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Luca Ronconi

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Riapre il Museo Pecci / La fine del mondo dall’astronave del Pecci

Prima della fine del mondo ci saranno ovviamente “Gli ultimi giorni dell’umanità”. È questo il titolo del dissacrante dramma – 779 pagine nell’edizione Adelphi in 2 volumi – che Karl Kraus scrisse fra il 1915 e il 1922, avvertendo nella premessa il lettore che la sua messa in scena «è concepita per un teatro di Marte», richiedendo «secondo misure terrestri, circa dieci serate». Con l’impresa si cimentò Luca Ronconi nel 1990 e nell’estate scorsa, all’ossario di Castel Dante a Rovereto, la compagnia Archivio Zeta di Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni. Prospettive astronomiche, dunque, per un libro chiave di quella “letteratura apocalittica” che, a cavallo fra ‘8 e ‘900, fiorì in tutto l’Occidente, raggiungendo straordinarie vette proprio nell’Impero austroungarico. Dalla cui dissoluzione, già alla vigilia della Prima guerra mondiale e poi agli albori del nazismo, lo scrittore ceco-austriaco prese le mosse per sferzare – noi compresi, andrebbe aggiunto – «i contemporanei, i quali hanno permesso che le cose qui descritte accadessero» e perciò sarebbero tenuti a posporre «il diritto di ridere al dovere di piangere».     Sono proprio le “prospettive astronomiche” che...

Quale Brecht per l'era Renzi?

“Ascoltavo morire / la parola di un poeta o mutarsi / in altra, non per noi più, voce”. Annotava così Franco Fortini in Traducendo Brecht, lirica scritta a margine dell’intensa attività sui testi del drammaturgo tedesco tra il 1951 e il 1976. L’indagine della lezione brechtiana diviene, fin da subito, interrogazione sulla possibilità che quella parola politica detoni ancora, con uguale forza.   Per chi voglia oggi riproporre sulle scene nostrane il teatro di Brecht la questione si fa, se possibile, ancora più complessa. Perché si deve attraversare, interpretandola, una doppia cortina temporale: quella del contesto socio-politico originario, inestricabilmente connesso alla composizione delle pièce; ma anche quella della connotatissima ricezione italiana. E non è questione da poco: bisogna passare dagli anni caldi della traduzione (e dalla critica) di Fortini e di Cesare Cases, dall’imprinting strehleriano (l’Opera da tre soldi, primo Brecht in Italia, è del 1956), dalle scomode etichette di autore marxista e ideologico. Il fardello è pesante, e non è...

Santacristina dopo Ronconi

Scendo con il treno in una stazione secondaria di Perugia e una macchina mi aspetta per proseguire. Lasciamo presto una strada trafficata a più corsie per prendere sentieri che si inerpicano lungo paesaggi naturali mozzafiato. Via via l’asfalto cede il passo a uno sterrato bianco e polveroso. Santacristina, il centro teatrale fondato da Luca Ronconi e Roberta Carlotto oltre dieci anni fa, sta lassù, poggiato in una vallata tra due pendii che sembrano fare da guardia all’intero complesso. Non so bene cosa aspettarmi da questa giornata che trascorrerò qui, in questo posto dove oggi il Maestro, come veniva chiamato da tutti, non c’è più. Era lui che curava la formazione e così avrebbe dovuto essere anche quest’anno. La sua scomparsa ha lasciato una immensa eredità artistica, tra cui anche questo gioiello particolarissimo nella campagna umbra.     Lo sguardo si perde lungo le colline dalle forme dolci, il verde è ovunque, a perdita d’occhio. Quel verde prevale sull’azzurro del cielo, la terra sembra dominare sull’aria. C’è un’energia forte che viene...

Il poeta che diventò teatro

Continua lo speciale dedicato a Giuliano Scabia, uno dei padri fondatori del nuovo teatro italiano, maestro profondo e appartato di varie generazioni, artista sperimentatore, poeta, drammaturgo, regista, attore, costruttore di fantastici oggetti di cartapesta, pittore dal tratto leggero e sognante, narratore, pellegrino dell’immaginazione, tessitore di relazioni, incantatore. Dopo l’intervista Alla ricerca della lingua del tempo e la pubblicazione in quattro puntate del poema Albero stella di poeti rari – Quattro voli col poeta Blake (lo potete scaricare in pdf qui), in occasione dei suoi ottanta anni doppiozero approfondisce con saggi e immagini il suo instancabile camminare, ricercare.   __________________________________________________________________________     Il teatro italiano deve essere grato a Giuliano Scabia per più di un motivo. Il suo è un percorso unico ed esemplare, che ha nutrito e illumina l'evoluzione delle arti negli ultimi decenni. Il primo motivo di gratitudine: ha posto subito, alla metà degli anni Sessanta, con lucidità, il problema dell'avanguardia teatrale in Italia. Quelle di...

Mito e caduta dei Lehman Brothers

Trilogy. Trilogia: come la forma scelta da Eschilo per narrare della vicenda degli Atridi. Una vicenda che ha bisogno di dilatarsi in una struttura di monumentale grandiosità per raccontare il destino di una comunità intera. Anche quella dei Lehman, del resto, è la storia di un genos: una storia dai molteplici risvolti giuridici, etici, sociali in senso lato. Lo sa bene il drammaturgo Stefano Massini, laureato proprio in Lettere Classiche, e scelto da Luca Ronconi per la produzione di punta del Piccolo Teatro di questa stagione, Lehman Trilogy. È chiaro fin da subito che né a Massini né a Ronconi interessa uno sguardo documentaristico o da teatro civile: chi si aspettava una speculazione sulle ragioni del crack finanziario del 2008, corredata da nomi e numeri, non può che rimanere deluso.     I 160 anni della banca Lehman Brothers raccontano la trasformazione di un’epoca, non diversamente da come i Buddenbrook di Mann fotografano lo snodo tra Otto e Novecento; ma a differenza di quanto accade nel familienroman, in questa trilogia teatrale la dimensione simbolica, quasi trascendente, prevale sull’affresco...

Lehman Trilogy. Conversazione con Stefano Massini

Inizia nel 1844, con l’arrivo al porto di New York di un immigrato ebreo proveniente dalla Germania, figlio di un mercante di bestiame, e finisce con il rovinoso fallimento del 2008 della Lehman Brothers. Lehman Trilogy racconta in più di trecento pagine centossessanta anni di capitalismo americano, dalle coltivazioni di cotone alla costruzione delle ferrovie, dal petrolio all’automobile, all’industria cinematografica, a quella televisiva, in un periodo che dalla guerra di secessione, attraverso i due conflitti mondiali e il crollo di Wall Street del 1929, arriva ai giorni nostri. È un testo teatrale (pubblicato da Einaudi), ma l’andamento è quello di un racconto epico, di una grande saga familiare. È firmato da Stefano Massini, un autore che usa una bella scrittura per interpretare l’arte e la realtà. Suoi testi sono stati dedicati a Van Gogh, a Kafka ma anche a Anna Politkovskaja e al caso di Ilaria Alpi. Recente è 7 minuti, sulla discussione in un consiglio di fabbrica di operaie se accettare una proposta di ristrutturazione della nuova proprietà, solo apparentemente indolore. Lehman Trilogy, dopo...

Romeo Castellucci al Festival d'Automne

A pochi giorni dalla conclusione di E la volpe disse al corvo, la rassegna che Bologna ha dedicato a Romeo Castellucci, il Festival d’Automne di Parigi annuncia nel programma della prossima edizione un articolato omaggio al regista cesenate, che si affianca ai ritratti dedicati al compositore Luigi Nono (scomparso nel 1990), e al coreografo William Forsythe. E se ogni anno il festival dedica un focus particolare a uno o più artisti, il fatto inedito è che sia l’omaggio a Castellucci che quello a Luigi Nono si protraranno anche nell’edizione 2015.     La Francia è stata senz’altro il paese che più ha contribuito a far conoscere il teatro della Socìetas Raffaello Sanzio al di fuori dei confini italiani, e il Festival d’Automne, insieme a quello di Avignone, ha giocato un ruolo particolarmente importante, ospitando e in molti casi coproducendo gli spettacoli della compagnia fin dai primi anni Duemila. Questo ritratto-omaggio è quindi in un certo senso la conseguenza naturale di un rapporto consolidato, e arriva in un momento in cui per Castellucci si moltiplicano commissioni internazionali di...

Il canto libero di Giuliano Scabia

Di che cosa è fatta la poesia? Ritmo, metro, verso, strofa. Di che cosa è fatta la poesia di Giuliano Scabia? Di vento, di quel respiro vitale che penetra ritmo, metro, verso, strofa: fiato, voce interna, accordo con il mondo. Ed è fatta di quel battito che dà il piede quando danza o quando vaga per terre lontane e nei paesaggi dell’anima, errando in cerca di qualcosa che non si conosce e che ci sta molto vicino, intonandosi con la propria voce profonda e allargandosi ad ascoltare i suoni delle persone e delle cose intorno.     Scandisce i suoi versi, il suo racconto, questo poeta narratore attore scrittore, accompagnandoli con movimenti delle mani lungo un’immaginaria linea orizzontale, d’orizzonte, e verso una contromisura verticale, l’asse del cielo e degli inferi. Macina con le parole evocazioni, ricordi, cultura, un pezzo della nostra storia recente; salta nell’immaginazione, nell’immaginario. Rimanda al fremito del corpo, al mormorio della terra, perché “metrica – il metro/misura” “è anche il tremito – e la metamorfosi della vita – il suo vento/...

Parlamenti di aprile

Ai “Parlamenti di aprile” del Teatro delle Albe, al teatro Rasi di Ravenna dall’8 al 13 aprile, non sono state imbastite teorie organiche come in un convegno. Si è parlato, più che altro. Di teoria teatrale, di filosofia, di critica, di comunicazione, di teatri d’Europa, di peripezie artistiche. A colpi di parole abbiamo sfinito il pensiero: al ribollire denso della presenza abbiamo strappato degli inneschi logici, alla vetrina delle esperienze degli attivatori di idee, al piacevole logoramento della compresenza l’osmosi della conoscenza. Energia bruciata, come nella non-scuola delle Albe. Sotto, sopra, nelle intercapedini bisognava guardare. Anche oltre i racconti, la liturgia dello scoppio del magnesio, la primavera nel giardino del Teatro Rasi, il senso del rito, la sacralità del gesto quotidiano, la gentilezza disarmante di Ravenna, la filosofia avvincente, le cene vegane, l’ecologia della mente e dalla terra praticate (e non predicate).   Le nuvole, ph. Rossella Menna Lavorare per le nuvole Si lavora per le nuvole, simbolo di questi Parlamenti. Condense d’acqua sospese nel cielo, o matasse di fumo...

Krypton, il teatro e la critica

La critica teatrale è la ricerca di una presenza che si riverbera dalla scena al suo racconto. Devi uscire dalla casa sicura delle certezze, sfidare il viaggio in un luogo altro, entrare in comunicazione con l’ascolto. Gli occhi diventano lo specchio della memoria. “È una continua, viva illusione, di fermare qualcosa che ti sta scappando via – racconta Simone Nebbia – la materia continua a evolversi. In quanto tale, però, si poggia solo sulla testimonianza, fa le persone responsabili di ciò che passa nel loro tempo. Siamo ambasciatori di esperienze”.   Il tempo e il vissuto Un passo da storico del presente, dunque, “attraverso” fermate temporali e artistiche, non solo geografiche, come quello tenuto da Nebbia per scrivere Teatro Studio Krypton – Trent’anni di solitudine (edito da Titivillus). Krypton, gruppo di ricerca teatrale multimedia fondato dal regista e attore Giancarlo Cauteruccio con Pina Izzi, è approdato quest’anno al terzo decennio di residenza creativa nella sua città d’elezione, Scandicci, in provincia di Firenze. Di formazione interamente...

L’erotismo nero di Celestina

Chi abbia in mente il Ronconi del Panico, quella regia dalle atmosfere stralunate e insolitamente leggere, quell’interpretazione sempre in bilico tra humour e isteria, lo dimentichi. In Celestina si può facilmente riconoscere – fin dal primo ronconianissimo monologo di Giovanni Crippa – lo stile pre-Spregelburd del regista milanese: testi dilatati e rarefatti, un’esasperazione quasi espressionista del carattere dei personaggi, un programmatico anti-naturalismo.     La scelta del testo in scena fino al primo marzo al Piccolo Teatro è, come di consueto, peculiare e meditata. La corposa opera di Fernando de Rojas viene presentata attraverso la riscrittura del canadese Michel Garneau: una drammaturgia che ha sfoltito l’estensione del testo originale ma anche gli orpelli e le sovrabbondanze dello stile di inizio Cinquecento.     La storia d’amore di Calisto e Melibea è, almeno sulla carta, una vicenda non troppo diversa da quella che Shakespeare racconterà in Romeo e Giulietta: due innamorati, un’intera squadra di amici e servitori a mediare e organizzare nell’ombra incontri...

Le apocalissi di Spregelburd

Sarà per quella pioggia che scende ormai da giorni e che tutto allaga; sarà perché non c’è nessuna arca pronta a salvare il Belpaese che smotta e perché la fragile intercapedine del tetto del teatro durante lo spettacolo non ci fa dimenticare quel continuo stillare da Diluvio Universale; sarà per questo, e per altro, che Rafael Spregelburd nel teatro italiano, tra quest’acqua incessante che trasforma tutto in palude, fa l’effetto di un fuoco incendiario.     Lo scrittore e regista argentino non ha niente del nichilista russo e neppure del rivoluzionario nostrano d’antan: appicca fiamme mentali costruendo bombe teatrali a orologeria, che ti catturano con un’invenzione subito evidente, ti distraggono in un apparente clima di innocua conversazione borghese, magari con qualche pizzico di accento da moralista classico con spruzzate di umorismo sudamericano, e stritolano per slittamenti continui i cliché nei quali ci culla la società dell’informazione e dello spettacolo.     Roberto Canziani, in una bella presentazione del suo Furia avicola su un quotidiano,...

Arena: l'ottima aria del carcere

Cosa distingue il libro di Aniello Arena da altri che raccontano di vite buttate nelle nostre carceri sovraffollate, sotto accusa da parte dell’Unione Europea per trattamenti contrari all’umanità e degradanti, ben lontane da svolgere quel compito di “rieducazione del condannato” che vorrebbe l’articolo 27 della Costituzione? Arena ha un ergastolo sulle spalle; viene da Barra, un quartiere periferico e disperato di Napoli. È diventato attore a Volterra, in quella Compagnia della Fortezza diretta da Armando Punzo che da venticinque anni risponde con spettacoli che aprono la mente alla chiusura tra mura spesse e sbarre. È diventato un volto noto al grande pubblico perché Matteo Garrone lo ha chiamato a fare il protagonista di Reality, premiato al Festival di Cannes.     La fama lo ha portato sui giornali e nelle televisioni: ha rilasciato interviste alle testate di mezzo mondo; nella trasmissione di Fabio Fazio ha letto una pagina molto emozionante sulla sua rinascita a una seconda vita grazie al teatro, al cinema, all’arte. Ora è uscito un volume da Rizzoli, L’aria è ottima (...

Nuove strade al teatro antico?

Pensate a un teatro antico tra i più belli d’Italia. E immaginate di vedere sulla scena, proprio mentre il sole tramonta, un cast di oltre trenta attori.   Edipo Re, fotografia di Maddalena Giovannelli   La rassegna di teatro classico organizzata a Siracusa dall’Istituto del Dramma Antico ha tutte le carte in regola per essere una ghiotta occasione produttiva per registi e attori (specie in tempi di finanziamenti ridotti all’osso e organici di compagnia striminziti) e diventare un appuntamento imperdibile per pubblico e addetti ai lavori. Eppure, il festival si porta dietro l’immagine di un’esperienza un po’ settoriale e anacronistica, ambita da scuole e fanatici del dramma antico, ma distante delle modalità e dalle prassi del teatro contemporaneo. Del resto basta dare un’occhiata alla locandina della rassegna dell’ultima edizione (dall’11 maggio al 23 giugno) per vedere avvalorata questa impressione: una maschera in primo piano, il teatro antico sullo sfondo, e i titoli delle due tragedie e della commedia rappresentate. Del nome dei registi, nessuna traccia; come se l’interesse per le...

Attaccati alla poltrona

Lunedì 11 febbraio l’attuale Papa, Benedetto XVI, ha annunciato le proprie dimissioni e dall’1 marzo tornerà a essere soltanto Joseph Ratzinger. Motivo? Ufficialmente, si potrebbe dire, per sopraggiunti limiti di età: il pontefice dice di essere “pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino”, per il quale “è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo”, fino a “dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato”. L’annuncio è subito rimpallato su tutte le prime pagine di giornali, tv, siti web: non capita mica tutti i giorni una cosa del genere, tanto in Vaticano – sono 700 anni che non succedeva che un Papa rimettesse il proprio incarico, dal “gran rifiuto” di Celestino V – che altrove, nella a volte sorprendente gerontocrazia che governa il nostro Paese, nel 2012 lo Stato più vecchio d’Europa.   Il dato sotto gli occhi di tutti è quello che proviene dalla politica...

Il Panico di Ronconi

Più che camminare si arrampicano su tacchi vertiginosi sulla scena irta, un piano obliquo ripidissimo, tra muri di carta. Il Panico dell’argentino Rafael Spregelburd è una commedia di donne isteriche, scassate, rovinate da vite quotidiane scadenti, ai limiti della sopravvivenza. Luca Ronconi al Piccolo Teatro di Milano ne fa uno spettacolo affascinante, analitico come al suo solito, con un più di acre, disperata (forse addirittura rassegnata) ironia. Gli ambienti, un appartamento in vendita dopo l’omicidio del suo padrone, la dimora della famiglia del morto, l’ufficio di una banca, una prigione, la sala in cui si prova un misterioso spettacolo di danza contemporanea, trascorrono uno nell’altro nella scena di Marco Rossi con spostamenti di fragili pareti di carta bianca e di mobili ricoperti di carta ugualmente bianca. Ma le atmosfere diventano verdastre, verde marcio, verde luminoso, verde acido, verde primavera, verde morte, verde mistero, o azzurrognole come visoni dell’aldilà, grazie alle luci antinaturaliste di AJ Weissbard.     Il testo fa parte dell’Eptalogia dedicata dallo scrittore...

La regia, i sofisti, la città

La filosofia si addice al teatro. Claudio Longhi fonde vari dialoghi di Platone in uno spettacolo vivacissimo, Il sofista, che inizia provocatoriamente con immagini di talk show, con un Marco Travaglio sfinge e un Giuliano Ferrara profeta cinico a dividersi lo schermo, intervistati da un ammiccante Enrico Mentana. Sofisti, opinionisti, intellettuali (TUI: Tellekt-Ual-In, li ribattezzava Brecht nelle sue cineserie metaforiche):spacciatori di false verità?   Il regista quarantenne, allievo di Luca Ronconi, salito agli onori della cronaca per una rilettura di grande intelligenza e divertimento dell’Arturo Ui di Brecht con Umberto Orsini, dimostra che i dialoghi di Platone possono essere materia pulsante per le scene, per ricercare i fondamenti della nostra etica e smascherare i meccanismi della nostra comunicazione. E soprattutto si interroga - con un gruppo di attori giovani, fedeli, entusiasti, bravi, pronti a cimentarsi con leggerezza calviniana in imprese ardue - su un teatro nuovo, che abbandoni le sicurezze di ieri e si misuri con le domande di una società che sembra poter fare a meno del teatro (dell’arte, della cultura).  ...

Il gran teatro tra i monti di Archivio Zeta

Stanchi dei rituali esausti della società teatrale, della ricerca affannosa di sovvenzioni, Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti una decina d’anni fa se ne fuggirono tra i monti, per sperimentare un loro teatro in mezzo alla natura. Allievi di Luca Ronconi e di Marisa Fabbri, abbandonarono le capitali degli stabili. Incontrarono altri maestri come gli appartati Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, e poi Paolo Benvenuti. In cerca delle possibilità di un pasoliniano “teatro di parola” che fosse cartina al tornasole di una nuova coscienza civile, fondarono Archivio Zeta, iniziando nel 2003 a fare spettacoli sull’Appennino, in un luogo di suggestioni immense e stridenti, il Cimitero militare germanico del passo della Futa, tra Bologna e Firenze.     Quella collina lungo la Linea Gotica, piena di lapidi di 30.000 soldati morti col passo dell’invasore, culmina in un sacrario simile a un'ala ripiegata. In quella specie di tormentato Walhalla che pare disegnato da Adolphe Appia, lo scenografo che sognò un Wagner astratto, dal 2003 hanno organizzato, ogni agosto, la rappresentazione di una tragedia antica...

Qualche idea di regia

A dispetto dell’impolveramento a cui sembrano destinati tanti padri nobili del modernismo italiano – quanto più canonizzati, tanto più evitati quando non addirittura snobbati – si potrebbe dire che Questa sera si recita a soggetto (e con esso tutta la trilogia del teatro nel teatro) di Pirandello sia un testo di grande attualità. Innanzitutto perché, ai suoi tempi, lo fu: un intervento davvero “a caldo” su un tema cocente come l’avvento della regia e la resistenza opposta dalle compagnie d’attore. Ma anche perché, a volte con un po’ di sorpresa, il Pirandello meta-teatrale si scopre ripreso e riutilizzato dalle frange più insospettabili dell’avanguardia e del Nuovo Teatro. I sei personaggi, allestito da Pitoëff, fu recensito da un entusiasta Artaud, che ne fece un terreno di analisi vibrante quasi alla pari di quell’esperienza della performatività balinese che continua a scuotere animi e studiosi dalla lontana Expo parigina del ’31. Questa sera, poi, fu uno dei primi spettacoli del Living Theatre e, a quanto pare, a Julian Beck rimase appiccicato un simpatico...

Àlex Rigola. Un campus d'agosto

Àlex Rigola, fra i rappresentanti di quella nuova possente generazione della regia europea che – ne abbiamo visto qualche esito proprio nelle ultime sue Biennali – continua a scuotere i palcoscenici e a reinventare il linguaggio teatrale, è al secondo mandato come direttore del festival lagunare. Qui, con l’intenzione di fare di Venezia un campus internazionale delle arti sceniche, sta sperimentando una curiosa formula di direzione, capace di intrecciare la logica laboratoriale con il momento della messinscena. Tale orientamento sembra coinvolgere tutti i livelli della creazione teatrale: prima di tutto quello della regia e dell’attore, ma anche – testimone è il festival 2011 – quello della scenografia, del light design e addirittura della critica teatrale. Il primo giorno del nuovo Laboratorio Internazionale delle Arti sceniche, Rigola ha incontrato la redazione che seguirà e racconterà i lavori: ecco quanto è emerso.   Una Biennale all’insegna del laboratorio: il progetto, avviato nel 2010, che quest’anno si condensa in un’unica settimana e richiama a Venezia più...

Laboratori Biennale: Luca Ronconi

Luca Ronconi, in cinquant’anni di lavorìo incessante sui palcoscenici di tutta Italia e non solo, è conosciuto e seguito per una linea creativa che ribolle di una curiosità instancabile, sempre tesa a stuzzicare i limiti delle convenzioni del linguaggio e a eccedere gli orizzonti della scena. Con opere-fiume, dilaganti e travolgenti, ormai entrate a pieno titolo nella storia del teatro e con spettacoli memorabili, Ronconi ha saputo attraversare un ventaglio tuttora inafferrabile di possibilità autoriali: dalle spiazzanti riletture dei classici ai vertiginosi affondi nella modernità, dal lucido attraversamento di testi comunemente considerati “irrapresentabili” alla scoperta di una solida vocazione drammaturgica all’interno di contesti insoliti, come i modelli matematici del Barrow di Infinities. Ma il lavoro di Luca Ronconi – da quell’Orlando furioso che nel ’69 portò finalmente la regia italiana all’attenzione internazionale, in un doppio riscatto sospeso fra canone e ricerca, che vede affermarsi una norma e contemporaneamente la sua stessa trasgressione – non si risolve...

Ubulibri

Questa voce potrebbe anche chiamarsi Patalogo o Franco Quadri. Ma piuttosto che intitolarsi al critico scomparso il 26 marzo del 2011, questa voce richiama la sua principale impresa teatrale, l’invenzione di una casa editrice che ha seguito e stimolato lo svolgersi della scena, usando come braccio “armato” quel capolavoro di critica in movimento che è stato l’annuario del teatro fondato nel 1979, un “catalogo” con la p della patafisica, la scienza delle soluzioni dettate dall’immaginazione inventata da Alfred Jarry, il padre del grottesco re Ubu.   La casa editrice apre i battenti nel 1977. Il primo Patalogo racconta la stagione 1977-78. Siamo nel pieno degli anni settanta, ma anche sulla china del loro esaurimento, alla svolta di un periodo preciso della nostra storia, tra il marzo bolognese e l’assassinio di Aldo Moro. Stiamo avanzando verso gli anni detti di piombo (o di eroina), verso le febbri del sabato sera, verso la riscoperta del privato (il motto “il personale è politico” coniugato a “tutto fa spettacolo”): stiamo saltando, insomma, nel postmoderno (nella coscienza del...

Speciale ’77. Gorilla, draghi e mongolfiere. Conversazione con Giuliano Scabia

Bologna e Trieste, l’aula e la piazza: il Settantasette raccontato da Giuliano Scabia in un’intervista/conversazione con Stefano Chiodi e Andrea Cortellessa.     Stefano Chiodi: Com’è cominciato il tuo lavoro all’università di Bologna?   Giuliano Scabia: Nel ’72 facevo teatro vagante, un’azione chiamata Forse un drago nascerà. Nei paesini dell’Abruzzo fondavo città che duravano tre giorni, il terzo giorno la città si trasformava in un drago. In ogni posto portavo un teatrino che poi restava lì. Un giorno ero sul Monte Velino, in un paesino che si chiama Massa d’Albe, facevo il cavaliere e combattevo col drago quando arriva un messo comunale e dice: C’è uno che vorrebbe parlare con lei al telefono, da Bologna, un certo Squarzina. Ho detto va bene, finisco e vengo. Era Squarzina che mi invitava al DAMS. Ti piacerebbe venire a Bologna a insegnare?, mi fa; e io: non è la strada che ho scelto, studiare mi piace ma adesso sto facendo il drago. Lui insiste e gli dico: lunedì vengo a Bologna col furgone.   Andrea Cortellessa: In quante...

Santa Giovanna dei segni

E arrivò il primo Brecht di Luca Ronconi, un Santa Giovanna dei macelli lontano da ogni ortodossia. Ronconi lo porta in scena sullo storico palcoscenico del Piccolo Teatro di via Rovello che vide i Brecht di Giorgio Strehler come una sfida a un autore che paradossalmente ha evitato per decenni, lui che ha messo in scena “epicamente” Quer pasticciaccio brutto de via Merulana e I fratelli Karamazov, lui che i testi li ha smontati nelle loro componenti strutturali. Forse di Brecht gli dava fastidio l’ideologia. O meglio la lettura ideologica che ne hanno fatto: quel socialismo militante che riassorbe anche i continui dubbi in una visione inevitabilmente finalistica.     Ora che solo di domande e non di risposte si vive, è giunto il momento di riprendere il drammaturgo di Augusta fuori da ogni agiografia, di rivoltarlo, asciugarlo dalle pretese di grande spettacolo, perfino da un certo grottesco da cabaret espressionista, facendone rifulgere le contraddizioni, in uno spettacolo secco, crudele, “scientifico” (avrebbe detto lo stesso Brecht), dove le certezze si smontano, piuttosto. Ronconi va al testo del 1929,...