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nazismo

(17 risultati)

Yoram Kaniuk, Adamo Risorto / Nel campo chi è l'uomo?

“Non vi è nulla di comico al di fuori di ciò che è propriamente umano”, scriveva Henri Bergson in quel suo piccolo testo sul riso che, beffardo, apriva il secolo delle due guerre, delle lacrime e della più atroce disumanità.   Una risata che accompagnerà il fumo di migliaia di corpi, evaporati oltre i ghigni di labbra disciolte e dissolte nei gelidi venti dell'est Europa, cristallizzati in frammenti nevosi eternamente fluttuanti sul candore mancato di un'umanità da se stessa assassinata.   Il più grande nemico del riso è l'emozione, diceva Bergson. Non si può ridere di chi ispira compassione o affetto, bisogna “far tacere la pietà”, disidentificarsi dalla vittima, metterla a distanza. E disumanizzarla, anche, “introdurre qualcosa di meccanico in ciò che è vivente”.   Rendere un uomo un cane, ad esempio. Farlo mangiare dalla stessa ciotola di un Rex a quattro zampe, togliergli la parola, il simbolo primo del suo essere uomo, riducendolo a mero suono, a ringhio mansueto. È quello che succede ad Adam Stein, protagonista di Adamo Risorto, celebre libro di Yoram Kaniuk, già edito da Einaudi nel 2001 e appena ripubblicato da Giuntina.   As-soldato come clown anti-...

Philippe Sands. La strada verso est / Gestire la memoria

Fare i 'conti con il passato' è un'operazione complessa e delicata, impostata in particolare su due momenti cruciali. Il primo è la ricostruzione di quanto avvenuto, il secondo è la risposta del presente rispetto al passato. Il saggio di Philippe Sands, professore di diritto, La strada verso est (Guanda 2017) affronta entrambi i profili con un taglio non consueto. L'accertamento del passato è il lavoro cruciale dello storico e del giudice. Essi devono 'vedere dietro', assumere la 'retrospettiva' come criterio fondante attraverso modalità tipiche, e cioè la testimonianza orale e i documenti, ora anche con le prove scientifiche (impronte digitali, DNA ad esempio). È che porta alla ricostruzione del tempo, che riannoda i fili perduti, che trasforma i ricordi in narrazione come osserva Ricoeur. Sands interpreta questo ruolo rammemorativo attraverso 'microstorie' con cui si presentano sulla scena, attraverso foto, cartine, documenti, persone con il loro carico di storie che spesso si intrecciano, più o meno esplicitamente, con il diritto della loro epoca. Già il titolo fa riferimento a una strada della cittadina di Zolkiev nei pressi di Leopoli (Lwow, Lemberg, Lviv, Lvov), oggi in...

Nuovi volumi sullo scrittore torinese / Il sorriso di Primo Levi

1. Tre giovani su una panchina sorridono all’obiettivo in una foto in bianco e nero. A sinistra, c’è una ragazza mora seduta accanto a un uomo in maniche corte, che tiene il mento sollevato, la testa inclinata e le spalle un po’ curve. In primo piano, a destra, le gambe accavallate di un’altra ragazza, abito leggero e capelli raccolti in un’acconciatura d’epoca. L’uomo al centro è Primo Levi, la figura sulla destra è la sorella Anna Maria, quella a sinistra è la futura moglie Lucia Morpurgo.      La fotografia ci guarda da una delle prime pagine dell’Album Primo Levi, da poco uscito per Einaudi, a cura di Roberta Mori e Domenico Scarpa. Pubblicato nella collana dei «Saggi», la stessa in cui nel ’58 fu accolto Se questo è un uomo, il volume ha però il formato di un atlante, e non a caso: oltre a raccogliere le immagini, il libro disegna infatti anche una mappa, una topografia di Levi e dei suoi mondi concreti e immaginari. Proprio «I mondi di Primo Levi. Una strenua chiarezza» è il titolo della mostra dedicata allo scrittore, allestita al Palazzo Madama di Torino dal gennaio all’aprile del 2015 e in seguito portata in luoghi emblematici (come il campo di...

Liliana Picciotto, Salvarsi / Gli ebrei d'Italia sfuggiti alla Shoah

«Nell'Europa occidentale da secoli ormai l'umanità non aveva più sperimentato, antropologicamente, una caccia all'uomo nel vero senso del termine. In quel biennio 1943-45 si tornò, per salvarsi, alla pura fisicità: al correre come lepri, al fuggire in punta di piedi, al nascondersi sotto un letto, al trattenere il respiro dentro un armadio». In queste poche parole si condensa forse il senso di un lavoro ciclopico e al medesimo tempo enciclopedico quale quello che Liliana Picciotto, studiosa, autrice di numerose opere, responsabile delle ricerche storiche del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano, consegna ora all’attenzione del pubblico italiano con il volume Salvarsi. Gli ebrei d'Italia sfuggiti alla Shoah. 1943-1945 (Einaudi, Torino 2017, pp. 565, euro 38). Poiché si tratta di un’importante opera dedicata alle traiettorie di quegli ebrei che nel nostro Paese si salvarono dalla cattura e dalla deportazione nei campi di sterminio nazisti, necessita di una pluralità di approcci per essere adeguatamente inteso. Non di sola storia si parla, chiamando in causa, attraverso il prisma delle persecuzioni e delle deportazioni, la questione del comportamento umano in...

Una storia europea occultata e dimenticata / Mariupol e l’oblio della storia

Sie kam aus Mariupol, Veniva da Mariupol, l’ultimo libro di Natascha Wodin, che ha ottenuto quest’anno il premio della Leipziger Buchmesse, tocca uno dei capitoli più oscuri e meno indagati della storia della Germania nazista, quello della deportazione dei lavoratori coatti dall’Est Europa, della loro discriminazione nel dopoguerra e del loro successivo mancato risarcimento, chiamando in causa quindi la più ampia questione della responsabilità storica della Germania, oggi quanto mai politicamente attuale. Wodin è una scrittrice ucraina di lingua tedesca, di una generazione di scrittori transnazionali che precede quella che recentemente ha dato vita a una letteratura europea che travalica le ‘comunità immaginate’ delle nazioni. In Germania, a partire dalla svolta del millennio, questi scrittori hanno occupato sempre più stabilmente il panorama editoriale, cambiandone gli equilibri e imponendosi sul mercato e nelle competizioni letterarie più importanti in modo forse unico in Europa, anche tenendo conto che la letteratura tedesca non ha una produzione di stampo postcoloniale come quella inglese o francese.   Forse proprio perché, come diceva Thomas Mann, la Germania è sempre...

Il reale del capitalismo / Peter Sloterdijk. Che cos’è successo nel ventesimo secolo?

“Che cos’è successo nel ventesimo secolo?” non è solo il titolo dell’ultimo libro uscito in italiano per i tipi Bollati Boringhieri a firma Peter Sloterdijk, ma è pure un manifesto della (sua) filosofia. Della filosofia di Sloterdijk e della filosofia tout court.  Della filosofia tout court perché la domanda che pone fin dal titolo è una domanda semplice ma radicale, che mette in gioco lo statuto stesso del pensiero: la filosofia – sembra dirci Sloterdijk con quel titolo – è un’interrogazione, posta sempre di nuovo, sulla posizione dell’uomo nella storia, nel mondo, e tra gli altri uomini.  La filosofia è (per Sloterdijk) quella scienza che si chiede “che cosa è successo?”, che cerca di isolare gli eventi concettualmente decisivi, le segnature storiche di un’epoca, e di darne un’interpretazione. La filosofia, quindi, non è più – come nel mondo antico e medievale, e in qualche sua rimanenza contemporanea – la ricerca delle essenze, di ciò che è reale, né – come è stata per gran parte del ‘900 – l’argomentazione, la critica, e la decostruzione degli altri filosofi.    La filosofia è scienza della cultura: un tentativo razionale di comprendere i mutamenti delle...

Un nuovo libro su Primo Levi / I tedeschi e la colpa

Quando nel ’46 il filosofo Karl Jaspers riprese l’insegnamento in Germania, che era stato costretto ad abbandonare per aver sposato un’ebrea, dedicò il suo corso alla questione della colpa, soffermandosi sulla colpa ‘metafisica’, quella che investe chi non fa nulla per impedire il male inflitto a un proprio simile. È questa la dimensione a cui si pone il confronto che Levi aspira ad avere con i tedeschi. «La mancata diffusione della verità sui lager costituisce una delle maggiori colpe collettive del popolo tedesco, e la più aperta dimostrazione della viltà a cui il terrore hitleriano lo aveva ridotto» (SeS). Le pagine del suo primo libro Levi le aveva scritte senza pensare a un destinatario specifico, come chi sente il bisogno di gridarle sui tetti, ma quando Se questo è un uomo viene tradotto in lingua tedesca nella Germania Federale, dice nella prefazione che ha trovato compimento lo scopo della sua vita, «di portare testimonianza, di fare udire la mia voce al popolo tedesco, di ‘rispondere’ al kapo che si è pulito la mano sulla mia spalla, al dottor Pannwitz, a quelli che impiccarono l’Ultimo, ed ai loro eredi».   In I sommersi e i salvati, dice che, all’annuncio del...

11 aprile 1987 - 11 aprile 2017 / Conversazione con Primo Levi: "sono incapace di odio"

Primo Levi, com’è fatto il suo tavolo di lavoro? È una scrivania con due facce: c’è una faccia arcaica, classica, con una macchina per scrivere, i cassetti e la cancelleria varia verso Nord, e verso Sud c’è una videoscrivente, che è il mio idolo attuale, a cui mi sono prosternato, dal quale mi sono lasciato corrompere e col quale attualmente scrivo, col quale devo fare i conti, una volta entrati è difficile uscirne. Mi accade abbastanza sovente durante la giornata di cambiare posto, di fare una giravolta intorno alla scrivania a seconda se opero dal lato Nord o dal lato Sud.   E la penna? Serve ancora, naturalmente, non solo per firmare. Anzi, è venuta ad eliminarsi la macchina per scrivere, automaticamente, invece la penna sussiste.   La videoscrivente è già sintomo di grande precisione, ma nel suo lavoro, nei suoi orari, lei è ordinato? Sì, ufficialmente sono molto ordinato. Poi, nel fatto le cose vanno un po’ diversamente e finisce che qualcosa si perde proprio per mancanza di ordine. Anzi, uno degli scopi della videoscrivente sarebbe quello di mettere tutto in memoria, in modo che nulla vada perduto.   Ma lei si dà degli orari, come Moravia, al mattino dalle …...

Domani a Ravenna alla Festa di doppiozero / Primo Levi: molto più che un testimone

Domani Aldo Zargani sarà con noi a Ravenna, alla Festa di doppiozero.   “Gli esseri viventi hanno evoluto considerevoli adattamenti complessi, ma siamo ancora vulnerabili alle malattie. Una delle più gravi – e forse la più enigmatica – è il cancro. Un tumore canceroso si è adattato alla sopravvivenza in modo straordinario e grottesco. Le sue cellule continuano a riprodursi anche quando le cellule “normali” si sarebbero già fermate da tempo: distruggono i tessuti circostanti per farsi spazio e ingannano l’organismo in modo da farsi fornire energia per crescere ancora di più. Ma i tumori non sono parassiti esterni che hanno acquisito sofisticate strategie per sferrare un attacco al nostro corpo. Sono fatti delle nostre stesse cellule che ci si rivoltano contro”.   Questo è l’inizio di un articolo di Carl Zimmer, giornalista scientifico del NY Times. L’evoluzione delle specie fu descritta da Spencer assai prima di Darwin e Darwin la conobbe prima di scrivere il suo capolavoro, intitolato appunto L’evoluzione delle specie, nel quale l’originalità di Darwin, che è anche la nostra salvezza, consiste nell’inserire la casualità nell’evoluzione. L’evoluzione predestinata, oltre...

Esiste un modo corretto per attraversare quei luoghi? / Austerliz, di Sergei Loznitsa

Non è necessario essere dei cultori del cinema per sapere che il documentario non è una rappresentazione fedele della realtà ma una sua costruzione interpretativa. Nello stesso tempo l’impressione di realtà e di oggettività ha una dimensione maggiore e invasiva, e tutti siamo sottoposti al suo possibile inganno. Più cerca di nascondere l’autore e gli strumenti di raccolta di quella realtà, maggiori devono essere le nostre attenzioni e astuzie. Più rende assoluta l’immagine, più dobbiamo interrogarci sulla sua esemplarità o eccezionalità. Più di altri documentari, Austerlitz del regista Sergei Loznitsa deve essere visto con questa cura perché la forza del suo messaggio è tale da concentrare tutta la nostra capacità visiva ed etica sulla selezione delle immagini operata dal regista, rendendo irrilevante tutto il resto. Loznitsa vuole provocarci, costringerci a prendere posizione, collocarci dalla parte del sacro e dell’inviolabile. Lo fa con tutta l’abilità di chi domina la Fata Morgana – intendo l’effetto ottico – quando cioè ci sembra di vedere qualcosa all’orizzonte e in qualche modo ne siamo attirati. Se però ci avviciniamo, le incorporee immagini che eravamo convinti di vedere...

La letteratura come volontà di potenza / Da Napoleone a Goebbels

Goebbels a comizio.    «Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola». Dei tanti slogan ominosi del Secolo breve è questo, forse, il più rivelatorio. Non è un caso che, proprio commentando questa frase, uno degli intellettuali più brillanti e provocatori del nostro tempo, Boris Groys, abbia spiegato come certe dinamiche del potere culturale mutuino, più o meno simbolicamente, la volontà di potenza (o di sopravvivenza) del potere tout court – quello politico. Ricorda Groys come «Goebbels si sia sforzato soprattutto per ottenere un successo da scrittore. Per lui fucilare la gente era una deviazione per raggiungere un successo letterario». La frase in questione, secondo Groys, «esprime una reazione alla pretesa scandalosa della cultura, supponendo che tale pretesa provenga da una istituzione reale, da una reale istanza di potere. Ed è per questo che tale istanza dev’essere eliminata». E il fatto che oggi tutti ricordiamo questa frase – secondo il critico d’arte e filosofo russo, da tempo trapiantato in Germania – dimostrerebbe paradossalmente che Goebbels, scrittore fallito, ha ottenuto infine il successo cui tanto aspirava.   Un successo davvero paradossale...

Straniero, dialogo, condivisione, ospitalità / Edmond Jabès. La parola ferita

“Non si racconta Auschwitz. Ogni parola lo racconta”. Così Edmond Jabès replica alla domanda se sia possibile scrivere poesia dopo Auschwitz. La frase compendia bene il cammino dello stesso Jabès, nella cui scrittura la parola ferita, la parola segnata dal tragico del Novecento, è insieme parola del dolore e della responsabilità, del deserto e del cielo che lo sovrasta, del vuoto e delle immagini che lo abitano, dei silenzi e delle voci che li attraversano e interrogano.          A ventisei anni dalla sua morte, Edmond Jabès è uno scrittore fortemente contemporaneo. Per il fatto che la sua opera si situa, ancora, nel cuore delle domande proprie della nostra epoca. Parole come straniero, dialogo, condivisione, ospitalità, nei libri di Jabès si aprono in un ventaglio di interrogazioni, si fanno pensiero e racconto, lingua della poesia e compito morale, rappresentazione meditativa e invito alla responsabilità del singolo.           Questa contemporaneità di Jabès, nel mio caso, che è il caso di un traduttore e amico, ha anche un’altra configurazione: è presenza di un’immagine – con la sua voce, con il suo sguardo, con le sue...

Rendere il proprio sogno come incubo altrui / Joseph Goebbels. Herr Doktor

Fu un’esistenza senza vita, un percorso all’ombra di un “padre” politico e amorale così grande da divorare un figlio troppo piccolo, e quindi vitalisticamente infelice, quella di Joseph Goebbels, scenografo, regista ma anche attore dei simbolismi di cui si è sostanziata la Germania dei tempi di Hitler. Quasi che quel passo incerto, impostogli dal piede varo, patologia di origine neurologica, dove il destro era rivolto all’interno, più piccolo e maggiormente ingrossato rispetto al sinistro, invece normale, prefigurasse e racchiudesse il senso perenne di una tangibile imperfezione, stigma di diversità, da compensare a qualsiasi costo con un personalissimo, inesausto sforzo di autoaffermazione. La voluminosa biografia su Goebbels, prossima alle novecento pagine, licenziata da Peter Longerich nel 2010 ed ora disponibile nella nostra lingua per la traduzione di Valentina Tortelli (per i tipi dell’Einaudi, Torino 2016), è un’opera non agevole. Le dimensioni quantitative, alle quali corrisponde un’acribia qualitativa lodevole, sono scoraggianti per il cosiddetto “lettore medio”.   Ammesso che un tale normotipo esista nei fatti, sia ben chiaro. Non di meno, la trama ricchissima degli...

Digerire vetro / La deportazione raccontata ai bambini

Libri recenti e incontri nelle scuole con insegnanti e studenti sono l'occasione per ragionare su come parlare ai bambini e alle bambine di qualcosa di enormemente doloroso come persecuzione, deportazione e genocidio, tanto più smisurato quando si abbatte su soggetti come i bambini.    La violenza nei loro confronti distrugge anche la fiducia e la cura che ogni piccola esistenza chiede a quella adulta; e così la dimensione di futuro potenziale che ogni bambino o bambina ha in sé. Per i bambini, prendere atto di questo è di particolare impatto. Per gli educatori significa anche rischiare di minare la fiducia nel mondo, negli adulti, nel futuro appunto. La memoria della Shoah nella sua interezza è qualcosa che non può essere rovesciata addosso ai bambini ma che deve essere affrontata con estrema sensibilità, anche al fine di evitare reazioni difensive di rifiuto, di smarrimento o perfino di oscura colpevolizzazione.    Il problema non è nuovo e sono in diversi a essersene occupati. Nel 2004 a Torino un convegno promosso dall'Istoreto ha proposto una grande riflessione su tempi, strumenti e metodi per parlare di questo tema, individuando gli elementi...

Prima della pensione in scena a Bologna / Le Belle Bandiere, Thomas Bernhard, il nazismo

Oddio, qualcuno avrà dimenticato accesa la suoneria del telefono, o addirittura è partita la musica stipata nella memoria di qualche cellulare. Un motivo classico, un violino, un pianoforte, i bassi. Una voce che canta sottotraccia, appena percepibile, sotto le parole di Elena Bucci che quasi danzando entra in scena, in quell’antro oscuro che è la casa delle sorelle Höller, lei, Vera, nomen omen, l’altra, Clara immobilizzata su una sedia a rotelle da quando un bombardamento americano, uno degli ultimi giorni di guerra, colpì la sua scuola, un’azione terroristica ribadisce il fratello, il Presidente di Tribunale, che le due donne aspettano nella caverna prigione, buia con qualche sprazzo di luce e ombre di sbarre, davanti a un asse da stiro per togliere pieghe alla toga del Giudice, con una poltrona su un lato, una sedia sull’altro, un pianoforte visibilmente finto, teatrale, il Presidente del Tribunale loro fratello Rudolf che le due donne attendono, civettuola Vera, danzate, in abiti zingareschi, rigida Clara, estranea a quel clima Biedermeier, a quella casa gonfia dei cimeli dei genitori, delle ossessioni, delle nevrosi instillate da un padre autoritario, delle fragilità di una...

La nuova edizione delle Opere complete di Primo Levi è in libreria / Primo Levi un autore per il XXI secolo

La nuova edizione delle Opere complete di Primo Levi è in libreria. Sono due volumi per un totale di oltre 3000 pagine. Sovraccoperta bianca, molto einaudiana, formato grande, rilegatura cartonata; costano 160 euro e vengono venduti insieme. Un’impresa editoriale che Einaudi ha dedicato al suo autore oggi più conosciuto, non solo in Italia, ma nel mondo. I due volumi contengono varie novità, oltre a un apparato di Note ai testi curato da Marco Belpoliti, studioso di Levi, che ha curato anche l’edizione precedente delle Opere, uscita nel 1997. Gli abbiamo posto una serie di domande su questo lavoro.   Intervista a cura del Centro Internazionale di Studi Primo Levi.     Esce a novembre 2016 un nuova edizione delle opere di Primo Levi, Opere complete (Einaudi). Stesso editore, stesso curatore, titolo quasi uguale a Opere, uscito nel 1997. Ci sono voluti poco meno di vent’anni per un aggettivo in più. Cosa implica l’aggiunta?   Nel decennio seguito alla morte dello scrittore sono usciti tre volumi, curati da me: uno d’interviste, Conversazioni e interviste; la raccolta dei racconti dispersi, L’ultimo Natale di guerra, e una scelta delle pagine sparse presenti nelle...

Esce dopo trent'anni una conversazione con Giovanni Tesio / L’ultima intervista di Primo Levi

Vediamo come nasce e procede questo breve volume Io che vi parlo. Conversazione con Giovanni Tesio, Einaudi, 2016. Le notizie le dà nell'introduzione lo stesso Tesio, classe 1946, amico torinese di Primo (superfluo dire che questi era nato nel 1919?) e autore di saggi su di lui. Frequentandolo, Tesio aveva «avvertito improvvisamente in lui un'incrinatura», sicché gli propose di condurre delle conversazioni in vista di una “biografia autorizzata”; cosa che Levi «accettò subito [...] senza fare obiezioni». L'incrinatura non poteva che essere di natura psicologica: Levi era depresso. L'unico che non se n'era accorto era stato l'altro conduttore di una lunga e fortunata intervista a Primo, Ferdinando Camon, che lo aveva rassicurato in questo modo: «Lei non è un uomo depresso, e nemmeno ansioso» (quando si dice che uno ha capito tutto!). Tesio quindi frequenta ora casa Levi munito di registratore. Le conversazioni si svolgono in tre tornate pomeridiane del 1987: il 12 e il 26 gennaio e l'8 febbraio. A volte, ci informa Tesio, Levi gli chiedeva di spengere il registratore, – quando evidentemente si toccavano argomenti troppo privati – a volte era lo stesso Tesio che, per lo stesso...