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America

(31 risultati)

Il frutto usato come ortaggio / Un mondo senza pomodoro?

Un mondo senza pomodoro? Niente sugo, niente pizza, niente insalate, niente salse e le innumerevoli combinazioni che si realizzano con questo frutto. Siamo i maggiori produttori di pomodoro in Europa. Come il mais, patate, maioca, patate dolci, fagioli americani, peperoncino, noccioline, girasole, zucca, cacao e vaniglia viene dall’altra parte dell’Oceano; sono i “semi dell’Eldorado”, come li chiama Maurizio Sentieri. Eppure, alla stregua della patata, il pomodoro ha faticato parecchio a imporsi. La specie selvatica cresce ancora oggi sulla costa occidentale del Sudamerica nelle montagne del Perù, Ecuador e Cile. Cortés lo trova in Messico durante la sua occupazione, dal 1519 al 1521. Nessuno sa come sia emigrato lì; i maya coltivano un frutto grande, che mangiamo ancora oggi, poi tocca agli aztechi. Cortés lo vede presso di loro. Arriva in Spagna attraverso coloni e missionari sotto forma di semi, quindi in Italia, ma solo come specie botanica. La parola azteca che lo designa è tomatl; in Italia pomo doro. Compare per la prima volta in un testo nel 1544 dell’italiano Pietro Andrea Mattioli: “Sono questi schiacciati come le mele rosse fatte à spicchi, di colore prima verdi, e...

Qualcosa che la letteratura dovrà infine incorporare / Bob Dylan. Il discorso del cantante

È tarda sera, e tu sei in un locale notturno perso in una piccola città, persa a sua volta nelle pianure degli Stati Uniti. Fuori non c’è niente da vedere, e dentro non è che sia più divertente. È poco più di un piano bar, anche se si concede il lusso di un cantante. Non volevi restarci fino a quell’ora, hai mangiato male e bevuto peggio, ma ci rimani, non ti va di tornare in albergo da solo. Lo show è finito e tu, per gentilezza, magari anche un po’ per compassione, vai a stringere la mano al vecchio cantante dalla voce rasposa che ha appena finito il suo numero per quattro clienti che lo stavano ad ascoltare insonnoliti. Non sapresti dire se ti è piaciuto o no, non ti ricordi neanche bene quello che cantato; forse degli standard, roba del repertorio di Frank Sinatra mescolata a qualche altra canzone che ti ricorda qualcosa di quando eri giovane ma non sai bene cosa, non hai voglia di ricordarlo, hai la sensazione che non ti farebbe un gran bene, e in ogni caso quel cantante stravolgeva tutte le canzoni e si mangiava le parole, dovevano passare due o tre strofe prima che tu riconoscessi quello che cantava.   Ma gli fai i complimenti lo stesso, ed ecco che succede un fatto...

Romeo Castellucci, da Alexis de Tocqueville / Democracy in America

La parola e il vuoto: ecco i confini estremi dell’ultimo spettacolo di Romeo Castellucci. La parola che annuncia la Terra Promessa e si infrange contro un deserto che non dà frutti. Il misterioso nome di Dio che concede la grazia per sua insindacabile scelta e le preghiere che contro tale nome troppo presente e troppo assente si rompono, risuonando a vuoto.   È un vuoto frastornante, travestito di molte parole, comprensibili e incomprensibili, in parlate conosciute e in lingue lontane. Sono suoni magici, che hanno il senso delle cose, sono cose, sono azioni, oppure pervadono di puri percussivi significanti corpi in trance, in forma di glossolalie, linguaggi divini ignoti a chi li parla, simili a quelli che invasero gli apostoli durante la Pentecoste. Sono parole cantate come strazianti blues di carcerati o come spiritual che, ripetendo versi simili a formule, cercano di incontrare lo spirito di un Dio che riserva solo dolori e promette una liberazione sempre lontana. È il deserto pullulante di presenze dietro il nome di Dio, Democracy in America di Romeo Castellucci, visto al Metastasio di Prato e ora in scena all’Arena del Sole di Bologna, poi a Trento, quindi alle Wiener...

Un'analisi retorico-tematica / Il discorso di insediamento di Donald Trump

Questa è una breve analisi retorico-tematica del discorso di insediamento alla presidenza degli Stati Uniti di Donald John Trump, che intenzionalmente non entra nel merito della critica politica se non quando l'autrice proprio non ce la fa a stare zitta.     Un discorso popolar-populista   Il discorso inaugurale di Trump tenuto a Washington il 20 gennaio 2017 è popolare nell'impianto, in quanto semplice, comprensibile e composto da frasi molto brevi disposte paratatticamente, con un impiego minimo di proposizioni subordinate. È comunque anche un discorso populista in quanto esalta il primato del popolo quale unico detentore e gestore della sovranità. Ma limitiamoci agli aspetti retorici e tematici. Visto e sentito pronunciare sullo schermo, il discorso del neopresidente era ricco di pathos, di impegno e di passione; apparentemente non letto, pronunciato eroicamente sotto la pioggia, è stato tenuto con vivace movimento delle mani e con voce da melodramma (forse il figlio adolescente è stato attento almeno al discorso paterno, dopo che per tutto il tempo della cerimonia non aveva fatto che sbadigliare e ciondolare e muoversi se era in piedi, o presumibilmente...

Un Meridiano “parallelo” / In fuga dalla letteratura

È in uscita il Meridiano Mondadori che raccoglie la narrativa di Gianni Celati, tutti i romanzi, larga parte dei racconti e dei taccuini di viaggio, da Comiche (1971) a Selve d’amore (2013). Un lungo saggio introduttivo di Marco Belpoliti, il miglior scritto che ho letto su Celati, che aiuta a capire la sua singolare avventura letteraria, il tentativo cioè di scappare dalla letteratura facendo della letteratura. Poi un’interessantissima biografia di Nunzia Palmieri (che insieme a Belpoliti cura il volume), cavata dalle carte Einaudi e dal fondo Celati della biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, oltre che da informazioni dello stesso Celati.   Scappare dalla letteratura. Questa è la caratteristica inconfondibile di Celati. Ma come? Viene da dire; basterebbe non scrivere. Non è così semplice. Se un carcerato scappa, diventa un ricercato, che deve continuare a scappare. Così è stato per Celati, fin dall’inizio, da quando ha sentito la letteratura, quella circolante e premiata, come una prigione mentale, intollerabile; e allora col suo primo libro, Comiche, ha fatto qualcosa per scappare via. Questo libro, Celati racconta, è stato fatto a imitazione di un ricoverato psichiatrico...

God Bless America

Nella politica è onnipresente. Ma la frase rituale “God bless America”, usata dai leader americani per concludere pressoché ogni discorso pubblico, è un’illusione artificiosa, con soltanto pochi decenni di vita. Tirata fuori dal cilindro di Ronald Reagan negli anni Ottanta, e passata in eredità a tutti i suoi successori, fino ad essere adoperata strategicamente, e sistematicamente, dalla presidenza Bush dopo l’11 settembre. Un propellente patriottico da imbonitori.   A leggere certi commentatori italiani, quel “Dio” usato a sbafo sembrerebbe la prova di un orgoglio inamovibile per le proprie radici cristiane, testimoniato da quell’invito senza vergogna affinché il Paese dell’atomica, delle carceri privatizzate e di Kissinger venga benedetto dall’alto dei Cieli. Qualcosa che un’Europa troppo pavida e laicizzata dovrebbe imitare e includere nella propria Costituzione.   Ma la realtà è un’altra: il “Dio benedica l’America” è un fenomeno del tutto contemporaneo. In un’inchiesta del 2008 sul Seattle Times, gli studiosi di...

La sfida al labirinto

Nella nota di apertura a Una pietra sopra, Italo Calvino scrive: «La società si manifesta come collasso, come frana, come cancrena […] e la letteratura sopravvive dispersa nelle crepe e nelle sconnessure, come coscienza che nessun crollo sarà tanto definitivo da escludere altri crolli». Nel 1980, Calvino, nonostante la perdita dell’ideale giovanile di una letteratura come conditio sine qua non per la costruzione di una nuova società, ribadisce la sua fiducia nei confronti delle lettere, elevandole a strumento indispensabile per uscire dal labirinto-realtà. Oggi la letteratura di Calvino può essere ancora definita una scrittura che «sfida il labirinto» oppure risulta «resa al labirinto»?[1]   Se negli anni Ottanta e Novanta l’opera calviniana ha avuto un grosso impatto sulle generazioni di scrittori soprattutto giovani (Andrea De Carlo e Alessandro Baricco); gli anni Zero hanno visto la riflessione letteraria manifestare da un lato un bisogno di realtà dall’altro un’istanza performativa che hanno portato a opporre la figura di Pier Paolo Pasolini a quella di Italo...

Mad Men. The Other Side of the America Dream

Lo scorso maggio si è chiusa Mad Men, serie televisiva tra le più belle e influenti della recente storia televisiva americana: ideata da Matthew Weiner e prodotta dal canale AMC, è andata in onda per sette stagioni e otto anni (l’ultima stagione è stata infatti suddivisa in due parti), a partire dalla prima puntata del 19 luglio 2007. E ora che è finita, dovendo elaborare il lutto, abbiamo pensato di ripercorrerla individuando sette momenti, e altrettante inquadrature, in ciascuna stagione: non necessariamente i momenti più importanti o belli della serie, ma quelli che hanno lasciato un segno nella memoria, quelli che hanno delineato più a fondo il carattere del suo protagonista (il pubblicitario Don Draper) o definito il rapporto che la serie instaura con la storia americana tra il 1960 e l’inizio degli anni ’70, con la città di New York e, in generale, con i miti, le derive e le genialità della società dei consumi.   Mad Men, stagione 1, ep. 13: The Wheel (La ruota del destino)   È quasi scontato partire da qui, ma nell’ultima puntata della prima stagione Mad Men...

The Witcher 3. Hic sunt dracones

Un libro del 2010, La mappa perduta di Toby Lester, rievoca la storia della prima carta geografica in cui compare il nome “America”. La mappa, stampata nel 1507 presso il monastero di Saint-Dié-des-Vosges in Lorena, è opera dei cartografi tedeschi Martin Waldseemüller e Matthias Ringmann ed è considerata il primo atlante dell’era moderna in cui è indicata la presenza di un continente inesplorato al di là dell’Atlantico. Approfittando del resoconto sulla caccia al reperto, ora conservato nella Biblioteca del Congresso a Washington, l’autore abbozza un’accorata storia della cartografia dall’antichità ai tempi moderni, da cui risulta evidente la correlazione tra l’ampliamento della conoscenza geografica e la fioritura di una letteratura esplorativa che prosperava per la ricchezza apparentemente infinita di materiali da cui attingere: le agiografie fantasiose e allegoriche di santi cristiani, i diari dei missionari che si spingevano in Estremo Oriente e le descrizioni succinte di mercanti esploratori, come ne La navigazione di San Brandano e il Milione di Marco Polo.   Come insegna...

Scontri di civiltà

Era il crepuscolo. L’auto era grande, ma allo stadio finale. Troppo vicina al muro: come fanno gatti randagi o colombi, quando in città cercano un angolo per morire. Lungo la parte posteriore l’uomo aveva steso uno straccio e ci si coricava sopra. Ho fatto gli ultimi metri verso casa. Prima di entrare, mi sono voltato verso quei due relitti. C’era qualcosa di incomprensibile: perché non si metteva sulla schiena, perché non scivolava sotto la macchina, perché in mano non aveva una chiave inglese? Su un palmo di vento mi hanno raggiunto le aspirate forti del Corano. Allah, il soffio divino. Salito in casa, ho aperto la finestra; sono rimasto a contemplare quel fossile spirituale che respirava su un marciapiede di Milano, finché si è incamminato con la coperta sotto il braccio. Con una carta geografica, ho traguardato i tetti nella direzione del suo inchino: l’auto non era sua, gli era solo servita da riparo per volgersi perfettamente alla Mecca. Non ci si inginocchia davanti a una automobile, solo davanti a Dio. Chi dice che l’Islam è troppo orgoglioso e assolutista per adattarsi al nostro mondo dovrebbe...

Gli arabi, Israele e il terrorismo

Nella situazione di tensione che si è creata nel Mediterraneo, come percepisci tu il problema dei rapporti tra i paesi della sponda nord del Mediterraneo e i paesi della sponda sud, tra paesi come l’Italia e paesi di cultura islamica come la Libia, ma anche come l’Egitto, come la Tunisia, come l’Algeria e che cosa ti sembra che si debba fare, pensare, scrivere, per evitare che si creino tensioni senza uscita come quelle che qualche volta si sono create? Non c’è anche una mancanza di conoscenza da parte nostra?   La conoscenza è certamente una buona cosa e la conoscenza che noi abbiamo del mondo arabo è scarsa, obiettivamente. Ma direi che è scarsa in parte per colpa nostra e in parte anche per colpa loro, perché veramente da secoli, dal mondo arabo e dall’Islam più un generale, è uscito pochissimo di buono. Sono utenti della civiltà tecnologica a cui non hanno contribuito, sono utenti del marxismo senza averlo rinnovato, insomma stanno in qualche modo ai margini della civiltà occidentale e di quella comunista. La mia impressione è piuttosto negativa, non mi fiderei di...

Ludwig Josef Johann Wittgenstein

Lo scorso inverno mi è capitato di leggere un libro molto bello: Wittgenstein. Una biografia per immagini, curata da Michael Nedo e pubblicata da Carocci. Non leggevo più il filosofo austriaco dalla fine degli anni Ottanta, dopo il termine dell’università, quando, insieme a Walter Benjamin, Wittgenstein era lettura obbligatoria: Benjamin ai seminari con Luciano Anceschi e i suoi allievi; Wittgenstein nelle letture che ne facevano Massimo Cacciari e le persone del suo giro, Michele Bertaggia e Giorgio Franck, da cui ho imparato l’importanza di Della certezza.   In quegli stessi anni Aldo Gargagni lo traduceva e ne scriveva in modo affascinante; poi la rivista “Nuova Corrente”, da cui appresi molte cose. Prima ancora c’era stata la tesi di laurea di Mario Porro sul Tractatus, discussa con Giovanni Piana; l’ho letta alla fine dei Settanta, ma non era molto facile. L’ultimo libro del filosofo austriaco che avevo preso in mano era stato Pensieri diversi (Adelphi), che mi sono trascinato dietro per un decennio, o quasi, con letture e riletture, e annotazioni a margine (oggi del tutto incomprensibili). Poi più...

Madri e figli. Il cinema di Roberto Minervini

Ho incontrato Roberto Minervini a Sarajevo nell’estate del 2013, quando eravamo lì entrambi per il festival cinematografico. Ci eravamo conosciuti a Karlovy Vari e allora avevo visto due dei suoi lavori e mi erano piaciuti molto, avevo apprezzato anche la sua compagnia e la sua storia di italiano che vive in Texas. Così ho pensato di fargli un’intervista, bevendo una birra mentre aspettavamo di andare a vedere un film. L’intervista aveva come proposito quello di raccontare un giovane regista indipendente negli Stati Uniti.   Roberto, aiutami a raccontare in due parole la tua carriera di regista. Ho iniziato nove anni fa, dopo il master in media studies a New York. L’obiettivo era quello dell’insegnamento, tant’è che mi ero già iscritto a un dottorato in Storia del cinema in Spagna, quindi iniziai a lavorare per una casa di produzione di documentari, poi a fare cortometraggi e video musicali... Dopo me ne andai a insegnare cinema nelle Filippine, dove rimasi due anni. Al rientro negli Stati Uniti mi spostai nel 2007 nel Texas, a Houston, dove ho iniziato a lavorare alla serie di lungometraggi; ho appena...

J.M. Cain. La falena

«La prima cosa di cui ho ricordo è una grossa falena caudata. […] Non avevo occhi che per quella splendida cosa verde, tutta palpitante di luce, che si allontanava svolazzando tra gli alberi, libera e viva. Era una sensazione che immagino gli altri provino pensando a Dio.»   Comincia con questa preghiera laica la storia di Jack Dillon, storia di un bambino prodigio, capace di stregare tutti con la sua voce angelica; storia di un atleta promettente, che può migliorare le prestazioni chi gli sta al fianco grazie alla sua intelligenza tattica; storia di un meccanico dalle mani d’oro, nemesi di un padre avvocato finito a riparare auto perché è l’epoca che lo richiede; storia dell’imprenditore di se stesso, che sa rivoltare il proprio destino lavorandolo con umiltà e intraprendenza. Quella di Jack, però, è anche la storia di un amore illegittimo, di un vagabondaggio senza meta, di una continua scelta tra la buona coscienza e una sicurezza da raggiungere anche a costo di qualche infrazione.   Stella polare di questo percorso rapsodico e vertiginoso è l’immagine di una...

Marc Dugain. Viale dei Giganti

“Essere, vuol dire essere incastrati.” L’esergo di Emil Cioran in apertura ci porta subito al cuore dell’ultimo romanzo di Marc Dugain. In effetti, quello che l’autore francese ha scritto, prima ancora di essere la vera storia di un serial killer raccontata con profonda intelligenza narrativa, è un libro sul rapporto di ogni essere umano con un senso di reclusione che impedisce di uscire dalla propria coazione a ripetere. La reclusione fisica, la prigione, viene dopo: una volta oltrepassata la barriera che divide il criminale dal buon cittadino, il folle dal sano. Ma prima c’è la reclusione mentale, da cui il protagonista di Viale dei Giganti (Isbn Edizioni, Traduzione di Chiara Manfrinato) sa di non potersi emancipare.   Lo scrittore è stato folgorato dalla vicenda di Ed Kemper – ancora oggi in carcere, colpevole di stupro e omicidio ai danni di giovani ragazze  –, ha ascoltato le interviste, letto i documenti, visitato i luoghi dove si sono svolti i fatti, per poi lavorare alla costruzione di un personaggio indimenticabile. Un mostro del quale, con il procedere della narrazione in prima persona,...

Le grandi speranze di Bruce Springsteen

Non so se è un bene che i brani migliori di High Hopes, il più recente album di Bruce Springsteen, siano i già conosciuti “American Skin (41 Shots)” e “The Ghost of Tom Joad”. Non so nemmeno se sia un male. Entrambe le canzoni sono splendidamente trasformate da un vigoroso arrangiamento, da Tom Morello e dalla sua chitarra hendrixiana. Non sono la “versione definitiva”, che a una canzone è meglio non chiedere mai, ma fanno l’effetto di un pugile che grazie al sorso di un intruglio davvero potente si solleva dal tappeto e sferra un pugno che decide l’incontro. Ma è un intruglio che rimane strettamente “legale”. Niente steroidi in Bruce, è tutta energia biologica. E anche questo può essere un bene, oppure no.     Da molto tempo Springsteen non passa mai la soglia oltre la quale sta il “chi mi ama mi segua” – la soglia che marca la differenza tra l’arte “umana, troppo umana” – o semplicemente umanitaria – e l’arte che si proietta oltre l’umano conosciuto, verso l’umano ancora sconosciuto. Il rock...

The Wolf of Wall Street

Oggi esce The Wolf of Wall Street, il nuovo film di Martin Scorsese che riporta il grande regista ai temi e allo stile dei suoi film più noti, in particolare Quei bravi ragazzi e Casinò: ambizione personale, autodistruzione, follia, divertimento grottesco, tragedia che scivola nella farsa, narrazione in voce off, espressionismo visivo, foga narrativa, rilettura in chiave antropologica della storia americana. In mezzo al fiume di parole e interpretazioni già scritte e ancora da scrivere sul film (che ha sostanzialmente entusiasmato la critica di tutto il mondo, salvo qualche significativa distinzione), abbiamo provato a parlare di Wolf of Wall Street a partire da alcune suggestione dettate da immagini di questo e altro film, saltate alla mente durante la visione.  In collaborazione con CineforumWeb.     C’è questa immagine finale qui, da La folla di King Vidor.     Un uomo qualunque, che per tutta la vita ha pensato di diventare qualcuno, finalmente trova la serenità perdendosi nella massa. La cinepresa si alza, si allontana e lascia che l’uomo, con la moglie e la loro bambina, affoghi tra il pubblico...

Paolo Virzì. Il capitale umano

Ecco la Brianza Felix de Il capitale umano. Film di Paolo Virzì, tratto dal thriller di Stephen Amidon, ambientato in origine nel Conneticut (sceneggiatura dello stesso Virzì, Francesco Piccolo e Francesco Bruni). Siamo a Ornate, cittadina dell’hinterland milanese. Villa su poggio, con piscina e campo da tennis. Auto di grossa cilindrata, SUV che vanno e vengono. Sono i Bernaschi. Lui in finanza con un suo fondo che fa speculazioni (un Berlusconi in minore), lei ex attrice (una Veronica Lario che invece di avere il suo impegno culturale in un giornale, il Foglio, compera con i soldi del marito un teatro dismesso per rilanciarlo). Poi Dino Ossola, brianzolo, con il suo mouche, la mosca di peli sotto il labbro, quasi laido.     Di professione immobiliarista, con agenzia sulla strada principale di una cittadina che somiglia a Como. Pesce piccolo rispetto al pesce grande Giovanni Bernaschi. Il primo movimento del film è dato dal desiderio di Ossola di entrare nel fondo di Bernaschi, per fare i soldi con i soldi. Non li ha, ma i 700 mila necessari glieli presta la banca di fiducia. L’approccio del pesciolino al pesce grande...

Oliver Sacks. Hallucinations

L'ultimo libro del neurologo Oliver Sacks, Hallucinations, apparso alcuni mesi fa in America e Inghilterra, è, negli intenti dell'autore, "una sorta di storia naturale o antologia delle allucinazioni".   Vi troviamo, capitolo dopo capitolo, un'affascinante rassegna delle allucinazioni più disparate: esperienze tattili, uditive, visive, olfattive e propriocettive (come la sensazione di abbandonare il proprio corpo e guardarlo dall'alto o l'esperienza, spesso dolorosa, di un arto fantasma, cui sono spesso soggetti coloro che hanno subito amputazioni). Fenomenologicamente, i casi riportati variano molto. Si va da esperienze molto vivide e "reali", ma percepite come estranee e emotivamente neutre, spesso descritte "come un film", talvolta persino un po' noioso (come l'apparizione di uomini vestiti in abiti asiatici che camminano senza sosta avanti e indietro in silenzio), fino a esperienze estatiche, simili ai sogni, dal carattere religioso o mistico, che mobilitano la sfera culturale e emotiva del soggetto e lo interpellano direttamente, con parole confortanti o sguardi feroci. Alcune...

Contro il Giorno della Memoria?

Va dritto al centro del problema il libro di Robert S. C. Gordon, Scolpitelo nei cuori. L’Olocausto nella cultura italiana (1944-2010) (Bollati Boringhieri, pp. 345, €27): come l’Italia ha recepito negli ultimi settant’anni l’Olocausto, ovvero lo sterminio degli ebrei? Ha occultato e misconosciuto la dimensione ebraica dello sterminio? Ne ha fatto un evento centrale della storia moderna? La narrazione dominante nel dopoguerra è stata quella della Resistenza, che ha finito per inglobare anche l’Olocausto, come mostra anche il libro di Primo Levi, Se questo è un uomo, uscito nel 1947. Nonostante il suo tardivo successo, dalla fine degli anni Sessanta, Se questo è un uomo è senza dubbio il libro di un ebreo laico, ex partigiano, improntato a un umanesimo di fondo venato di antropologia.     Gordon mette bene in mostra, sin dalle prime pagine, come il mito della Resistenza abbia coinvolto organizzazioni come l’ANED, l’associazione degli ex deportati, che pure hanno avuto un ruolo centrale nella testimonianza, studio e memoria dello sterminio ebraico. Nella storia intricata del settembre 1943 si presentano insieme questioni prodotte dalle vicende accadute: caduta di...

Le parole del Novecento / 1940-1950

Continua il nostro speciale Le parole del Novecento, organizzato in collaborazione con il Museo del 900 di Milano e con Storyville – che ha ideato e prodotto l’iniziativa.   Per un giovedì al mese, alle ore 19, nella Sala Fontana del Museo del 900, si potrà partecipare al ciclo di incontri intitolato 5x10 e dedicato all’approfondimento della storia, non solo dell’arte, di ogni singolo decennio del ventesimo secolo.   Cinque parole per raccontare un decennio è un gioco che facciamo con studiosi ed esperti che raccontano al pubblico del Museo e di doppiozero le parole che, secondo ognuno di loro, hanno caratterizzato i decenni del Novecento. Ogni studioso ci racconta un decennio del secolo, una volta al mese, per dieci volte.   Pubblichiamo qui i video del quinto incontro, condotto da Liliana Rampello. A voi lettori il divertimento di interpretare le cinque parole scelte, di trovarne di nuove, di confutarle: spazio libero ai commenti.            

Edmund White. Un giovane americano

Tra le righe di Un giovane americano c’è un momento in cui il narratore, che è un grande divoratore di libri, si chiede: “E se avessi raccontato la mia esistenza esattamente com’era? Se l’avessi mostrata in tutta la sue densità, nel suo tedio, nella sua passione tenuta segreta?”. È una dichiarazione di poetica ed è anche una presa di posizione rispetto allo statuto della letteratura: invenzione, realismo o confessione? Chi parla è un giovane quindicenne, insoddisfatto della propria vita, che riversa nella lettura la sua inettitudine a una normale socievolezza. Per chi si sente solo, escluso, leggere può servire infatti ad evadere, a costruire una vita parallela alla propria. A sognare, ma pure a peccare, quando nella realtà non si ha magari abbastanza fegato per farlo. E infatti, prima che la vita vera irrompa sulla scena il giovane protagonista si nutre di fantasie altrui, trasferendo le sue pulsioni in “voti, tradimenti, fughe, litigi, sacrifici, suicidi” consumati nei romanzi classici ottocenteschi.   Così è stato. Così ha voluto che fosse Edmund...

Il sabato del villaggio / Autunno

A dieci anni dall’11 settembre, la memoria si mischia alla nostalgia, l’America e il mondo intero sono cambiati e sembra più difficile distinguere la realtà da ciò che è per sempre scomparso tra le macerie delle Twin Towers. Attorno a quello che furono le due torri e la loro assenza riflettono Marco Belpoliti e Riccardo Venturi. E qui in Italia, periferia di un impero in crisi, l’undici settembre ha il sapore del primo giorno di autunno che porta con sè il ritorno in città e a scuola, una scuola malconcia e in difficoltà: Enrico Manera ne parla con Giuseppe Caliceti. Mentre per Camminare Claudio Piersanti ci regala un racconto sul disagio del camminare in città. L’undici settembre potrebbe essere definito anche come la sparizione di qualcosa e la comparsa d’altro e forse non sappiamo ancora di preciso cosa è sparito e cosa è apparso. Elio Grazioli riflette con l’aiuto di Walter Benjamin attorno all’accresciuto interesse per la fotografia così come Gianfranco Marrone analizza il bisogno di un «nuovo realismo» in filosofia e il pericolo che...

Alberto Arbasino

Inseguendo se stesso da un decennio all’altro, Alberto Arbasino ha finito per comporre la geografia della nostra memoria culturale.Da Parigi o cara a Trans-Pacific-Express, si può dire che non ci sia parte del globo, quasi, che non abbia confitta la sua bandierina. A completare la fodera del mappamondo, però, mancava ancora un tassello (e che tassello!): quello ora uscito col bellissimo titolo America amore (Adelphi, pp. 867, € 19.00). Vi è compresa gran parte d’un libro, già nel ’68 composito, come Off-Off (quella appunto dedicata ai gruppi teatrali dell’off off Broadway scoperti nel ’66: estranei sia alle convenzioni del teatro “borghese” che a quelle dell’avanguardia “ufficiale”), un po’ di reportage sciolti (“Altri luoghi” rispetto all’East Coast – direttrice Harvard-New York – e alla California – lungo la “mitica” Road 101), una corposa sezione dello “zibaldone” teatrale del ’65, Grazie per le magnifiche rose, e per sovrammercato “Trenta posizioni”, delle quali undici prelevate dalle mitiche...