Categorie

Elenco articoli con tag:

Primo Levi

(107 risultati)

11 aprile 1987 - 11 aprile 2017 / Conversazione con Primo Levi: "sono incapace di odio"

Primo Levi, com’è fatto il suo tavolo di lavoro? È una scrivania con due facce: c’è una faccia arcaica, classica, con una macchina per scrivere, i cassetti e la cancelleria varia verso Nord, e verso Sud c’è una videoscrivente, che è il mio idolo attuale, a cui mi sono prosternato, dal quale mi sono lasciato corrompere e col quale attualmente scrivo, col quale devo fare i conti, una volta entrati è difficile uscirne. Mi accade abbastanza sovente durante la giornata di cambiare posto, di fare una giravolta intorno alla scrivania a seconda se opero dal lato Nord o dal lato Sud.   E la penna? Serve ancora, naturalmente, non solo per firmare. Anzi, è venuta ad eliminarsi la macchina per scrivere, automaticamente, invece la penna sussiste.   La videoscrivente è già sintomo di grande precisione, ma nel suo lavoro, nei suoi orari, lei è ordinato? Sì, ufficialmente sono molto ordinato. Poi, nel fatto le cose vanno un po’ diversamente e finisce che qualcosa si perde proprio per mancanza di ordine. Anzi, uno degli scopi della videoscrivente sarebbe quello di mettere tutto in memoria, in modo che nulla vada perduto.   Ma lei si dà degli orari, come Moravia, al mattino dalle …...

Domani a Ravenna alla Festa di doppiozero / Primo Levi: molto più che un testimone

Domani Aldo Zargani sarà con noi a Ravenna, alla Festa di doppiozero.   “Gli esseri viventi hanno evoluto considerevoli adattamenti complessi, ma siamo ancora vulnerabili alle malattie. Una delle più gravi – e forse la più enigmatica – è il cancro. Un tumore canceroso si è adattato alla sopravvivenza in modo straordinario e grottesco. Le sue cellule continuano a riprodursi anche quando le cellule “normali” si sarebbero già fermate da tempo: distruggono i tessuti circostanti per farsi spazio e ingannano l’organismo in modo da farsi fornire energia per crescere ancora di più. Ma i tumori non sono parassiti esterni che hanno acquisito sofisticate strategie per sferrare un attacco al nostro corpo. Sono fatti delle nostre stesse cellule che ci si rivoltano contro”.   Questo è l’inizio di un articolo di Carl Zimmer, giornalista scientifico del NY Times. L’evoluzione delle specie fu descritta da Spencer assai prima di Darwin e Darwin la conobbe prima di scrivere il suo capolavoro, intitolato appunto L’evoluzione delle specie, nel quale l’originalità di Darwin, che è anche la nostra salvezza, consiste nell’inserire la casualità nell’evoluzione. L’evoluzione predestinata, oltre...

Sofia, 1º marzo 1939 – Parigi, 7 febbraio 2017 / Tzvetan Todorov

Quella di Tzvetan Todorov è una biografia intellettuale di straordinaria ricchezza e fecondità. Basta una scelta dei titoli che ha pubblicato per testimoniare un percorso unico, per l'importanza e la varietà dei temi che ha affrontato nel corso dei decenni.   Per i suoi primi allievi, Todorov era uno dei padri della semiotica, perché aveva contribuito alla diffusione del formalismo, che all'inizio degli anni Sessanta aveva portato con l'amica Julia Kristeva nella Parigi di Roland Barthes dalla Bulgaria, dov'era nato nel 1939 (I formalisti russi. Teoria della letteratura e del metodo critico, Einaudi, 1968). Per altri era lo studioso del simbolismo e di un genere considerato “basso” come la letteratura fantastica, che era stato tra i primi a esplorare (La letteratura fantastica, Garzanti, 1977, Teorie del simbolo, Garzanti, 1984). È stato poi il teorico dell'Altro, a partire da un testo capitale come La conquista dell'America. Il problema dell'altro (Einaudi, 1984). Le discussioni sul tema dell'incontro tra le culture partono da qui, e da titoli emblematici come Io e gli altri. La riflessione francese sulla diversità umana (Einaudi 1989) e Noi e gli altri (Einaudi, 1990). A...

27 gennaio. Ricordare / Una tregua oggi

Sono trascorsi dieci anni da quando questo libro è stato pubblicato per la prima volta. Dieci anni sono pochi nella vita di una nazione, moltissimi nella vita di un uomo. Eppure tutto sembra cambiato negli stati europei che avevo attraversato allora insieme a Davide Ferrario, alla troupe del film, agli interpreti e agli amici che ci raggiungevano di tappa in tappa. Scrivo nei giorni dell’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, che si annuncia come un terremoto geopolitico, non solo per i muri che dice di voler costruire, ma anche per il destino delle nazioni che si trovano tra le Alpi e gli Urali. Niente sarà più come prima. Ci ripetiamo questa frase dal 2001, dalla caduta delle Torri gemelle a New York, e ce la dobbiamo ridire ora. In Russia domina incontrastato Putin, autocrate e nuovo zar dell’ex impero sovietico; l’Ucraina, attraversata da noi nella stagione del post-comunismo, è un paese che ha conosciuto la guerra sui suoi confini, una guerra terribile con la Russia condotta attraverso milizie paramilitari; di oggi è poi la notizia che in Bulgaria e Moldavia sono stati eletti presidenti filorussi. Tutto cambierà ancora e in fretta. La tregua, la fragile tregua stabilita...

Verosimiglianza e liquefazione / Post-verità. La fine della verità o la verità nei post?

Avevo cominciato a raccogliere articoli sulla post-verità successivi all’ingresso del termine nel dizionario di Oxford. Come per i superalcolici, ho dovuto smettere. Troppi, la maggior parte dei quali maledettamente nocivi. Sembra che la questione appassioni chiunque, e per ragioni non sempre uguali, anzi il più delle volte contrapposte. C’è chi rimpiange la verità che non c’è più, dando la colpa della sua dissipazione a destra e a ultradestra. E c’è chi inneggia a un post- che più che ‘dopo’ sembra indicare i contenuti pubblicati su blog e social (“vorrei ma non posto”, canta il post-saggio). La post-verità è la fine della verità o la verità nei post? Per amor di significante, secondo certuni le cose coincidono. Così, c’è chi lancia strali contro le imposture, e chi sostiene che la verità è la vera impostura. Le bufale spopolano, come anche i loro cacciatori. A risentirne sono le mozzarelle, verso cui, peraltro, si dirigono i sospetti dei gourmet consapevoli. Che le bufaline siano una bufala? Povero Gesualdo. E l’alétheia greca, ormai postata nei Quaderni neri, che fa? gioca ancora a nascondino?   Si potrebbe continuare con i birignao, tutti attestati, tutti in odor di...

Torre del Carburo: bestemmia di pietra / Babele alla rovescia

“La torre del Carburo, che sorge in mezzo alla Buna [...], siamo noi che l'abbiamo costruita. I suoi mattoni sono stati chiamati Ziegel, briques, tegula, cegli, kamenny, bricks, tégak, e l'odio li ha cementati; l'odio e la discordia, come la Torre di Babele, e noi così la chiamiamo: Babelturm, Bobelturm; e odiamo in essa il sogno demente di grandezza dei nostri padroni, il loro disprezzo di Dio e degli uomini, di noi uomini. E oggi ancora, così come nella favola antica, noi tutti sentiamo, e i tedeschi stessi sentono, che una maledizione, non trascendente e divina, ma immanente e storica, pende sulla insolente compagine, fondata sulla confusione dei linguaggi ed eretta a sfida nel cielo come una bestemmia di pietra”. È un passaggio di Se questo è un uomo, il libro più celebre di Primo Levi. L’accostamento che fa è suggestivo e paradossale. Del resto, molto è paradossale in quell’opera. Essa riferì d’una “(soprav)vivenza” in forma di allegorie. Dante insegna: come, altrimenti?     La “favola antica” procede da una lingua unica, assoluta, alla sua dispersione in una pluralità di idiomi tutti relativi. La maledizione è l'irrompere della differenza, con cui il Dio della...

Harry Parker, Anatomia di un soldato / Attraversare la guerra. Mondo in pezzi

Chi scampa a una guerra parla di continuo del pericolo scampato, oppure si chiude a chiave dentro il silenzio. Primo Levi sosteneva fossero i due istinti di chi sopravvive: chiedere alle parole di aggrapparsi al corrimano di chi è ancora vivo, o viceversa lasciare che, dentro la testa, le parole facciano scempio di tutti gli altri pensieri. Salvo eccezioni, dopo la seconda guerra mondiale vinse la reticenza. Chi sopravvisse pensò che portare il silenzio a tavola, a cena, fosse il modo migliore per proteggere i figli. Il teatro di guerra tenne in cartellone l’orrore solo per loro: fece repliche continue nei sogni, fece urlare gli ex combattenti contro il cuscino. Le donne li abbracciarono sperando passasse, e fu istinto di madre più che di moglie. Quanto ai figli, quando i padri poi morirono provarono a sollevare il macigno di quel silenzio di protezione e si accorsero di quanto era pesante non sapere nulla, avere il niente come unico ricordo del padre. Alcuni dei figli furono salvati dai bambini: anche i più silenziosi dei reduci spaccarono la reticenza davanti ai nipotini. E fu così che trasformarono l’orrore in avventura: aprirono le porte del teatro e fummo tutti meno soli....

Le Opere complete di Primo Levi / La galassia Primo Levi

Nell’ultimo mezzo secolo pochi scrittori hanno cambiato fisionomia critica in maniera così radicale come Primo Levi. Considerato a lungo come un testimone, prima e più che come uno scrittore optimo iure, Levi ha preso quota dapprima lentamente, gradualmente, quindi in maniera sempre più palese e perentoria, accreditandosi come uno dei pochi veri classici della letteratura italiana, e poi non solo italiana, del Novecento. Gli studi si sono moltiplicati, e così le iniziative editoriali e culturali; la bibliografia critica ha assunto dimensioni imponenti. Oggi ai nostri occhi Primo Levi appare non solo come uno scrittore di prima grandezza, ma come un’intera galassia, che non ci si stanca di percorrere e di esplorare. Il centro gravitazionale è costituito da un gruppo di libri – non più da un testo singolo, e nemmeno da una coppia di testi – che debbono essere considerati i suoi più necessari per la nostra identità culturale. A distanza non grande orbitano i rimanenti titoli pubblicati in vita, per un totale oscillante (per la ragione che si dirà) fra dodici e tredici: quasi un emblema numerologico di una canonica compiutezza che convive con un’avventurosa, inesauribile apertura. A...

La nuova edizione delle Opere complete di Primo Levi è in libreria / Primo Levi un autore per il XXI secolo

La nuova edizione delle Opere complete di Primo Levi è in libreria. Sono due volumi per un totale di oltre 3000 pagine. Sovraccoperta bianca, molto einaudiana, formato grande, rilegatura cartonata; costano 160 euro e vengono venduti insieme. Un’impresa editoriale che Einaudi ha dedicato al suo autore oggi più conosciuto, non solo in Italia, ma nel mondo. I due volumi contengono varie novità, oltre a un apparato di Note ai testi curato da Marco Belpoliti, studioso di Levi, che ha curato anche l’edizione precedente delle Opere, uscita nel 1997. Gli abbiamo posto una serie di domande su questo lavoro.   Intervista a cura del Centro Internazionale di Studi Primo Levi.     Esce a novembre 2016 un nuova edizione delle opere di Primo Levi, Opere complete (Einaudi). Stesso editore, stesso curatore, titolo quasi uguale a Opere, uscito nel 1997. Ci sono voluti poco meno di vent’anni per un aggettivo in più. Cosa implica l’aggiunta?   Nel decennio seguito alla morte dello scrittore sono usciti tre volumi, curati da me: uno d’interviste, Conversazioni e interviste; la raccolta dei racconti dispersi, L’ultimo Natale di guerra, e una scelta delle pagine sparse presenti...

Il lettore, fratello nella complicità / Etgar Keret, Sette anni di felicità

Tra i resti del passato che gorgogliano senza posa notte e giorno in quel sito archeologico permanente che è YouTube può capitare di incappare in una vecchia intervista a Primo Levi. Credo si tratti di una conversazione registrata nei locali della Siva, la Società Industriale Vernici e Affini di Settimo Torinese per la quale lo scrittore lavorò come chimico fino al 1977. In quell’intervista Levi indossa il camice bianco d’ordinanza, con sotto la cravatta, e se ne sta appoggiato a un armadietto metallico in laboratorio. Vestito da chimico, parla dell’esperienza del lager e del sedimento di parole rimaste sul fondo della storia del Novecento: Se questo è un uomo. C’è un momento, nel corso dell’intervista, in cui Levi, guardando in terra, dice, nel suo indimenticabile fraseggiare elegantemente monocorde: “Mi accade di trovare il bisogno di andare a cercare qualcun altro, per rinfrescare queste cose, per verificarle”.     Viene in mente questa vecchia intervista a Levi leggendo l’ultimo libro di Etgar Keret, Sette anni di felicità (Feltrinelli, traduzione di Vincenzo Mantovani). E non tanto per il fatto che Keret è uno scrittore israeliano “i cui allarmi giornalieri di...

In memoria / Per Elie Wiesel e Un di velt hot geshvign – La notte

Si è spento sabato due luglio, il 26 del mese ebraico di Sivan, a New York, a quasi 88 anni, Eliezer ‘Elie’ Wiesel, il sopravvissuto dei campi, il testimone per definizione, il premio Nobel per la pace, colui che coniò nel marzo del 1967, prima della guerra dei Sei Giorni, il concetto di unicità, quando, partecipando alla discussione sulle pagine della rivista Judaism sui ‘Valori ebraici nel mondo dopo l’Olocausto’ (Jewish Values in post-Holocaust Future) – il primo e forse l’ultimo nella storia degli studi sulla Shoah a sollevare la spinosa questione – insieme ad altri 3 prominenti intellettuali ebrei: il filosofo e rabbino Emil Fackenheim, il critico letterario e romanziere George F. Steiner, e il filosfo della storia Richard H. Popkin – scrisse che lo sterminio ebraico doveva essere compreso, nelle sue parole: ‘come il [riassunto dell’] esperienza ebraica, e che [tale] evento era stato irrazionale e unico’, e lo rovendicava come ‘un capitolo glorioso della eterna storia degli ebrei.’ Se ne è andato con lo yiddish, la sua lingua madre, ma conosceva bene l’ebraico, il tedesco, il rumeno, l’ungherese e il francese, che imparò, per ultimo, mentre studiava filosofia, letteratura e...

Frapper sans colère / Due postille su Primo Levi

Si avvicina il 2017. Il prossimo aprile saranno trent’ anni dalla morte di Levi, scrittore di cui molto si è occupato e si occupa Doppiozero. Non sono stati tre decenni facili, per chi ricorda la solitudine dello scrittore fino a che fu in vita. Sono sempre tormentato dal dubbio – mi auguro di sbagliare – che la sua fortuna si sia intrecciata, dopo quell’aprile del 1987, con la tragica conclusione della sua esistenza e con crudo, ma sano realismo ogni tanto non posso fare a meno di domandarmi se la sua fortuna sarebbe stata la stessa senza “quella” morte, ovvero mi chiedo se i numerosissimi interpreti della sua opera dialogherebbero davanti a lui come davanti a un Classico nel caso in cui Levi potesse rispondere ai lor quesiti dalla quiete della sua casa di corso Re Umberto. Del resto non sono mancati momenti di vera malinconia.   Uno degli argomenti più dibattuti è stato il cherchez la femme, la sua difficoltà nei rapporti sentimentali. Aveva cominciato, con dubbie cadute di gusto, Francesco Rosi nella infausta trasposizione cinematografica de La tregua, si è proseguito poi con il caso-Wanda Maestro costruito ad arte, invece che restituito al pudore e al silenzio che...

Tra memoria e antropologia / Se questo è un uomo e le prime testimonianze

Il mio contributo a questo convegno prende le mosse da uno studio sui primi libri che hanno raccontato in Italia i Lager: tale contesto può contribuire ad evidenziare quanto la forza letteraria dell’opera di Levi si radichi nella sua attitudine all’esercizio antropologico e quanto in esso trovi la capacità di generare memoria. Si tratterà di considerare quanto la struttura narrativa, tanto nel suo rapporto con l’oggetto e il destinatario tanto con il contesto più in generale, evochi temi e questioni familiari all’antropologia.   A qualche mese dall’uscita di Se questo è un uomo, Cesare Cases, germanista e vivace intellettuale della comunità ebraica milanese, coglieva “il segreto” del libro nell’aver voluto “rendere l’inumano con parole umane, riportare il regno della morte nelle dimensioni consuete degli uomini che dimorano nelle case”: una sfida riuscita grazie all’arte che permette a Levi di dare a vedere il “mondo omogeno, compatto” del Lager, di scandagliarlo di fronte al lettore “al contrario di quel che accade in parecchi libri usciti dall’esperienza dei campi di concentramento, incapaci di superare l’immediatezza dell’orrore”. Quando, nell’ottobre 1947, usciva in...

Il mood dominante della nostra epoca / Risentimento

Non c’è dubbio: il risentimento è il mood dominante della nostra epoca. Sempre più spesso gli individui provano un senso di animosità verso gli altri, verso il mondo in generale – livore, astio, ostilità, odio, inimicizia, invidia, malignità, acredine, malevolenza, accanimento, vendetta –, come risposta a offese, affronti o frustrazioni che ritengono di aver subito. Ritengono, ma non è detto che sia davvero così, o che sia accaduto nel modo in cui gli individui suppongono e manifestano agli altri. Sempre più spesso accade che le persone covino un’avversione. Si tratta di un sentimento lungamente coltivato che poi esplode all’improvviso, inatteso anche agli stessi protagonisti. In moltissimi casi il rancore ha origine dal senso di vergogna provato. Rancore e vergogna sono strettamente collegati. Col trascorrere del tempo, sostengono gli psicologi, l’interiorizzazione dell’emozione della vergogna, con la visione svalutativa di sé che provoca, con la lacerazione narcisistica che genera, può portare all’elaborazione di forme d’odio occulte nei confronti di coloro che vengono ritenuti, a torto o a ragione non importa, responsabili della frustrazione, o dell’offesa, subita.  ...

Corvi, gabbiani, pappagalli e altri volatili impertinenti / Animali parlanti

Poco prima che l’uomo imparasse a fare tweet, ovvero a cinguettare, il filosofo David Rothenberg si è posto una domanda: Perché gli uccelli cantano? Per rispondere ha seguito due piste, corrispondenti alle sue due vocazioni. Da filosofo, ha studiato l’etologia, a partire dalla teoria di Plinio il Vecchio sulle gazze, che canterebbero per imitazione di rumori diversi, fra cui la voce umana:  «Esse amano pronunciare certe parole e non soltanto le importano, ma si divertono ed esercitando la loro diligenza e la loro riflessione fra sé, non nascondono il loro impegno. Si sa che possono anche morire vinte dalla difficoltà di una parola!».  (Naturalis Historia, X 118)   Ma poi Rothenberg è anche musicista e ha portato il suo sassofono soprano in oasi naturalistiche australiane, per imitare e “rispondere” al canto di uccelli di specie rarissime. Perché il canto degli uccelli ci sembra quasi un parlato? La modulazione è tonale, e ritmica più che fonologica; l'aspetto di parlato penso sia dato soprattutto dal fatto che l’espressione degli uccelli è dialogica.Impiegando la sua tecnica musicale Rothenberg rende sistematico e quasi scientifico un analogo esperimento del signor...

L’autore ebreo in tour in Germania e il suo interprete / Tradurre è un po' tradire?

Primo Levi, sì, proprio lui, un po’ il tedesco lo sapeva per averlo studiato a scuola; per i chimici il tedesco era, a quel tempo, una lingua d’obbligo. E poi aveva avuto l’occasione di ripassarlo, ad Auschwitz…Quando la Casa Editrice tedesca Fisher Bücherei iniziò la traduzione di Se questo è un uomo nella lingua di Goethe, ma anche di Himmler, Primo venne preso da un complesso di sentimenti e di emozioni che andavano dal sospetto al raccapriccio. Né serviva a placare la sua tempesta emotiva il fatto che il traduttore, tedesco, sì, soldato della Wehrmacht, sì, fosse stato però socialdemocratico finché durò la Repubblica di Weimar e avesse poi disertato dal suo insopportabile esercito per unirsi ai partigiani di Giustizia e Libertà, nelle cui bande aveva per l’appunto imparato l’italiano durante gli stessi mesi in cui Primo Levi “perfezionava” il suo tedesco.Primo ha narrato della sua mancanza di fiducia, dell’analisi faticosa delle pagine tradotte, delle continue correzioni di frasi quando, secondo lui, esse non trasmettevano appieno il senso della condizione concentrazionaria o, peggio che peggio, quello delle responsabilità morali del popolo tedesco, che lui non semplificava...

Esce dopo trent'anni una conversazione con Giovanni Tesio / L’ultima intervista di Primo Levi

Vediamo come nasce e procede questo breve volume Io che vi parlo. Conversazione con Giovanni Tesio, Einaudi, 2016. Le notizie le dà nell'introduzione lo stesso Tesio, classe 1946, amico torinese di Primo (superfluo dire che questi era nato nel 1919?) e autore di saggi su di lui. Frequentandolo, Tesio aveva «avvertito improvvisamente in lui un'incrinatura», sicché gli propose di condurre delle conversazioni in vista di una “biografia autorizzata”; cosa che Levi «accettò subito [...] senza fare obiezioni». L'incrinatura non poteva che essere di natura psicologica: Levi era depresso. L'unico che non se n'era accorto era stato l'altro conduttore di una lunga e fortunata intervista a Primo, Ferdinando Camon, che lo aveva rassicurato in questo modo: «Lei non è un uomo depresso, e nemmeno ansioso» (quando si dice che uno ha capito tutto!). Tesio quindi frequenta ora casa Levi munito di registratore. Le conversazioni si svolgono in tre tornate pomeridiane del 1987: il 12 e il 26 gennaio e l'8 febbraio. A volte, ci informa Tesio, Levi gli chiedeva di spengere il registratore, – quando evidentemente si toccavano argomenti troppo privati – a volte era lo stesso Tesio che, per lo stesso...

Predappio / Contro il Museo del fascismo

Introduzione: Predappio o Fossoli? Predappio è un luogo di pellegrinaggio, non solo perché vi sorge la casa natale di Benito Mussolini, ma perché dal 1957 vi si trova la cripta in cui è sepolto il “Duce”. È molto difficile se non impossibile decostruire o neutralizzare uno spazio che ha assunto agli occhi di fascisti, neo-fascisti e nostalgici l’aura di un luogo sacro e pare doveroso chiedersi se un domani vorremmo portare lì, in visita al futuro museo nazionale del fascismo, le scolaresche di tutta italia. A pensarci bene, questa visita, parrebbe quasi una vignetta dalla vita quotidiana del Ventennio – stile Una giornata particolare – eppure è quello che i sostenitori e promotori del museo sembrano immaginare, oppure non hanno realizzato di stare di fatto costruendo. Ammettiamo che la Casa del fascio di Predappio possa divenire un centro studi internazionali sul fascismo, e prescindendo dalla casa natale di Mussolini che periodicamente già apre i suoi battenti: che cosa si farà della tomba di Mussolini, méta di decine di migliaia di pellegrini nostalgici, o anche solo di curiosi, ogni anno? I ragazzi delle scolaresche ci verranno portati in processione o verrà loro...

Cosa c’è nella testa degli assassini di Parigi?

Provo a mettermi nella testa di uno di quei giovani che armati di fucili d’assalto hanno ucciso quasi a sangue freddo tanti loro coetanei al Bataclan di Parigi. Non so se ci riuscirò, ma di sicuro so che se non riusciamo a immaginarci cosa possano aver pensato mentre sparavano ai ragazzi del teatro, mentre urlavano, come dice un testimone, “Allahu Akbar”, non riusciremo a capire nulla di quello che succede intorno a noi.   Non si tratta infatti solo di grandi ideologie, di eventi politici e militari di ampia portata, di islamismo estremista o di guerra santa, di questo certamente, ma anche di gesti individuali, personali, e insieme totalmente assoluti e assurdi, gesti che maturano nella testa di persone come noi.      So bene che dicendo così – “persone come noi” – mi espongo alla riprovazione di chi pensa che gli omicidi sono assolutamente diversi da noi, che sono, appunto, degli assassini, che non appartengono per questo al genere umano. Lo negano, perciò non ne fanno parte. Così si crede. Ma non è così. Mi conforta che un testimone e uno scrittore come Primo Levi avesse...

Se questo è un omino

Quando entriamo, sul palco c’è un plastico che lo riempie tutto. Non c’è dubbio di cosa si tratti: è il KAMP del titolo, un campo di sterminio nazista, perché si vede a sinistra una costruzione con una grande ciminiera rettangolare… quello è l’edificio crematorio; tante baracche disposte regolarmente come in un accampamento militare; qualche camioncino, un binario perpendicolare alla platea che entra nel perimetro del campo da fuori. Qualche lampione. Torrette di guardia. Filo spinato ovunque. Tre piccole forche sulla destra. Sulla parete di fondo, bianca, si accende una proiezione. I contorni dello schermo sono un po’ sbrindellati, squallidi, si sente un assordante gracidare di raganelle, poi l’ululare del vento ghiacciato. Tutto è in gamma di colori tra il grigio e il beige, pallido, stinto. Triste. Deserto.     Sul video, quando si oscurano le luci, cominciamo a vedere cosa riprende una microcamera che dopo un po’ si capisce impugnata dalla mano di uno dei tre animatori di quello che ora capiamo essere un “teatro di figura”; la microcamera, e il microspot, inquadrano...

Se una notte d’inverno un etnografo

«E poi, insomma, non è il mio mestiere, è un lavoro che bisogna saperlo fare, bisogna saper entrare in confidenza con il prossimo, e io già partirei con la prevenzione che la gente ha altro per il capo che raccontar favole a me».   Illustrando i criteri del proprio lavoro nell’introduzione alle Fiabe Italiane (1956), Italo Calvino motivava così la scelta di attingere alla documentazione già disponibile e perciò di sottrarsi a un vero e proprio lavoro etnografico, a quella ricerca sul campo che è la base empirica dell’antropologia. Da qui può prendere il via una riflessione sul rapporto di Calvino con questa disciplina e sul modo in cui questo può contribuire a un bilancio più generale della sua opera.   Perché rivisitare le relazioni fra Calvino e l’antropologia? Fra i suoi lettori nati negli anni Ottanta o dintorni, pare esistere una parabola del rapporto con Calvino piuttosto diffusa. Dopo la sacralizzazione giovanile, la scoperta progressiva di alcuni lati della sua opera e attività intellettuale ha spinto a una certa indifferenza nei suoi confronti...

Saving oneselves

Between the 9th and the 13th of September 1943 nearly one thousand Jewish refugees coming from all over Europe, who had been kept by the authorities of Italian occupation within the residence forcée of Saint-Martin-Vésubie, crossed the Colle delle Finestre and the Colle Ciriegia in escaping from the Nazi genocide. Refugees from all over Europe, amongst whom a few months’ old babies and elderly people, walked down to Valle Gesso seeking for a refuge in Italy. The march “In through the memory”, now at its XVII edition, remembers their journey.   Version française Versione italiana       Lives in a trap   A family sitting at table eats a frugal meal. Worry, fear and tension are perceived. The mother makes for the endless time a thought explicit, a thought that is now an obsession or this is the first time it is discussed. The children do not understand, they guess, they know. Let’s go away from here, let’s escape. Mummy and daddy do quarrel, cry and embrace, reassure themselves.   Everything will be fine.   We have to try and imagine this scene, being aware that it has been happening...

Salvare se stessi

Tra il 9 e il 13 settembre del 1943 circa mille profughi ebrei provenienti da tutta Europa, che erano stati concentrati dalle autorità di occupazione italiana nella residence forcée di Saint-Martin-Vésubie, attraversarono il Colle delle Finestre e il Colle Ciriegia per sfuggire allo sterminio nazifascista. Profughi da tutta Europa, tra cui bambini di pochi mesi e persone anziane, scesero in Valle Gesso alla ricerca di un rifugio in Italia. La marcia “Attraverso la Memoria”, oggi alla XVII edizione, ricorda la loro epopea.   English Version Version française       Vite in trappola   Una famiglia seduta a tavola consuma un pasto frugale. Si respira preoccupazione, paura, tensione. La madre esplicita per l'ennesima volta un pensiero che oramai è un'ossessione, o è la prima occasione in cui se ne parla. I figli non capiscono, intuiscono, sanno. Andiamocene da qui, scappiamo. Mamma e papà litigano, piangono e si abbracciano, si rassicurano.   Andrà tutto bene.   Dobbiamo provare a immaginare questa scena, sapendo che è avvenuta milioni di volte nelle sue...

Se sauver soi-même

Entre le 9 et le 13 septembre 1943 un millier de réfugiés juifs venus de toute l'Europe, qui avaient été assignés à résidence forcée à Saint Martin Vésubie par les autorités italiennes d’occupation, traversèrent les cols de Fenestre et de Cerise afin d'échapper au génocide programmé par les nazis. Des réfugiés provenant de toute l’Europe, parmi lesquels se trouvaient des enfants en bas âge et des vieillards, descendirent dans la vallée du Gesso pour trouver refuge en Italie. La marche “A travers la Mémoire”, parvenue à sa XVII ème édition, nous rappelle leur épopée.   Versione italiana English Version         Des vies prises au piège   Une famille est réunie autour de la table et consomme un léger repas. On ressent une inquiétude, de la peur, une tension. La mère décrit pour une énième fois sa pensée devenue obsédante, ou bien dont on parle pour la première...