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Roland Barthes

(102 risultati)

Jean Baudrillard / Il sistema degli oggetti compie cinquant’anni

Esattamente cinquant’anni fa Jean Baudrillard pubblicava in Francia il volume Il sistema degli oggetti presso l’editore Gallimard. Questo testo ha visto crescere nel corso del tempo il suo successo e oggi può essere senz’altro considerato un classico del pensiero sociologico. In realtà non è nato come volume da pubblicare presso un editore, ma come tesi di dottorato in sociologia, discussa da Baudrillard nel 1966 davanti a una prestigiosa commissione composta da Roland Barthes, Pierre Bourdieu e Henri Lefebvre e scritta sotto la diretta influenza delle lezioni frequentate al seminario diretto da Barthes all’École Pratique des Hautes Études tra il 1962 e il 1964 dal titolo L’inventaire des systèmes contemporaines de signification: système d’objets. E l’idea di condurre una trattazione sistematica del mondo degli oggetti quotidiani è venuta probabilmente a Baudrillard dalla sociologia della vita quotidiana di Lefebvre, ma soprattutto dalle intense ricerche condotte da Barthes sul linguaggio dell’abbigliamento a partire dalla fine degli anni Cinquanta e raccolte nel 1967 nel volume Sistema della Moda. È evidente dunque come Il sistema degli oggetti non sarebbe probabilmente nato...

Un metaromanzo esilarante / La settima funzione del linguaggio

A un certo punto Simon se la sta vedendo brutta: in una piccola, e immancabilmente buia, calle veneziana è circondato da tipi loschi che vorrebbero farlo fuori. Indietreggia terrorizzato, ma riflette: se sono il protagonista di un romanzo non posso morire adesso: di solito, quando viene ucciso il personaggio principale, accade alla fine della storia. E qui siamo ancora a pagina 363 delle 454 complessive di cui consta il romanzo in questione. Ha insomma di che stare – ahimè relativamente – tranquillo. Così la vicenda va avanti.   Simon Herzog – dottorando in semiotica a Paris-Vincennes (covo assai délabré dei deleuziani desideranti dalla canna facile) – è il protagonista della Settima funzione del linguaggio, il best seller di Laurent Binet uscito alcuni anni fa in Francia in occasione del centenario della nascita di Barthes, e tradotto adesso in italiano da Anna Maria Lorusso per La Nave di Teseo (€ 20, numero di pagine già detto). A esser precisi ne è il coprotagonista, poiché interviene nella storia come aiutante del commissario Jacques Bayard, della sureté francese, incaricato nientepopodimeno che da Valéry Giscard d’Estaing (allora presidente della Repubblica) di indagare...

Che Guevara tú y Todos / Il senso di una vita: il Che in mostra a Milano

A cinquant’anni dall’assassinio di Ernesto “Che” Guevara in Bolivia (9 ottobre 1967), la mostra Che Guevara tú y Todos (Milano, Fabbrica del Vapore, fino al 1° aprile 2018, catalogo Skira) propone, con l’ausilio di un ricco apparato visuale, un nuovo sguardo prospettico su colui che, dopo la morte, è stato irrigidito nell’immagine devozionale del “guerrigliero eroico”. Sul Che – che nel 1960 Jean Paul Sartre aveva definito “l’essere umano più completo del suo tempo” – si è subito addensata la coltre della leggenda. Si è letto il suo Diario in Bolivia come testimonianza di un sacrificio tanto vano quanto necessario. Al Guevara in carne e ossa si sono sovrapposti l’impressionante somiglianza con Gesù – gli occhi aperti e il corpo morto adagiato nel lavatoio dell’ospedale del villaggio di Vallegrande, lo sguardo che perdona i suoi carnefici – e l’accostamento con il Cristo morto di Andrea Mantegna. Dopo la fortuna planetaria del poster del rivoluzionario dal volto corrucciato, il basco e lo sguardo rivolto al futuro, oggettistica, abbigliamento, orologi Swatch hanno reso il Che un marchio globalizzato. La sua effigie ha oltrepassato le ideologie, facendone un volto sganciato dalla...

Parla proprio di noi / Perché insegnare letteratura (e non solo agli studenti di Lettere)

Insegno Letteratura italiana contemporanea da parecchi lustri, ma per una serie di circostanze che ora non è il caso di ripercorrere non mi è mai capitato di trovarmi in un corso di laurea in Lettere. Gli studenti con i quali ho a che fare non hanno interessi prevalentemente letterari; in molti casi, non hanno affatto interessi letterari. La letteratura occupa una posizione marginale nel loro orizzonte mentale. Analogamente, un’ipoteca di marginalità pesa sull’immagine che noi stessi docenti (italianisti e contemporaneisti) tendiamo ad avere degli insegnamenti letterari inseriti in corsi di laurea il cui focus formativo punta altrove.     Ovviamente esiste sempre la possibilità di declinare gli insegnamenti letterari in una chiave prossima agli interessi degli studenti. Ad esempio, insegnando (come a me è avvenuto per anni) in un corso di laurea di Scienze dell’Educazione, ci si può soffermare sull’immagine di certi ambiti sociali o di certe condizioni esistenziali; si possono scegliere testi che parlano non solo di minorazione fisica o psichica, di emarginazione, di carcere, ma anche di dinamiche familiari, di rapporti fra le generazioni, di Bildungsroman. Il punto...

Mercoledì 7 marzo al Circolo dei lettori / Pigrizia

Definizione del Dizionario Garzanti pigro: 1. che cerca di evitare la fatica e l’impegno; lento e svogliato: un ragazzo pigro; essere pigro nello studio; la mattina è pigro ad alzarsi accr. pigrone, pegg. pigraccio 2. che denota pigrizia, lentezza: gesto, movimento pigro | che porta alla pigrizia, che fa diventare indolente e apatico: il pigro inverno 3. lento a reagire; inerte: intelletto pigro; intestino pigro, che ha una funzionalità rallentata o insufficiente; egli gridava a’ dissueti orecchi, / a’ pigri cuori, a gli animi giacenti (CARDUCCI)   Citazioni celebri: La pigrizia è madre. Ha un figlio, il furto, e una figlia, la fame. (Victor Hugo) La pigrizia è il rifugio degli spiriti deboli. (Philip Stanhope) È impossibile godere della pigrizia fino in fondo se non si ha parecchio lavoro da compiere. (Jerome K. Jerome) È pigro l'uomo che può far di meglio. (Ralph Waldo Emerson) La mediocrità di spirito e la pigrizia producono più filosofi che non la riflessione. (Luc De Vauvenargues) Oserò qui esporre che cosa prescriva la più grande, la più importante, la più preziosa regola di tutta l'educazione? Non già di guadagnare tempo, ma di perderne. (Jean-Jacques Rousseau)  ...

Un'analisi degli oggetti della cultura di massa oggi / Critica

La tradizione di pensiero della modernità ha attribuito un ruolo importante alla capacità dell’essere umano di esercitare un ruolo critico verso la cultura della società in cui vive. Ciò è risultato evidente soprattutto nelle riflessioni che sono state sviluppate nei confronti della cultura generata dai media. Roland Barthes, ad esempio, ha fatto vedere già negli anni Cinquanta, nel celebre testo Miti d’oggi, come sia possibile criticare i miti della cultura di massa. Ha mostrato cioè che si può tentare di «demistificare» i messaggi dei media e dell’industria culturale. A dire il vero, prima ancora di Barthes, era stato Marshall McLuhan a indicare già nel 1951, con il volume La sposa meccanica, che i messaggi della cultura di massa potevano essere trattati esattamente allo stesso modo dei testi letterari e dunque sottoposti a una rigorosa analisi critica. E dopo McLuhan e Barthes, com’è noto, anche Umberto Eco e altri intellettuali hanno fatto vedere la possibilità di un’analisi critica dei messaggi della cultura di massa. L’approccio sviluppato da Barthes ha influenzato anche l’attività di ricerca esercitata dalla cosiddetta “Scuola di Birmingham”. Scuola dalla quale è derivato...

Letteratura e ecologia / Cogliere il reale di sorpresa

A un certo punto di Helzapoppin’, esilarante metafilm degli anni 40, c’è un orso che protesta coi suoi padroni; e un cane là vicino commenta: “strano: un orso che parla”. Stranezza al quadrato, si dirà, che suscita una risata tanto immediata quanto colpevole. Se gli animali non parlano, la cosa dovrebbe valere per tutti, orsi o cani che siano. Ma se il cane trova strano l’orso che parla, cosa dire di lui che sta facendo la medesima cosa? Insomma, in cosa consiste l’effettiva stranezza? nell’orso, nel cane o in noi che stiamo ridendo di loro? La problematicità della convinzione circa la mancanza di linguaggio negli animali, per il tramite di una trovata artistica, viene fuori in tutta la sua potenza. E questa trovata artistica ha un nome tecnico molto celebre – ‘straniamento’ –, proposto dal Viktor Sklosvkij in sede di critica letteraria, ripreso da Bertold Brecht in drammaturgia, da Walter Benjamin nell’estetica e da Roland Barthes nella semiologia strutturale. Mica bruscolini.   Per spiegare di che cosa si tratta, Sklovskij, perfidamente considerato un ‘formalista’ dai suoi detrattori sovietici, ricorda quel celebre racconto di Tolstoj in cui un cavallo si interroga sul...

Dall’epifania del divino alla favola mediatica / Verso il post-simbolico

Che cosa accade al simbolico nelle attuali società ipermoderne? Questa dimensione fondante delle civiltà umane tende a sparire o comunque a indebolirsi in un mondo sociale che si presenta come sempre più dominato dalle narrazioni e dalle rappresentazioni mediatiche? Il filosofo Fulvio Carmagnola ha tentato di dare una risposta a questa rilevante questione con il denso volume Il mito profanato. Dall’epifania del divino alla favola mediatica (Meltemi). Entrando in profondità all’interno delle analisi sviluppate dai più importanti studiosi dell’area antropologica, è arrivato in sintesi a sostenere che oggi è in atto un progressivo indebolimento del simbolico, al punto che si può parlare dell’ingresso delle società odierne in una condizione «post-simbolica».   Vale a dire che il simbolico, cioè una particolare dimensione della società che facendo uso del mito, della magia e dell’irrazionale tende a produrre una separazione tra la cultura umana e la natura, sembra perdere la sua sfida rispetto all’enorme potere di fascinazione posseduto oggi dall’immaginario mediatico. Ne consegue che il mito vede progressivamente dissolversi quei legami con la dimensione del sacro che lo...

I libri che hanno cambiato la storia / Possiamo fare a meno delle monografie?

In questo periodo, si è scritto molto a proposito dell’anniversario della rivoluzione russa avvenuta nel 1917. Ma questo importante evento sociopolitico non avrebbe probabilmente avuto luogo se Karl Marx non avesse pubblicato esattamente cinquant’anni prima un saggio teorico fondamentale come il primo volume del Capitale. I saggi monografici rilevanti, infatti, possono modificare e addirittura sconvolgere il processo evolutivo delle società. Basti pensare, ad esempio, alla potente forza di cambiamento culturale e sociale manifestata da un saggio estremamente importante come L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud. Oppure a ciò che hanno causato altri innovativi saggi pubblicati tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta del Novecento: Miti d’oggi di Roland Barthes, Apocalittici e integrati di Umberto Eco, Gli strumenti del comunicare di Marshall McLuhan.    Un saggio monografico può dunque dare vita a una potente forza di cambiamento della società. L’evoluzione del pensiero scientifico ma anche della cultura sociale non ha potuto prescindere nella storia della modernità da questo strumento di elaborazione teorica. Eppure oggi stiamo progressivamente rinunciando a...

Post-mortem dell’autore / Umberto Eco tra Nani e Giganti

La morte dell’autore: espressione coniata cinquant’anni fa da Roland Barthes, assai discussa da studiosi di letteratura, critici, semiologi, filosofi, ma ormai usurata, stanca, fortemente indebolita dal tempo e dall’età. Per Barthes, si sa, “non appena comincia a scrivere, l’autore entra nella propria morte”. L’atto di scrittura, abolendo ogni idea di soggetto individuale, di genio creatore e, con ciò, di proprietà dell’opera, afferma piuttosto la persona linguistica, la soggettività come effetto di senso del testo. Se io è sempre e soltanto chi dice “io”, autore è chi, alla fine, l’opera decide di eleggere come tale, con tutte le finzioni e le credenze del caso. Da Mallarmé a Proust, da Blanchot a Benveniste, è tutto un recitare inni funebri, peraltro euforici, verso ogni residuo di romanticismo, ogni ingenua volontà d’espressione di sé. Ma l’autore ha comunque trovato un suo strenuo rifugio, dove la tragedia, comme il faut, si fa farsa: è quello dei media, mai stanchi di vendere eroi per un giorno, figli illegittimi di geni-brand un tanto al chilo. La televisione, il cinema, la letteratura, i giornali, il web sono strabordanti di autori d’ogni ordine e grado, geni ipercompresi...

Non c'è luogo se non c'è esperienza / Media e luoghi

Shaun Moores è conosciuto in Italia grazie al suo importante studio di qualche anno fa Il consumo dei media (Il Mulino), che ha avuto il merito di presentare nel nostro paese un dettagliato quadro delle attività di ricerca di tipo etnografico e dei dibattiti culturali sorti intorno al Media Group del Centre for Contemporary Cultural Studies di Birmingham, articolando una linea riflessiva in aperta opposizione rispetto agli studi quantitativi di matrice statunitense, che per decenni avevano rappresentato il punto di riferimento nella sociologia della comunicazione. Moores, in modo sistematico e originale, si è fatto traduttore di una “svolta etnografica” che ha avuto il merito di condurre lo studio dei media, e in particolare della televisione, sui dettagli della fruizione e dei prodotti culturali, integrando da un lato l’approccio semiotico ai testi – facendo riferimento in particolare ai lavori di Roland Barthes – e dall’altro riprendendo in maniera piuttosto fedele le metodologie delle discipline antropologiche, che in quegli anni stavano vivendo una svolta epistemologica, sintetizzata dal celebre lavoro di James Clifford e George Marcus, Scrivere le culture (Meltemi). ...

Progetto Jazzi / Sentieri lenti

  Continua l’intervento di doppiozero a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA).   «Mi attenevo in questo all’esempio dei viandanti che, smarriti in una foresta, non devono andare in giro errabondi, ora in una direzione e ora nell’altra, o, peggio che mai, fermarsi da qualche parte, ma devono camminare sempre diritto, per quanto è possibile, in una direzione, e non cambiarla senza un buon motivo … ». La seconda regola della morale provvisoria di Cartesio obbedisce anch’essa ai criteri suggeriti dal metodo; quest’ultimo (letteralmente, la via, odos, per) indica il cammino ottimale, segue il percorso più breve, come fa esemplarmente la traiettoria della luce. La Razionalità classica e la sua strategia dell’efficacia rispondono ad un principio di economia: è questo, ha osservato Michel Serres, il fondovalle (talweg) della cultura della modernità. Si tratta di risparmiare tempo, di conseguire il risultato massimo con il dispendio minimo, di procedere velocemente verso l’uscita dall’oscuro labirinto, dalla tenebrosa foresta dell’...

Ritorno nell’Impero dei segni / Giappone: riti contro la fine della storia

La prima volta che mi capitò di leggere le riflessioni di un filosofo occidentale sul Giappone fu per me un’autentica folgorazione intellettuale. Si trattava di Alexandre Kojève, quello che più tardi verrà definito da Antonio Gnoli il “maestro occulto del ‘900”: nato in Russia ma naturalizzato francese, nipote di Kandinskij, laureato in lingue esotiche come il cinese, il tibetano, il sanscrito, esperto di Hegel e Kant, oltre che di fisica, combattente per la Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale, probabile agente del KGB.   Kojève aveva raccolto attorno a sé, alla metà degli anni ’30 uno sparuto manipolo di studenti, che a Parigi ascoltavano con cadenza regolare le sue lezioni: Jacques Lacan, Georges Bataille, Raymond Queneau (per fare solo tre nomi) erano tra gli uditori più assidui. Tra le molte, audacissime teorie che Kojève sviluppò – ereditando avventurosamente la cattedra dallo storico della scienza Koyré – negli anni parigini c’era quella sulla “fine della storia”, formulata in due geniali note a piè di pagina nella sua Introduzione alla lettura di Hegel. Secondo Kojève la storia era finita. Se la storia era, infatti, come sosteneva Hegel, la storia del...

La reinvezione del tempo / Carlo Rovelli: le cose non sono, accadono

La mattina era fresca e il cielo terso, il 21 luglio 1969 alle ore 02:56, quando Neil Armstrong mise piede sul suolo lunare. Maria Grazia, contadina irpina del sud Italia, guardando il primordiale schermo televisivo chiedeva ai nipoti se l’avessero, allora, portata sull’aia, tra i covoni di grano della recente mietitura, la luna, quella palla lucente. Se avessero aspettato che fosse costruita per intero dal momento che secondo lei la luna veniva fatta e disfatta ciclicamente da quel Marcoffio che, nella sua cosmologia, era l’artefice di quella piccola palla. E il tempo per la covata delle chiocce si sarebbe calcolato avendo lo strumento di misura finalmente vicino e a disposizione. Così come non ci sarebbe stato più il problema di coprire le patate nascondendole ai suoi raggi, visto che, se no, se ne andavano di luna. E lo stesso valeva per la gravidanza delle mucche e persino per i cicli mestruali. Finalmente, insomma, divenivamo padroni del tempo, non più esposti ai capricci della luna.   Sacra è l’acqua, sacra è l’aria, sacra è la terra. A renderle tali è il nostro modo di viverle nel tempo: in quell’attimo che separa il prima e il dopo e esalta e inghiotte ogni...

Theoria degli affetti. Abitare le conseguenze / Uno strappo tra ospizio e mondo esterno

La “terza età” fa venire in mente il “mito d’oggi” (Barthes) dei giocattoli socializzati, che riproducono, in piccolo, il macrocosmo degli adulti – macchine, eserciti, fattorie, cucine. Il bambino è un homunculus a cui sono forniti gli stessi oggetti dell’adulto, aggiustati alla sua misura. Ma avanza verso quel modello.  Negli ultimi cinquant’anni gruppi di potere, industrie farmaceutiche, mass media, enti pubblici e privati nei settori igienico-sanitario, alimentare, amministrativo, manutentivo, hanno costruito un’immagine della “terza età” che passa come “naturale”. Si vive sempre più a lungo e quindi si è “giovani” finché si può, finché si ha la fortuna di esserlo. Ci si comporta, si lavora, ci si risposa, si fanno figli imitando il trentenne, l’“adulto perfetto”, e ritardando il più possibile l’invecchiamento, con rimedi di vario tipo. Così anche l’anziano è diventato un homunculus: arretra verso l’adulto.    La perdita della giovanilità marca la fine della “vita”. Segue poi una fase che intenzionalmente si rimuove, ma che, nel buio, è uno dei business più redditizi, articolati e complessi del XXI secolo. “Vecchio” è una parola tabù nella cultura occidentale,...

Insegnare la letteratura / Leggere con l’orecchio

Se esiste la letteratura non possono non esistere la storia e la critica della letteratura. E dunque, chi si applica a mettere in sequenza i suoi frutti, e chi si dedica al loro giudizio. Alla loro interpretazione. Chi opera per coglierne il senso nascosto, o profondo. O per decifrare nel suo specchio le verità dell’epoca con la quale la letteratura intrattiene rapporti più o meno indiretti.  Se esiste la letteratura non può non esistere una visione, e dunque una teoria della medesima. Nel senso puro e semplice che nei suoi frutti si dà a vedere un mondo. E comunque, al di là del suo valore di intrattenimento, di divertimento – che sia in versi o in prosa, che sia un poema, un romanzo o un racconto – l’opera letteraria condensa in sé un pensiero, un’idea del mondo. Come ogni manufatto linguistico.   Esistono dunque a buon diritto il critico, lo storico, il teorico della letteratura. Ora, tali professioni, anche nel senso di fede – di fede e fiducia nella parola: che possa produrre conoscenza – si esplicano in vari modi. C’è il critico accademico, c’è il critico militante, c’è lo storico, e c’è l’interprete, e c’è il recensore di libri sui quotidiani. Chi insegna dall’...

Dell’infanzia resta il «gesto» / Cy Twombly, la caduta dell’antico

A un certo punto delle due settimane passate in Tunisia con August Macke e Louis Moilliet, nella primavera del 1914, scrive nel suo diario Paul Klee: «il colore mi possiede. Non ho bisogno di tentare di afferrarlo. Mi possiede per sempre, lo sento. Quest’è il senso dell’ora felice: io e il colore siamo tutt’uno. Sono pittore». Anche per il suo maggior erede, Cy Twombly, decisivo è un viaggio in Nord Africa. Nell’autunno del ’52 sbarca per la prima volta a Roma, in compagnia di Robert Rauschenberg (che ha conosciuto due anni prima all’Arts Studentes League di New York, e col quale ha poi frequentato i corsi di Shahn, Motherwell e Olson al Black Mountain College); di lì passa in Marocco, dove resta un paio di mesi. In entrambi i casi, decisiva si rivela la ferocia calcinante della luce: che riduce forme e volumi, li fa precipitare a piombo, li assottiglia in ombre filiformi.   Per dirla con una delle tante memorabili osservazioni di Roland Barthes (nel dittico saggistico del ’79 – sapientemente sollecitato da Yves Lambert, gallerista parigino di Twombly – col quale s’inaugura la fortuna internazionale dell’artista: i due testi sono ora raccolti nel volumetto Cy Twombly, Seuil,...

Quel che ci fa vedere il mondo è anche quel che ci acceca / Immagini dappertutto

  Il 15/16 marzo a Torino due giorni di incontri sul tema delle immagini e della violenza: come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un contributo di Vanni Codeluppi per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   L’immagine ha una storia molto lunga alle spalle, in quanto è nata probabilmente con gli esseri umani. Con la capacità cioè di questi di estrarre dalla realtà che li circonda e di trasformare in simboli gli elementi presenti nell’ambiente di vita. Una capacità che era già presente dunque nei primitivi disegni che venivano tracciati sulle rocce presenti all’interno delle grotte. Disegni che, secondo alcune recenti scoperte fatte dagli archeologi, risalgono a circa 77.000 anni fa.  Ma l’immagine non opera soltanto dando vita a una riproduzione della realtà. Può presentare infatti anche qualcosa che è estremamente dissimile da questa. Qualcosa che appartiene...

Cosa hanno inteso celebrare? / Celebrating Photography

Guardo la fotografia vincitrice del primo premio assoluto del World Press Photo del 2017 e non riesco a smettere di chiedermi cosa abbiano inteso celebrare i giudici. Non che l’immagine non mi piaccia intendiamoci, o che non riconosca il coraggio di chi l’ha scattata, è l’idea di fotografia che porta con sé (e che il premio certifica e sancisce) che mi lascia perplesso. Provo a spiegarmi, e per farlo vorrei partire proprio dalla fotografia. Lo sguardo va subito leggermente a sinistra, verso il protagonista assoluto, l’ex poliziotto folle di odio che ha appena sparato all’ambasciatore russo che – ironia – stava inaugurando una mostra fotografica. È un bel ragazzo, giovane, atletico, vestito impeccabilmente, ma i tratti del suo viso sono distorti dalle parole che sta urlando. Ce l’ha fatta, ha ucciso, è riuscito ad andare contro il suo addestramento, a fare deliberatamente del male a una persona. Ha giudicato e ha punito, guadagnando il suo attimo di celebrità. È per quelle parole che ha fatto tutto questo, per poter essere sentito dal mondo. È un agente, sa perfettamente quello che succederà, sa quanti altri poliziotti arriveranno, e sa che faranno fuoco senza pensarci, non...

Sofia, 1º marzo 1939 – Parigi, 7 febbraio 2017 / Tzvetan Todorov

Quella di Tzvetan Todorov è una biografia intellettuale di straordinaria ricchezza e fecondità. Basta una scelta dei titoli che ha pubblicato per testimoniare un percorso unico, per l'importanza e la varietà dei temi che ha affrontato nel corso dei decenni.   Per i suoi primi allievi, Todorov era uno dei padri della semiotica, perché aveva contribuito alla diffusione del formalismo, che all'inizio degli anni Sessanta aveva portato con l'amica Julia Kristeva nella Parigi di Roland Barthes dalla Bulgaria, dov'era nato nel 1939 (I formalisti russi. Teoria della letteratura e del metodo critico, Einaudi, 1968). Per altri era lo studioso del simbolismo e di un genere considerato “basso” come la letteratura fantastica, che era stato tra i primi a esplorare (La letteratura fantastica, Garzanti, 1977, Teorie del simbolo, Garzanti, 1984). È stato poi il teorico dell'Altro, a partire da un testo capitale come La conquista dell'America. Il problema dell'altro (Einaudi, 1984). Le discussioni sul tema dell'incontro tra le culture partono da qui, e da titoli emblematici come Io e gli altri. La riflessione francese sulla diversità umana (Einaudi 1989) e Noi e gli altri (Einaudi, 1990). A...

L'arte non è una faccenda di persone per bene / Lea Vergine. Gambe, fumo e bellezza

Nella quarta di copertina del libro di Lea Vergine, L’arte non è faccenda di persone per bene (Rizzoli) c’è una foto scattata da Francesca Giacomelli. Lea è seduta su una pietra scolpita, guarda avanti, quasi nel vuoto; è vestita in modo elegante, indossa un cappellino e tiene con la mano destra un bastone; lo allontana da sé, come ad asserire qualcosa di scontroso: lo uso ma lo patisco. Il bastone è un segno della vecchiaia. C’è anche una borsa appoggiata sulle sue gambe. Le gambe, ecco. Non so se questo è il punctum, come lo intendeva Roland Barthes, di certo è la prima cosa che si vede. Sono le gambe di una ragazza, quella ragazza che Lea è sempre stata ed è rimasta, e che questa conversazione con Chiara Gatti mostra in modo evidente. Le gambe e poi i piedi infilati nelle scarpe che sembrano così lunghe.     Le gambe sono state per Lea Vergine un rovello, o almeno un segno distintivo. Nel 1960 invitata a tenere una conferenza all’Accademia di Belle Arti di Napoli si siede dietro a un tavolo aperto. Le si vedono le gambe. Devono essere belle perché il giorno dopo su “L’Unità” esce un pezzo in cui l’articolista spiega che la sala era piena di pubblico: la gente era...

Esce oggi "Roland Barthes: parole chiave" / Roland Barthes. Oggetti

Un impermeabile perché forse pioverà, un frac turchino con gilet giallo, il battello olandese, le bambole di porcellana, la nave Argo, gli stracci di Madre Coraggio, la Citroen DS (che va letto Déesse, cioè Dea), il detersivo Omo, le plastiche Moplèn, il vino rosso di Borgogna, i soldatini di latta e le trottole in legno, la Guida Blu, la pasta Panzani, la posateria nei vagoni-ristorante dei treni, una petite gance (qui fait l’elegance), un cardigan, una blouse, una casacchina, uno scialle, il couscous marocchino col burro rancido, un godemiché, le cucine componibili e il tinello piccolo-borghese, i bastoncini giapponesi per il riso, un rastrello per pettinare la sabbia nei giardini Zen, il pachinko, il pane e le brioches, gli occhiali scuri, la cartoleria di Gilbert Jeune...    Ecco una lista, parziale e disordinata, degli oggetti che circolano nell’opera di Roland Barthes. Oggetti quotidiani, ma anche fantastici, letterari, soprattutto mitologici. In ogni caso fortemente significativi. Comunque significanti. A che cosa possiamo attribuire questo interesse, questa ossessione quasi, di Barthes per gli oggetti significanti, di qualunque specie e natura essi possano essere...

In the window, a candle / Nick Cave. One More Time with Feeling

Siamo nel 1977. In ottobre Parigi odora di pioggia e Roland Barthes ha appena perso sua madre. All'indomani «del grande, del lungo lutto» avrebbe incominciato a scrivere, su foglietti ricavati da un foglio standard piegato in quattro, il suo personalissimo «Journal de deuil». Talvolta “i biglietti” non hanno data, sono pochi quelli che hanno una lunghezza maggiore delle quattro righe, di quando in quando invece prendono l'aspetto di una domanda senza risposta o di una frase lasciata incompiuta. Questo diario viene pubblicato in Italia da Einaudi con il titolo Dove lei non è.    «Come l'amore, il lutto colpisce il mondo, la mondanità, d'irrealità, d'importunità. Io resisto al mondo, soffro di ciò che mi domanda, della sua domanda. Il mondo accresce la mia tristezza, la mia aridità, il mio sgomento, la mia irritazione, ecc. Il mondo mi deprime».   Parlare di un lutto è difficile. Come comportarsi? Nick Cave, alla vigilia dell'uscita del nuovo disco Skeleton Tree, non se la sente di affrontare la stampa per parlare della morte del figlio. Pensa a quei giornalisti pronti a chiedergli dell’LSD, delle brutte compagnie, di quell'ultima foto su Snapchat. Decide invece di...

Il viaggiatore solitario / Roland Barthes in autogrill

Settembre è ormai sul punto di finire. Con settembre finiscono le vacanze e finisce questa estate del 2016, che è stata amara, polemica, sudata, poi dolcissima come tutte. Mentre anche gli ultimi, strategici vacanzieri di settembre inoltrato riaprono zaini e valigie in una stanza di casa, in uffici affollati e davanti ai computer di tutti gli anfratti del paese si passano in rassegna i temi, gli scandali, si riflette sul senso. Perlomeno, in tanti penseranno, con il burkini abbiamo chiuso fino all’anno prossimo. È già qualcosa. Perché sì, se ne è detto tutto, il contrario di tutto e poi se ne sono dette cose che coniugavano i due corni della questione risolvendoli. Era Lévi–Strauss, in Tristi tropici, che ricordava come questa fosse strategia argomentativa tipica della filosofia e sufficiente a convincerlo a diventare etnografo per fuggirla. Ma il senso non si esaurisce mai, scrive d’altra parte Roland Barthes: il suo lavoro è spostarsi, connettere, scartare. E davanti a questa sua tacita, attualissima provocazione, in questa fine di settembre presento un breve esperimento autostradale. Lo ‘scarto’ risale all’agosto di un anno fa, quando durante un viaggio in macchina molto lungo...