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Un ritratto / Michele Mari, il ritorno del Demone

La porta socchiusa è logora, macchiata; la maniglia, in basso, annerita di ruggine annosa. Dall’apertura sporgono le dita di una mano: le dita della persona che sta entrando. Una persona? Quelle dita sono deformi, raggrinzite e bitorzolute, la pelle scorticata d’un rosso violaceo e malsano. Quelle dita non hanno unghie. Il Demone attende il momento di ghermirci. Ci si ricorda della scena famosa di Shining: Jack Torrance (Jack Nicholson) fa toc toc alla porta del bagno in cui s’è rifugiata, in preda al terrore, la moglie Wendy (Shelley Duvall): «Wendy? Sono a casa, amore… cappuccetto rosso? Su, apri la porta… non hai sentito il mio toc toc toc? Sono il lupo cattivo!». Per poi mettere mano all’ascia. Il lupo cattivo, come ben sa chi conosca le statistiche sui fatti di sangue che per lo più si producono all’interno dei nuclei famigliari, non è un’entità estranea. Non viene da fuori. Il mostro, il demone, è una voce di dentro. Quello che perturba, che perseguita, non ci invade; è dentro casa, è la nostra stessa casa anzi (l’ambiguità, più precisamente la preterizione, del termine Unheimlich non può essere resa dalla canonica traduzione italiana del termine freudiano). Quel mostro...

Il valore dell’estetica africana

Qui l'articolo introduttivo della serie: Why Africa?     English Version   Ho scritto On the Postcolony (Postcolonialismo, Meltemi, Roma 2005) principalmente di notte. Era l’inizio degli anni ’90, quando l’ombra cupa dell’Afro-Marxismo cominciava a dileguarsi. Sembrava, a quel punto, che gli studi sull’Africa dovessero rimanere intrappolati in un drammatico stallo analitico. Erano molti gli studiosi che mettevano in circolazione mappe del presente sempre più inutili, proprio nel momento in cui nuovi drammi si stavano profilando.   Mentre la crisi delle scienze sociali si aggravava, in campi disparati come il design, la narrativa, la moda, la pittura, la danza e nell’ambito dell’estetica in generale emergevano tendenze innovative, persino un nuovo modo di pensare. In tutte quelle discipline fondate sull’immaginazione si andava sviluppando una sorta di riconciliazione tra la cosiddetta identità africana e una certa idea di mondanità, se non proprio di cosmopolitismo.   Ma una biografia di On the Postcolony non sarebbe completa senza un riferimento diretto alla musica...

Dario Fani. Ti seguirò fuori dall'acqua

In Tu che mi guardi tu che mi racconti (Feltrinelli 1997), Adriana Cavarero rifletteva sulla narrazione come momento decisivo per la strutturazione dell'identità (Edipo, che ha bisogno di raccontare la sua storia per scoprire chi è), e citava Borges, che nella Biografia di Tadeo Isidoro Cruz scrive: “qualunque destino, per lungo e complicato che sia, consta in realtà di un solo momento: il momento in cui l'uomo sa per sempre chi è”. Fedele a questo principio, Borges non racconta tutte le notti di Isidoro, bensì solo “la notte in cui finalmente vide il proprio volto, la notte in cui finalmente udì il proprio nome. Intesa bene, quella notte consuma la sua storia; per dir meglio, un istante di quella notte, un atto di quella notte”.   È certamente a questo bisogno di racconto fondativo che si ricollega l'attuale proliferazione di scritture che affrontano, da prospettive diverse, il tema della maternità/paternità, che appare una volta di più da ri-pensare. Rientrano in questa tendenza anche i libri di Dario Fani (Ti seguirò fuori dall'acqua, Salani 2015) e...

Conversazione con Flavio Favelli. In volo siamo dei

Michele Dantini: Questa nostra conversazione inizia in modo casuale e insieme inevitabile, proprio da questa rubrica. Quasi come una reminiscenza. Tutto ruota attorno alla figura dell’anello. Appare in alcuni piccoli ready-mades di Piero Manzoni, e ne ho scritto qui su doppiozero. All’imbatterti nel mio articolo su Manzoni tu stesso mi scrivi di avere un rapporto potente con l’anello, tanto da inserirlo in alcune sculture o fotografarlo nel Museo della memoria di Ustica, nei pressi dell’aereo abbattuto. E che la coincidenza ti sorprende...   Flavio Favelli: L'anello ha a che fare con il corpo, con i tessuti della pelle, come quando è al naso del toro. È legato ai sensi, alla precisa sensazione che da qualche parte qualcosa sia legato per così dire nella carne. Forse è una sorta di lapsus, per quanto mi riguarda. L’anello ricorda che da qualche parte queste sculture hanno un legame remoto con il corpo, legame che non voglio tuttavia  manifestare in modo aperto.   Flavio Favelli, Balaustro, 2004   Curioso: coltivi il segreto e al tempo stesso desideri misurarti con la Grande Storia, il Trauma...

Handke: l'identità dello scrittore

Matite, dappertutto matite. Anche uno dei suoi libri si chiama Storia della matita, Peter Handke è uno dei maggiori scrittori nel mondo. O meglio, autore: anche di testi per il teatro (iniziò la carriera sconvolgendo gli spettatori con Insulti al pubblico) o per il cinema (insieme a uno dei più noti registi, Wim Wenders). Ma quando scrive, come da bambino, scrive a matita.   Ci mostra la sua casa. Vive solo, a mezz’ora da Parigi. Delle figlie restano gli animali di pezza e le altezze incise sul muro. Tre tavoli in casa, due in giardino: un battaglione di matite schierato sopra ognuno. Non vedo schermi, né di televisioni né di computer. Handke è intransigente, anche con se stesso. Niente fiere del libro, festival culturali. Ha accettato questa intervista attraverso un amico fotografo, Danilo De Marco. Forse non è una coincidenza. Anche Danilo lavora a “bassa intensità tecnologica”: con la pellicola fotografica in bianco e nero. Non ha mai incontrato uno psicoanalista, né per consultarlo né in società: evento così raro che già meriterebbe uno studio, visto che ha vissuto fra intellettuali in Austria, Stati Uniti, Francia ed altro.   Oggi il pretesto è uno dei suoi libri...

Quel che resta del Padre

Gustavo Pietropolli Charmet è uno psicoterapeuta di formazione psicoanalitica, ha insegnato Psicologia dinamica all’Università di Milano-Bicocca e oggi presiede il “Minotauro”, un istituto che si occupa dell’analisi dei codici affettivi. L’ultimo suo libro, uscito in questi giorni s’intitola, La paura di essere brutti. Gli adolescenti e il corpo (Cortina Editore). Un grande clinico, uno dei massimi studiosi dell’età evolutiva. Subito dopo le elezioni di febbraio c’eravamo rivolti a lui per capire cosa era successo, in particolare per comprendere le ragioni profonde del successo della lista di Beppe Grillo, il Movimento 5 Stelle. Pietropolli Charmet aveva descritto il cambiamento avvenuto nella società italiana rispetto alla figura paterna, parlando del nuovo adolescente, fragile e spavaldo, com’è il titolo di un suo libro. Ne era emerso così il ritratto contradditorio e originale della “generazione 5 Stelle”. Pietropolli Charmet chiedeva alle classi dirigenti di facilitare il ricambio generazionale, di non accentuare il conflitto. Ora, dopo le vicende della votazione...

Sabato mattina

Il sabato sono miei, o meglio, il sabato sono liberi, almeno dalle sette alle otto. È il momento in cui Francesco e Federico sanno di poter agire quasi senza opposizione, la mamma è già fuori e in casa l’unico adulto sono io. Inerme, disarmato, esposto alle loro malìe e ai loro inganni. E dire che cerco di far tutto per bene, di non commettere quegli errori che anche la para-pedagogia indica come esiziali. Che illusione! Alle sette e cinque sono già in crisi. Preparo la colazione ai due marmocchi sonnacchiosi che intanto si stanno lavando e vestendo. Sento arrivare dal bagno urla selvagge.   Federico, il seienne, ha attaccato Francesco, il novenne. Gli ha rifilato un calcio negli stinchi e gli ha addentato un braccio, all’altezza del polso. Percorro l’appartamento a balzi e, urlando in sordina, piombo davanti a loro. Il più grande è congestionato, frigna, lancia accuse. L’altro strilla e cerca di evitare sanzioni, mettendo in fila le provocazioni del fratello (“Mi insulta”, “Fa la mia voce”). Uso le buone e recitando la parte del padre misurato, li invito ad evitare litigi...

Papà di cartone

Federico, il più piccolo dei miei figli, ha sei anni. Come spesso mi accade, sto guardando con lui un episodio di “Peppa pig”, cartone animato realizzato in Inghilterra. È silenzioso, attentissimo. Solo ogni tanto si lascia andare ad una risata aperta e convinta. Peppa gli piace, perché è una bambina non bambina (non guarderebbe mai volentieri un cartone con protagonista una “femmina”). Peppa è, infatti, una maialina antropomorfa che va all’asilo e abita in una casetta in cima ad una collina. È ben educata, incline alla sopportazione, gentilissima con i genitori, col fratellino George e gli amici. Si concede un solo diversivo, saltare nelle pozzanghere fangose. Ancora una volta la mia attenzione va soprattutto a papà Pig. È un grasso occhialuto, con barba e baffi di tre giorni, sempre disponibile coi figli. Mi sembra che non esca mai di casa, dove adora star seduto in poltrona a leggere il giornale, ma Federico mi ripete che non è vero, perché una volta lo ha visto andare in ufficio. È subito evidente che papa Pig è buono ma stupido. È un ingenuo, un cuore...

Gli studenti protestano ancora

I giovani protestano ancora, ma il potere non li ascolta più, li picchia. Forse sbagliano a mettere in scena la protesta come fossimo nel Sessantotto. Allora esisteva l’interlocuzione, spazzata via dagli anni di piombo e dal berlusconismo. Tuttavia, già allora, almeno in Francia, c’era qualcuno che scriveva sul muro “una risata vi seppellirà”. Già allora le comunità inoperose, in Francia, ma anche a Bologna (chi non ricorda gli indiani metropolitani?), facevano capolino. Esistono i giovani?   C’erano una volta i giovani, ne parlavano gli adulti, da Mussolini a Berlinguer. Ora ci sono i rottamatori, i quarantenni, i giovani ricercatori, i quasi cinquantenni, quelli dei call center, i laureati che rifiutano di prendere la tessera di qualche partito per far carriera o che si ritrovano in un consiglio regionale a venticinque anni perché hanno preso la tessera senza neanche sapere cosa sia un consiglio regionale. Bisognerebbe scrivere un libretto d’istruzioni, almeno per spiegare cosa non è: per esempio un luogo di malaffare e di malcostume.   Chi sono allora i giovani? Sono una...

Fossano / Paesi e città

Se nasci e vivi in uno stesso luogo finisci per ignorarne la storia, le vicende più rilevanti storicamente o artisticamente. Il tuo sguardo è abituato dagli anni e dalla quotidianità a quelle mura, a quegli angoli, che sono quasi parte di te. Questo per me è Fossano, luogo in cui sono nato e vissuto tutta la vita. Fossano è al centro della provincia di Cuneo (facciamo presto a scriverlo prima che la provincia possa scomparire), quasi in verticale sotto Torino, nel basso Piemonte.     Fossano ha il centro su un altipiano che si affaccia sulla pianura verso ovest, diciamo verso il Monviso per intenderci. Il centro storico si vede bene nell’incisione del fossanese Giovenale Boetto del 1662 contenuta nel Theatrum Sabaudiae et Pedemontii, alla cui stesura collaborò attivamente. La città era nata intorno al 1236 sull’altopiano per ragioni di difesa dalla fusione di borghi contadini dai nomi evocativi: Romanisio, Villamirana, Lavodisio, Cervaria, difficili da difendere nella pianura. È caratteristico il castello degli Acaja, di forma quadrata con quattro torri ai vertici, da notare che le due torri orientali, rivolte verso la pianura, sono leggermente più basse, rispetto alle...

Cos’è la cultura di destra?

Cos’è, oggi, la cultura di destra? La domanda non è poi peregrina. Quando Furio Jesi, nel 1979, compilava il suo Cultura di destra (ripubblicato dall’editore Nottetempo in un’edizione ottimamente curata da Andrea Cavalletti), poteva rispondere indicando un panthéon di scrittori, filosofi e intellettuali di riferimento che avevano declinato questa cultura.   Oggi invece avremmo qualche problema in più. Allora erano vivi e vegeti alcuni valori, gridati ad alta voce e scritti con l’iniziale maiuscola: Tradizione, Cultura, Giustizia, Rivoluzione, Libertà. Come disse lo stesso Jesi in uno dei testi acclusi alla nuova edizione, “una cultura, insomma, fatta di autorità, di sicurezza mitologica circa le norme del sapere, dell’insegnare, del comandare e dell’obbedire”. Esser di destra significava poter contare sul passato, sulla sua autorità – che è poi autorità del Padre. Oggi invece pare essersi compiuto l’omicidio rituale di quel padre: al Passato si è sostituito il Futuro. La cultura di destra non è più tradizionale, conservatrice,...

Roberto Cuoghi. La caricatura dell’identità

Identità ribaltata, deformazione, esplorazione del singolare. Leitmotiv che ormai conosciamo bene se pensiamo ai lavori di Roberto Cuoghi. Considerato uno dei più interessanti esponenti della ricerca artistica italiana, Cuoghi si è affermato creando un linguaggio artistico molto personale e riuscendo a lavorare con tecniche diverse, dalla fotografia al video, passando per pittura, disegno, fino al suono.     L’investigazione dell’identità è un tema che appartiene alla società di questi ultimi decenni e l’arte, come spesso accade, se ne fa portavoce. Riuscire a indagare la propria individualità nelle sue forme molteplici è un’impresa labirintica che a volte genera lavori affascinanti e a volte lascia perplessi. Il concettualismo che regola l’arte di Roberto Cuoghi è sicuramente molto denso, finanche serio e, forse, fin troppo analitico e cerebrale.   Probabilmente il suo lavoro più famoso è la scelta, all’età di ventiquattro anni, di trasfigurarsi nella persona di suo padre, modificando le sue sembianze con barba e capelli grigi...

Valérie Donzelli. La guerra è dichiarata

La guerra è dichiarata. Un titolo, un assunto: trattenete il respiro, serrate i pugni, spalancate le orecchie, assolutamente non chiudete gli occhi e gettatevi in questo film che, per una volta, è perfettamente rappresentato da quel manifesto rosa shocking con una coppia che gira su una giostra del luna park, bocca spalancata e un urlo liberatorio nella gola. Valérie Donzelli e Jérémie Elkaïm hanno scritto, interpretato e diretto, lei, la storia che ha segnato il loro passato più recente, la storia della malattia di un figlio al quale, a soli diciotto mesi, viene diagnosticato un tumore al cervello. Hanno archetipicamente chiamato i propri personaggi Romeo e Juliette, il figlio Adam e hanno raccontato un viaggio nell’inferno personale che ciascun genitore potrà riconoscere come il peggiore degli incubi. Paura? No: il risultato è un film sorprendente, assolutamente unico, un’esperienza esistenziale più che una visione cinematografica tout court, un film paradossale e mai tragico. Perché se c’è una cosa che questo film non fa mai è speculare sulla tragedia o essere...

Fulvio Ervas. Se ti abbraccio non aver paura

Se ti abbraccio non aver paura (Marcos y Marcos) di Fulvio Ervas è la storia del lungo viaggio che un padre, Franco Antonello, decide di intraprendere con il figlio Andrea, affetto da autismo: alla faccia delle perplessità dei dottori e dei consigli dei manuali. Un viaggio attraverso il Nord America, passando per Las Vegas e cercando il Coyote Ugly, e poi giù verso il Messico, la povertà, il Guatemala, i riti sciamanici, lungo chilometri di deserto e villaggi che, con buona pace dei navigatori satellitari e dei cartografi, esistono soltanto nei racconti e nei legami della gente. Luoghi come Arraial, meta finale di questi due mesi di macchina e moto, barche e aerei, percorsi dormendo in lussuosi alberghi o accampati in giacigli di fortuna, lasciandosi guidare dall’istinto, dagli incontri, da quell’acqua in cui Andrea si immerge e nella quale i suoi movimenti diventano quelli di un ragazzo di diciotto anni come tutti gli altri.   Un viaggio nel continente delle differenze dove Andrea può ballare con i suoi coetanei, baciare Angelica e forse farci anche l’amore. E dove padre e figlio possono fare i conti, ognuno a...

Catherine O’Flynn. Ultime notizie da casa tua

   Non c’è una pagina sprecata nell’edizione minimum fax del libro di Catherine O’Flynn. Dalla copertina alla quarta finale tutto è perfettamente coordinato al punto che risulta difficile distinguere la qualità del romanzo dall’aspetto grafico. Una simbiosi assoluta, come spesso capita con i titoli dell’editore romano.   In copertina troviamo il televisore Algon di Brionvega, a fianco una classica teiera: lui arancione, lei rossa. Algon è del 1964, nella foto ha la maniglia alzata: è un televisore nomade, e ha lo schermo rivolto all’insù, come un cagnolino verso il suo padrone, diceva il suo designer Marco Zanuso. E di televisione racconta il romanzo, una televisione che ha ormai superato gli studi televisivi e come un virus entra nel corpo dei suoi conduttori deformando una realtà già difficilmente percepibile.   Il protagonista, Frank, è un mediocre conduttore televisivo; suo padre, ormai scomparso, è stato un importante architetto di Birmingham le cui costruzioni, che si proponevano d’imporre la modernità, vengono abbattute...

Speciale adolescenza | Futuro

Lo slogan “No future” l’ha inventato, o almeno messo in circolazione, un ragazzo di strada londinese, figlio di un gruista irlandese, appassionato di musica. Nel 1976 scrisse il testo di una canzone per il gruppo di cui era il cantante: i Sex Pistols. John Lydon “Rotten” lo ripeteva più volte mentre la musica percussiva della band correva via. Da quel momento l’espressione è diventata, nei due decenni seguenti, la parola d’ordine, prima dei punk, poi del ribellismo giovanile d’ogni tipo e forma, fino a che è rispuntata, forse non a caso, sui muri della Val di Susa, dichiarazione provocatoria sul nostro presente collettivo.   Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra, psicoterapeuta, che da anni si dedica all’ascolto degli adolescenti e delle loro famiglie, riprende questo tema e lo mette al centro di un saggio dal piacevole tono colloquiale, Cosa farò da grande? Il futuro come lo vedono i nostri figli (Laterza, pp.146, € 15), il cui primo capitolo s’intitola programmaticamente: “Sottrarsi alla tirannia del passato”. In tanti anni di psicoterapia, propria e altrui,...

Marco Missiroli. Il senso dell’elefante

La scrittura di Marco Missiroli è elegante, equilibrata e raffinata. Ho letto Il senso dell’elefante (Guanda, 2011) in una notte: si tratta di un libro che trattiene e che coinvolge, non tanto per la favola amara che si ricostruisce via via che la narrazione procede, o per il desiderio di stringere i fili in un unico nodo, quanto per l’atmosfera; conquistata dal desiderio di rimanere tra quegli odori. Certo, sin da principio il lettore intuisce di avere qualcosa da scoprire: dei tasselli vanno messi a posto e l’indugiare dell’autore nella descrizione di alcuni particolari è teso a indirizzare la nostra attenzione, tradendo intenzionalmente l’esistenza di un mistero. Abbiamo bisogno dei dettagli, e li conquistiamo pagina dopo pagina, mescolando il dipanarsi della vicenda presente e le memorie del passato. Ma in fondo della suspence faremmo anche a meno, e non è un caso se l’autore ci lascia intuire molte cose prima che siano esplicitate.   È la nostalgia a sedurci, il fuori tempo, l’altrove di questa favola che tuttavia ci riguarda. Rimini e il mare quando al mare non si va, perché fa...

Scrivere del padre

Un lungo sguardo unisce Maddalena Rostagno e suo padre Mauro, così si apre Il suono di una sola mano (Il Saggiatore): tesi e muti si fissano per lunghi minuti. Sono reduci da un litigio e nessuno dei due vuole fare il primo passo. Quella è l’ultima volta che s’incontrano: Mauro Rostagno sarà ucciso in un agguato mafioso e Maddalena dovrà ricostruire la storia di suo padre per dare forma anche alla propria. Le due vite confluiscono una nell’altra, dove è mancata la parola del padre sarà la scrittura della figlia a riordinare uno spazio abbandonato tra i rottami delle calunnie e la burocrazia dei verbali.   Il padre ha perso ai giorni nostri la capacità di proteggere e di decidere. Il potere paterno si è distribuito e parcellizzato all’interno di reti di affetti che si estendono ben oltre l’angusto ambito famigliare borghese, o piuttosto piccolo-borghese. Complice il progresso scientifico che ha allungato la vita come mai prima, il padre è sempre più un vecchio padre, un uomo smarrito e incapace di ogni forma d’imposizione sui figli quanto di controllo sul proprio...

Intervista a Maddalena Rostagno

Il suono di una sola mano è il suono senza suono, è la vera meditazione, per dirla con Simon & Garfunkel è The sound of silence. Sentire il suono di una sola mano è il sogno di Mauro Rostagno che per farlo non teme di passare da Lotta Continua a Macondo fino alla comunità Saman, dalla lotta di classe alla lotta alla mafia. A ventitré anni dalla sua uccisione per mano della mafia sua figlia Maddalena, con l’aiuto di Andrea Gentile, ha dato forma a quel suono. La forma è quella di un libro, di una storia che parte dalla fine per raccontare la spinta vitale che ha mosso Mauro Rostagno lungo tutta la sua esistenza: contraddirsi per non tradirsi mai. La storie dei padri circondano e avvolgono quelle dei figli. Le storie di Mauro e Maddalena non si intrecciano, ma entrano ripetutamente in contatto tra loro, alle volte è un contatto morbido, altre volte è un vero e proprio scontro, un movimento continuo che non permette rimpianti e non accetta facili consolazioni. Ogni contatto è un lampo di luce nel buio che Maddalena Rostagno ha trasformato in pagine vibranti e schiette. Il suono di una sola mano non...

Louise Bourgeois. La distruzione del padre

La conversazione che presentiamo tra la scultrice francese Louise Bourgeois e Maria Nadotti, giornalista, traduttrice e saggista, è tratta dal volume Prove d’Ascolto, appena pubblicato da Edizioni dell’asino, in cui sono raccolti quindici dialoghi tra la giornalista italiana e artisti, scrittori, uomini e donne di teatro e cinema, realizzati a New York tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta. Louise Bourgeois è scomparsa a New York nel 2010, a seguito di un attacco cardiaco. Un’ampia retrospettiva organizzata dalla Tate Modern di Londra in collaborazione con il Centre Pompidou di Parigi e la fondazione Guggenheim di New York, è stata ospitata nei tre prestigiosi musei tra il 2007 e il 2008.       Louise Bourgeois. La Distruzione del padre.   In una bella intervista rilasciata qualche tempo fa a Christiane Meyer-Thoss, Louise Bourgeois, scultrice, nata a Parigi nel 1911, ma residente a New York dal 1938, invitata a rappresentare gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia di quest’anno, ha dichiarato: “La storia della mia carriera è stata questa. Per molti anni,...

Natività

Mancavano pochi giorni al Natale. Ero in quarta elementare. Fuori era buio e pioveva. Ingannavo l’attesa contando le goccioline che scivolavano sul vetro appannato della finestra, come le finestrine del Calendario dell’Avvento. Sognavo l’arrivo dei regali e non mi sembrava esistesse altro. Il bambino, che stava seduto nel banco di fronte al mio, alzò gli occhi dal suo quaderno, mi guardò perplesso e disse ad alta voce: “Francesco è tutto blu!”. Ci fu una grande confusione e in pochi minuti mi ritrovai in infermeria.   Mentre stavo sdraiato sul lettino, tutto nudo, come su un tavolo anatomico, l’infermiera riuscì a rintracciare mia madre nella scuola dove insegnava e la fece venire d’urgenza. Mi consegnarono a lei con un misto di paura e ribrezzo. Sul taxi, che sfrecciava per le strade addobbate con le luminarie, tremavo tutto e sbavavo, mentre cantavo come un disco rotto la canzoncina del Natale. Il conducente disse a mia madre: “Signora, non son fatti miei, ma fossi in voi lo porterei diritto all’ospedale”. La parola ospedale non era mai piaciuta alla mamma e gli rispose seccata...

L’avventura formativa dei Mille

Quando mi ricordo quella sera e quell’ora, sento gonfiarmisi il cuore, e piango sulla perduta gioventù, e piango sulla tomba dell’uomo che i sogni più belli della gioventù mia se li ha portati con sé! (G. Bandi )  In venticinque giorni dalla partenza da Genova [i Mille] avevano vissuto quanto si può vivere in parecchi anni, e veduto e sentito quanto in un lungo viaggio, per terre di civiltà antiche e venerande. (A. Secchi) La camicia rossa ci si è stretta alle carni. Moriremo con essa, cercando con l’ultimo sguardo, le luminose visioni d’un passato che sarà spento con noi. (Barrili)   Sappiamo ora che tutti i testi di maggior qualità della letteratura garibaldina italiana furono scritti spesso molti anni dopo i fatti vissuti. Si è cominciato perciò con il riportare tre citazioni di autori diversi che fanno il punto o rievocano con pochi tratti la propria esperienza garibaldina restituendo un ventaglio di differenti emozioni - la nostalgia struggente, la consapevolezza d’una avvenuta iniziazione e l’indelebile persistenza d’un ricordo fattosi...

Gibellina / Paesi e città

Sono di Gibellina, paese della valle del Belìce distrutto dal terremoto del 1968. Mio padre non c’era al momento del sisma, studiava all’Industriale di Mazara del Vallo, faceva con i suoi compagni di scuola le prime prove di ‘68, anche se un ‘68 casalingo, ingenuo e casinista. Mia madre era in casa con i suoi genitori, i miei nonni; hanno lasciato tutto, di corsa, e sono finiti in una scuola, senza più niente. Il giorno dopo gli hanno portato dei vestiti e del cibo. Era gennaio e c’era la neve, a mia madre è venuta la febbre, mio nonno l’ha portata dal medico. Cinquemila lire, ha chiesto il medico, senza curarsi del fatto che non li avevano quei soldi, erano terremotati. All’epoca i miei genitori erano fidanzati di nascosto, e di nascosto ho letto le lettere che si mandavano; lettere indirizzate a qualcun altro, per non farsi scoprire, dandosi appuntamento nei parchi, agli angoli delle strade. Vedersi dieci minuti ogni quindici giorni. Si sono sposati sei anni dopo; mia madre aveva un vestito da sposa in tessuto sintetico, quando le ho chiesto di farmelo vedere si è vergognata, non ha voluto, dice che vuole...

Karl Ove Knausgård. La mia lotta

  Raccontare se stessi e la propria famiglia, il rapporto con il proprio padre, poi con i propri figli e con la propria moglie. La mia lotta di Karl Ove Knausgård parla semplicemente di questo e lo fa in sei volumi pubblicati con successo in patria e che lo hanno portato ai vertici della letteratura norvegese contemporanea. Da poco uscito, il secondo volume, La mia lotta 2 (traduzione di Lisa Raspanti, Ponte alle Grazie, Milano 2011, 585 pagine) racconta del diventare padre, del cambiamento di una coppia che diventa famiglia e della vita quotidiana di uno scrittore, Karl Ove Knausgård, con tre figli, due femmine e un maschio: i bisogni dei bambini e le esigenze dello scrittore. La lotta è tutta nell’equilibrio fragilissimo di un uomo in combattimento perenne con la propria stessa sensibilità attraverso cui è in grado di trasformare in letteratura anche gli istanti più impalpabili della propria esistenza, ma che spesso tramutano in senso di colpa uno sguardo affilato sulle cose.   Accomunato a Proust per la sottile analisi degli eventi esistenziali oltre che per l’imponenza dell’opera che supera le tremila...