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spazio

(45 risultati)

La nascita dello spazio (e del tempo) / L'origine imperfetta delle cose

Siamo abituati a considerare lo spazio in cui ci muoviamo e il tempo che scandisce la nostra esistenza come un dato di fatto. Un qualcosa che è sempre esistito e sempre esisterà. La nostra vita quotidiana si sviluppa in un ambito veramente ristretto, molto lontano dai fenomeni così bizzarri che caratterizzano sia le gigantesche strutture macroscopiche che i componenti più minuscoli dell’ universo che ci circonda. Ma appena ci allontaniamo dal tranquillo angolino in cui si svolge la nostra precaria esistenza tutto cambia. Quando cerchiamo di capire i fenomeni che si osservano nel meraviglioso tappeto di galassie che ricopre la volta stellata o quelli che caratterizzano la materia nei suoi componenti elementari, dobbiamo rinunciare alle certezze che governano la vita di tutti i giorni. La prima evidenza che salta agli occhi è che spazio e tempo vanno a braccetto, sono indissolubilmente legati. Si impara poi che questa struttura sottile, che tiene assieme il nostro universo, ha una strana proprietà che la rende veramente speciale: è plastica, massa e energia la stirano e la deformano e da questo processo nasce l’attrazione gravitazionale. Ora sappiamo anche che quando le maglie di...

Mercato e traduzioni / Fantascienza: Il Rosso di Marte

Crononauti catapultati in una civiltà 3.000 anni più avanzata della nostra, il linguaggio che si parla ci è incomprensibile, ma i nostri ospiti del futuro comunicano con noi tramite la telepatia: se il pensiero trova nella mente ricevente un'idea omologa, l'organizzazione linguistica viene di conseguenza. E questa è una gran fortuna, perché se accadesse il contrario – se fosse il linguaggio a poter alterare il pensiero – potrebbe esistere anche una lingua impiegabile come vera e propria arma.   Ma, essendo la lingua portato della nostra organizzazione cerebrale, una volta entrati in contatto con remote civiltà aliene, l'uomo ha scoperto che vi sono lingue che gli è fisicamente impossibile imparare. I traduttori – necessari al commercio galattico – sono divenuti una potentissima casta interplanetaria, in cui ogni nuova femmina nata viene mandata presso un popolo alieno per impararne la lingua sin dalla più tenera età. Quando la lingua si rivela fisicamente inapprendibile, la bambina è condannata a impazzire. In un futuro parallelo e più rassicurante, è stata invece inventata una macchina in grado di tradurre qualunque linguaggio sconosciuto in una lingua umana, o addirittura...

Umberto Eco. Come ho scritto i miei libri

Nevica quando vado a trovare Umberto Eco nella sua casa milanese. Siamo a febbraio e Numero zero suo ultimo romanzo edito da Bompiani è uscito da qualche tempo. Subito è salito ai primi posti delle classifiche di vendita. Sono state pubblicate varie recensioni e Eco ha rilasciato molte interviste, più del solito, da quello che ricordo. E allora cosa ho ancora da chiedergli? Ho letto il libro prima dell’uscita, in bozze. Non siamo riusciti ad accordarci per vederci prima e parlarne. Perciò lo faccio ora. Ho molte curiosità al riguardo: un autore notissimo non solo in Italia, ma nel mondo, forse lo scrittore italiano vivente più famoso, su cui sono stati scritti saggi, articoli, libri. Eppure ci sono molte cose che di lui sfuggono, a partire dalla sua doppia natura di saggista e narratore, ma anche riguardo il modo in cui lavora. Poi un romanzo scritto a ottantadue anni. Beh, un bel traguardo, non c’è che dire. Insomma parto da qui. Seduti nel suo salotto comincio a fargli domande su Numero zero.     Come ti è venuto in mente di scrivere questo nuovo romanzo?   Dagli anni Sessanta ho scritto...

Addio Luca Ronconi, maestro di utopia

Se ne è andato poco prima di compiere ottantadue anni Luca Ronconi, il maggiore regista italiano. I suoi ultimi spettacoli parlavano anche di morte. Di quella morte che probabilmente sentiva, con il suo stato di salute malfermo, con le numerose dialisi settimanali, le ore intere immobile, lui che era in ebollizione continua, forse a guardare i fantasmi della sua mente, quelli che poi avrebbero popolato il palcoscenico. Morti sospese, come in Celestina, che inizia sul cadavere di Melibea, e poi diventa uno sprofondamento ctonio, tra porte che aprono in sottomondi pullulanti di sesso e intrighi, cornici di porte che conducono al vuoto, prima di tornare, alla fine, di nuovo al corpo senza vita della giovane protagonista. Ma soprattutto in Panico di Spregelburd e in Lehman Trilogy di Stefano Massini, in scena al Piccolo Teatro di Milano fino al 14 maggio, suo ultimo lascito, il mondo dei vivi, grazie alla scena di altre porte, diverse, più eteree e minimaliste, sempre disegnate da Marco Rossi, si popolava di ritorni di personaggi trapassati, che non volevano lasciare la vita, i parenti, i discendenti nel caso della saga della trilogia Lehman che vedeva anche un...

Compagni di longitudine

Perché l’Africa? Da parecchi anni lettera27 si dedica all’esplorazione di temi legati al continente africano e con questa nuova rubrica vogliamo aprire un dialogo con i protagonisti culturali che si occupano dell’Africa. Qui potranno esprimere opinioni, raccontare storie, stimolare il dibattito critico e suggerire idee per ribaltare i tanti stereotipi che circondano questo immenso continente. Ci piacerebbe aprire con questa rubrica nuove prospettive: geografiche, culturali, sociologiche. Creare stimoli per imparare, per essere ispirati, ripensare e condividere conoscenze. Elena Korzhenevich, lettera27   Qui l'articolo introduttivo della serie: Why Africa?      English Version   Vista da lontano, la Terra fa sempre un effetto straniante. Le differenze tra le culture si smussano, restano le acque e le terre, e si fa strada l'idea che siamo dei privilegiati semplicemente a poter vivere. La NASA aveva intuito il potere delle immagini dallo spazio, che cominciarono a farsi strada nei media nel pieno della Guerra Fredda. Oggi forse hanno perso di mordente, vengono relegate a salvaschermi, sono icone che...

Sfere di Peter Sloterdijk: istruzioni per l’uso

Narrare in condizioni postmoderne   Nel 1979 il filosofo francese Jean-François Lyotard dà alle stampe un pamphlet di circa un centinaio di pagine, tratto da una ricerca sul “sapere” commissionata in origine dal governo canadese, che diventerà decisivo per la storia delle scienze umane in generale e della filosofia in particolare: La condizione postmoderna. La tesi di base è nota: Lyotard sancisce la fine della modernità, facendola coincidere con l’impossibilità di porre mano – per il filosofo come per lo storico della cultura e delle civilizzazioni – a una “grande narrazione”, cioè a una storia che possa essere “macrostoria”, vale a dire una storia complessiva e comprensiva della civiltà. Lyotard, con ironia e semplicità, sostiene che, alla luce del “secolo breve” e delle acquisizioni dello strutturalismo, ogni tentativo di ricostruzione che voglia dire la totalità sull’uomo e dell’uomo ricade inevitabilmente nella violenza della totalizzazione, e nell’ingenuità di una descrizione che non può,...

Rivoltare il grattacielo

«Nell'ora che seguì, Royal continuò a cercare la moglie, scendendo sempre più in profondità nella zona centrale del grattacielo. Mentre passava da un piano all'altro, da un ascensore all'altro, scopriva fino a che punto fosse arrivato il deterioramento dello stabile. La rivolta degli abitanti era al culmine. Attorno agli scivoli intasati giacevano montagne di rifiuti. Le scale erano sommerse di vetri rotti, sedie di cucine ridotte in pezzi e tratti di ringhiera. […] Più scendeva e più gravi erano i danni: le porte antincendio scardinate, le finestrelle di controllo al quarzo sfondate.» J. G. Ballard, Il condominio, Feltrinelli, Milano 2009, p. 96.   Nella sovrapposizione tra biopolitica e architettura fino alla loro coincidenza, lo scrittore di fantascienza J. G. Ballard situa la rivolta. Nelle pagine de Il condominio, essa esprime il tentativo di spezzare quel vincolo che stringe il singolo alle sue condizioni di esistenza. Questa rivolta grida di farla finita innanzitutto con il dispositivo architettonico, quindi con le imposizioni sorte dallo spazio circostante: se qui avviene una cattura e un...

Mamme in trincea

Guerriere. Si intitola così l’esilarante, lucidissimo ‘dialogo a più voci’ scritto da Elisabetta Ambrosi, appena pubblicato da chiarelettere. Il sottotitolo, per chi volesse capire meglio di cosa si tratta, è lapidario: La resistenza delle nuove mamme italiane. La prefazione di Lia Celi, programmaticamente intitolata “Arrenderci mai”, irresistibile anticipazione dei contenuti del libro e dell’umore con cui sono affrontati, fa da teaser a una vera e propria commedia all’italiana, di cui l’autrice è sceneggiatrice, regista, nonché interprete comprimaria.   Il setting è Roma, città di palazzi e palazzine, splendori naturali e architettonici spesso in deficit di cura, parchi e ville sontuosi e parchi-gioco cementificati e claustrofobici, strade senza marciapiedi o marciapiedi invasi nell’ordine da automobili, tavolini dei bar, radici di alberi in cerca di spazio, misteriose eterne transenne, buche, crepe, rattoppi, un traffico privato ingordo e ingombrante e rare, ingannevoli piste ciclabili: un sogno per turisti giapponesi con bastone selfie allungabile; un incubo per...

Un'epica dell'effimero e del banale / Handke scrittore di saggi

Negli ultimi anni l’attenzione critica per Peter Handke si è concentrata soprattutto sulle sue discutibilissime prese di posizione filo-serbe sul sanguinoso smembramento dell’ex-Jugoslavia e poi sui processi dell'Aia. Molti vecchi titoli importanti in libreria non si trovano e le ristampe sono diminuite, anche se qualcosa sembra muoversi ultimamente. Le traduzioni continuano però a un ritmo abbastanza regolare: il che significa che, a dispetto della corposa diminuzione delle recensioni, un suo pubblico lo scrittore austriaco di origini slovene continua ad averlo. E meno male. Donata Wenders, Peter Handke, Chaville, 2009 L’attenzione è risvegliata anche dai premi (Premio Kafka, 2008; Premio Ibsen, 2014), oltre che dal risorgere delle polemiche, che non sempre però centrano il bersaglio (forse perché è troppo facile, ciò che esime dall’approfondire e analizzare anche il ventaglio delle motivazioni, non tutte così scandalose, che Handke si è fatto premura di dispiegare; anche se la pubblicazione dei suoi dialoghi con Milosevic che ne sposano in toto le tesi ha suscitato un comprensibile sgomento, per non dire nausea, in primo luogo già nei serbi democratici attuali). ...

Nanda Vigo: l'intellettuale dello spazio

Mi piace pensare a Nanda Vigo come a una sofisticata intellettuale dello spazio, un’esploratrice che conosce il linguaggio dello spazio per eludere quello delle parole, della forma e del colore e addentrarsi soltanto in esso. Classe 1936, Nanda Vigo è stata al centro della ricerca artistica degli anni ‘60 e ‘70, ma sono convinta che sia rimasta sospesa in un giudizio parziale. L’essersi collocata nel punto di intersezione tra architettura e arte non le ha permesso di essere incasellata in un profilo riconoscibile, confinandola ai margini. Né architetto. Né artista. Un autore dunque non facilmente riconducibile a una disciplina ferma: architettura, arte, design. Come è noto, ciò che si muove è difficile da fotografare e infatti ho l’impressione che Nanda Vigo sia sempre venuta un po’ mossa.   Poi c’è un fatto che mi ha sempre colpito. Negli anni in un cui ha cominciato a operare Nanda Vigo, non c’era copertura mediatica per tutto ciò che non fosse inserito nel flusso della cultura ufficiale. La comunicazione avveniva parlando con le persone, vis á vis, appendendo...

Stravinskij per 40 macchine: firmato Castellucci

All'interno di un'ex acciaieria della Ruhr, trasformata in monumento di archeologia industriale, Romeo Castellucci presenta per il festival Ruhrtriennale la sua versione del Sacre du Printemps: una coreografia senza danzatori, per sole macchine e polvere.   La registrazione della musica di Stravinskij, eseguita lo scorso anno per lo stesso festival in occasione del centenario della prima esecuzione del 1913 dall'orchestra MusicaAeterna sotto la direzione di Theodor Currentzis, accompagna l'insolita danza meccanica del regista italiano, con gli interventi sonori di Scott Gibbons.     Se un secolo fa Stravinskij cercava di accostare tradizione e modernità combinando melodie tradizionali a ritmi che suggeriscono la dinamica dell'industria, Castellucci oggi indaga in profondità il rapporto perduto con la tradizione. Il tema del Sacre du Printemps, che racconta la storia di un sacrificio umano offerto al dio della fertilità, viene presentato nel modo più reale e vicino possibile a ciò che oggi ha sostituito un'usanza primitiva ormai da tempo estinta. La conseguenza è che non vediamo più...

Una visione di Zurbaran

    ...e naturalmente c'erano queste nobildonne, o badesse o religiose generiche, ritratte come sante (o viceversa), che porgevano con suprema grazia il simbolo del martirio, e addirittura lo eclissavano, o lo sublimavano, a ornamento, in quei loro abiti preziosi anche quando all'apparenza semplici, e nella postura elegantissima più degli abiti stessi, con quello sguardo dolce, ma come sospeso, arrestato un attimo prima dell'ammiccamento, e quindi quasi freddo, o tiepido, e appunto per ciò massimamente sensuale... e quelle madonne tredicenni a volte tristissime, o di poco più vecchie quando fuggono verso l'Egitto con quei san Giuseppe men che trentenni dal baffetto appena disegnato sopra il labbro, il capello nerissimo con basette a punta, con tratti gitani, affilati, come ballerini di flamenco... o quei monaci e santi dagli abiti semplicissimi ma nondimeno sfarzosi nel loro colore uniforme, a volte di un bianco così puro, come mai si può vedere in altre pitture, così candido, sfavillante, come un concentrato di luminosità, la somma di tutte le luci, da cui sbucano teste incappucciate o piegate di lato...

L’architettura in Spagna: innesto o interno?

Il contributo spagnolo alla 14. Mostra Internazionale di architettura della Biennale di Venezia si suddivide in due diverse sedi espositive: una collocata nello storico padiglione nazionale ai Giardini, l’altra, costituita dal contributo offerto dalla dinamica regione catalana, nell’isola di Castello. Le due mostre offrono lo spaccato di un Paese dove il settore edilizio è stato duramente colpito dalla sfavorevole congiuntura economica attuale ma che ciò nonostante non smette di dar prova di una ricca vitalità creativa.     L’evento collaterale “Catalonia at Venice: grafting architectures”, curato da Josep Torrents i Alegre per conto dell’Institut Ramon Llull, organismo che si propone il pieno riconoscimento e la diffusione nel mondo della cultura catalana, ha come tema cardine l’innesto (curiosamente, come il padiglione italiano), concetto originato all’interno della scienza botanica, ma che viene qui metaforicamente allargato alla pratica architettonica.     Come si legge fin dal pannello introduttivo: “L’innesto è una pratica che consiste nell’inserire...

Biennale Danza: la città risvegliata

Occupano lo spazio con levità nella grande sala delle colonne di Ca’ Giustinian. Sulle note del Bolero di Ravel si slanciano a due a due, a tre, soli a scoprire lo spazio, a giravoltare, a creare immagini con leggerezza e farle svanire, proiettati e risucchiati dalla forza magnetica di una porta. Sei bambine e un bambino. Compunti, qualcuno con un indecifrabile sorriso (compiacimento? scherzo? gioco? impegno?).   Cristina Rizzo, Bolero. Photo Akiko Myiakepg   Bolerò di Cristina Rizzo è la prima istantanea che cogliamo dalla Biennale Danza di Venezia diretta da Virgilio Sieni, un vero festival quest’anno, dopo l’esperienza principalmente laboratoriale del College nel giugno 2013. Poi incontriamo in Campo Sant’Angelo un incantato angolo definito Boschetto: due Cappuccetti rosso (Ramona Cuia e Sara Sguotti) si celano tra erba e cespugli di una scenografica macchia tra le pietre. Si imitano, si invidiano, si inseguono, si specchiano l’una nell’altra, con movimenti lenti. Guardano stupite il pubblico.   Fanno guardare il loro smarrimento in quel surrogato di bosco urbano, tradotto in pose intrecciate, in...

Elements: un catalogo della contemporaneità?

Il soffitto, la finestra, il corridoio, il pavimento, il balcone, il camino, la facciata, il tetto, la porta, il muro, la rampa, la scala, il gabinetto, la scala mobile, l’ascensore: questi sono i quindici elementi che Koolhaas propone per tornare alla concretezza della costruzione in un’ottica di continuità tra passato e presente.   A ogni elemento è associata una stanza del Padiglione centrale, ai Giardini della Biennale, ognuna curata da un diverso gruppo di ricerca. Una sedicesima stanza introduttiva raccoglie ed espone diversi trattati, manuali e testi di teoria architettonica, provenienti da tutto il mondo come del resto è internazionale la selezione dei materiali presenti nelle altre stanze, dalle maniglie ai muri e ai parapetti.   Scompare l’edificio, scompaiono lo spazio e il suo equilibrio complesso fra le parti, e trionfano a seconda dei casi lo schedario, il catalogo, la collezione o il campionario. Questo accumulo di pezzi, di frammenti costruttivi è inserito in un allestimento semplice, di atmosfera quasi industriale o fieristica, definito da pareti bianche ricche di testi, infografiche e materiale...

Dubai: Disneyland per adulti

Solo qualche giorno fa il Guardian ha pubblicato una classifica delle città globali in base alla potenza del loro brand. Nella valutazione sono stati considerati due aspetti fondamentali: la dotazione di “assets” (attrazioni ed infrastrutture, soprattutto trasporti) e il “buzz” che coincide con la popolarità del brand nella rete. L’aspetto più interessante dello studio è la conferma dell’ascesa delle cosiddette “world class city” e in particolare Dubai, piazzatasi al decimo posto.   Il modello adottato da queste amministrazioni consiste nell’attrarre l’interesse dei cittadini globali (investitori ma anche turisti) ricorrendo a specifici dispositivi spaziali: un sistema di trasporti che garantisca un alto livello di connettività globale; uno skyline riconoscibile; uno spazio pubblico in cui siano assenti segni visibili di povertà. La pianificazione delle “world-class cities” sembra essere dettata più dall’obiettivo di primeggiare in graduatorie come quella pubblicata dal Guardian che dall’intenzione di soddisfare i bisogni di chi le abita....

Heiner Goebbels: un festival d'arte per tutti

Mentre stanno per partire i festival estivi italiani, Heiner Goebbels ci racconta l’istruttiva esperienza di Ruhrtriennale.   Nato sul limitare degli anni novanta dalla dismissione di un distretto industriale e dalla lungimiranza della politica che ha destinato gli spazi in disuso alle più spregiudicate (in quanto veramente sperimentali) pratiche artistiche europee – senza alterarne la peculiarità cantieristica – Ruhrtriennale, Festival Internazionale delle Arti, riapre i battenti ad agosto, per il terzo e ultimo anno sotto la direzione artistica di Heiner Goebbels. Noi abbiamo incontrato l'altrettanto spregiudicato regista e compositore, in occasione di un bel dibattito sulla presenza acustica nelle arti performative che si è tenuto a Bologna, al Centro di Ricerca musicale/Teatro San Leonardo, nell'ambito del Festival AngelicA e di E la volpe disse al corvo – Corso di Linguistica Generale, articolato progetto a cura di Piersandra Di Matteo che la città ha dedicato quest'anno, con lungimiranza paragonabile a quella dei tedeschi della Ruhr, a Romeo Castellucci.   Affiancando alla più schietta e...

Danzando il giro del mondo

Oggi ci vogliono poco più di due ore per raggiungere l’Oriente, almeno quello più vicino: le capitali incantate della letteratura esotica sono a portata di mano, così come le mete più remote delle isole vergini e quelle che sono state raccontate come le esperienze di viaggio più estreme, dal safari in giù. Si può mangiare un sushi a San Francisco, vedere il kathakali a Parigi e comprare una maglia batik a Mosca. Dice il World Tourist Organization che nel 2011 circa 990 milioni di persone hanno scelto di valicare i propri confini nazionali per viaggiare, circa un sesto della popolazione mondiale. Chissà cosa ne penserebbe Jules Verne, a più voci chiamato padre del prototipo del turista moderno col suo Phileas Fogg, eroe impegnato nella straordinaria impresa di compiere un intero giro del mondo in soli (!) ottanta giorni. Forse niente di che, visto che pochi anni più tardi venne a complimentarsi con Nellie Bly, giornalista americana che impiegò soltanto 72 giorni per la stessa impresa. E fu soltanto la prima di una serie sterminata di record, rilanciata a ogni giro di boa del vertiginoso progresso...

Alberto Castoldi: l’incubo e la mappa

I libri di Alberto Castoldi sono ossessioni che si trasformano in parola e così diventano passioni o meglio, come direbbe Roland Barthes, “plaisir du texte”. Sin dagli esordi l’autore accompagna il lettore in un mondo buio, nascosto, gli mostra un insieme di liasons dangereuses, in cui sono coinvolti testi e immagini apparentemente distanti, che egli riesce ad annodare grazie a uno sguardo obliquo, insolito, spiazzante. Si potrebbe dire perturbante. Ma è nei suoi due ultimi saggi che questo insieme di ossessioni trova un’altra strada da percorrere e un approdo dagli esiti doppi: l’incubo e la mappa, l’informe e la sua razionalizzazione.   In Ritratto dell’artista “en cauchemar” (Sestante Edizioni, 2011) la riflessione di Castoldi ruota intorno al dipinto L’incubo di Johann Heinrich Füssli. Dall’analisi delle sue componenti – il sonno, la camera, il letto, il mostro, la connotazione sessuale dell’episodio – l’autore traccia i confini di un immaginario iconografico e semantico dell’incubo, che dal modello archetipico di Füssli migra nelle opere di...

Offside Effects

La Prima Triennale di Arte Contemporanea di Tbilisi si è inaugurata a fine ottobre 2012, a poche settimane dal drastico rovesciamento politico che ha visto il partito “europeista” di Mikheil Saakashvili, al potere da un decennio, sconfitto dall’alleanza “Sogno georgiano” del miliardario Bidzina Ivanishvili. Anche se non sempre le macrostrutture economiche e politiche devono essere messe in causa quando si parla di cultura visiva contemporanea, nel caso di Offside Effects, la premessa politica è quanto mai importante. Soprattutto se si considera che l’evento, organizzato da un centro culturale totalmente indipendente come il CCA (Center for Contemporary Art Tbilisi), ha dovuto assistere al repentino decurtamento dei fondi istituzionali accordati dal precedente governo, ad appena una settimana dalla vittoria del nuovo premier filorusso Bidzina (o come si fa chiamare Boris) Ivanishvili.   La vigilia della Triennale è stata dunque segnata da quest’evento, che piombato addosso agli organizzatori, ha immerso i partecipanti in un contesto tutt’altro che jet set. Una mail inviata alla vigilia delle elezioni...

Perdutamente, la scena romana

Perdutamente, un avverbio contenente un mondo al collasso, una società alla deriva, termine che si fa immagine di una generazione. Quale migliore terreno di confronto per il teatro?   Con questo tema ricco di implicazioni, suggestioni e rimandi Gabriele Lavia ha voluto chiudere la stagione del Teatro India appena iniziata. Il luogo della sperimentazione, voluto da Mario Martone all’inizio del nuovo millennio anche nell’ottica di riqualificazione delle strutture abbandonate dalla Mira Lanza, col nuovo anno chiuderà le porte all’arte per aprirsi a una serie di lavori di ristrutturazione. A 18 compagnie selezionate sul territorio capitolino – per una volta senza bandi, ma per merito – la possibilità di far vivere lo spazio adiacente al gazometro per un paio di mesi. A ognuna delle compagini artistiche un budget produttivo di circa 6.000 euro e la possibilità di creare workshop e laboratori (gratuiti per i partecipanti) che saranno le fondamenta di un nuovo percorso di ricerca. In dicembre si avrà la possibilità di assistere a una sessione di presentazione dei lavori, piccole opere di un quarto d...

Identità bastarde al Teatro Garibaldi Aperto

Era stato uno dei simboli della “primavera palermitana”, della voglia della città di risorgere dopo gli assassini di Falcone e Borsellino. Il teatro Garibaldi di Palermo, una storica sala all’italiana aperta al pubblico nel 1861, dopo casi che lo avevano ridotto a una specie di affascinante rudere, era tornato a vivere negli anni ‘90 del nostro secolo con la trilogia shakespeariana di Carlo Cecchi. Dopo varie produzioni e vicende, cinque anni fa era stato chiuso per un restauri. “Inaugurato” in un’occasione pubblica nel 2010, senza arredi, con i palchetti ancora inagibili perché senza balaustre, era stato subito richiuso. Intanto erano stati spesi quattro-cinque milioni di euro in lavori incompleti. La scorsa primavera, un gruppo di artisti visivi, teatranti, musicisti, danzatori, video-maker, poco prima delle elezioni comunali, lo hanno occupato, proclamandolo Teatro Garibaldi Aperto. Aperto alla città, alla creatività, restituito a una funzione civile, importante per un centro come Palermo avaro di spazi per l’innovazione e la ricerca, votato per anni a una sciagurata politica dell’evento....

Fotografia – Festival Internazionale di Roma

Quasi inevitabile quest’anno la scelta di Fotografia – Festival Internazionale di Roma alla sua undicesima edizione, curata da Marco Delogu e come sempre allestita negli spazi del MACRO a Roma, di portare l’attenzione sul tema del lavoro. In tempi di crisi economica, un soggetto scontato ma anche difficile da realizzare nella sua complessità. Lavoro, al giorno d’oggi, significa tutto e niente: il lavoro che c’è, che non c’è, il lavoro che ha perso la dignità di potersi chiamare tale, il lavoro che toglie lavoro e partecipa attivamente alla crisi, e non ultimo, il lavoro stesso del fotografo, che non è semplice artista, ma anche professionista con impegni da portare a termine.   Chris Killip, Netting Seacoal Lynemouth, 1983, inkjet print 50 x 40 cm. Courtesy l’artista   C’è dunque in Fotografia: Work un numero enorme di volti, dai lavoratori migranti di Ulrich Gebert agli avvocati immersi nei contratti di Lars Tunbjörk, ma soprattutto c’è lo spazio, lo spazio della terra colonizzata e trasformata in piantagione, uffici stracolmi di carte, le piazze...

b/n. Gli spazi di AG Fronzoni

Un campo innevato si apre alla vista sospeso, irrisolto: toglie allo sguardo la consapevolezza del luogo e vi produce uno straniamento, la parvenza concreta di un’assenza: come una sospensione, una pausa prolungata, tra quelle fattezze di mondo che tanto faticosamente abbiamo imparato a guardare, assaporare, conoscere. Una superficie che, vuota agli occhi, spaesante e irriconoscibile alla mente, ci tocca col fantasma terribile della sua bianchezza (quello che planava sulle distese marine di Melville, incarnato nella sua balena), pieno di perdimenti e paure che pure si ribaltano in chi, trasportato dall’entusiasmo della cancellazione e attratto dall’incantata meraviglia del bianco, si lancia nella felicità stupefatta di un luogo senza confini, di un’estensione che, per quanto piccola sia, pare illimitata: dove lo sguardo si perde nelle regole dei pochi casuali elementi ancora in vista e rimbalza tra i fusti esili delle antenne cittadine, tra un piede e l’altro degli alberi nei boschi, dilatando l’assenza che sembra essersi insinuata, come un sospiro, proprio attraverso il bianco.     Lo straniamento, lo smarrimento...