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USA

(37 risultati)

Perché è la domanda sbagliata / Un viaggio cubano

22.11.17   Chiedere perché è sempre la domanda sbagliata. Accadono le cose e noi dobbiamo comprenderle, non immaginare che potrebbero essere diverse da così. Il mondo è abbastanza complesso senza che si debbano aggiungere alle cose che esistono le nostre ipotesi. Così le rivoluzioni non sono mai eventi immaginari, velleitari, come paiono quando le si giudicano dall’arretramento dei comportamenti reali, che le hanno agite, a un’analisi delle idee, e proviamo a misurarne gli esiti rispetto a premesse che con il passare del tempo divengono immaginarie. In questo modo pare che il capitalismo sia la realtà senza ideologia, e dall’altra parte ci sia stata l’ideologia socialista, che è stata smentita dai fatti. Invece sia capitalismo sia socialismo sono a loro volta stati espressione di ciò che era reale per quei popoli e in quei momenti. Visto da Cuba, dove per prima è arrivata l’espansione coloniale europea, dietro le rivoluzioni c’è il conflitto tra il mondo anglosassone e quello spagnolo, che a sua volta era espressione dei conflitti religiosi e politici tra mondo protestante e mondo cattolico, che a sua volta era espressione della frantumazione dell’Impero romano d’Occidente,...

Raccontare le ferite del nostro tempo / Il confine che ci attraversa

C'era una volta l'Europa, verrebbe da scrivere. «Quest'idea ci girava in testa già da un po'. Percorrendo la frontiera esterna – la grande crepa – abbiamo notato moltissime spaccature nel sogno europeo. C'è l'immensa voragine dei profughi; la breccia dei nazionalismi, la chiusura delle frontiere e la minaccia dell'uscita del Regno Unito dall'Ue, il populismo e l'islamofobia, la crisi che ha opposto il Nord al Sud, la rottura di un blocco di Paesi dell'Est che vedono in Bruxelles la nuova Mosca; il baratro della Siria, dell'Iraq e della Libia. E poi c'è la Russia, un abisso enorme sul quale abbiamo l'intenzione di affacciarci. “Ci sono crepe più grandi e altre più piccole. E sono tutte collegate”, mi dice Carlos subito prima dell'attentato. “Se non si riparano quelle, collassa tutta la struttura”».  Chi scrive è Guillermo Abril, giornalista spagnolo classe '81 che nel 2015, con il cortometraggio A la puertas de Europa, vince il World Press Photo con il fotografo Carlos Spottorno, connazionale nato a Budapest dieci anni prima di lui. Insieme hanno fatto un libro che – per dirla con le parole di Fabio Geda, che firma la commossa Prefazione – “è un'esperienza estetica...

Woody Allen, “La ruota delle meraviglie” / I sogni nel cassonetto

Fra i registi contemporanei, forse nessuno riesce a mettere in difficoltà il recensore quanto Woody Allen. Da una parte per via della sua inarrestabile prolificità (un film all'anno da quasi cinquant'anni, con impressionante regolarità); dall'altro, l'assoluta trasparenza di ciascun lavoro e la sostanziale “prevedibilità” delle scelte tematiche e stilistiche (e quante volte abbiamo letto o sentito dire che “Allen fa sempre lo stesso film”?). Un unicum di cui spesso è difficile rendere conto senza rifugiarsi nello schematismo “sì/no/ni”.       Prendiamo questo La ruota delle meraviglie. Uscendo dal cinema con alcuni amici, ci scambiamo pareri a caldo, ma il copione è già scritto: uno dice che il film è bolso, un altro replica che non ha senso definirlo così, un altro ancora che è tutto sommato meglio del precedente. Dopodiché si passa ai confronti: c'è chi confonde i titoli (Magic in the Moonlight è venuto prima o dopo di Blue Jasmine?) e chi ammette sottovoce di averne perso qualcuno per strada (qualcuno si ricorda di Sogni e delitti?). In ultimo, si intona la solita commemorazione al personaggio Allen e al suo cinema che fu. Commemorazione inevitabilmente...

Fragile umanità / Novel food entropia e altri disordini

  Cinquanta miliardi di animali macellati ogni anno per i bisogni dei consumatori americani sono un numero che lascia sbalorditi, sono una dimensione dell’orrore nascosta ai luoghi e agli occhi della civiltà che frequentiamo. Ma anche se questo numero fosse stato arrotondato per eccesso, di fronte a quello che comunque rimane un enorme “massacro”, prima di ogni considerazione etica, economica, ecologica deve esserci il dubbio che tutto questo possa essere anche un “disordine” nella nostra società, e ancor più indietro dovrebbe esserci l’idea di una consapevolezza, quella che abbiamo di noi stessi rispetto agli altri viventi; alla lunga, l’idea che ci sorregge nello sfruttamento dell’ambiente e delle creature che lo abitano. Fragile Umanità di Leonardo Caffo (Einaudi, 2017, pp. 136, € 12,00) è innanzitutto un libro di filosofia. Ma può essere anche un libro in grado di aiutarci nell’interrogativo di cui sopra, un libro per chi si interroga sul superamento dell’antropocentrismo, vale a dire la nostra presunta superiorità rispetto alle altre forme di vita.   Nello stesso tempo è anche una lettura adatta all’intolleranza vegana verso la felicità che gli onnivori provano...

Kathryn Bigelow / Detroit

Nella notte tra sabato 22 e domenica 23 luglio 1967, alle tre passate, la polizia di Detroit fece irruzione nello United Community and Civic League, popolare ritrovo notturno in uno dei quartieri neri della città. L’aveva già fatto altre due volte in precedenza. Stavolta, invece di pochi avventori, trovò 82 persone che festeggiavano il felice ritorno di alcuni soldati dal Vietnam. I pochi cellulari disponibili impiegarono più di due ore a portare via tutti gli avventori, in un clima crescente di tensione creato dalle proteste degli arrestati (ammassati sul marciapiedi), dalle rudezze dei poliziotti bianchi (in particolare nei confronti delle donne nere), e dall’irrequietezza rabbiosa dei sempre più numerosi nottambuli che il clamore delle sirene e delle grida aveva richiamato sul posto. Dopo le cinque, mentre infine la polizia sgombrava la scena accompagnata da insulti e proteste, una bottigliata mandava in frantumi il vetro posteriore di una delle sue macchine. La prima vetrina veniva sfondata poco dopo.   Questa la cronaca essenziale dell’inizio della riot che per cinque giorni avrebbe sconvolto parte della città. Questo è anche l’inizio, quasi documentaristico, di Detroit...

Manuale di autodifesa per una conoscenza necessaria (ma non sufficiente) di DFW / "Hai letto Infinite Jest?”

Alcune volte si trema senza controllo di fronte a una domanda. “Hai letto Infinite Jest?” è per me una di queste. Meglio ammetterlo: non ho (ancora) avuto il coraggio di leggerlo per intero. Nemmeno di comprarlo, per la verità. Mi turba la mole del volume (lo so, è una scusa pietosa); mi deprime la lunghezza chilometrica delle note a piè di pagina; mi atterrisce la trama labirintica e vorticosa, nella quale è facile perdersi per non ritrovarcisi più. Penso di intendere il genere di sfida paradossale (e diciamocelo, un po’ sadica) lanciato dall’autore: “prova a leggerlo, vediamo se ce la fai; l’ho scritto apposta perché tu possa ben guardarti dall’aprirlo”. E poi: quanti altri classici non ho (ancora) letto! E quanti altri dovrei riprendere in mano! Il “cimitero delle nostre letture”, come lo definiva Franco Fortini in uno splendido saggio, chiede non senza ragioni la precedenza; e finora, l’ha ottenuta. Almeno su Infinite Jest.      Ogni volta che entro in una libreria, il romanzo mi fa l’occhiolino, mi guarda di sottecchi, mi rimprovera in silenzio. Tenta di abbagliarmi con la sua copertina violacea e ‘nebulosa’, con il suo titolo shakespeariano tratto da quel...

Solo un altro romanzo famigliare americano? / Paul Auster, 4 3 2 1

Quando all’età di settant’anni uno scrittore newyorchese (affermato e di talento) pubblica un romanzo atteso (da sette anni almeno) che supera le novecento pagine (ottocentosessanta in lingua originale), è inevitabile che ci si figuri l’avvento di un mastodontico testamento letterario. Eccola, la summa di una carriera quasi cinquantennale, costellata di successi, esperimenti e cambi di direzione anche coraggiosi. (S)fortunatamente, non va sempre così. Di fronte a qualche novità letteraria di alcuni ‘mostri sacri’ della letteratura contemporanea, il lettore si ritrova come Gatsby, barca controcorrente, incessantemente risospinto nel passato; nel passato dell’autore, è chiaro, verso le prime luci di opere meno ambiziose, meno roboanti, forse; ma nel cui ricordo e nelle cui pagine è ancora dolce il naufragare.    Così, durante la lettura di 4 3 2 1 (Einaudi, 2017), non può non venire in mente per ossimoro lo sfrontato sperimentalismo del Paul Auster della Trilogia di New York, l’antipatia felice di quella scrittura anticomunicativa che resisteva ai gusti canonici del pubblico, alle convenzioni del genere spy, alle tentazioni e alle trappole del linguaggio quotidiano, alle...

Potere maschile e desiderio / Weinstein il centauro e la questione del sesso

La vicenda dell’ex produttore americano Weinstein che ha molestato almeno quindici attrici ha innescato un tale dibattito pubblico, da travalicare oramai i confini dell’episodio specifico e le polemiche a margine delle scelte dei singoli protagonisti. Vi è, infatti, un elemento di attrazione archetipico nell’immagine del magnate hollywoodiano che ricatta sessualmente giovani e inesperte attrici, qualcosa che sollecita prepotentemente quelle antinomie che precedono la costituzione del nostro stesso vivere civile, come il rapporto tra libertà e coercizione, desiderio e predazione, natura e cultura. Scavando alla radice del problema, si arriva a una sorta di bivio primordiale, quello in cui a confondersi sono sesso e potere, elementi speculari di una trama indistinta che solo il patto sociale ha saputo districare, almeno apparentemente. E dunque provare a rispondere alla domanda “è stato una questione di sesso o di potere?” non è solo mero esercizio speculativo, giacché ogni politica d’intervento deve avere chiara la complessità delle sue premesse.   Il potere maschile   La maggior parte dell’opinione pubblica ha ritenuto che l’avvenimento incriminato riguardi poco il...

Nascondersi e manifestarsi / George Saunders, Lincoln nel Bardo

Il Bardo è lo stato intermedio della mente dopo la morte, con la coscienza che viene separata dal corpo. È una transizione, questo è il significato della parola di origine tibetana. In questa fase di attraversamento la coscienza guarda (o dovrebbe guardare) a ciò che è stato, guarda al corpo come una cosa altra, il corpo è ancora con la coscienza ma è già distante; la coscienza ancora è, la mente ricorda, la mente vede, la mente confonde, la mente resiste e cede contemporaneamente, perché dopo il Bardo c’è la fine, il vero finale. George Saunders fa del Bardo un luogo mentale, un vero e proprio posto in cui i morti transitano e rivivono e ricordano e si muovono, e si attraversano l’uno con l’altro. Alcuni lasciano il Bardo subito, altri non vogliono attraversare rendendo la transizione eterna, altri vorrebbero attraversare ma non riescono.   Il Bardo di Saunders è un luogo che lega anche il lettore, si finisce di leggere il romanzo e si resta in un limbo, quasi si ha timore di parlarne per non essere abbandonati dalla storia; si tiene il libro tra le mani, lo si sposta dal comodino al divano come se fosse ancora in lettura, ce lo si porta dietro. Il lettore si trova in un...

George Saunders, Lincoln nel Bardo

Il Bardo è lo stato intermedio della mente dopo la morte, con la coscienza che viene separata dal corpo. È una transizione, questo è il significato della parola di origine tibetana. In questa fase di attraversamento la coscienza guarda (o dovrebbe guardare) a ciò che è stato, guarda al corpo come una cosa altra, il corpo è ancora con la coscienza ma è già distante; la coscienza ancora è, la mente ricorda, la mente vede, la mente confonde, la mente resiste e cede contemporaneamente, perché dopo il Bardo c’è la fine, il vero finale. George Saunders fa del Bardo un luogo mentale, un vero e proprio posto in cui i morti transitano e rivivono e ricordano e si muovono, e si attraversano l’uno con l’altro. Alcuni lasciano il Bardo subito, altri non vogliono attraversare rendendo la transizione eterna, altri vorrebbero attraversare ma non riescono.   Il Bardo di Saunders è un luogo che lega anche il lettore, si finisce di leggere il romanzo e si resta in un limbo, quasi si ha timore di parlarne per non essere abbandonati dalla storia; si tiene il libro tra le mani, lo si sposta dal comodino al divano come se fosse ancora in lettura, ce lo si porta dietro. Il lettore si trova in un...

L'America e la sua memoria (2) / Anche le statue muoiono

Tre risposte   Il destino delle statue dei Confederati è al centro di un dibattito complesso e stratificato che coinvolge cittadini, militanti, politici ma anche quanti lavorano sul visivo, che siano storici dell’arte, teorici degli studi visuali, curatori dei musei o addetti alla conservazione del patrimonio artistico. Le loro posizioni si sono espresse pubblicamente su giornali nazionali, blog e forum più confidenziali. Mi sembra siano tre le posizioni principali.   1) Images, malgré tout, o “anche queste sono opere di artisti” (Hollis Robbins, professore di Humanities al John Hopkins Peabody Institute). Le sculture dei Confederati sono artefatti con un intrinseco valore, se non estetico, perlomeno storico-culturale, in cui traspare lo stile di un’epoca. È improbabile che distruggerle risolverà i problemi della società americana, è certo che, così facendo, si comprometterà il patrimonio americano. Chi studia la vita degli oggetti vuole comprendere perché sono stati creati, dove sono stati collocati, chi era supposto vederli, come funzionavano e come sono stati interpretati in diverse fasi storiche. Vuole documentare, analizzare e preservare le espressioni visive dei...

Son cento. Son dieci / Il Contro Design di Ettore Sottsass

Una storia piccolina   In nessuno dei numerosi libri pubblicati negli anni su Ettore Sottsass (Innsbruck, 1917 - Milano, 2007) e neppure nelle migliaia di articoli a lui dedicati, troverete la piccola storia che state per leggere, semplicemente perché non è mai stata scritta, in quanto la conoscono soltanto i diretti protagonisti, insieme a una ristretta cerchia di persone. Il contesto generale in cui si colloca è invece arcifamoso e riguarda un gruppo di designer milanesi (d’adozione), capeggiati dal loro leader carismatico (Ettore Sottsass, appunto) che l'11 dicembre del 1980, aveva dato vita a quel Movimento Culturale battezzato con il nome di Memphis, in omaggio alla canzone “Stuck in a mobile with the Memphis blues again” di Bob Dylan.   “A forza di camminare nelle zone dell’incerto … a forza di colloquiare con la metafora e l’utopia … a forza di toglierci di mezzo, adesso ci troviamo con una certa esperienza, siamo diventati bravi esploratori … adesso possiamo finalmente procedere con passo leggero, il peggio è passato.” Così scrive Sottsass, in quello che può essere considerato il certificato di battesimo di Memphis, ovvero nel testo di...

I mali della istruzione italiana / Feudalesimo universitario

L’ampia eco mediatica data all’arresto di sette docenti universitari in Diritto tributario, per aver truccato concorsi, rischia di indurre nel pubblico una falsa immagine dell’università italiana: fa pensare che la falsificazione dei concorsi accademici sia una rarità, mentre in realtà è la regola. Chiunque (come me) conosca un po’ il mondo accademico sa bene che i concorsi all’Università e in molti istituti di ricerca sono quanto più lontani dall’accertamento del merito. E questo specialmente nelle facoltà più corrotte, Medicina e Giurisprudenza. Il sistema semi-feudale della cooptazione degli accademici è la spia della mediocrità del sistema universitario e scientifico italiano. Per capirci però qualcosa occorre sgombrare il campo da un certo fake knowledge.   Intanto ci si lamenta che molti studiosi italiani se ne vadano a far carriera in Gran Bretagna, Germania, Francia o Svizzera. In paesi che appartengono o sono appartenuti all’Unione Europea, o sono stati cooptati da essa. Questo dimostra lo scarso spirito europeista di questi commentatori: l’Unione Europea non era stata fatta proprio per far circolare facilmente non solo i lavoratori, ma anche gli intellettuali?...

“Il nostro paese è imbarazzante per il mondo intero” / Le grandi star sportive americane, la politica. E gli italiani?

“Il nostro paese è imbarazzante per il mondo intero”. Ecco le ultime dichiarazioni riguardo la politica americana di uno dei più navigati e vincenti coach dell'NBA, Gregg Popovich. Pensiero già manifestato con schiettezza ai tempi dell'elezione di Trump a Presidente degli Stati Uniti d'America: “Mi fa venire il voltastomaco. Non tanto perché hanno vinto i Repubblicani ma per il disgustoso livello di commenti che sono stati xenofobi, omofobi, razzisti e misogini. Vivo in un paese dove metà delle persone ha ignorato tutto questo e ne ha eletto il rappresentante”. Il rifiuto a Trump è diventato nelle ultime ore quasi sistematico, ed è partito dalle seguenti dichiarazioni: “Io non voglio andare, le mie convinzioni rimangono le stesse. Dovessimo mettere il viaggio alla Casa Bianca ai voti, io opterei per il No”. A dirlo è stato Stephen Curry, probabilmente il più popolare giocatore NBA nel Mondo e campione in carica con i Golden State Warriors che ha provocato anche la risposta dello stesso Trump, a mezzo twitter, per disdire l'invito.   Ecco, per un attimo chiudete gli occhi e pensate a uno dei nostri migliori allenatori o calciatori fare altrettanto. Cioè esprimersi apertamente...

Mall, anti-mall, demalling / Caro supermercato, mi consoli?

  È di questi giorni la notizia che The Mall of America, la nota catena di centri commerciali statunitense, per celebrare il suo 25esimo compleanno, vada alla ricerca di uno scrittore, il cui compito esplicito sia di prestarsi a raccontare la cultura e la vita del mall, vivendoci per cinque giorni.  Va da sé che, per ottemperare compiutamente al suo compito, il fortunato vincitore della call potrà usufruire di una tessera per ottenere gran parte del cibo e della merce in vendita gratuitamente oltre che di un generoso onorario per il suo lavoro.  In rete, si è letta qualche ironia su quanto la notizia possa, per molti, rappresentare un’occasione da cogliere al volo per appagare i propri più languidi desideri adolescenziali, abbandonandosi, una volta tanto, al piacere del consumo. Il tutto, per giunta, senza nemmeno l’incomodo di affrontare rimorsi e sensi di colpa dato che, contro ogni possibile brontolio della coscienza, si può sempre propugnare che di duro lavoro si tratti.    A The Mall of America di un’occupazione di questo genere devono averne davvero sentito il bisogno, se è vero che i centri commerciali vivono dentro una retorica apocalittica che...

Dalla res publica alla realtà di Trump / Post verità, discorso pubblico e performance privata

Il 21 gennaio 2017 il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer ha mentito in conferenza stampa sulla modesta affluenza alla cerimonia inaugurale del neoeletto presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump in spregio al principio di non contraddizione: “Nessuno ha i numeri, ma non si era mai registrata una partecipazione così numerosa a una inaugurazione, punto e a capo.” Il giorno seguente Kellyanne Conway, consigliere del presidente, sollecitata dal giornalista Chuck Todd a dare ragione della falsità durante il programma televisivo Meet the Press in onda su NBC, risponde che Spicer ha fornito “fatti alternativi”. Viviamo in un’epoca di menzogna istituzionale, come è proprio dei regimi dispotici? Potrebbe essere, dal momento che i fatti sembrano venire resi di pubblico dominio seguendo il criterio della post-verità, secondo il termine che l’Oxford Dictionary ha eletto a parola dell’anno nel 2016: “Essa fa riferimento o denota circostanze in cui i fatti obiettivi sono meno dirimenti per la formazione dell’opinione pubblica di quanto non lo siano l’emozione e l’opinione personale.” Sul piano politico ciò significherebbe che la verità delle cose esiste, ma la sua conoscenza è impedita...

Un iperreale al riparo da reale e immaginario / Politica della post verità o potere sovralegale?

Gli orientamenti politici e gli esiti delle decisioni collettive sfidano oggi le tradizionali categorie della psicologia del potere. L’opinione pubblica alla base delle scelte si forma per vie che sfuggono alle forme conosciute e le campagne elettorali sono costruite al di fuori del mondo dei fatti. Non solo, ma chi sceglie in un certo modo, concorrendo a esiti determinanti anche per il proprio presente e il proprio futuro, sembra cambiare idea un momento dopo, a fatti compiuti e, almeno per un certo tempo, irreversibili. Viene sempre più spesso in mente Winston Churchill e la sua affermazione sulla difesa della democrazia “purché non voti mia suocera”. Una provocazione alla sua maniera che comunque induce a interrogarsi sul presente della democrazia e delle forme di esercizio del potere. A fare affermazioni senza prove e senza logica; smentendole immediatamente dopo o cambiando versione continuamente, si ottiene seguito e consenso e viene da chiedersi come sia possibile.    Se consideriamo l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America, la domanda da porsi è come abbia fatto una minoranza di americani a portarlo al potere. L’interrogazione è,...

Lettere da Guantanamo / Le CodePink a Sanaa

  Nella foto diffusa dall’associazione per i diritti umani al-Karama, Terry Kay Rockefeller fa capolino con il suo caschetto biondo e gli occhiali rossi alle spalle di una donna in niqab, dall’età indefinibile e dalla taglia piccola. È l’unica immagine ufficiale che possiede di quella visita, annunciatami qualche mese prima, dopo esserci incontrate al World Social Forum di Tunisi. Mi aveva chiesto come fosse lo Yemen, se il fatto di visitarlo non la mettesse a rischio, in quanto cittadina americana. La sua domanda poteva suonare strana, visto che Terry frequenta l’Iraq dal 2004, sfidando la sorte e il pericolo di rapimenti.  Perché Terry Rockefeller, producer e autore televisivo, con il suo caschetto biondo e un sorriso splendido, piantato in un corpo di cinquantenne americana in carne, è una donna coraggiosissima. Ha perso la sorella nell’attentato alle Torri Gemelle e quando ne parla i suoi occhi sono sempre umidi di lacrime.  Ma, lucida, lucidissima, fin dall’inizio di quel disastro, ha considerato l’invasione all’Iraq come l’errore più grande del suo Paese e si è messa in mente di rappresentare un gruppo di attivisti americani, impegnati nella denuncia delle...

Populismo penale / Trump e il ritorno della tortura

La tortura funziona, ok ragazzi? Sapete, ci sono questi tipi – “la tortura non funziona”. Credetemi, funziona. E il waterboarding è una forma minore. Alcuni dicono che non è davvero tortura. Ammettiamo che lo sia. Ma mi hanno fatto la domanda: che ne pensa del waterboarding? Assolutamente d’accordo. Ma dovremmo andarci giù molto più pesanti che col waterboarding. La vedo così. Stanno tagliando delle teste. Credetemi, dovremmo andarci giù molto più pesanti, perché il nostro paese è in difficoltà. Siamo in pericolo. Donald Trump, Bluffton South Carolina, 17 febbraio 2016   1. La cosa che più stupisce di queste dichiarazioni di Trump è che siano possibili. Come è avvenuto che affermazioni del genere potessero essere espresse pubblicamente da un candidato poi eletto alla carica di Presidente degli Stati Uniti?  Rispondere che il successo di Trump si deve proprio alla sua sfida al “politicamente corretto” non aiuta. In senso stretto, il politicamente corretto sarebbe quel codice informale della comunicazione pubblica che impedisce di esprimere giudizi offensivi nei confronti di categorie di persone socialmente svantaggiate e che vale soprattutto per chi ricopre o si candida...

The Obama Paintings / Un Obama al giorno

Ritratti del presidente   Conquistato dal vento di speranza sollevato dalla campagna elettorale di  Barack Hussein Obama, l’artista americano Rob Pruitt s’imbarca in un progetto ambizioso: realizzare un ritratto al giorno del futuro e ormai ex presidente, uno per ogni giorno del suo mandato, dal 20 gennaio 2009 al 20 gennaio 2017, per un totale di 2922 dipinti (The Obama Paintings). Il protocollo è semplice e prende 15-30 minuti al giorno, un approccio “slow burn” alla pittura, come andare in palestra. Ogni mattina Pruitt seleziona un’immagine del presidente da Google Images, realizza una diapositiva, la proietta sul muro, ne modifica la composizione e l’inquadratura mettendo in risalto il soggetto principale. Dipinge la tela – un quadrato di 60cm di lato – con tre colori acrilici (rosso, blu e bianco), gli stessi dello street artist e graphic designer losangelino Shepard Fairey nei celebri ritratti di Obama. Le immagini di Pruitt sono tuttavia sfumate, a bassa definizione, più vicine alla stampa quotidiana che alla ritrattistica.   Il soggetto resta nondimeno leggibile: vediamo Obama impegnato, di volta in volta, a stringere mani in incontri ufficiali o a ballare...

Ta-Nehisi Coates. Un conto ancora aperto / L'America (ancora) razzista

Non sappiamo ancora come sarà l’America di Donald Trump, se certe dichiarazioni ostentate in campagna elettorale daranno vita a nuove vecchie pulsioni razziste e xenofobe. Sappiamo però come è stata l’America e soprattutto l’America dei neri fin dalle sue origini e ora a raccontarcelo con una prosa lucida e coinvolgente è Ta-Nehisi Coates, giornalista dell’Atlantic e già autore del bellissimo Tra me e il mondo (Codice Edizioni). In questo suo primo libro Coates raccontava a suo figlio cosa significhi essere neri, incentrando l’attenzione sul corpo, su quel colore che diventa un marchio, indelebile, tragico, che condiziona il tuo modo di pensare, la tua vita intera. Ora, per lo stesso editore, con Un conto ancora aperto ci sbatte davanti agli occhi alcuni secoli di storia degli Stati Uniti alla luce del rapporto tra bianchi e neri (o se si vuole essere politicamente corretti, tra bianchi e afro-americani). Coates è un maestro della scrittura e sa alternare passaggi commoventi a momenti di duro realismo e non esita a dichiarare che la più antica democrazia del mondo si fonda proprio sulla discriminazione e sullo sfruttamento dei neri da parte dei bianchi. In sintesi, sul razzismo....

Mafia 3 / La salvezza della democrazia: Lincoln Clay

Chi teme gravi pericoli per la democrazia mondiale dopo la vittoria elettorale di Donald Trump dall'altra parte dell'Oceano potrebbe sentirsi rassicurato dalle gesta poco eroiche ma molto legittime di Lincoln Clay, protagonista di Mafia 3, un videogame di caratura criminale ambientato nel 1968 a New Bordeaux, una versione fittizia di New Orleans. Lincoln è un reduce dal Vietnam, suo padre è bianco (forse italiano) e sua mamma di colore, come Obama ma al contrario, abbandonato da piccolo in un orfanotrofio e affidato alle cure di padre James. A differenza dell'ormai ex presidente USA non appartiene alla classe privilegiata degli afroamericani, le scuole in cui si è formato sono prima la strada e poi le risaie del sud-est asiatico. Lincoln è il figlioccio del padrino di colore Sammy, al suo ritorno in patria ha intenzione di annunciargli il suo trasferimento in California per intraprendere un'attività commerciale con un ex commilitone.   La trama si complica fin da subito, con l'ultima rapina di Lincoln per Sammy a un furgone portavalori in combutta con la famiglia mafiosa italoamericana dei Marcano, capeggiata dal vecchio e feroce Sal e dal figlio Georgie, inetto ma ancora...

La storia particolare di una vicenda mondiale / L'impero del cotone

Anche la storiografia ha le sue mode, guidate dalla ricerca di un pubblico di lettori ma anche da scelte delle corporazioni accademiche che pongono al centro del dibattito un tema, con congressi, seminari e finanziamenti. Avviene così che specialmente i giovani ricercatori in cerca di un'occupazione aderiscano alla moda del momento. Da qualche anno ormai è di moda la storia globale, promossa e sostenuta da un potente stimolo politico e finanziario. Non è un fatto negativo in sé se la storiografia parte dal desiderio di criticare l'idea evidentemente superata della centralità esclusiva dell'Europa e degli Stati Uniti nello sviluppo economico, culturale e sociale del mondo. Ma è un proposito più morale che di metodo se l'innovazione consiste solo nell'occuparsi degli “altri” o nell'avere uno sguardo alle connessioni e agli scambi tra paesi e culture differenti. E lascia sovente spazio a una forma diversa di eurocentrismo, come avviene per esempio in quella che si chiama "la grande divergenza" nel progresso economico del mondo occidentale rispetto all'Oriente e al Sud del mondo. Ci sono molte definizioni possibili di storia globale, ma in genere per storia globale si intende non...

Dal francese Tromper / Trump. Colloquio tra un nord-americano e un europeo

Pakman – Il trionfo di Trump ha risvegliato molti stereotipi anti-yankee. Per esempio che l'“America” mostra il suo “vero Self” – concetto assai dubbio – la stupidità del suo popolo, la mancanza di cultura dello stesso, il suo razzismo, ecc. Nonostante il momento orribile, credo sia utile ricordare che Trump ha vinto per il consenso della metà dei votanti, che l'altra metà ha votato Hillary Clinton, come di solito accade in democrazia, comunque la si pensi a proposito del sistema democratico. Così vinse anche Obama, così accade quasi sempre, salvo nei paesi dove un candidato vince con maggioranza schiacciante, in generale con la massima frode.  La metà che perde non scompare e, si potrebbe aggiungere, è “il nucleo autentico del popolo statunitense”, anche se ciò appartiene al pensiero di chi ha perso. Per molti, benché l'ideologia di Trump sia affine al fascismo, le sue azioni di governo saranno  orientate al pragmatismo, alla convenienza, che gli permetterebbe di affermarsi su differenti fronti, contraddicendo le proposte della sua campagna elettorale, sperando che il gioco delle forze interne al governo si esprima intorno a ogni tema da affrontare.   ...