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estetica

(32 risultati)

Letteratura necessaria / Perché le storie ci aiutano a vivere

Può sembrare un’iperbole editoriale, di quelle che da qualche tempo vanno di moda in Italia, ma il titolo del nuovo densissimo libro di Michele Cometa, Perché le storie ci aiutano a vivere (Raffaello Cortina, 33€), indica perfettamente il risultato a cui perviene la sua ricerca: narrare non è un’attività con finalità eminentemente estetiche. Prima di essere arte il narrare è una necessità dell’uomo, un suo bisogno originario, una sua prerogativa fondamentale, come per altro indica il sottotitolo del libro: “la letteratura necessaria”.   Ma di che necessità si tratta e quale aiuto danno le narrazioni alla vita?   Per rispondere a questa domanda l’autore si toglie il gusto di far provare al lettore di antica (e probabilmente antiquata) tempra umanistica, ignaro delle numerose implicanze antropologiche della letteratura, una serie di salutari e stranianti confronti con quella che potremmo chiamare la physis del narrare, la sua radice biologica e la sua funzione evolutiva nella lunga storia della specie umana. Così facendo introduce da subito un concetto che si è fatto recentemente disciplina e su cui poi gravita l’intero impianto argomentativo del suo saggio-trattato...

Ritorno nell’Impero dei segni / Giappone: riti contro la fine della storia

La prima volta che mi capitò di leggere le riflessioni di un filosofo occidentale sul Giappone fu per me un’autentica folgorazione intellettuale. Si trattava di Alexandre Kojève, quello che più tardi verrà definito da Antonio Gnoli il “maestro occulto del ‘900”: nato in Russia ma naturalizzato francese, nipote di Kandinskij, laureato in lingue esotiche come il cinese, il tibetano, il sanscrito, esperto di Hegel e Kant, oltre che di fisica, combattente per la Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale, probabile agente del KGB.   Kojève aveva raccolto attorno a sé, alla metà degli anni ’30 uno sparuto manipolo di studenti, che a Parigi ascoltavano con cadenza regolare le sue lezioni: Jacques Lacan, Georges Bataille, Raymond Queneau (per fare solo tre nomi) erano tra gli uditori più assidui. Tra le molte, audacissime teorie che Kojève sviluppò – ereditando avventurosamente la cattedra dallo storico della scienza Koyré – negli anni parigini c’era quella sulla “fine della storia”, formulata in due geniali note a piè di pagina nella sua Introduzione alla lettura di Hegel. Secondo Kojève la storia era finita. Se la storia era, infatti, come sosteneva Hegel, la storia del...

Critica di una nozione sfuggente / Teatro-scienza

La crescente specializzazione delle arti, delle tecniche, delle scienze ha reso più penetrante la conoscenza dei loro rispettivi oggetti di indagine, ma a prezzo di una conseguente settorializzazione dei saperi. Per arrivare a capire anche solo le basi (spesso contro-intuitive e nemiche del buon senso) di una disciplina come la fisica quantistica o la metafisica, un individuo è costretto a sottoporsi a lunghi anni di studio disciplinato, trascurando così necessariamente di approfondire altri interessi e settori. Laddove dunque in un passato nemmeno troppo remoto, come nel secolo dell’Ottocento, poteva capitare, ad esempio, che un filologo classico fosse anche un raffinato conoscitore della biologia, o almeno una persona aggiornata sui nuovi metodi e le più recenti scoperte della stessa, oggi questa osmosi è divenuta impossibile. Chi si addentra sporadicamente nel labirinto di un’arte, di una tecnica o di una scienza iper-specialistica finisce perlopiù per perdere il proprio tempo: egli o ella resta alla superficie, come se non avesse studiato affatto.   Questa spinta alla specializzazione – al tempo stesso penetrante e disgregativa –è controbilanciata in parte dai tentativi...

Insegnare la letteratura / Leggere con l’orecchio

Se esiste la letteratura non possono non esistere la storia e la critica della letteratura. E dunque, chi si applica a mettere in sequenza i suoi frutti, e chi si dedica al loro giudizio. Alla loro interpretazione. Chi opera per coglierne il senso nascosto, o profondo. O per decifrare nel suo specchio le verità dell’epoca con la quale la letteratura intrattiene rapporti più o meno indiretti.  Se esiste la letteratura non può non esistere una visione, e dunque una teoria della medesima. Nel senso puro e semplice che nei suoi frutti si dà a vedere un mondo. E comunque, al di là del suo valore di intrattenimento, di divertimento – che sia in versi o in prosa, che sia un poema, un romanzo o un racconto – l’opera letteraria condensa in sé un pensiero, un’idea del mondo. Come ogni manufatto linguistico.   Esistono dunque a buon diritto il critico, lo storico, il teorico della letteratura. Ora, tali professioni, anche nel senso di fede – di fede e fiducia nella parola: che possa produrre conoscenza – si esplicano in vari modi. C’è il critico accademico, c’è il critico militante, c’è lo storico, e c’è l’interprete, e c’è il recensore di libri sui quotidiani. Chi insegna dall’...

La virtù del giorno dopo / Etica e estetica della sobrietà

Diciamolo subito, non tutte le virtù sono alla portata di tutti, o meglio possono costituire un modello comportamentale, una indicazione da seguire al fine di ottenere uno stato di grazia o di benessere, sia esso fisico oppure spirituale (etico e/o morale). Questa considerazione vale, sotto molti aspetti, in particolar modo per la sobrietà, la virtù del giorno dopo, a cui il saggio di Manlio Brusatin, Stile sobrio. Breve storia di un’utile virtù. Marsilio, Venezia 2016, dedica una colta e raffinata digressione. La caratteristica principale del testo, a mio avviso, non è costituita dalla trattazione diacronica, dall’evoluzione storica del concetto di sobrietà, quanto dai continui e intriganti attraversamenti di ambiti molto differenti tra loro che l’autore compie per descriverci le diverse declinazioni morali, sociali, culturali, progettuali ed estetiche che, di volta in volta, questa virtù esplica.   Da sempre, e tuttora, la maggioranza dei popoli vive in condizioni economiche e sociali di umiliante indigenza, per la quale lo stato di povertà è una condizione che esclude di fatto la possibilità di concepire e perseguire una tale virtù. Là dove mancano le risorse primarie di...

16 gennaio 1933. Ottant'anni / Susan Sontag. Nel campo del desiderio

Oggi Susan Sontag avrebbe compiuto ottantaquattro anni. E invece se n’è andata dodici anni fa, dopo una lunga malattia, un cancro, di cui ha anche scritto (Malattia come metafora, Einaudi): un altro capitolo della sua lotta contro il mondo, e prima di tutto contro se stessa, un altro esempio della sua moralità. Per la scrittrice, saggista e regista americana la “moralità” è stata prima di tutto un comportamento; meglio: “una forma di azione, non un particolare repertorio di scelte”. Ma Susan Sontag è stata attenta al tema dell’estetica: la forma. Ne ha fatto il centro della sua indagine. E per lei etica ed estetica sono sempre state collegate. Nove anni fa, quando è uscito postumo uno dei suoi libri più belli, Nello stesso tempo (Mondadori), avevo scritto che v’era antagonismo tra la forma di coscienza rivolta all’azione, che è poi la moralità, e “quel nutrimento della coscienza che è l’esperienza estetica”. Credo che sia proprio così.   Perché questo conflitto? Perché Susan Sontag è stata non solo una scrittrice ma prima di tutto una intellettuale nell’epoca in cui veniva decretata la scomparsa di questa figura. Lo è stata come Pasolini. Lo stile, da lei perseguito con...

Tradurre mestiere impossibile

L’artefice aggiunto, a cura di Angela Albanese e Franco Nasi, non è solo un libro molto utile, perché attraverso la teoria della traduzione ci offre un quadro ricchissimo del Novecento italiano, che coinvolge filosofia, linguistica, critica letteraria, estetica, teatro, editoria. È anche un libro bello e appassionante, a partire dal titolo. Alla fine del lungo itinerario si ha l’impressione che molti dei punti che animano la sterminata bibliografia sulla traduzione (ormai una scienza autonoma: la traduttologia) siano stati già trattati da autori oggi trascurati o del tutto dimenticati; o che comunque tutto ruoti da sempre attorno ad alcuni nodi fondamentali.   Il titolo proviene da un saggio di Renato Poggioli, figura di antifascista (ma anche antistalinista) che lasciò l’Italia negli anni Trenta per trasferirsi prima nell’Europa orientale e poi negli Stati Uniti, dove svolse fra l’altro un’importante attività di mediazione culturale (sua è l’introduzione all’edizione americana della Coscienza di Zeno). The Added Artificer è nato come contributo per un volume collettivo...

Barthes. Parigi, 13 novembre

Il 13 novembre 2015 si apre a Parigi, per commemorare il centenario della sua nascita, un sontuoso colloquio su Roland Barthes. La sede è il Collège de France: là dove RB tenne i suoi ultimi corsi sul Vivere insieme, il Neutro, la Preparazione del romanzo. Là dove stava recandosi, quella mattina del febbraio 1980, quando fu investito dalla famigerata camionetta che nel giro di poche settimane gli tolse la vita. A inaugurarlo è Antoine Compagnon, il più noto fra i suoi allievi, e nel corso della giornata intervengono, fra gli altri, Julia Kristeva e François Hartog, Georges Didi-Huberman, Patrizia Lombardo, Marc Fumaroli, Patrick Mauriès, Éric Marty, Philippe Roger.   Quella notte, da quelle parti, succede quel che succede. La mattina dopo il Collège è chiuso. La seconda giornata del colloquio non può tenersi. Uno sparuto gruppo di convegnisti si incontra comunque dinnanzi ai cancelli. Qualcuno propone di trasferirsi al bistrot più vicino e continuare là gli interventi, il dibattito, la rievocazione. Trovata molto parigina, accolta dai presenti con evidente angoscia, mesta...

Gusto di Agamben

La frattura tra scienza ed estetica insegue la traccia dell’apparente squarcio tra verità e bellezza, e su questa scissione la conoscenza mostra la sua frammentazione tormentata. Ciò che gode non conosce, e ciò che conosce non gode. È così che conoscenza e dottrina del piacere hanno serrato le porte alla possibilità di fecondarsi. Ciò che ne pensa al riguardo Giorgio Agamben in Gusto (Quodlibet, Macerata 2015) si costruisce in un pensiero di rottura, o per meglio dire, si fa pensiero della rottura stessa. Non certo un pensiero che tronchi la continuità di una tradizione, ma una riflessione che mediti a fondo la frattura che essa stessa incarna: un pensiero che si fa frattura, un pensiero che consente alla filosofia di inoltrarsi nelle sue scomode frange e lì trovarvi ancora e per sempre una casa, quella dimora in cui la verità e la bellezza potranno essere amate e inseguite come fossero la medesima cosa.   Nel gioco di opposti che lasciano aperta la ferita sanguinante tra sfere intangibili, la filosofia è ciò che abita un “tra”, è quel metaxu che vorrebbe...

Mangiare con gli occhi

Nel corso del diciottesimo secolo nacque l’estetica, si diffuse il concetto di gusto attraverso cui giudicare bella un’opera d’arte. Fu il principio dell’estetizzazione dell’arte da cui ancora oggi non ci liberiamo, quello per cui l’arte, differenziandosi da qualsiasi valore funzionale, da qualsiasi funzione religiosa o profana a cui si legava e in cui aveva senso (Gadamer), divenne sostanzialmente autonoma dal mondo, qualcosa che riguarda solo le sfere dell’emotività e della sensibilità degli esseri umani. Da allora a oggi non esiste oggetto d’uso quotidiano, dal cavatappi al rubinetto dell’acqua, dagli occhiali fino al computer, che non abbia subito una pervasiva, inarrestabile estetizzazione a scapito della funzione; per non dire degli aspetti sociali, la politica, svuotata degli ismi ideologici e riempita di sensazionalismi per emozionare l’elettore anziché convincerlo, oppure la guerra, estetizzata (o anestetizzata) in un dolore schermato dalla sua spettacolarizzazione. E naturalmente il cibo, oggetto privilegiato del gusto, bello prima che buono o nutriente; d'altronde lo dice la saggezza...

Cambiare la narrazione del mondo

Perché l’Africa? Da parecchi anni lettera27 si dedica all’esplorazione di temi legati al continente africano e con questa nuova rubrica vogliamo aprire un dialogo con i protagonisti culturali che si occupano dell’Africa. Qui potranno esprimere opinioni, raccontare storie, stimolare il dibattito critico e suggerire idee per ribaltare i tanti stereotipi che circondano questo immenso continente. Ci piacerebbe aprire con questa rubrica nuove prospettive: geografiche, culturali, sociologiche. Creare stimoli per imparare, per essere ispirati, ripensare e condividere conoscenze. Elena Korzhenevich, lettera27   Qui l'articolo introduttivo della serie: Why Africa?      English Version   Credete che il cinema possa produrre un cambiamento reale? Uno spostamento di sguardo, di prospettiva? Noi di lettera27 siamo convinti che sia così. Crediamo nel cinema e nella sua potenza: ogni film ci fa fare esperienza di una realtà diversa o simile alla nostra ma attraverso altri occhi. Crediamo in quello che gli studiosi chiamano ‘meccanismo di immedesimazione’ e cioè che guardare un film vuol dire...

La marca Isis

Il concetto di marca è nato all’interno del mondo aziendale, ma oggi rappresenta una specie di “concetto passepartout”. Può essere rintracciato infatti in fenomeni sociali dalla natura molto differente. Questo perché il modello comunicativo e di marketing della marca, data la sua notevole efficacia, è stato adottato negli ultimi anni da parte di numerosi soggetti: dai partiti come dalle rockstar, dalle società di calcio come dalle università. Non deve sorprendere allora che anche un’organizzazione armata come l’Isis possa essere interpretata alla stregua di una vera e propria marca. Come questa, infatti, è un soggetto che compie una serie di azioni.   Nel caso di Isis, tali azioni sono prima di tutto di natura bellica e in questa sede verranno trascurate, perché non attribuiscono loro una particolare identità, in quanto, come la storia c’insegna, sono simili a quelle praticate in passato da molti eserciti. Altre azioni invece permettono di considerare Isis come una marca e si tratta delle attività di comunicazione sviluppate mediante i video che vengono periodicamente diffusi online: siano essi propagandistici, o con scene di decapitazioni di persone occidentali. Attività...

L'arte come teoria della mente

Il freudiano Progetto di una psicologia, delineato nel 1895, contiene un modello biologico della mente che lo stesso Freud si affretta ad abbandonare e a disconoscere, indicandolo come un tentativo confuso e prematuro. Prima di poter studiare i processi mentali da una prospettiva neurofisiologica era necessario passare attraverso la mediazione di una psicologia dinamica della mente. Tuttavia questo episodio della variantisitica freudiana ha una funzione rivelatrice: nello “scarto” c’era l’intuizione di uno sviluppo necessario, dell’esigenza di creare una omologia tra la configurazione cognitiva della psiche e il funzionamento fisiologico del cervello.   La separazione tra psicologia e biologia della mente va intesa quindi come una mossa tattica e provvisoria, escogitata da Freud senza mai perdere di vista l’orizzonte di una disciplina unificata, come si legge chiaramente, nel 1920, in Al di là del principio del piacere. Aspettando di trovare i correlati fisiologici dei processi psichici, Freud getta le basi per la nascita della psicologia cognitiva, che sarà poi definita compiutamente da Neisser, nel 1967, come una...

Nei video di Isis

In pubblicità esiste una cosa chiamata call to action. È un esplicito invito ad agire rivolto al pubblico. Di solito è verbalizzato con l'imperativo dei vari scopri, vai, clicca, gusta, non perderti, lasciati tentare eccetera. Bastano, questi imperativi, perché l'azione desiderata si compia? Certamente no, ma pronunciarli tranquillizza gli autori. Di sicuro i vai e fai sottintendono una visione statica del proprio spettatore, quasi fosse un sacco di patate da animare, di norma incerto sul da farsi ma adesso dotato di uno scopo.   I video diffusi dalla propaganda ISIS sono dei potenti inviti ad agire. Fissando dall'inizio il proprio interlocutore (A message to America, A message to the allies of America) ne rendono quasi obbligata la reazione militare. ISIS sa che la passiva, straziante visione di ostaggi minacciati col coltello e poi decapitati davvero non può che produrre nei governi occidentali la necessità di un intervento. In questo senso la sua è un'infallibile call to action.   Se però quei corpi usati come materia comunicativa, così come quelli dei torturati di Abu Ghraib, stanno ampliando il vocabolario del corpo sottomesso in guerra, e del corpo del nemico...

Che cos’è il food design

Food design è un’espressione che da qualche anno si incontra spesso. Si legge sui giornali, si sente pronunciare in televisione, si insegna nelle università, per non parlare del web, dove una ricerca produce milioni di risultati. Abituati a pensare la parola “design” accanto a molte altre – web, game, interaction ecc. –, non ci stupiamo più di tanto. Se non fosse che a esser rielaborato, progettato, pensato e disegnato questa volta è l’oggetto più antico che l’uomo abbia mai prodotto: il cibo.   Ecco allora spuntare, puntuali, gli immancabili dibattiti fra apocalittici e integrati. I primi indignati dall’idea di rielaborare la cara vecchia cucina, e quindi a profetizzare la perdita dei valori della tradizione e la corruzione del gusto. I secondi a magnificare le ultime possibilità che la tecnologia dischiude: nuovi sapori ma anche nuovi modi di preparare il cibo, di produrlo, di renderlo disponibile. Così, mentre il dibattito prospera, eccoci ad ammirare tazzine da caffè edibili, patatine a forma di ditale da intingere nelle salse, collane di cristalli di zucchero,...

Virgilio e lo sguardo migrante di Enea

Un mio amico, cultore non professionale del latino, mi ha confessato un giorno che lui le Egloghe di Virgilio, sì, le Bucoliche insomma, la ben nota opera prima virgiliana, le aveva lette anche varie volte di seguito, ma senza mai riuscire a ricordarsi né la trama né lo svolgimento preciso di quegli esili dialoghi.   Teneva a mente solo che si trattava di personaggi evanescenti, puri nomi interscambiabili: pastori poco plausibili e ancor meno probabili contadini che si muovevano in un paesaggio immaginario. Si era sempre chiesto, quel mio amico, perché mai proprio l'Arcadia, brulla contrada greca, fosse stata scelta da Virgilio per diventare una terra dell'anima, un paesaggio spirituale.   Comunque nemmeno lui, il mio amico difficile, riusciva a sottrarsi al fascino di versi come questi: "e già dai casolari lontani il fumo si leva/ più scure si addensano le ombre, dai monti" (et iam summa procul villarum culmina fumant/maioresque cadunt altis de montibus umbrae) che custodiscono intatto il mistero della sera.   O questi altri, sul "dono del canto" modulato sul "sibilo del vento che...

Quattro ipotesi sul commercio della libreria

Je vous dirai donc d’abord qu’il ne s’agit pas simplement ici des intérêts d’une communauté Denis Diderot   Prima ipotesi, apocalittica: le librerie scompariranno dai nostri quartieri, come già i minilab per lo sviluppo fotografico in un’ora, i negozi di dischi, e inoltre le cabine telefoniche e le buche per lettere. A giudicare dal loro attuale ritmo di chiusura, sembrerebbe anche che questo destino debbano incontrarlo presto, soprattutto quelle indipendenti. Il digitale smaterializza e disintermedia, mentre la libreria si trova in fondo in fondo a tutta una catena alimentare fatta di oggetti materiali e intermediari che producono un accumulo di costi e colli di bottiglia. I libri li compreremo altrove. O forse non li compreremo più e invece li prenderemo in prestito o a noleggio, anche quelli digitali.   Certo, certo, per le generazioni che li hanno conosciuti, il fascino della missiva vergata a mano, il tonfo dei gettoni digeriti dal telefono pubblico a scandire amori lontani, l’inconfondibile fruscio del vinile, la foto ingiallita in fondo al cassetto, rimarranno per sempre fondamenti dell...

Wes Anderson: The look of love

  Non è certo sorprendente, tra i vari tagli possibili per un’analisi estetica dell’opera di Wes Anderson, soffermarsi sul legame che il suo cinema intrattiene con la moda. È sufficiente dare un’occhiata ai tumblr, ai più svariati social network dove il pubblico si fa autore rimaneggiando le immagini consegnate al suo sguardo, per percepire come la ricezione e il ricordo che sopravvive ai film andersoniani passi soprattutto attraverso gli outfit singolari dei suoi protagonisti.   Scompaiono i volti, tele bianche incorniciate da acconciature e abiti indelebili nella memoria degli spettatori, che attraverso un blazer, degli occhiali da sole, la giacca di una tuta o una fascia da tennista, riattivano immediatamente le emozioni provate. Solo la musica nel suo cinema possiede eguale forza evocativa e non è certo casuale che entrambe siano gli elementi espressivi, attigui e complementari al mezzo cinematografico, coi quali restituire un immaginario privato, giustamente definito vintage, essenziale per la sua poetica.   Perché se appare ormai (quasi) definitivamente sdoganato dal peccato di leggerezza e...

L’apocalisse è quello che c’è già?

Come tutti sanno, e i commentatori hanno sempre sottolineato, anche all’interno dello speciale di doppiozero dedicato ad Apocalittici e Integrati, il libro di Eco ha “fatto epoca”. Per il titolo/slogan (come, del resto, per il primo libro, Opera aperta; ed Eco, riporta nella sua famosa e sempre ricordata prefazione, che il titolo fu, sintomaticamente, invenzione dello stesso editore, Valentino Bompiani). Slogan che è, al tempo stesso, sintesi di un vero e proprio programma di ricerca, dettando la linea per gli studi massmediologici a venire: seppure in una prospettiva del “giovedì prossimo”, vista la rapida trasformazione della materia, come metteva in guardia lo stesso Eco, e come ci ricorda Marrone.   E per aver dato la sveglia, o aver segnalato, ad una, a quanto pare, catatonica, prima che catodica, Italia degli anni ’60, in vista di eroici ed erotici risvegli. E quindi via da Claudio Villa, perlomeno verso un Bobby Solo per la prima volta in playback a San Remo; e poi vai con Modugno, e la nuova musica “leggera”, sotto l’influenza di chansonniers e di crooners, cool jazz e tempi terzinati; alla critica...

Neutro

Si mettono quattro creme ed escono come regine, lasciano case bianco latte così linde da parer disabitate. Il corpo è una silhouette da non toccare, i tacchi 12 centimetri sono l’altezza giusta che permette di avvertire la vertigine della dominazione. Si vive nel bello della moda, dove l’estetica è natura, si vorrebbe essere statue immemori del tempo. Il movimento di gambe e braccia va trattenuto, spezza la grazia, ogni traccia tondeggiante deve essere smussata, perché la ciccia che sporge fuori fa sospettare che qualcosa non vada dentro. Quando si rischiava di morire di carestia la ricchezza era la carne in tavola, e paffuti significava essere ben pasciuti. Ora sono tanti gli Hänsel che non vogliono ingrassare per non essere divorati dalla Grande Madre. La fame libera e distanzia. L’adiposità che si appiccica alla pancia è il nemico, quando cresce fa paura: la gravidanza fa perdere La linea della bellezza. L’anoressia non è una patologia ma una sindrome collettiva. Lo scarno si riduce all’essenziale, la forma femminile è una verticale.   Femminile/maschile appaiono...

Eco cinetico

Inaugura giovedì 8 novembre presso la Sala Archivi del Museo del Novecento di Milano, la mostra Programmare l’arte. Olivetti e le Neoaanguardie cinetiche a cura di chi scrive e di Marco Meneguzzo. La mostra arriva dal Negozio Olivetti di Venezia ma è stata completamente riallestita con molte opere in più e documenti inediti. Proseguirà fino al 3 marzo 2013 in un momento in cui Milano torna ad occuparsi di arte cinetica e neoavanguardie.   La mostra celebra i 50 anni dell’Arte Programmata di cui Umberto Eco fu il primo critico. Cinquant’anni dopo siamo andati a intervistarlo.   Il Gruppo T nel 1959   Genealogia di una mostra. Intervista a Umberto Eco     Opera aperta fu pubblicato nel 1962, lo stesso anno in cui fu allestita a Milano la mostra “Arte Programmata”, e alcuni degli argomenti affrontati nel suo libro si rispecchiavano nei lavori degli artisti. L’introduzione all’ultima edizione del volume ne ripercorre la genesi e ricostruisce il vivace dibattito critico che ne accompagnò la prima uscita. Ci pare molto interessante perché così...

Today, the voice you speak with may not be your own

Oggi, la voce con la quale parli potrebbe non essere la tua. In un post apparso il 4 febbraio 2007 sul suo blog, il produttore, filosofo e musicista hip-hop statunitense DJ Spooky, al secolo Paul D. Miller, avviava una riflessione sulla pratica culturale del remix, con una doppia interpretazione. Da una parte negativa, intendendo nella fattispecie la voce come uno dei simulacra dell’epoca digitale, baudrillardianamente parlando. Dall’altra ottimistica, nella prospettiva di un “web 2.0 share-all style”, dove il diritto di remixare e di appropriarsi della voce altrui si trasforma in una pratica estesa a tutti.   La questione posta dal dj originario di Washington investe la ridefinizione stessa dei concetti di originalità ed autorialità nell’era contemporanea: “Dal momento che la storia umana delle idee, del progresso, dell’arte è una storia di pratiche di remix, possiamo considerare il ‘remix’ stesso come una voce autentica o non autentica?”   È da questa domanda che parte la riflessione di Vito Campanelli in Remix It Yourself, saggio edito da CLUEB nella collana Mediaversi...

Etica ed estetica

Helena: Perché li fabbricate, allora? Busman: Ahahah! Questa è bella! Perché si fabbricano i Robot! Fabry: Per il lavoro, signorina. Un Robot sostituisce due operai e mezzo. La macchina umana, signorina, era molto imperfetta. Un giorno occorreva eliminarla definitivamente.   Karel Čapek, R.U.R.       Il termine “robot” (dal vocabolo ceco rab, schiavo, connesso con il russo rabota, lavoro) fu introdotto nel 1920 dallo scrittore ceco Karel Čapek nel suo dramma “R.U.R.” (Rossum’s Universal Robots), – rappresentato il 25 gennaio 1921 al Teatro nazionale (Národní Divadlo)di Praga – a indicare una macchina antropomorfa progettata e costruita dall’ingegner Rossum (da un’altra radice slava, rasum, ragione, intelligenza) per alleviare le fatiche degli umani. (Quindi la pronuncia corretta di robot è ròbot, e non robò, alla francese). Nel dramma si ritrovano molti dei temi relativi al rapporto uomo-robot: la compassione di Helena, che li ritiene infelici e vorrebbe promuoverne il riscatto dotandoli di anima; il realismo di Domin che li...

Oscar Tuazon: arte come abitare

Arte e architettura si incrociano spesso sullo stesso terreno e se i principi che regolano la prima sono labili e mutevoli, quelli che dovrebbero regolare la seconda sono dettati da ragioni specifiche e contingenti: organizzazione dello spazio e necessità di adattamento dell’uomo all’ambiente. Principi che dovrebbero andare di pari passo, ma la cui relazione è talvolta smentita e scardinata da artisti che prendono in prestito le forme dell’architettura e ne privilegiano l’espressione estetica a scapito dell’utilità, o viceversa realizzano opere con una forte connotazione funzionale. La mostra di Oscar Tuazon, in corso presso la Fondazione Giuliani a Roma, vive questa ambivalenza indagando il rapporto tra funzionalità ed estetica e le possibilità di far coesistere scultura, design e architettura.   Oscar Tuazon/Elias Hansen, “Untitled” (Kodiak Lamp), 2008, legno, corda, vetro, lattina, 94 x 27 cm. Collezione Giuliani, Roma. Foto di Giorgio Benni.   Come artista Tuazon si muove dall’arredamento all’ambiente, riassembla materiali di recupero e crea soluzioni per inutili...