano.     Era il 1974. Un anno abbastanza lontano ormai dal 1968 e vicino al 1977. Le città erano state percorse da cortei e lo sarebbero state ancora, fino agli omicidi delle Brigate Rosse, fino al rapimento di Aldo Moro e all’uccisione della sua scorta, il pieno degli anni di piombo, l’inizio del “riflusso”. A quei tempi la politica guidava le nostre vite di studenti universitari: una “politica” che provava a fuggire dalla burocrazia e sognava e tentava di realizzare parole come partecipazione, comunicazione, gestione dal basso. In quei mesi l’Italia introdusse, con un vittorioso referendum, il divorzio; di lì a poco la sinistra sarebbe andata al governo nelle più importanti città italiane e si sarebbero aperti nuovi scenari di speranza e anche nuovi conflitti,...

Antonio Leotti. Il mestiere più antico del mondo

Il mestiere più antico del mondo (Antonio Leotti, Il mestiere più antico del mondo, Fandango, 2011), contrariamente a quanto si è soliti pensare, è l’agricoltura. E, a differenza di quell’altro mestiere, vive un inarrestabile decadimento, nel disinteresse quasi generale. Nemmeno il primato cronologico sembra garantirgli nuovo fascino e parole come maggese, guazza, sdigiuno, al pronunciarle lasciano sul palato quel gusto di polvere e nostalgia proprio dei linguaggi-relitto, che dissotterrano immagini sepolte dal tempo.   Il protagonista Antonio è nato nella Roma borghese da una famiglia di latifondisti; la campagna della memoria, che si affaccia nelle prime pagine del libro, è il luogo mitico delle vacanze toscane, dei contadini come cowboys e del primo brivido di piacere consapevole mangiando pane e prosciutto nero dalle mani dure e venose di un John Wayne con la gorgia. Ma l’agro è anche il teatro del dramma di un amore non corrisposto: la Roma bene dello squallore metropolitano non lo conquista; la campagna è una madre che ripudia e disconosce, a cui Antonio tende le sue mani di padroncino...