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fotografia

(36 risultati)

Il corpo di Internet / L’arte di Trevor Paglen

Cloud Confondiamo spesso l’invisibile con l’immateriale. Qualcosa che si sottrae alla vista diventa presto, nella nostra mente, qualcosa privo di materia. L’universo digitale rappresenta senza dubbio il caso più eclatante: virtuale è sinonimo di effimero, d’intangibile, di qualcosa che esiste ma è senza sostanza, è presente ma invisibile. Approcci scientifici recenti quali l’archeologia dei media e il nuovo materialismo tentano di correggere la presunta smaterializzazione delle tecnologie più avanzate, Internet in primis. Il network delle telecomunicazioni ha una densità materiale pari a quella del nostro mondo.   Eppure è difficile immaginare e, ancor più, dar corpo a Internet, che sembra esistere solo in quanto funziona – operor ergo sum. Con la sua spinta all’ubiquità, Internet si sottrae facilmente alla vista. Le immagini e il vocabolario per descriverlo sono imprecisi quando non fuorvianti: la rete, il campo, lo spazio cibernetico, la “cloud” (o il “cloud”, non sappiamo neanche se è maschio o femmina). Nessuna tecnologia era stata così eterea, simile all’aria che respiriamo. E questo nonostante i ben informati ci abbiano avvertito che ormai in tutti i continenti sorgono...

Un immagine del non / Duchamp fotografico

Marcel Duchamp (1887-1968) è una figura con cui ogni storico dell’arte contemporanea attivo in Europa o in America deve prima o poi confrontarsi. Cinquant’anni dopo la sua morte (il 2 ottobre 2018 per la precisione), non abbiamo finito di misurarci col lascito – visivo e concettuale – dell’opus duchampiano. Il mercato editoriale si è mostrato all’altezza della sfida. Per tenersi alle mostre più innovative degli ultimi anni, penso a Inventing Marcel Duchamp. The Dynamics of Portraiture (National Portrait Gallery, Washington 2009), Marcel Duchamp: Etant donnés (Philadelphia Museum of Art, 2009), La peinture, même 1910-1923 (Centre Pompidou, Parigi2014), nonché l’imminente Dalí/Duchamp, che aprirà i battenti a ottobre alla Royal Academy of Arts di Londra. Riguardo alle pubblicazioni, penso alla documentatissima biografia di Bernard Marcadé, Marcel Duchamp. La vie à crédit (2007, tradotta nel 2009 da Johan & Levi), allo studio di Thierry Davila sull’inframince (De l’inframince. Brève histoire de l’imperceptible de Marcel Duchamp, Beau Livre 2010), fino a The Apparently Marginal Activities of Marcel Duchamp (MIT Press 2016) di Elena Filipovic, che si concentra sull’...

Palazzo Lucarini Contemporary, Trevi (4 marzo – 25 aprile 2017) / Biografia plurale. Virginia Ryan 2000–2016

English Version   Se il mondo non è stato creato per finire in una mostra, possiamo però tentare di partire da una mostra per capire qualcosa di più del mondo: si tratta non solo di guardare all’arte, ma di guardare attraverso l’arte. Questa è stata l’ambizione del progetto curatoriale che a Palazzo Lucarini espone l’opera di Virginia Ryan, artista che dal 2000 al 2015 ha vissuto fra Ghana e Costa d’Avorio. Quindici anni sono un periodo considerevole nella vita di una persona; Virginia non è l’artista globetrotter che fa progetti site-specific mordi e fuggi, ma non è neppure un’artista stanziale, che mette radici in un luogo: come lei stessa dice, la sua è la vita di una “nomade riluttante”.   Australiana di origine irlandese, Virginia ha vissuto in Scozia, si è sposata in Italia e si è trasferita poi – con il marito ambasciatore – in Egitto, Iugoslavia e Brasile, per arrivare infine in Ghana e Costa d’Avorio: il suo è un viaggio che dura una vita, un soggiornare nel viaggio. Esistenza singolare, ma non unica, la vita di Virginia può essere vista come una biografia culturale che incrocia e condensa, con la forza simbolica della sua opera, il carattere diasporico...

Palazzo Lucarini Contemporary, Trevi, Italy (March 4 – April 25) / Plural Biography. Virginia Ryan 2000–2016

Italian Version   If the world was not created to end up in an exhibition, we can turn to an exhibition to understand more about the world: it is not about looking at art, but looking through art. This was the aim of a curatorial project presented at Palazzo Lucarini, focusing on the works by Virginia Ryan, an artist who spent the years from 2000 to 2015 between Ghana and Ivory Coast. Fifteen years are a considerable amount of time in a person’s life. Virginia Ryan is neither a globetrotting artist focusing on short-lived site-specific projects, nor an artist rooted in one single place. She describes herself as a “reluctant nomad.”   An Australian of Irish descent, she spent part of her life in Scotland, got married in Italy and moved with her ambassador husband to Egypt, Yugoslavia and Brazil, and then to Ghana and Ivory Coast. Her life is a never-ending journey, a life spent in travel. Her singular but not single-faceted existence can be regarded as a cultural biography that symbolically evokes and reflects the diasporic nature of our present lives. It is a plural biography, one and multiple at the same time, intersecting the lives of others. Her art derives from an...

Intervista a Mario Cresci / Fotografia del no

Attendo Mario Cresci in una stanza della GAMeC di Bergamo, dove sta allestendo la sua mostra antologica. Giungo nella sala espositiva più piccola e intima del museo. Qui sono collocate, agli angoli, due grandi fotografie: Campo riflesso e trasparente (1979). Al centro della sala divengo un punto d’osservazione tra due opere collegate concettualmente. Guardo la reale lunghezza di un metro da muratore che prolunga la sua misura nella superficie di uno specchio. Alle altre due pareti sono appesi ulteriori campi riflessi, scatti che documentano un lavoro site-specific fondato sui diversi spostamenti e gradi della percezione. E qui penso che Cresci, nel suo articolato percorso di ricerca, ha compiuto spostamenti continui al di là dei consueti recinti disciplinari, con una metodologia basata sull’intreccio tra vari linguaggi. Pur privilegiando il medium della fotografia ha innescato anche sperimentazioni extra-fotografiche, migrazioni di ipotesi e di verifiche. Con il coraggio di chi dà molta importanza all’onestà intellettuale e al desiderio di scoprire nuove vie e intuizioni, ha spesso messo in discussione i suoi risultati formali, andando incontro anche alla prossimità del...

16 gennaio 1933. Ottant'anni / Susan Sontag. Nel campo del desiderio

Oggi Susan Sontag avrebbe compiuto ottantaquattro anni. E invece se n’è andata dodici anni fa, dopo una lunga malattia, un cancro, di cui ha anche scritto (Malattia come metafora, Einaudi): un altro capitolo della sua lotta contro il mondo, e prima di tutto contro se stessa, un altro esempio della sua moralità. Per la scrittrice, saggista e regista americana la “moralità” è stata prima di tutto un comportamento; meglio: “una forma di azione, non un particolare repertorio di scelte”. Ma Susan Sontag è stata attenta al tema dell’estetica: la forma. Ne ha fatto il centro della sua indagine. E per lei etica ed estetica sono sempre state collegate. Nove anni fa, quando è uscito postumo uno dei suoi libri più belli, Nello stesso tempo (Mondadori), avevo scritto che v’era antagonismo tra la forma di coscienza rivolta all’azione, che è poi la moralità, e “quel nutrimento della coscienza che è l’esperienza estetica”. Credo che sia proprio così.   Perché questo conflitto? Perché Susan Sontag è stata non solo una scrittrice ma prima di tutto una intellettuale nell’epoca in cui veniva decretata la scomparsa di questa figura. Lo è stata come Pasolini. Lo stile, da lei perseguito con...

Lo scrittore tedesco e l’uso delle immagini / W.G. Sebald e le farfalle

Spesso pensiamo che l'immagine venga catturata. “Cacciatore di immagini”, ci dice l'espressione per indicare il fotografo. Certe volte, tuttavia, non siamo noi ad afferrare l'immagine, ma piuttosto è lei a catturare il nostro sguardo. Si tratta in ogni caso di quello che suggerisce Walter Benjamin nel racconto del ricordo d'infanzia di una caccia alle farfalle: “Quando una vanessa o una sfinge, che avrei facilmente potuto superare, si prendeva gioco di me col suo temporeggiare, ondeggiare e sostare, allora avrei desiderato dissolvermi in luce e aria, solo per avvicinarmi inosservato alla preda e poterla sopraffare. E il mio desiderio si realizzava a tal punto che ogni vibrare e oscillare di quelle ali in cui mi ero smarrito sfiorava o inondava anche me. Cominciava a valere tra noi l'antico canone della caccia: quanto più io stesso con tutte le fibre aderivo all'animale, quanto più nell'intimo divenivo farfalla, tanto più l'insetto nel suo agire assumeva il colore dell'umana determinazione, e infine era come se la sua cattura fosse il prezzo in virtù del quale unicamente potevo riappropriarmi del mio essere uomo”.   In questo racconto, Benjamin descrive un'esperienza dello...

Olivo Barbieri. Ersatz Lights

Stiamo assistendo a un momento di notevole attenzione nei confronti dell’opera di Olivo Barbieri. Innanzitutto, da fine maggio scorso, il MAXXI di Roma ha intrapreso un percorso lungo sei mesi (dal 29 maggio al 15 novembre 2015) e oltre trent’anni, intitolato appunto Olivo Barbieri. Immagini 1978 - 2014. Il viaggio retrospettivo è curato da Francesca Fabiani e si alimenta di oltre 100 opere, diverse per temi e obiettivi, ma accomunate da quella che, in qualche modo, sembra l’egida estetica che illumina tutto il lavoro di Barbieri, e per parole sue: "Non mi ha mai interessato la fotografia, ma le immagini. Credo che il mio lavoro inizi laddove finisce la fotografia."   L’evidenza di questo paradosso sta nel fatto che a renderlo tale sarebbe l’autore della sua affermazione, vale a dire un fotografo. E allora, forse, abbiamo già individuato la ragione che fa il paradosso così prezioso o, perché no, tutt’altro che un paradosso: dovremmo provare, ci dice Barbieri, a non accontentarci della definizione di fotografo, a invertire la direzione, quasi lasciando perdere l’autore e badando a ciò di...

Gigi Cifali. A pochi centimetri dalla storia

È caratteristica comune a molti artisti delle ultime generazioni guardare alla storia degli ultimi cinquant'anni con rinnovato interesse, riportando l'attenzione su fatti nazionali già ampiamente esplorati dal giornalismo, questa volta però indagati mediante la forza dirompente delle immagini. L'atteggiamento più comune fra gli autori contemporanei consiste nel prelevare documenti originali o fedeli copie da archivi cartacei, decontestualizzando l'oggetto o l'immagine rispetto al “contenitore” di appartenenza. Dallo schedario di un deposito alle pareti di una galleria d'arte, per intenderci. C'è chi sceglie di non apporre modifiche al ritrovamento, oppure chi fa piccoli spostamenti di significato rispetto al documento di partenza. Per utilizzare una metafora cinematografica potremmo dire che in pochi scelgono di girare un nuovo film, si preferisce invece lavorare di montaggio su una pellicola preesistente. Nulla di male, solo per dire che stupisce oggi incontrare un autore intenzionato a stare a pochi centimetri dalla storia, traducendo in fotografia la sua esperienza diretta, senza il filtro dei mass...

Davide Mosconi. Fotografia, musica e design

Il nome di Davide Mosconi non è ancora molto conosciuto presso il grande pubblico. Eppure le sue opere sono state esposte in prestigiose istituzioni e gallerie in tutto il mondo, tra cui la National Gallery di Bruxelles, l’I.C.A. di Londra, la Guggenheim Foundation di Venezia, la Rayburn Foundation di New York; i suoi lavori sono stati scelti per la Biennale di Venezia nel 1991, nel 1993, nel 2001 e nel 2003. Nel 1963, appena ventiduenne, veniva considerato dalla stampa nazionale “il musicista di jazz italiano più personale e dotato”, mentre due anni dopo firmava, come fotografo, l’indimenticabile servizio su Sofia Loren scattato a Roma. Al MoMA di New York, quando nel 1972 si tenne la famosa mostra Italy: The New Domestic Landscape, il suo contributo figurava insieme ai più importanti designer di quegli anni. E se tra i suoi maestri troviamo Richard Avedon e Hiro, tra le sue frequentazioni si annoverano musicisti come John Coltrane e Cecyl Taylor, l’entourage di Salvador Dalì, gli amici e colleghi Ugo Mulas e Bruno Munari, tra i tantissimi che lo accompagnarono.   2112 note, 1990. Installazione alla Biennale di...

Final Words. Le tue ultime fotografie

La fotografia intrattiene con la morte un rapporto, vien da dire, genealogico. Fin dalle sue origini, la realizzazione fotografica si è fatta carico di una sorta di narrazione della vita dalla prospettiva eminente dell’interruzione, del termine della vita stessa.   Roland Barthes, nel suo La camera chiara,[1] compie forse il più celebre affondo critico nell’abisso che è proprio il rapporto tra fotografia e morte. Egli afferma, senza mezzi termini, che «in fondo, ciò che io ravviso nella foto che mi viene fatta (l’“intenzione” con la quale la guardo), è la Morte: la Morte è l’eidos di quella Foto» (p. 17).   Final Words [final-words.org] è un progetto che si prefigge di instaurare una riflessione sulla pena di morte raccogliendo e diffondendo le Ultime Parole, appunto, dei 517 giustiziati dallo Stato del Texas dal 1982. Iniziativa no-profit sostenuta da VII Association – ente che si attiva per la sensibilizzazione e il dialogo intorno ai diritti umani – Final Words ha in primo luogo dato vita a un libro. Tra le pagine si trovano i profili dei condannati,...

La società facciale

Thomas Macho, filosofo tedesco tra i più acuti e influenti, per quanto ancora poco noto in Italia, ha scritto che viviamo in una “società facciale”, la quale possiede la prerogativa di produrre volti senza sosta. A ogni angolo di strada, su ogni tabellone, la pubblicità c’insegue con volti, così che “senza un volto, nulla osa più invadere lo spazio riservato alle affissioni”. Che dunque la nostra sia una società fondata sulle facce, lo storico dell’arte e iconologo Hans Belting lo dice sin dalle prime pagine del suo ponderoso saggio, Facce. Storia del volto (tr. it. di C. Baldacci e P. Conte, pp. 359). E con ogni probabilità lo studioso tedesco non conosce, o ricorda, la celebre espressione berlusconiana “metterci la faccia”, che ha segnato una intera stagione politica ed elettorale. Ma a noi basta accendere la televisione e guardare un qualsiasi programma, da X Factor a Masterchef, per ricordarci che è così: lo spettacolo come la politica è invasa dalle facce. I volti sono stati commercializzati e politicizzati, ribadisce giustamente l’iconologo nel suo...

Su Visti&Scritti di Ferdinando Scianna

Chi si confronta con l’atto del ritrarre o dell’essere ritratto è assalito da dilemmi, suggestioni e esitazioni che coinvolgono alcuni dei temi fondamentali del nostro esistere: io-l’altro-identità-somiglianza-sguardo-presenza-ricordo-tempo-spazio-luce-vissuto e così via (quasi fino all’infinito). Allo scopo, forse, di fare che il soggetto-oggetto ri-Tratto (lei, lui, loro) torni a sé, ricompaia in sé, e possa toccare con mano la propria realtà, la propria verità. Perché (dicono) nel ritrarre si trova (forse) l’essenza più remota, misteriosa e meno conosciuta dell’arte. Il ritratto, da sempre dipinto, immaginato e scritto è divenuto da meno di due secoli terreno fertile anche della fotografia e, da poco, dei nuovi media. Per avere sempre presente l’Altro, anche se di un autoritratto si tratta. Sembrerebbe fatto, il ritratto, allo scopo di eternizzare un istante.   Di fronte all’immagine ri-Prodotta, la domanda scatta da sé (come un click): premere l’otturatore di un apparecchio, fotografare il soggetto, riprodurre l’oggetto (lui, lei,...

Kentridge e tutto ciò che non sta nel disegno

Inviting the world, take it apart, re-construct it, ovvero accogliere il mondo, smontarlo, ricostruirlo. Con queste parole William Kentridge riassume il processo che sta dietro al suo lavoro, o, meglio, a ciò che accade in studio. Sì, perchè lo studio, contrariamente a quanto capita oggi alla maggior parte degli artisti, che si trovano a lavorare sempre di più laddove sono chiamati a intervenire, in un luogo specifico, magari fuori dal loro contesto, nutrendosi della materia oggettuale e umana che questo luogo offre loro, servendosi magari di maestranze locali, lo studio, per Kentridge, è ancora il luogo principale di produzione, di sperimentazione.   Se lo vediamo in giro per il mondo, tenere conferenze negli States, fare mostre in India, Giappone, Sud America o, come in questo caso, in Italia, dove l'artista ha appena inaugurato la sua quinta personale alla Galleria Lia Rumma di Napoli, e se pensiamo che si tratta di luoghi non certo a portata di mano per un artista che vive a Johannesburg, in Sud Africa; ebbene, ben poco della sua produzione è affidata ad altri e ancora la maggior parte del tempo di lavoro – mi diceva...

La Biennale come archivio universale / L’enciclopedia interminabile

Il Palazzo Enciclopedico del Mondo è un gigantesco modello alto tre metri e mezzo, fatto di legno, ottone, plastica e celluloide, una strana torre cilindrica a più stadi, una specie di missile circondato da un porticato e quattro incongrue cupole dorate, a metà strada tra un’architettura visionaria del primo modernismo e un grattacielo staliniano. È il sogno della vita di Marino Auriti, emigrato dall’Abruzzo in America negli anni trenta del Novecento per sfuggire al fascismo: un museo “per contenere tutte le opere e le scoperte dell’uomo”, passate e future, da edificare sul Mall di Washington, un archivio labirintico e vertiginoso come la borgesiana Biblioteca di Babele.   Marino Auriti   L’impresa impossibile di Auriti – la cui vicenda singolare è narrata qui da sua nipote – è l’emblema della 55a Biennale di Venezia e il suo paradossale modello di riferimento: che forma può avere, se non appunto iperbolica e fallimentare, un’enciclopedia nell’età immateriale che attraversiamo? Non è forse la stessa nozione di “enciclopedia”, col suo ingombrante retaggio illuminista e il suo olezzo di accademia, ad aver infine ammesso la sua inconsistenza di fronte agli smaliziati...

Found photos in Detroit

Daniele De Luigi: Found photos in Detroit è un libro che lascia attoniti. Scabro e crudo, fin dal titolo è volutamente laconico e didascalico: pagina dopo pagina non vi si trova altro da quanto dichiarato nelle quattro righe introduttive, un catalogo di vecchie fotografie buttate via, poi ritrovate, raccolte, selezionate e fedelmente riprodotte. Detroit era cresciuta elegante e raffinata a partire dalla fine dell’Ottocento, poi divenuta capitale mondiale dell’industria automobilistica con Henry Ford e focolaio delle battaglie per la democrazia e l’uguaglianza nel Dopoguerra. Dagli anni Sessanta ha vissuto un declino inesorabile e drammatico: la popolazione, che dopo la Guerra contava quasi due milioni di abitanti, era scesa alla fine del decennio scorso a settecentomila, con tassi record di povertà, disoccupazione e criminalità. Gran parte delle case e dei palazzi oggi giacciono disabitati e fatiscenti, conferendo ad ampie aree della città un fascino lugubre e inquietante. Le fotografie, precisate, le avete raccolte per strada e cerco di immaginare questa desolazione. Se Detroit rappresenta il paradigma della fine di una...

Tavoli | Michele De Lucchi

Il tavolo di Michele De Lucchi è più lungo e stretto che largo e corto. Penso che tutti i tavoli da lavoro individuale disegnati da De Lucchi siano lunghi e stretti. Scelta questa di Michele che penso discenda direttamente dall’idea che ha del lavoro come di un processo continuo, un percorrere appunto la lunghezza del tavolo, scorrendo sulla sedia a rotelle, per meditare transitando, interessato com’è Michele ai processi interiori che la lunghezza dei tavoli registra, battito dopo battito, depositandone sul legno le tracce silenti.   Il tavolo di Michele non ospita un computer; tre portamatite cilindrici e un portamatite piatto; al centro, una penna stilografica chiusa.   Architetto e designer del suo tempo, Michele De Lucchi è profondamente legato a un mestiere artigianale (conoscete la sua Produzione Privata?) entro il quale la matita, il foglio di carta sono compagni sodali e insostituibili. La tecnologia è presente, diffusa nello Studio. Non potrebbe essere altrimenti: non si sfugge all’infosfera. Il frequentatore di quel tavolo assorbe tutto questo e non impone una...

Tavoli | Gustavo Pietropolli Charmet

La fitta rete di strumenti di ultima generazione a occupare soltanto una metà del tavolo, attraversata dalla linea di cavi che li connette l’uno all’altro, senza intrecci né nodi né brusche deviazioni. A rispondere, dall’altro lato, senza cesura alcuna, come graduale metamorfosi, fogli accanto ad altri fogli, una calligrafia ordinata, un raccoglitore di carte. Un’agenda piccola, da viaggio, in braccio a una più grande, stanziale. E appunti, disordinati quel tanto che basta perché emerga la differenza tra loro e il quaderno di bella copia che li raccoglie. Le vecchie edizioni di libri sull’adolescenza, senza rispetto della partizione, a farsi testimone, passaggio. Scotch, graffette, penne nel portapenne e un cd che pare una bobina. Un contenitore rigido che si finge astuccio e astuccio non è, a mostrare il contenuto come una fotografia a favore di sguardo. E un timbro. Gli occhiali con la montatura spessa, d’un colore tra il miele e l’ambra. Ed altri, a lato, nel raccoglitore: un paio con lenti più scure, probabilmente graduati allo stesso modo; e un altro modello ancora, più...

Antoine D’Agata

Entrare in una galleria o in un museo per vedere una mostra, fermarsi davanti a un oggetto, distrarsi e poi camminare attraverso le stanze, far scivolare il proprio sguardo da un punto a un altro incrociando gli altri visitatori, soffermarsi anche sui loro movimenti e i loro corpi che ostacolano o interagiscono con la visuale, decifrare la struttura degli spazi e i piccoli contrasti determinati dalle uscite di sicurezza e dai cartelli esplicativi. Con Ti guardo Talos Buccellati tenta di indagare con il solo mezzo fotografico gli imprevisti e le interferenze che segnano lo sguardo durante una visita a un’esposizione.     ANTOINE D’AGATA, ANTICORPS, 2013   Le Bal, Paris  

Full of numbers

Questa mattina mi arriva l’invito a una conferenza dedicata ai numeri come uno degli eventi collaterali alla mostra di Renzo Bergamo a Milano. Se ne parlerà con professori di fisica e di matematica ovviamente, ma l’approccio sarà umanistico. I tempi in cui i numeri si apprendevano insieme alla musica, all’arte e alla poesia come la più affascinante espressione dell’ingegno umano sembrano lontani, oggi si arricciano i nasi e si storcono le labbra solo nominandoli. Alla domanda filosofica “cos’è un numero?” si rimane spiazzati, senza parole e si cerca di mettere insieme pensieri diversi che compaiono nella mente. Si cerca di dare una definizione a qualcosa dal carattere estremamente astratto, quasi autoreferenziale, come a voler inventare una nuova dimostrazione. È come quando qualcuno ti chiede di descrivere il sapore della papaya e magari insiste con un “ma a cosa assomiglia” e tu non puoi far altro che ripetere “sa di papaya”.     Il binomio numeri-arte non è istantaneo, sebbene sia decisamente centrato. Se è vero, come insegnano a scuola,...

Tavoli | Alberto Arbasino

Il posto di lavoro, che dall’alto appare come un angolo ben protetto, è consumato proprio dove si lavora: l’uso ha rimosso la coloritura del tavolo e per sfregamento riaffiora la natura del legno. La luce arriva dalle spalle, da sinistra, quasi chiudendo l’angolo delle due pareti. Sempre alle spalle, dietro la sedia dal cuscino a lungo usato, un paio di pile di libri appena ricevuti o consultati o sgombrati dal tavolo. A destra il telefono fax fotocopiatrice. Un posto efficiente, con spazi per la consultazione e la revisione e, già a portata di mano, piccoli archivi di momentanea consultazione. Lo strumento di scrittura, sotto la lampada opposta in diagonale alla finestra, è una macchina per scrivere a nastro. Di conseguenza si immaginano rinchiusi in un cassetto adiacente, o sono lì nel portapenne accanto all’orologio, le forbici la colla il nastro adesivo. Da qualche parte a portata di mano si indovinano nastri di riserva, forse anche la carta carbone. Gli occhiali sono pronti all’uso. L’elettronica non sarebbe che la metafora di questa realtà, niente altro che l’illusione di questo alto artigianato...

Un altro viaggio in Etiopia

Nella primavera del 2011 Giovanna Silva e Alberto Saibene, fondatori di una casa editrice di nome Humboldt dedicata alla letteratura da viaggio, mi hanno proposto di scrivere un racconto di viaggio per loro, che sarebbe stato accompagnato da un saggio fotografico di un artista. Naturalmente, ho accettato. Un anno dopo sono partito per l’Etiopia col fotografo/artista Armin Linke; un anno dopo, che è adesso, il libro è uscito, primo di una collana in cui sarà seguito da quelli di Dino Baldi e Marina Ballo (sulla Grecia) e di Claudio Giunta e la stessa Giovanna (sull’Islanda), in coedizione con Quodlibet.   Il genere mi affascinava e spaventava al contempo. Grande amante del capitano Richard Francis Burton (un po’ come Veltroni potrebbe amare Roosevelt: da lontano e dal basso), non riuscivo tuttavia a non vedere la doppia ipoteca che oggi grava sulla letteratura di viaggio. Da una parte ha a che fare col colonialismo: l’idea che un dilettante più o meno versato nella scrittura (un dilettante occidentale, ovviamente) possa estrarre una sintesi significativa dall’esperienza di un luogo lontano ci appare oggi...

Todd Hido

Entrare in una galleria o in un museo per vedere una mostra, fermarsi davanti a un oggetto, distrarsi e poi camminare attraverso le stanze, far scivolare il proprio sguardo da un punto a un altro incrociando gli altri visitatori, soffermarsi anche sui loro movimenti e i loro corpi che ostacolano o interagiscono con la visuale, decifrare la struttura degli spazi e i piccoli contrasti determinati dalle uscite di sicurezza e dai cartelli esplicativi. Con Ti guardo Talos Buccellati tenta di indagare con il solo mezzo fotografico gli imprevisti e le interferenze che segnano lo sguardo durante una visita a un’esposizione.     TODD HIDO la galerie particulière Paris

Il glamour degli dèi e degli eroi

L’aspetto eroico e mitologico delle figure nella pubblicità di moda in bianco e nero deriva da una visione grafica della scultura antica, dalla furiosa lotta tra divinità e Titani, tra Centauri e Lapiti illuminata dalla luce delle fiaccole, che “rende più nette le ombre [e] fa apparire più chiare le parti illuminate”. La consuetudine di visitare i musei romani di notte, con l’ausilio delle torce, è testimoniata da Goethe, grande estimatore dell’opera grafica di Heinrich Meyer, apprezzato soprattutto per le sue riproduzioni a seppia dei busti antichi. Questo interesse grafico e chiaroscurale di Goethe per la scultura emerge nel contesto di alcune sue osservazioni sulla raccolta di volumi e illustrazioni che hanno il pregio di far “rivivere” il tempo in cui “l’antichità era studiata seriamente”. Sia le riproduzioni a puntasecca per contorni che illustrano i libri di Winckelmann, sia le riproduzioni ad acquaforte che circolano in Europa, hanno contribuito a diffondere un’immagine grafica della scultura antica, formando un modo di vedere, un “gusto”.   I...