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Philippe Aigrain

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Conversazione con Philippe Aigrain

Questa estate ho letto Illusioni Perdute di Balzac, un grande classico che ritrae con precisione millimetrica la vita precaria e bohémien della “classe creativa” parigina degli anni trenta dell’Ottocento (scrittori, giornalisti, poeti, pittori, tipografi, critici teatrali, attori, editori). Sembrava di leggere le cronache dei lavoratori della conoscenza di oggi: squattrinati, costretti ad uscire tutte le sere per incontrare persone (faccio cose, vedo gente) che potrebbero darti un lavoro, un mese pieni di soldi il mese dopo al verde. Se è vero però che il lavoro nelle industrie creative è sempre stato difficile per sua natura, l’aumento della produzione di contenuti e la frammentazione del pubblico hanno messo in crisi il modello di sopravvivenza delle economie culturali e creative.   Chi dà la colpa alla pirateria, chi alle reti p2p, chi alle vecchie industrie culturali incapaci di adattarsi, chi ad Amazon che rovina l’editoria e Google che rovina il giornalismo, ma nessuno ha soluzioni concrete, se non tassare (giustamente) di più i futuri media mogul. È un film già visto in passato:...

Non sentirsi in colpa con Spotify

Questo articolo nasce da una domanda personale. Era appena uscito il disco di un musicista che amo, Bill Callahan. Dieci anni fa sarei andato in un negozio di musica e avrei comprato il cd. Cinque anni fa lo avrei acquistato su iTunes. Quella sera invece lo stavo ascoltando su Spotify, con grande godimento e soddisfazione, perché invece di spendere 10 euro per gli mp3 del suo nuovo disco, con la stessa cifra ogni mese su Spotify ascoltavo molti più dischi. Faccio evidentemente parte di quella generazione di ascoltatori cresciuti più col digitale che con il vinile (a parte il meraviglioso regno di mezzo delle audiocassette C-90). È colpa nostra, dicono, se dal 1999 (anno di fondazione di Napster) al 2012 l'industria musicale mondiale ha perso continuamente soldi (da 25 miliardi di entrate nel 2000 a 16,2 nel 2011, secondo Wikipedia).   Eppure, per me che sono un maniaco della musica ma non un feticista del supporto, la vita da ascoltatore ossessivo non è mai stata più bella, ricca e interessante di adesso, nel pieno dell'era dello streaming. Ma la domanda che mi feci quella sera è questa: per un musicista oggi la...

Sharing. Culture and Economy in the Internet Age

“Il 20% della popolazione sopra i 15 anni nei paesi sviluppati produce e condivide contenuti per Internet. Se riconosciamo il diritto al libero scambio di contenuti digitali tra individui non per fini di lucro, invece di perseguirli come pirati, come possiamo essere sicuri che gli autori di questi contenuti riceveranno un compenso equo per la loro produzione?” Con questa domanda si apre Sharing. Culture and Economy in the Internet Age (Amsterdam University Press, 2012), un libro fondamentale per capire cosa sta cambiando nelle forme di produzione di cultura ai tempi della rete e modellare di conseguenza politiche culturali adatte alla network society. Il valore del libro sta non tanto nell’analisi accurata dei cambiamenti in atto ma nella proposta di un modello alternativo di finanziamento delle pratiche di produzione culturale, che l’autore chiama Creative Contribution (contributo creativo).   Lo ha scritto Philippe Aigrain, un ricercatore francese che per anni ha diretto il settore software della Commissione Europea. Un informatico che scrive un saggio sulla produzione culturale nei prossimi anni potrebbe suonare strano se fossimo nel...