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università

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Marco Rossi Doria e la lettera dei 600 / La lingua della vita

Il dibattito di questi giorni sullo stato della competenze linguistiche degli studenti universitari e sulla messa in stato di accusa della scuola italiana è l'occasione per ragionare insieme a Marco Rossi Doria, insegnante ed esperto di politiche educative e sociali e già sottosegretario all'Istruzione, sullo stato della questione ed è anche un modo per riprendere temi e problemi già affrontati da Doppiozero.   La “lettera dei 600” docenti universitari e intellettuali sulla crisi della formazione degli studenti italiani ha avuto una vasta eco. Mi sembra che non aggiunga nulla di nuovo in termini di analisi e piuttosto si concentri sulle responsabilità della scuola, in modo perfino poco intellettualmente onesto. La mia impressione è che manchi una riflessione più ampia sulla società e su come questa, nelle altre sue agenzie di socializzazione, abbia abdicato al ruolo educativo. Ne risulta in questo modo un'accusa molto giudicante che si rovescia sulla sola scuola e sugli insegnanti...   Vorrei non parlare dei toni della lettera dei 600 alla quale ho risposto su Repubblica dell’8 febbraio invitando a un lavoro comune che ha bisogno di responsabilità condivise, molto...

L’università è la neoscuola primaria / La Carica dei Seicento

Quel 25 ottobre del 1854, i seicento cavalieri della Brigata leggera inglese s’avanzarono lentamente verso la valle che li avrebbe visti poco dopo lanciarsi in una carica suicida contro le batterie di cannoni russi. Scorgendoli in movimento, i comandanti russi supposero, sul principio, che gli inglesi fossero ubriachi. L’azione pareva e fu in realtà insensata: intorno, sulle alture, altri cannoni russi e truppe pronte a intervenire. Ma gli inglesi non erano ubriachi e la stupida carica prese origine, poi si seppe, da ruggini e malintesi nella loro catena di comando. Fu, durante la Guerra di Crimea, un momento memorabile della battaglia di Balaclava. La Carica dei seicento fu scriteriata ma divenne la più celebre di tutti i tempi: così va il mondo.   Non passerà certo alla storia la carica con cui seicento docenti d’università (ma non solo, anche noti e note intellettuali) si sono di recente gettati con impeto e sprezzo del pericolo (e, forse, del ridicolo) nella valle di lacrime delle manchevolezze dei loro discenti quanto a ortografia e composizione di testi a uso accademico. Per carità di patria, resta un dubbio sullo stato di lucidità di protagonisti e protagoniste di...

Università, italiano, anglicismi / L’italiano non è sexy

A volte, lo confesso, mi lascio prendere dallo sconforto. Non sempre, intendiamoci. La maggior parte del tempo, di fronte a questo fenomeno, la mia reazione è più contenuta. Un sordo fastidio per espressioni correnti e andanti come “open day” o “summer school”. Un principio di irritazione per diciture quali “job placement”, “problem solving”, “incoming student” (spesso semplificato in “incoming”). Un’irritazione più marcata per “welfare”, “mission” e “customer care”. Una desolata rassegnazione alla pronuncia anglicizzante di parole come tutor o media (tiútor, mídia) – che peraltro si tramuta immediatamente in orticaria all’emergere occasionale (ma capita, eccome se capita) di “tutoraggio” pronunciato tiutoraggio. (Personalmente dico solo “tutorato”; di tanto in tanto mi sorprendo perfino a chiedermi come suona a un orecchio inglese tutorage, rispetto a tutoring – ma questo ovviamente è un altro discorso).   Non so se devo essere considerato un purista. A me non pare. D’accordo, “taggare” non cessa di dispiacermi, “spoilerare” mi disgusta, “card” mi stucca o mi esaspera. Ma, per dire, troverei insensato andare alla ricerca di un equivalente italiano non dico di software o di...

Caterina Bonvicini. Tutte le donne di… / Sesso e fallimento

Tutte le donne di Vittorio lo aspettano la vigilia di Natale, sedute intorno al risotto con i porri e al branzino con le patate al forno. Ci sono la moglie, l'ex moglie, le due figlie, la madre, la sorella e l'amante. Lui non c'è. Dà forfait. Avvisa giusto la figlia più giovane con un sms e lascia tutte appese a quell'abbandono, a fare i conti con la sua ingombrante assenza. La scomparsa, la fuga, la perdita di un uomo è il movente per raccontare le sue donne, “le donne di”, e quella preposizione che esige appartenenza e proprietà è il pretesto per tenere insieme tutte quelle declinazioni del femminile, senza lasciarle sbriciolare ognuna nelle sua personale confessione di fragilità («ci sembrava di essere una cosa o un'altra per colpa o per merito suo. Ora siamo quello che siamo, senza scuse»). Quel genitivo garantisce specificazione e relazione, così le donne di Vittorio possono raccontarsi a partire dal vincolo che le lega a lui e ai rapporti che si formano tra loro in sua assenza.   L'ultimo romanzo di Caterina Bonvicini mette a punto un particolare gioco prospettico in cui –  attraverso l'uso mirato della differenziazione stilistica di forme, timbri, registri e...