Categorie

Elenco articoli con tag:

Roland Barthes

(93 risultati)

Post-mortem dell’autore / Umberto Eco tra Nani e Giganti

La morte dell’autore: espressione coniata cinquant’anni fa da Roland Barthes, assai discussa da studiosi di letteratura, critici, semiologi, filosofi, ma ormai usurata, stanca, fortemente indebolita dal tempo e dall’età. Per Barthes, si sa, “non appena comincia a scrivere, l’autore entra nella propria morte”. L’atto di scrittura, abolendo ogni idea di soggetto individuale, di genio creatore e, con ciò, di proprietà dell’opera, afferma piuttosto la persona linguistica, la soggettività come effetto di senso del testo. Se io è sempre e soltanto chi dice “io”, autore è chi, alla fine, l’opera decide di eleggere come tale, con tutte le finzioni e le credenze del caso. Da Mallarmé a Proust, da Blanchot a Benveniste, è tutto un recitare inni funebri, peraltro euforici, verso ogni residuo di romanticismo, ogni ingenua volontà d’espressione di sé. Ma l’autore ha comunque trovato un suo strenuo rifugio, dove la tragedia, comme il faut, si fa farsa: è quello dei media, mai stanchi di vendere eroi per un giorno, figli illegittimi di geni-brand un tanto al chilo. La televisione, il cinema, la letteratura, i giornali, il web sono strabordanti di autori d’ogni ordine e grado, geni ipercompresi...

Non c'è luogo se non c'è esperienza / Media e luoghi

Shaun Moores è conosciuto in Italia grazie al suo importante studio di qualche anno fa Il consumo dei media (Il Mulino), che ha avuto il merito di presentare nel nostro paese un dettagliato quadro delle attività di ricerca di tipo etnografico e dei dibattiti culturali sorti intorno al Media Group del Centre for Contemporary Cultural Studies di Birmingham, articolando una linea riflessiva in aperta opposizione rispetto agli studi quantitativi di matrice statunitense, che per decenni avevano rappresentato il punto di riferimento nella sociologia della comunicazione. Moores, in modo sistematico e originale, si è fatto traduttore di una “svolta etnografica” che ha avuto il merito di condurre lo studio dei media, e in particolare della televisione, sui dettagli della fruizione e dei prodotti culturali, integrando da un lato l’approccio semiotico ai testi – facendo riferimento in particolare ai lavori di Roland Barthes – e dall’altro riprendendo in maniera piuttosto fedele le metodologie delle discipline antropologiche, che in quegli anni stavano vivendo una svolta epistemologica, sintetizzata dal celebre lavoro di James Clifford e George Marcus, Scrivere le culture (Meltemi). ...

Progetto Jazzi / Sentieri lenti

  Continua l’intervento di doppiozero a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA).   «Mi attenevo in questo all’esempio dei viandanti che, smarriti in una foresta, non devono andare in giro errabondi, ora in una direzione e ora nell’altra, o, peggio che mai, fermarsi da qualche parte, ma devono camminare sempre diritto, per quanto è possibile, in una direzione, e non cambiarla senza un buon motivo … ». La seconda regola della morale provvisoria di Cartesio obbedisce anch’essa ai criteri suggeriti dal metodo; quest’ultimo (letteralmente, la via, odos, per) indica il cammino ottimale, segue il percorso più breve, come fa esemplarmente la traiettoria della luce. La Razionalità classica e la sua strategia dell’efficacia rispondono ad un principio di economia: è questo, ha osservato Michel Serres, il fondovalle (talweg) della cultura della modernità. Si tratta di risparmiare tempo, di conseguire il risultato massimo con il dispendio minimo, di procedere velocemente verso l’uscita dall’oscuro labirinto, dalla tenebrosa foresta dell’...

Ritorno nell’Impero dei segni / Giappone: riti contro la fine della storia

La prima volta che mi capitò di leggere le riflessioni di un filosofo occidentale sul Giappone fu per me un’autentica folgorazione intellettuale. Si trattava di Alexandre Kojève, quello che più tardi verrà definito da Antonio Gnoli il “maestro occulto del ‘900”: nato in Russia ma naturalizzato francese, nipote di Kandinskij, laureato in lingue esotiche come il cinese, il tibetano, il sanscrito, esperto di Hegel e Kant, oltre che di fisica, combattente per la Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale, probabile agente del KGB.   Kojève aveva raccolto attorno a sé, alla metà degli anni ’30 uno sparuto manipolo di studenti, che a Parigi ascoltavano con cadenza regolare le sue lezioni: Jacques Lacan, Georges Bataille, Raymond Queneau (per fare solo tre nomi) erano tra gli uditori più assidui. Tra le molte, audacissime teorie che Kojève sviluppò – ereditando avventurosamente la cattedra dallo storico della scienza Koyré – negli anni parigini c’era quella sulla “fine della storia”, formulata in due geniali note a piè di pagina nella sua Introduzione alla lettura di Hegel. Secondo Kojève la storia era finita. Se la storia era, infatti, come sosteneva Hegel, la storia del...

La reinvezione del tempo / Carlo Rovelli: le cose non sono, accadono

La mattina era fresca e il cielo terso, il 21 luglio 1969 alle ore 02:56, quando Neil Armstrong mise piede sul suolo lunare. Maria Grazia, contadina irpina del sud Italia, guardando il primordiale schermo televisivo chiedeva ai nipoti se l’avessero, allora, portata sull’aia, tra i covoni di grano della recente mietitura, la luna, quella palla lucente. Se avessero aspettato che fosse costruita per intero dal momento che secondo lei la luna veniva fatta e disfatta ciclicamente da quel Marcoffio che, nella sua cosmologia, era l’artefice di quella piccola palla. E il tempo per la covata delle chiocce si sarebbe calcolato avendo lo strumento di misura finalmente vicino e a disposizione. Così come non ci sarebbe stato più il problema di coprire le patate nascondendole ai suoi raggi, visto che, se no, se ne andavano di luna. E lo stesso valeva per la gravidanza delle mucche e persino per i cicli mestruali. Finalmente, insomma, divenivamo padroni del tempo, non più esposti ai capricci della luna.   Sacra è l’acqua, sacra è l’aria, sacra è la terra. A renderle tali è il nostro modo di viverle nel tempo: in quell’attimo che separa il prima e il dopo e esalta e inghiotte ogni...

Theoria degli affetti. Abitare le conseguenze / Uno strappo tra ospizio e mondo esterno

La “terza età” fa venire in mente il “mito d’oggi” (Barthes) dei giocattoli socializzati, che riproducono, in piccolo, il macrocosmo degli adulti – macchine, eserciti, fattorie, cucine. Il bambino è un homunculus a cui sono forniti gli stessi oggetti dell’adulto, aggiustati alla sua misura. Ma avanza verso quel modello.  Negli ultimi cinquant’anni gruppi di potere, industrie farmaceutiche, mass media, enti pubblici e privati nei settori igienico-sanitario, alimentare, amministrativo, manutentivo, hanno costruito un’immagine della “terza età” che passa come “naturale”. Si vive sempre più a lungo e quindi si è “giovani” finché si può, finché si ha la fortuna di esserlo. Ci si comporta, si lavora, ci si risposa, si fanno figli imitando il trentenne, l’“adulto perfetto”, e ritardando il più possibile l’invecchiamento, con rimedi di vario tipo. Così anche l’anziano è diventato un homunculus: arretra verso l’adulto.    La perdita della giovanilità marca la fine della “vita”. Segue poi una fase che intenzionalmente si rimuove, ma che, nel buio, è uno dei business più redditizi, articolati e complessi del XXI secolo. “Vecchio” è una parola tabù nella cultura occidentale,...

Insegnare la letteratura / Leggere con l’orecchio

Se esiste la letteratura non possono non esistere la storia e la critica della letteratura. E dunque, chi si applica a mettere in sequenza i suoi frutti, e chi si dedica al loro giudizio. Alla loro interpretazione. Chi opera per coglierne il senso nascosto, o profondo. O per decifrare nel suo specchio le verità dell’epoca con la quale la letteratura intrattiene rapporti più o meno indiretti.  Se esiste la letteratura non può non esistere una visione, e dunque una teoria della medesima. Nel senso puro e semplice che nei suoi frutti si dà a vedere un mondo. E comunque, al di là del suo valore di intrattenimento, di divertimento – che sia in versi o in prosa, che sia un poema, un romanzo o un racconto – l’opera letteraria condensa in sé un pensiero, un’idea del mondo. Come ogni manufatto linguistico.   Esistono dunque a buon diritto il critico, lo storico, il teorico della letteratura. Ora, tali professioni, anche nel senso di fede – di fede e fiducia nella parola: che possa produrre conoscenza – si esplicano in vari modi. C’è il critico accademico, c’è il critico militante, c’è lo storico, e c’è l’interprete, e c’è il recensore di libri sui quotidiani. Chi insegna dall’...

Dell’infanzia resta il «gesto» / Cy Twombly, la caduta dell’antico

A un certo punto delle due settimane passate in Tunisia con August Macke e Louis Moilliet, nella primavera del 1914, scrive nel suo diario Paul Klee: «il colore mi possiede. Non ho bisogno di tentare di afferrarlo. Mi possiede per sempre, lo sento. Quest’è il senso dell’ora felice: io e il colore siamo tutt’uno. Sono pittore». Anche per il suo maggior erede, Cy Twombly, decisivo è un viaggio in Nord Africa. Nell’autunno del ’52 sbarca per la prima volta a Roma, in compagnia di Robert Rauschenberg (che ha conosciuto due anni prima all’Arts Studentes League di New York, e col quale ha poi frequentato i corsi di Shahn, Motherwell e Olson al Black Mountain College); di lì passa in Marocco, dove resta un paio di mesi. In entrambi i casi, decisiva si rivela la ferocia calcinante della luce: che riduce forme e volumi, li fa precipitare a piombo, li assottiglia in ombre filiformi.   Per dirla con una delle tante memorabili osservazioni di Roland Barthes (nel dittico saggistico del ’79 – sapientemente sollecitato da Yves Lambert, gallerista parigino di Twombly – col quale s’inaugura la fortuna internazionale dell’artista: i due testi sono ora raccolti nel volumetto Cy Twombly, Seuil...

Quel che ci fa vedere il mondo è anche quel che ci acceca / Immagini dappertutto

  Il 15/16 marzo a Torino due giorni di incontri sul tema delle immagini e della violenza: come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un contributo di Vanni Codeluppi per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   L’immagine ha una storia molto lunga alle spalle, in quanto è nata probabilmente con gli esseri umani. Con la capacità cioè di questi di estrarre dalla realtà che li circonda e di trasformare in simboli gli elementi presenti nell’ambiente di vita. Una capacità che era già presente dunque nei primitivi disegni che venivano tracciati sulle rocce presenti all’interno delle grotte. Disegni che, secondo alcune recenti scoperte fatte dagli archeologi, risalgono a circa 77.000 anni fa.  Ma l’immagine non opera soltanto dando vita a una riproduzione della realtà. Può presentare infatti anche qualcosa che è estremamente dissimile da questa. Qualcosa che appartiene...

Cosa hanno inteso celebrare? / Celebrating Photography

Guardo la fotografia vincitrice del primo premio assoluto del World Press Photo del 2017 e non riesco a smettere di chiedermi cosa abbiano inteso celebrare i giudici. Non che l’immagine non mi piaccia intendiamoci, o che non riconosca il coraggio di chi l’ha scattata, è l’idea di fotografia che porta con sé (e che il premio certifica e sancisce) che mi lascia perplesso. Provo a spiegarmi, e per farlo vorrei partire proprio dalla fotografia. Lo sguardo va subito leggermente a sinistra, verso il protagonista assoluto, l’ex poliziotto folle di odio che ha appena sparato all’ambasciatore russo che – ironia – stava inaugurando una mostra fotografica. È un bel ragazzo, giovane, atletico, vestito impeccabilmente, ma i tratti del suo viso sono distorti dalle parole che sta urlando. Ce l’ha fatta, ha ucciso, è riuscito ad andare contro il suo addestramento, a fare deliberatamente del male a una persona. Ha giudicato e ha punito, guadagnando il suo attimo di celebrità. È per quelle parole che ha fatto tutto questo, per poter essere sentito dal mondo. È un agente, sa perfettamente quello che succederà, sa quanti altri poliziotti arriveranno, e sa che faranno fuoco senza pensarci, non...

Sofia, 1º marzo 1939 – Parigi, 7 febbraio 2017 / Tzvetan Todorov

Quella di Tzvetan Todorov è una biografia intellettuale di straordinaria ricchezza e fecondità. Basta una scelta dei titoli che ha pubblicato per testimoniare un percorso unico, per l'importanza e la varietà dei temi che ha affrontato nel corso dei decenni.   Per i suoi primi allievi, Todorov era uno dei padri della semiotica, perché aveva contribuito alla diffusione del formalismo, che all'inizio degli anni Sessanta aveva portato con l'amica Julia Kristeva nella Parigi di Roland Barthes dalla Bulgaria, dov'era nato nel 1939 (I formalisti russi. Teoria della letteratura e del metodo critico, Einaudi, 1968). Per altri era lo studioso del simbolismo e di un genere considerato “basso” come la letteratura fantastica, che era stato tra i primi a esplorare (La letteratura fantastica, Garzanti, 1977, Teorie del simbolo, Garzanti, 1984). È stato poi il teorico dell'Altro, a partire da un testo capitale come La conquista dell'America. Il problema dell'altro (Einaudi, 1984). Le discussioni sul tema dell'incontro tra le culture partono da qui, e da titoli emblematici come Io e gli altri. La riflessione francese sulla diversità umana (Einaudi 1989) e Noi e gli altri (Einaudi, 1990). A...

L'arte non è una faccenda di persone per bene / Lea Vergine. Gambe, fumo e bellezza

Nella quarta di copertina del libro di Lea Vergine, L’arte non è faccenda di persone per bene (Rizzoli) c’è una foto scattata da Francesca Giacomelli. Lea è seduta su una pietra scolpita, guarda avanti, quasi nel vuoto; è vestita in modo elegante, indossa un cappellino e tiene con la mano destra un bastone; lo allontana da sé, come ad asserire qualcosa di scontroso: lo uso ma lo patisco. Il bastone è un segno della vecchiaia. C’è anche una borsa appoggiata sulle sue gambe. Le gambe, ecco. Non so se questo è il punctum, come lo intendeva Roland Barthes, di certo è la prima cosa che si vede. Sono le gambe di una ragazza, quella ragazza che Lea è sempre stata ed è rimasta, e che questa conversazione con Chiara Gatti mostra in modo evidente. Le gambe e poi i piedi infilati nelle scarpe che sembrano così lunghe.     Le gambe sono state per Lea Vergine un rovello, o almeno un segno distintivo. Nel 1960 invitata a tenere una conferenza all’Accademia di Belle Arti di Napoli si siede dietro a un tavolo aperto. Le si vedono le gambe. Devono essere belle perché il giorno dopo su “L’Unità” esce un pezzo in cui l’articolista spiega che la sala era piena di pubblico: la gente...

Esce oggi "Roland Barthes: parole chiave" / Roland Barthes. Oggetti

Un impermeabile perché forse pioverà, un frac turchino con gilet giallo, il battello olandese, le bambole di porcellana, la nave Argo, gli stracci di Madre Coraggio, la Citroen DS (che va letto Déesse, cioè Dea), il detersivo Omo, le plastiche Moplèn, il vino rosso di Borgogna, i soldatini di latta e le trottole in legno, la Guida Blu, la pasta Panzani, la posateria nei vagoni-ristorante dei treni, una petite gance (qui fait l’elegance), un cardigan, una blouse, una casacchina, uno scialle, il couscous marocchino col burro rancido, un godemiché, le cucine componibili e il tinello piccolo-borghese, i bastoncini giapponesi per il riso, un rastrello per pettinare la sabbia nei giardini Zen, il pachinko, il pane e le brioches, gli occhiali scuri, la cartoleria di Gilbert Jeune...    Ecco una lista, parziale e disordinata, degli oggetti che circolano nell’opera di Roland Barthes. Oggetti quotidiani, ma anche fantastici, letterari, soprattutto mitologici. In ogni caso fortemente significativi. Comunque significanti. A che cosa possiamo attribuire questo interesse, questa ossessione quasi, di Barthes per gli oggetti significanti, di qualunque specie e natura essi possano...

In the window, a candle / Nick Cave. One More Time with Feeling

Siamo nel 1977. In ottobre Parigi odora di pioggia e Roland Barthes ha appena perso sua madre. All'indomani «del grande, del lungo lutto» avrebbe incominciato a scrivere, su foglietti ricavati da un foglio standard piegato in quattro, il suo personalissimo «Journal de deuil». Talvolta “i biglietti” non hanno data, sono pochi quelli che hanno una lunghezza maggiore delle quattro righe, di quando in quando invece prendono l'aspetto di una domanda senza risposta o di una frase lasciata incompiuta. Questo diario viene pubblicato in Italia da Einaudi con il titolo Dove lei non è.    «Come l'amore, il lutto colpisce il mondo, la mondanità, d'irrealità, d'importunità. Io resisto al mondo, soffro di ciò che mi domanda, della sua domanda. Il mondo accresce la mia tristezza, la mia aridità, il mio sgomento, la mia irritazione, ecc. Il mondo mi deprime».   Parlare di un lutto è difficile. Come comportarsi? Nick Cave, alla vigilia dell'uscita del nuovo disco Skeleton Tree, non se la sente di affrontare la stampa per parlare della morte del figlio. Pensa a quei giornalisti pronti a chiedergli dell’LSD, delle brutte compagnie, di quell'ultima foto su Snapchat. Decide invece di...

Il viaggiatore solitario / Roland Barthes in autogrill

Settembre è ormai sul punto di finire. Con settembre finiscono le vacanze e finisce questa estate del 2016, che è stata amara, polemica, sudata, poi dolcissima come tutte. Mentre anche gli ultimi, strategici vacanzieri di settembre inoltrato riaprono zaini e valigie in una stanza di casa, in uffici affollati e davanti ai computer di tutti gli anfratti del paese si passano in rassegna i temi, gli scandali, si riflette sul senso. Perlomeno, in tanti penseranno, con il burkini abbiamo chiuso fino all’anno prossimo. È già qualcosa. Perché sì, se ne è detto tutto, il contrario di tutto e poi se ne sono dette cose che coniugavano i due corni della questione risolvendoli. Era Lévi–Strauss, in Tristi tropici, che ricordava come questa fosse strategia argomentativa tipica della filosofia e sufficiente a convincerlo a diventare etnografo per fuggirla. Ma il senso non si esaurisce mai, scrive d’altra parte Roland Barthes: il suo lavoro è spostarsi, connettere, scartare. E davanti a questa sua tacita, attualissima provocazione, in questa fine di settembre presento un breve esperimento autostradale. Lo ‘scarto’ risale all’agosto di un anno fa, quando durante un viaggio in macchina molto lungo...

Album. Inediti, lettere e altri scritti / Abbozzo di una società sanatoriale

Fra i vari materiali che popolano il bell’Album di Roland Barthes pubblicato in questi giorni in traduzione italiana (Album. Inediti, lettere e altri scritti), uno dei più interessanti è sicuramente questo “Abbozzo di una società sanatoriale”. Datato 25 giugno 1947, si tratta di un testo rimasto inedito sino al 2002, quando è riapparso in occasione di “R/B”, la celebre mostra al Centre Pompidou dedicata al grande semiologo francese. Barthes, malato di pesantissima tisi, aveva trascorso in sanatorio un lungo lasso di tempo, grosso modo dal ’40 al ’45, giusto gli anni della seconda guerra mondiale. Di quel periodo sappiamo poco: “vita improduttiva”, viene tacciata tale esperienza nel Barthes di Roland Barthes, e le due grosse biografie di Calvet (1990) e Samoyault (2015) non hanno più di tanto colmato la lacuna. Il testo qui pubblicato, a sua volta, elude la questione personale e biografica. O quanto meno tiene sullo sfondo l’Erlebins individuale per svolgere un discorso ad altro livello e d’altra natura.   Riconosciamo in queste righe il Barthes migliore: la sua Montagna incantata ha un tono più mitologico che romanzesco, è una critica sociale più che una narrazione d’affetti...

Estati / Facebook e gli intellettuali in vacanza

Alberto Arbasino su Facebook non c’è. Ed è giusto così: anni luce, per carità, da lui e dal suo lavoro. Eppure, se avesse dato anche solo un’occhiata, vi si sarebbe trovato ironicamente a suo agio, dato che quest’ambiente (chiamiamolo così) proliferante e multiforme, noiosissimo e conturbante non è altro che il contenuto folklorizzato dei suoi romanzi più cool, Fratelli d’Italia in testa. Tutti i “signoramia” e gli “oddio” e i “perdindirindina” sono qui all’ordine del giorno. Amplificati. Per non parlare dei personaggi improbabili che, come questo scrittore arcirproustiano ci ha da tempo insegnato, s'incontrano a ogni angolo di strada cittadina o trazzera rurale, nonché delle ricche promenades di una villeggiatura comme il faut.   In tempo d’estate, fra l’altro, anche i doppi nodi vengono al più restio dei pettini, fitto o rado che sia. Osservando i ciclici spostamenti degli eschimesi nella stagione calda, in era non sospetta Marcel Mauss aveva dato delle ferie una visione rigorosamente antropologica: raggiunta la costa, quella gente non va semplicemente in vacanza ma cambia radicalmente i propri costumi (religiosi, sessuali, politici), se non i propri valori. Per restare ad...

Strategie e trovate / Podemos, una certa ikea di politica

La politica sta cambiando, questo ormai dovremmo averlo capito. Un cambiamento totale, devastante, che mette in discussione tutto e tutti sotto due potenti spinte: quella dei cittadini, che non sono più disposti a far finta di niente, ma soprattutto quella della comunicazione, che ha trasformato il modo di farla. E non parlo solo di internet e dei suoi effetti, della costruzione del consenso a forza di post e like o della pratica della consultazione diretta per scegliere qualunque cosa, dal colore delle pareti della sede del partito alle aliquote della pressione fiscale, ma di tutta la comunicazione, anche quella che si basa su artefatti del tutto tradizionali come un programma elettorale. Avete presente quei volumoni che si facevano una volta, fitti fitti di righe di testo, qualche tabellina e una certa quantità di dati che nella migliore delle ipotesi si presentavano già sotto forma di torta pronta da spartire? Dimenticateli. O almeno, dimenticateli se siete spagnoli. Con Podemos, il partito (movimento? gruppo? iniziativa? di questi tempi si offendono tutti così facilmente) che parteciperà alle prossime elezioni del 26 giugno, anche questo baluardo del vecchio modo di...

La giornata mondiale della consapevolezza sull'autismo / Autismo. Deligny: i bambini e il silenzio

Che il fare elimini l’agire – come la coscienza occulta il reale – è un’evidenza che ci pone un dilemma insolubile: voglio parlare di quel “noi” che vive vicino ai bambini autistici.Fernand Deligny, I bambini i loro atti i loro gesti: Esistono bambini mutacici, autistici, afasici? La recente proliferazione assordante dei discorsi sull’autismo si è costituita attraverso la disposizione di opposti binari che organizzano le posizioni dei soggetti coinvolti, sul fronte diagnostico psicogenesi vs. disturbo dello sviluppo, su quello degli interventi metodologie educative comportamentali vs. psicologia dinamica, su quello delle soggettività genitori di persone “con autismo” vs. autistici, medicalizzazione vs. empowerment, e così via; c’è poi una storia canonica dell’autismo, iniziata negli anni quaranta del secolo scorso in Nord America e in Austria, condivisa da tutti quanti, con i suoi personaggi, di volta in volta buoni o cattivi, Kanner, Asperger, Bettelheim, Rimland, la Grandin, Lovaas, Rain Man, il cane ucciso a mezzanotte e infiniti altri. Ciascuno ha agio di dislocarsi rispetto all’oggetto culturale “autismo” secondo il proprio sentire. Poi ci sono i rimossi, i tentativi di...

Compassione

Definizione   Il soggetto prova un sentimento di forte compassione nei riguardi dell’oggetto amato ogni volta che lo vede, lo sente o lo sa infelice per questa o quest’altra ragione, esterna alla relazione amorosa in sé.   Terminologia   Un’insegna possibile: Michelet: «Ho male alla Francia» → «Io ho male a X». Essa dice bene il senso della figura: identificazione estrema (propria del dinamismo dell’immaginario) all’oggetto, che diviene una parte, un organo del corpo del soggetto. Diverse sono le parole possibili per questo sentimento di partecipazione intensa. – Simpatia: va bene, se in senso forte, etimologico. Ma la connotazione attuale è molto insipida. Il “vero” senso: sentimento leggero fino all’insincerità: latino, per simpatia. – Commiserazione: sarebbe questa una bella parola: “sentimento di pietà in presenza delle disgrazie di qualcuno”. Ma vi è in essa una connotazione di condiscendenza (il ricco nei riguardi del povero). Peccato perché in questa citazione da Rousseau (Discorso sull’origine dell’ineguaglianza), è indicata l’identificazione che vi è intesa: «un sentimento che ci mette al posto di colui che soffre». – Empatia: ottima, in linea di...

Influencer: esseri di moda

“Influenza” deriva dal latino medievale influere, scorrere dentro, insinuarsi. Nel suo uso figurato descrive l'infondimento di sentimenti e opinioni nell'animo, spesso in accezione negativa, come del resto accade per il suo corrispettivo medico che indica una malattia virale. Influenza ha in sé il germe della viscosità, dello scorrere di una sostanza fluida che si infonde e attecchisce in ciò con cui entra in contatto. Influenza, come virale, appartiene ormai al dizionario del marketing, in relazione a un'azione esercitata sul pubblico, spinto a compiere una determinata scelta di campo. I responsabili del contagio sono gli influencer, meglio ancora se digital influencer, coloro che, in virtù di una nutrita schiera di follower, vengono scelti dalle aziende in veste profetica, per promulgare il verbo ed evangelizzare i consumatori. Fino a qualche tempo fa un contenuto doveva essere, appunto, virale, adesso, si parla di influenza. Probabilmente i cervelloni del marketing amano ispirarsi alla retorica medica.   Zoella Zeebo, prima al mondo nella classifica Top Fashion Influencers   I digital influencer basano il loro...

Ordini del discorso amoroso

Tante persone sarebbero pronte ad affermare, talvolta con ironia, che l’amore non esiste. Considerandolo, a buon titolo, compromesso dalla sua storia ufficiale, e dunque dalla storia delle istituzioni che si sono incaricate di governare l’amore – ossia di produrre un’idea dell’amore che fosse funzionale al governo della proprietà, della sessualità, della riproduzione, e in buona parte funzionale al dominio maschile e all’eterosessualità obbligatoria –, costoro vorrebbero sbarazzarsi della sua storia stabilendo l’impossibilità di pensare l’amore fuori dal suo dispositivo, mettendo in discussione la struttura stessa che rende possibile ogni argomentazione: al suo posto esisterebbero, semmai, i rapporti sessuali, o forme più o meno superficiali di relazioni di reciprocità e scambio, tendenzialmente etero o omonormate, nei casi in cui prevedano forme di scambio sessuale, e tendenzialmente omosociali, nei casi in cui invece non siano all’apparenza contemplate. Costoro, inoltre, riterrebbero le sofferenze che l’amore può produrre del tutto risibili se comparate con quelle...

Il paradigma dei carnivori. I Linkin Park e The Hunting Party

La musica, secondo Roland Barthes, è un discorso amoroso che struttura i valori profondi dell'immaginazione, specialmente quando esprime il non detto attraverso le sue vibrazioni e quella grana della voce che non è solo un timbro vocale, ma veicola una tensione tra musica e linguaggio, trasposta nel corpo del performer. La voce con i suoi toni può modulare qualsiasi stato emotivo e trasmetterlo a chi ascolta. Il plus dell'esibizione live di un cantante o di una band è il riuscire a connettersi empaticamente con il pubblico, articolando, attraverso la grana della voce, una certa trasformazione dell'esistenza, un'esperienza. Non è un requisito di tutti i musicisti ma, sarò anche di parte, tra coloro che hanno questo “dono” ci sono sicuramente i Linkin Park che, dopo un anno e tre mesi dalla loro ultima esibizione in Italia, tenutasi a Milano il 10 giugno 2014, torneranno il 6 settembre al Rock in Roma.   Il loro ultimo album, The Hunting Party, pubblicato il 17 giugno 2014, segna una svolta stilistica interessante nella storia del gruppo rispetto alla costante dell'uso del pronome “noi” nei...

Barthes e la scrittura in mostra

È un’impresa organizzare una mostra alla Biblioteca nazionale di Parigi, ultimata in grande fretta nel 1995 per farla inaugurare dall’incartapecorito presidente Mitterand. È persino difficile studiarci – ragione precipua per cui è stata costruita – figuriamoci esporre arte. In occasione del centenario della nascita di Roland Barthes il Dipartimento dei manoscritti della BNF ha allestito Les écritures de Roland Barthes. Panorama (fino al 26 luglio). Lontana da ogni clamore retorico, la mostra è un omaggio contenuto e prezioso concentrato su una sola opera, Frammenti di un discorso amoroso, di cui viene ripercorso l’iter completo: dagli appunti stesi per il corso universitario all’Ecole Pratique (1974-76) fino all’impaginato definitivo del libro. Non mancano le fasi intermedie e il paratesto, sin dal Précis e dalle note metodologiche, fedele a quell’arte tutta francese di concepire un saggio. Perché un libro non va solo scritto ma va strutturato (indimenticabili gli indici dei libri di Deleuze, un vero modello). Si succedono poi le schede di lettura raccolte in appositi contenitori, le...