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Tommaso Pincio

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Perché gli italiani non immaginano mondi possibili / Al futuro non ci crede nessuno

L’immaginazione nazional-popolare del bel paese è malata di passato e carente di futuro. Ladri di futuro lo hanno sottratto. Volete un esempio? Nella tarda primavera, al salone del libro di Torino, – e già mi sembra di andare troppo indietro – Giorgio Agamben si esprime in questi termini: “Il futuro, che non esiste, può essere inventato di sana pianta da qualsiasi ciarlatano. Diffidate, tanto nella vita privata quanto nella sfera pubblica, di chi vi offre un futuro”. L’autore prende spunto da un aforisma ancor più drastico di Flaiano, “Ho una tale sfiducia nel futuro, che faccio progetti solo per il passato”. Sono sentenze che esprimono la convinzione, assai diffusa nello stivale, secondo cui l’unica chiave che permette di comprendere la realtà sia il passato, “mentre uno sguardo rivolto unicamente al futuro ci espropria, col nostro passato, anche del presente”.    Ma è un giudizio corretto? O piuttosto questa sfiducia verso il futuro è una malattia cronica che affligge il nostro sentimento nazional-popolare? Veramente il futuro è solo un inganno ordito per ingannare i molti? Un fuoco fatuo? Una sirena che porta i naviganti ad affondare scontrandosi contro le rocce della...

Una raccolta di scritti sull'arte di Tommaso Pincio / Le carte del caso T.P., ovvero come si diventa se stessi

Come è ormai d’obbligo in questi casi, devo qui premettere un disclaimer: dei fatti, delle persone, dei luoghi di cui si tratta in Scrissi d’arte di Tommaso Pincio, mio peraltro coetaneo, sono stato testimone e in alcuni casi anche complice. Mai imparziale comunque. Ma se questo potrà rendere al mio punto di vista la sua implicita dose di partigianeria, resta che da questo libro riemergo con una netta sensazione di sorpresa. Ero pronto a una lettura piuttosto conciliante – un’autoantologia di scritti dispersi, dedicati a un ambito, l’arte visiva, tutto sommato tangente al dominio letterario in cui Pincio è oggi saldamente acquartierato (si veda, uscito nel 2015, il più recente suo romanzo, Panorama) – e invece eccomi a riferire di quella che Andrea Cortellessa chiama nel risvolto “un’autobiografia per interposta quadreria”, una narrazione dove l’arte degli altri, scrive Pincio, diventa un’occasione per raccontare se stessi, e, aggiungerei, un tentativo di comprendere il carattere della propria generazione e più in generale quello di una Roma (e di un’Italia) colta a un tornante decisivo della sua vicenda recente.   Alighiero Boetti, Autoritratto (1993)   Ovvero, e solo...

Lo spazio (s)fin(i)to

Esiste Ascoli Piceno? Ricordo di averla visitata in una esistenza che, per molti indizi, dovrei considerare precedente; quello che non ho potuto stabilire è se Ascoli Piceno esiste ora… nessun ricordo dà la certezza che qualcosa sia veramente accaduto… Giorgio Manganelli, La favola pitagorica   Una volta io stesso avevo visto un volumetto con il mio nome in cima, ma mi trovavo alla stazione, dovevo prendere un treno che scalpitava sui binari, e non ebbi il tempo di vedere di che si trattava. In realtà, so che non si tratta di un caso di omonimia – che sposterebbe il problema, ma non lo risolverebbe – ma di un caso di pseudonimia quadratica, che, come tutti sanno, consiste di usare uno pseudonimo identico al nome autentico. In questo caso, il nome resta falso e sviante, oltre che protettivo, sebbene sia autentico e inoppugnabile.   Giorgio Manganelli, La notte   Per una volta ha ragione lo strillo in controcopertina. Davvero è «il romanzo autobiografico di una generazione» – una generazione che è anche la mia – Un amore dell’altro mondo: opera terza di Tommaso Pincio...

Senza trauma

“Qualche volta, bisogna riconoscere, il saggio vale più del libro che l’ha provocato”, diceva Luigi Malerba negli anni ottanta, infastidito dal proliferare di una “critica letteraria del tutto fantastica, anche inventiva, ma che considera i libri come puro pretesto per i suoi esercizi di scrittura”. Viene da pensare, leggendo il saggio di Daniele Giglioli Senza trauma (Quodlibet, 2011), che la critica esercitata nel libro sia priva di oggetto, o di un oggetto degno di un qualche interesse e considerazione critica, e che il critico, alla fine, sia il vero (s)oggetto di quelle “scritture dell’estremo” cui il sottotitolo rinvia.   La tesi del libro è duplice, o meglio, una è tesi vera e propria, l’altra è un suo corollario, o legittimazione. Innanzitutto, la constatazione che esista una generazione non più emergente ma oramai compiutamente emersa di scrittori, a far data dagli anni novanta (e dunque di scrittori nati tra gli anni cinquanta e i settanta, grosso modo), storicamente smarcata dai grandi traumi degli scrittori delle generazioni precedenti, confrontatisi forzatamente con l...

Il sabato del villaggio / Fango

Da sempre con l’avvento dell’estate tutto sembra rallentare, la gente va in vacanza, i bambini sono a casa da scuola e i giornali dedicano almeno una pagina ai giochi enigmistici. Tutto diventa piano piano più silenzioso, intimo, si esce di più la sera e si incontrano gli amici liberi da occupazioni lavorative. Da sempre d’estate si prova a non far caso a quello che capiterà a settembre, con il rientro in città e l’avvento dell’autunno. Ebbene, qualcosa si è inceppato, come se la frenetica corsa di questi ultimi anni, seppure senza fiato e gambe, si fosse tramutata in un’inesorabile caduta in un precipizio di cui non vediamo ancora il fondo. Si vorrebbe smettere di precipitare, ma al momento l’unica soluzione sembra essere quella di schiantarsi quanto prima. E non deve essere un caso che le decine di scandali di questi ultimi tempi, dal mondo della politica all’ultimo che coinvolge il più grande gruppo editoriale del mondo, abbiano principalmente un carattere autoreferenziale: l’informazione che imbroglia l’informazione, la politica che inganna la politica. Come se la cosa...

Noi e il male

A rileggere oggi le cronache letterarie degli anni Novanta si resta basiti di fronte a categorie che – pure – tennero banco per anni. Per esempio ai “cattivi”, che sarebbero stati i “Cannibali”, venivano allora contrapposti scrittori “buoni” – fra i quali Giulio Mozzi. Coi suoi primi due libri, Questo è il giardino del ’93 e La felicità terrena del ’96, Mozzi s’era rivelato, oltre che un virtuoso della forma racconto, una sorta di palombaro morale: sprofondato in ambiguità e conflitti di tenore filosofico (o teologico), da far tremare i polsi. Così buonista che nel ’98 il suo terzo libro, Il male naturale uscito da Mondadori, poté essere accusato in Parlamento, dal leghista Oreste Rossi, di inneggiare alla pedofilia. Ma il “nero” di questo libro (che sparì di libreria ed è ora riproposto dalla nuova sigla Laurana, con postfazione di Demetrio Paolin e la cronistoria delle sue vicende narrata dallo stesso autore, pp. 216, € 15,50) – insistito, ossessivo, non solo stilisticamente inquietante – non era che il rovescio esplicito...

Il trauma dei patimenti

Negli scrittori contemporanei è assai frequente il ricorso a descrizioni esplicite del dolore fisico, anzi: del patimento, avrebbe detto Leopardi, come stato, cioè, di sofferenza eminentemente corporea e creaturale, ovvero connessa alla fragilità del nostro essere biologico. La riprova è in due rappresentazioni particolareggiate della fenomenologia patologica, prese da due libri recenti: in un caso si tratta di Tommaso Pincio, che nel suo Hotel a zero stelle racconta di una febbre altissima che lo colpì bambino a seguito di un intervento alle tonsille. Febbre che si risolse in un modo del tutto imprevisto, con una misura terapeutica non solo audace, ma assolutamente contraria a ogni più banale profilassi: il padre del piccolo ammalato, credendo avvicinarsi il momento finale e fatale di quella malattia senza nome e dunque non suscettibile di diagnosi, lo porta alle giostre, e solo a quel punto il piccolo riesce a vomitare il tampone che l’incauto (a dir poco, evidentemente) chirurgo gli aveva dimenticato in gola durante l’intervento (caso nemmeno troppo inverosimile, a quanto sappiamo da svariati episodi di cronaca)....