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straniamento

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Aciman nel deserto di Harvard

Harvard Square di André Aciman (Guanda 2014) è un romanzo fatto di un personaggio. Un personaggio che entra in scena, prende sempre più spazio, trascina narratore e lettori dentro una vita senza regole e senza futuro, per il tempo di un’estate. Una figura che sovrasta le altre, con impertinenza e dolcezza, lungo il procedere della storia, diventandone spina dorsale e cuore pulsante.   Siamo nei mesi più caldi del 1977 a Cambridge, USA, e un dottorando di letteratura ad Harvard incontra un uomo che potrebbe cambiargli la vita. Kalaj, diminutivo di Kalashnikov, è un tassista tunisino musulmano, impulsivo, vulcanico, instancabile e generoso. Ma anche insopportabile nelle continue critiche al modello americano, all’interno del quale, pure, sogna di integrarsi. E il nostro narratore è il suo doppio, intellettuale ebreo, esule da Alessandria, un po’ codardo, con il perenne timore di essere fuori posto.   Due modi di essere sradicati, due atteggiamenti opposti per provare a farsi accettare. Ma è quello di Kalaj a contagiarci e a far avanzare il romanzo. Un urlo contro le contraddizioni americane, l...

Condominio Oltremare

Nella geografia fisica e intellettuale del nostro presente termini quali abbandono, spoliazione, svuotamento conservano un significato decisamente negativo, come se testimoniassero la perdita di un patrimonio, materiale o immateriale, che in passato animava un determinato luogo. Non c’è niente da fare: l’horror vacui continua a suscitare, nello sguardo dell’osservatore comune, paure, smarrimenti, turbolenze emotive. Ma, se – sulla scia delle indicazioni offerte da Viktor Šklovskij  – proviamo a disattivare i meccanismi abituali della percezione per sottoporli a un processo di «straniamento» che renda tutto insolito, immediatamente si spalancano davanti a noi paesaggi, esteriori e interiori, sconosciuti, sorprendenti: come riesce ad esserlo solo uno scenario familiare osservato da uno sguardo estraneo (non-familiare, direbbe Freud, dunque «perturbante»). Seguendo fino in fondo questo processo di straniamento, l’horror vacui verrebbe finalmente smantellato dall’ interminabile successione di vuoti nei quali si imbatte l’attività percettiva. Una volta accantonati i logori schemi imposti...

Animalità: nostalgia delle origini o concetto-progetto?

Straniamento è parola filosofica. Anzi, per certi aspetti può essere considerata cifra essenziale dell'atteggiamento filosofico. Si filosofa sul serio solo se si opera un'azione straniante – rispetto al mondo, al senso comune, alla doxa, alle tradizioni, all'autorità, alle credenze. Di più: solo quando ci si torce fino al limite estremo del domandare – perché qualcosa e non il nulla? perché sono qui? chi sono? donde viene quel chi che domanda? – solo allora l'avventura filosofica assumerà un senso (drammatico) di vita vissuta.   Di questo tipo di torsioni è costellata la storia della filosofia (dalla periagoghé platonica all'epoché fenomenologica), ma soltanto di recente lo straniamento ha potuto raggiungere ulteriori livelli di consapevolezza e drammaticità. La “detective-story” filosofica che Jim Holt conduce con arguzia nella propria indagine ontologica intitolata Perché il mondo esiste? [di cui abbiamo scritto qui NdR], non sarebbe forse stata possibile senza la cosmologia novecentesca (ma anche senza le turbe...

b/n. Gli spazi di AG Fronzoni

Un campo innevato si apre alla vista sospeso, irrisolto: toglie allo sguardo la consapevolezza del luogo e vi produce uno straniamento, la parvenza concreta di un’assenza: come una sospensione, una pausa prolungata, tra quelle fattezze di mondo che tanto faticosamente abbiamo imparato a guardare, assaporare, conoscere. Una superficie che, vuota agli occhi, spaesante e irriconoscibile alla mente, ci tocca col fantasma terribile della sua bianchezza (quello che planava sulle distese marine di Melville, incarnato nella sua balena), pieno di perdimenti e paure che pure si ribaltano in chi, trasportato dall’entusiasmo della cancellazione e attratto dall’incantata meraviglia del bianco, si lancia nella felicità stupefatta di un luogo senza confini, di un’estensione che, per quanto piccola sia, pare illimitata: dove lo sguardo si perde nelle regole dei pochi casuali elementi ancora in vista e rimbalza tra i fusti esili delle antenne cittadine, tra un piede e l’altro degli alberi nei boschi, dilatando l’assenza che sembra essersi insinuata, come un sospiro, proprio attraverso il bianco.     Lo straniamento, lo smarrimento...

William Gaddis. L’agonia dell’agape

L’agonia dell’agape (Alet edizioni, Padova 2011, 144 pp., Traduzione di Fabio Zucchella) è qualcosa di più di un capolavoro, è un tentativo di capolavoro. William Gaddis decripta in poco più di novanta pagine la sua ossessione per la “meccanizzazione delle arti”. Un lungo monologo ricchissimo di citazioni e spesso dichiaratamente autobiografico con cui Gaddis tenta di riappropriarsi della propria posizione di autore, un modo per tentare di esaurire la propria ossessione coltivata per più di quarant’anni: il tempo sfugge all’autore ormai destinato alla morte.   La voce monologante è quella di un vecchio scrittore ormai morente che tenta di riannodare i fili del discorso sdraiato su un letto d’ospedale circondato da appunti e ritagli raccolti nell’arco di una vita. Nei ritagli risiede il germe, la struttura fondante di questa come di quasi tutte le opere di William Gaddis, regista spericolato ma grande montatore capace di trasformare teorie e cronaca in una struttura romanzesca che è l’unico sistema possibile per raccontare le sue storie. L’ossessione di Gaddis...

Arno Schmidt. Paesaggio lacustre con Pocahontas

In rete si può leggere: “Diventa fan di Arno Schmidt su Facebook”. Di Arno Schmidt (1914-1979)? Autore ipersperimentale, legato a una stagione critica ormai lontana anni luce dalle rassicuranti prove scolastiche della narrativa contemporanea. Domanda: potenza onnivora del social network o mito letterario che si rinnova ad ogni stagione mantenendo intatta la seduzione che emana dalla sua perenne marginalità? In realtà in Italia pochi, pochissimi lo conoscono: scarse le traduzioni, minima la ricezione critica fino ad anni recenti, oggi lo ricorda una sparuta minoranza di germanisti. Nessuno dei grandi editori se l’è sentita di avviare un confronto vero con un autore considerato troppo eccentrico e difficile.   È ammirevole quindi l’iniziativa dell’editore Zandonai (che segue di poco la non meno meritoria intrapresa dell’editore Lavieri, che ha pubblicato la trilogia Nobodaddy’s Kinder)di presentare al pubblico italiano un’opera controversa come Paesaggio lacustre con Pocahontas (Rovereto, Zandonai, 2011, 84 p.,13€, a cura di Dario Borso), pubblicata nel 1953 e accusata, all’...