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giovinezza

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Performance perfette senza imbarazzi / Forse domani mi innamoro

I siti di incontri non mi hanno mai convinta, ho sempre pensato che togliessero spontaneità all’incontro tra due persone. Fino a qualche anno fa ricordo che gli amici che usavano Tinder per “rimorchiare” lo dicevano sottovoce, come fosse un segreto, una specie di vergognosa confessione. Oggi i siti di incontri spopolano, sono la normalità anche tra i giovani. Stasera esco con un “tinder” è una frase che si ripete. Tinder è un’applicazione che si scarica sul telefonino, con l’indice si sfogliano i profili degli iscritti all’app. Ognuno si presenta nella sua veste migliore. Gli uomini hanno la singolare abitudine di auto-fotografarsi al volante con gli occhiali da sole. L’indice scorre frenetico e curioso sullo schermo, le facce che non piacciono finiscono, sempre con un agile mossa dell’indice, in un cestino virtuale.    Forse domani mi innamoro non mi ispirava. Non mi piace il titolo e nemmeno la copertina. Ho pensato, superficialmente, che fosse un romanzetto banale e troppo leggero. Stella Grey, pseudonimo dell’autrice, è una cinquantenne che dopo un felice matrimonio durato anni viene abbandonata dal marito ritrovandosi improvvisamente single. Disperata, decide di...

Alchimia / La materia immaginata: terra

“In principio è la rêverie”, scrive Gaston Bachelard (1884-1962) ne L’aria e i sogni (1943). Se volessimo tradurre il termine francese, dove si conserva il richiamo al sogno (rêve), potremmo ricorrere a “fantasticheria sognante”, l’abbandonarsi del nostro animo alle seduzioni dalle immagini. L’ammissione di Bachelard è l’esito di un percorso filosofico che dall’iniziale rifiuto dell’universo dell’immaginario sfocia nel riconoscimento della rêverie come dimensione originaria dell’essere dell’uomo al mondo. Da storico delle scienze ed epistemologo, Bachelard aveva condannato nell’immaginazione la facoltà che mantiene l’uomo immerso nella natura, legato alle pulsioni dell’inconscio in cui si manifesta il caos emozionale. Le immagini e le metafore a cui fa costante ricorso la pre-scienza rappresentano nella psiche tendenze istintive che sorgono dall’interiorità corporea.   Sono dunque espressioni delle forze biologiche; il ricercatore che si affida ai dati immediati dei sensi proietta sulle cose germi onirici, le incrosta con le passioni che agitano il suo animo. L’immaginazione semina nuclei d’inconscio nella percezione degli oggetti; procede per analogia, accosta per...

Giovani si diventa

Giovani si diventa è un film sul tempo. Sul tempo come simultaneità e sul tempo come successione di esperienze. Un film sull’orizzontalità e sulla verticalità, e sulla distanza fra queste divergenti impostazioni della vita. Ovviamente, è anche un film sulla giovinezza, sull’età adulta e sulla diversa percezione del tempo vissuta da ogni generazione. Giovani si diventa, forse, è soprattutto un film sulla percezione del tempo: su cosa resta di un mondo che si credeva solido, forte, anche giusto, in qualche modo concluso, quando ci si accorge che in realtà quell’idea di mondo è stata soppiantata da un’altra – e per di più in silenzio, senza che nessuno se ne accorgesse, grazie al semplice, inesorabile passare delle stagioni. Giovani si diventa è, prima di tutto, un film di sguardi: di come due quarantenni intellettuali, benestanti, senza figli, mediamente soddisfatti delle loro vite – lui, Josh, regista e insegnante di cinema, lei, Cornelia, produttrice cinematografica e figlia di un celebre regista militante degli anni ’60 – si accorgano di essere invecchiati...

Jennifer Egan. La fortezza

Di fronte alle prime pagine de La fortezza di Jennifer Egan, pubblicato originariamente nel 2006 con il titolo The Keep e ora tradotto in italiano da minimum fax, si ha l'impressione fortissima di fare un salto indietro nel tempo, quando il principale intento di uno scrittore postmoderno era quello di riflettere sul proprio ruolo di scrittore postmoderno: il primo nome che viene in mente è John Barth e la sua raccolta di racconti metanarrativi Lost in the Funhouse (1968). La situazione che apre il romanzo è infatti letteraria e antirealistica nella sua essenza: un trentacinquenne newyorkese si trova nel cuore della notte alle porte di un castello, da qualche parte nell'Europa centrale, e porta con sé soltanto uno zaino, un paio di «stivaletti da hipster» e un'antenna parabolica. Il castello si staglia nero e scuro su un paese senza nome, è mezzo diroccato, le sue mura antiche sembrano sprovviste di un'entrata. Siamo evidentemente da qualche parte tra la citazione esplicita di Kafka e suggestioni alla Gormentghast, riferimenti europei che suonano ancora più letterari perché vengono da una penna statunitense...

Anna Maria Ortese

Scrivere è sempre un dialogare con la morte, calarsi in un antro di voci che in realtà chiedono insistenti di esistere e di far esistere il mondo, a dispetto di tutto, e che, sospendendo la vita, domandano per una follia loro propria di far brillare ancor più la vita – di farla viva e tenace – come se passare per quello strano gorgo di parole tra l’ironico e il beffardo che sottrae il tempo e lo consuma, non sia che il modo necessario per ritornare a vivere, per dirsi vivi. È il potere di evocazione, di richiamo, proprio della scrittura che può fare della morte non il tragico evento di una perdita, il gambo reciso di una dipartita, ma la distanza in cui la parola si confronta per tenere insieme, per ricondurre ai viventi le loro perdite – per salvare – in un territorio in cui vita e morte davvero convivono. E questa morte, già inscritta in vita dentro il doloroso presentimento di un abbandono, nella cognizione di una perdita, in ogni triste cenno di congedo, appare di volta in volta nelle storie di quei personaggi ortesiani – bambini, innamorati, esclusi e poi principi, folletti e maghi, fanciulle...

Renzi, il camperista

La foto che ritrae il giovane sindaco di Firenze sul podio della sua campagna per le primarie è maliziosa, ma qualcosa di vero intorno a lui lo dice comunque. Porta le mani alla testa, come a cercare un pensiero, a ricordare qualcosa, una forma di concentrazione improvvisa, un gesto da adolescente, a suo modo informale, là dove i politici del passato, ad esempio Aldo Moro, utilizzavano il gesto della disputa, ovvero il pollice e l’indice della destra che si chiudono ad anello stringendo l’anulare della sinistra, che serviva a mettere in risalto la precisione dell’argomentazione. Non si argomenta, si manifesta: Adesso!   Nello slogan con cui Matteo Renzi si presenta possiamo cogliere qualcosa d’altro. Il punto esclamativo, vero segno della sua propaganda, vale ben più dell’avverbio “adesso”. Verso questo segno d’interpunzione, divenuto un vero e proprio logo, il Novecento ha manifestato biasimo e forti riserve. Forse perché figurava nella propaganda mussoliniana, per cui l’esclamazione era la marca stessa della sua intonazione sonora e visiva. Pur nella concitazione delle campagne...

La baby aerodinamica

Mettiamo il caso che il primo di gennaio, poco dopo essere tornato dal veglione di Capodanno, pieno di alcol e bollicine, mentre cerco faticosamente di infilare la chiave nella toppa della porta, mi si pari davanti un ometto verde che mi chiede nella nostra lingua: Chi è il terrestre che bisogna interrogare per capire questo vostro stranissimo mondo? Interrompendomi un attimo dall’immane sforzo di centrare il buco, non avrei il minimo dubbio e gli direi: Tom Wolfe! Gli metterei in mano – facendolo entrare in casa – il volume: La baby aerodinamica kolor karamella, anno 1965. Lì c’è tutto: l’invenzione della giovinezza, la musica dei Beatles, l’arte pop, l’America dei magnati, un manuale per comportarsi in pubblico e conversare felici e contenti, le istruzioni per il party perfetto, Playboy e la pornografia di massa, i mass media e Mister-il-medium-è-il-messaggio, e altro ancora. Certo, è il mondo occidentale; ma fino a che i nuovi padroni del mondo, là in Oriente, non avranno prodotto il loro T. W. con gli occhi a mandorla, beh, fino ad allora lui è ancora un faro.   Tom Wolfe...

L’avventura formativa dei Mille

Quando mi ricordo quella sera e quell’ora, sento gonfiarmisi il cuore, e piango sulla perduta gioventù, e piango sulla tomba dell’uomo che i sogni più belli della gioventù mia se li ha portati con sé! (G. Bandi )  In venticinque giorni dalla partenza da Genova [i Mille] avevano vissuto quanto si può vivere in parecchi anni, e veduto e sentito quanto in un lungo viaggio, per terre di civiltà antiche e venerande. (A. Secchi) La camicia rossa ci si è stretta alle carni. Moriremo con essa, cercando con l’ultimo sguardo, le luminose visioni d’un passato che sarà spento con noi. (Barrili)   Sappiamo ora che tutti i testi di maggior qualità della letteratura garibaldina italiana furono scritti spesso molti anni dopo i fatti vissuti. Si è cominciato perciò con il riportare tre citazioni di autori diversi che fanno il punto o rievocano con pochi tratti la propria esperienza garibaldina restituendo un ventaglio di differenti emozioni - la nostalgia struggente, la consapevolezza d’una avvenuta iniziazione e l’indelebile persistenza d’un ricordo fattosi...

Il raid come iniziazione e contenimento

Il carbonaro Giuseppe Mazzini, intuendo ormai con chiarezza i limiti delle vecchie sette, stende nel 1831 la prima versione della Istruzione generale per gli affratellati nella Giovane Italia in cui si vanno organizzando una struttura centrale e delle congregazioni provinciali. Tenendo fede al proprio nome vengono ammessi nella associazione solo membri con meno di quarant’anni e la si definisce, secondo la nota filosofia mazziniana ma pure mostrando ancora la centralità della giovinezza, “non setta, o partito ma credenza e apostolato”. L’educazione e l’adesione giovanili sono le premesse per creare un corpo omogeneo di affiliati necessario per un’ulteriore diffusione delle idee e, giunti al dunque, per l’insurrezione a cui doveva fare seguito una guerra per bande che conducesse fino alla definitiva rivoluzione nazionale. Mazzini risale agli esempi dei Paesi Bassi contro Filippo II, degli Americani contro l’Inghilterra, dei Greci contro l’Impero Ottomano fino a Spagna, Germania, Russia contro Napoleone. In particolare si sofferma sul 2 maggio 1808 quando, a seguito di alcune fucilazioni francesi a Madrid, l’...

I giovani e il raid

La storia dimostra che i giovani sono molto spesso protagonisti del raid. Le qualità di audacia, di prontezza fisica e di solidarietà di gruppo, la volontà di mettersi alla prova nel pericolo e di uscirne da trionfatori riconosciuti sono tratti che facilmente appartengono alla giovinezza. Giovani sono coloro che intraprendono le prime spedizioni del mito. Giasone, in cui le gesta d’abilità comportano anche l’allontanamento spaziale che, a sua volta coincidendo con la durata temporale, conduce alla maturità ed alla costruzione di una famiglia insieme a Medea, sottratta contemporaneamente al vello. In Paride l’impresa avventata, tipica del giovane, è direttamente implicata con il ratto amoroso. Per il primo raider la prova iniziatica si completa dunque per via, ma non casualmente, con l’elemento amoroso, nell’altro fanno tutt’uno fin dall’inizio. Giasone quasi subisce l’allontanamento per mezzo di un mandante adulto, accetta e vince la sfida della prova; Paride se la inventa da sé con l’ostinazione del desiderio ed anche contro la più prudente opinione dei maggiori,...

La canotta

Umberto Bossi è il politico dei gesti: il dito medio, la mossa dell’ombrello, la pernacchia, o il gimme five!, “dammi cinque”, tipico dei giocatori americani. In tempi recenti ha più volte reiterato il gesto del dito medio, la “spinta del medio”, come è chiamata, un gesto fallico, di erezione, vecchio di oltre duemila anni, noto ai Romani, i quali si riferivano, scrive lo zoologo Desmond Morris, al dito medio come dito imprudente ed osceno. Nel caso del Senatur si collega invece a una retorica leghista di tipo maschilista, di cui Bossi si è fatto più volte promotore: l’affermazione che i Padani “ce l’hanno duro”.     Uno studioso dei gesti, Claudio Franzoni, ha sottolineato come si tratti di gesti da bar: far ridere la compagnia dei maschi al Bar Sport. Il senso di queste posture è perfetto: il politico è uno di noi, è come noi. Non, dunque, un intellettuale, un professore, un professionista della politica, uno probabilmente migliore di noi, da ammirare, bensì proprio uno identico a noi, se non addirittura uno inferiore a noi. Segna un...