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Cinema

(512 risultati)

Vince Ken Loach / Le vittime di Cannes

In un saggio pubblicato un paio di anni fa, intitolato Critica della vittima, Daniele Giglioli metteva in luce come nella costellazione ideologica contemporanea l’identificazione con la vittima sia diventato uno dei principali generatori di identità. La vittima è davvero “uno degli eroi dei nostri tempi”. Avere sofferto un dolore, avere subito un torto, avere patito una qualche forma di violenza garantisce innocenza e immunizza da ogni critica. Il cinema, che è storicamente uno dei punti sensibili attraverso cui leggere le formazioni ideologiche dei propri tempi, è stato negli ultimi anni complice e artefice di questa elevazione della vittima a oggetto del desiderio del nostro immaginario. Il cinema americano in particolare – sia quello mainstream che quello indipendente –  forse influenzato da un discorso pubblico sempre più ossessionato dall’igienismo del politically correct e dalle feticizzazione delle garanzie delle minoranze, negli ultimi anni ne ha pescato a piene mani: ne è un esempio il pessimo film-spot per Medici Senza Frontiere di Sean Penn presentato un po’ incomprensibilmente a Cannes quasi al termine del concorso e accolto da degli unanimi fischi nell’imbarazzo...

Uno dei concorsi migliori degli ultimi anni / Le vittime di Cannes

In un saggio pubblicato un paio di anni fa, intitolato Critica della vittima, Daniele Giglioli metteva in luce come nella costellazione ideologica contemporanea l’identificazione con la vittima sia diventato uno dei principali generatori di identità. La vittima è davvero “uno degli eroi dei nostri tempi”. Avere sofferto un dolore, avere subito un torto, avere patito una qualche forma di violenza garantisce innocenza e immunizza da ogni critica. Il cinema, che è storicamente uno dei punti sensibili attraverso cui leggere le formazioni ideologiche dei propri tempi, è stato negli ultimi anni complice e artefice di questa elevazione della vittima a oggetto del desiderio del nostro immaginario. Il cinema americano in particolare – sia quello mainstream che quello indipendente –  forse influenzato da un discorso pubblico sempre più ossessionato dall’igienismo del politically correct e dalle feticizzazione delle garanzie delle minoranze, negli ultimi anni ha pescato a piene mani: ne è un esempio il pessimo film-spot per Medici Senza Frontiere di Sean Penn presentato un po’ incomprensibilmente a Cannes quasi al termine del concorso e accolto da unanimi fischi nell’imbarazzo generale...

L’Uomo Qualunque e la Ragazza della Porta Accanto / Populismi per il XXI secolo (I parte)

L’Uomo Qualunque e la Ragazza della Porta Accanto   Frontespizio dell’edizione di Everyman pubblicata da John Skot (c. 1530).    Parlare di populismo e qualunquismo per interpretare la scena politica europea contemporanea può apparire semplicistico, o addirittura fuorviante. Spesso queste categorie vengono utilizzate per liquidare gli avversari e sono prive di valore aggiunto interpretativo. Può essere invece utile risalire la storia di quello che è stato definito “l’uomo qualunque”, “l’uomo della strada”, “l’uomo comune”, “la ragazza della porta accanto”, “la gente”, figure spesso invocate per indicare a un vasto pubblico la realtà di cui si parla. O meglio, per dare un effetto di verità alle proprie argomentazioni, magari per sancire o auspicare la nascita dell’uomo nuovo (o della nuova donna).   Jedermann (1930). Archivio del Salzburger Festspiele.    Bene ha fatto Anna Schober de Graaf a usare questa figura per interrogare il presente, partendo dalle arti per arrivare alla politica e alla filosofia, nell’incontro sul tema “Addressing each and every one: Popularisation/populism through the visual arts” (Rivolgersi a ognuno e a tutti:...

Conversazione con Rocco Ronchi / Brecht: un discorso sul metodo?

Il Piccolo Teatro di Milano ricorda i sessanta anni della morte di Brecht e dell’allestimento dell’ Opera da tre soldi firmato da Giorgio Strehler con una nuova edizione affidata a Damiano Michieletto (recensita su Doppiozero da Maddalena Giovannelli), con una mostra e con alcuni incontri di carattere eminentemente storico sul testo e sull’autore, una delle figure centrali del Novecento. Ma l’attenzione per Brecht sembra rinascere in campi imprevedibili. A lui, ha dedicato un intenso libretto il filosofo teoretico Rocco Ronchi, Brecht. Introduzione alla filosofia, pubblicato nel 2013 dalle edizioni et al. di Milano. Lo abbiamo intervistato (grazie a Silvia Mercantelli per la trascrizione della registrazione; grazie a Silvia Colombo dell’Archivio Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa per le fotografie delle edizioni storiche dell’Opera da tre soldi di Strehler).   Che cosa può interessarci ancora oggi di Brecht, un autore legato a un periodo storico come il Novecento, a un’ideologia come il comunismo e a pratiche come il teatro epico che tendiamo a rimuovere, a cancellare?    Bertolt Brecht.    Distinguerei forma e contenuto. Il brechtismo come...

28 e 29 maggio Gianni Celati a Reggio Emilia / Esercizio autobiografico in 2000 battute

  Nato nel 1937, a Sondrio,  due passi dalla Svizzera. – Sei mesi di vita a Sondrio. – Padre usciere di banca,  litiga col proprio direttore. – Padre condannato per punizione a trasferimenti da un capo all’altro della penisola a proprie spese. – Famiglia viaggiante. – Tre anni a Trapani. – Sette anni a Belluno. – Tre anni a Ferrara – Liceo a Bologna. – Fine della vita in famiglia. – Viaggio in Germania e quasi matrimonio. – Ritorno a Bologna, studi di linguistica. – Passa il tempo. – Servizio militare. – Grazie a un amico psichiatra si concentra a studiare le scritture dei matti. – Nevrosi da naja, ospedale militare. – Tesi di laurea su Joyce. – Epatite virale, isolamento. – Raptus di scrivere come un certo matto che lo appassiona. – Italo Calvino legge il testo su una rivista, propone di farne un libro. – Passa il tempo. – Vita in Tunisia. – Matrimonio. –   Prime traduzioni. – Bologna, impiegato in una ditta di dischi. – Studia logica con Enzo Melandri ma risulta incapace. – Borsa di studio a Londra 1968-70. – Pubblica libro. – Parte per gli U.S.A. – Due anni alla Cornell University. – Vita nel falso, tutto per darla da bere agli altri. – Passa il tempo. –...

Cannes. Parte 3 / Kristen, I love you (storie di altri mondi)

Nella proiezione ufficiale di ieri, Aquarius del brasiliano Kleber Mendonça Filho, il cast del film, durante la sfilata sul tappeto rosso al Grand Théâtre Lumière ha mostrato dei cartelli alle telecamere che denunciavano l’atmosfera di sospensione democratica che sta vivendo il Brasile negli ultimi mesi: “In Brasile c’è stato un colpo di stato”; “il mondo non può accettare questo governo illegittimo”; “maschilisti, truffatori e razzisti sono diventati ministri”. È uno di quei rari momenti in cui la bolla spazio-temporale che contraddistingue Cannes in questi giorni viene spezzata e ci si ricorda, per un momento, che in effetti un mondo fuori dalla Croisette esiste ancora. Anche all’ottavo giorno di Festival.    Un festival del cinema può essere un’esperienza estremamente spossante. Non è tanto la stanchezza fisica (si tratta pur sempre di andare al cinema), quanto la fatica mentale di entrare e uscire continuamente da una storia, da delle identificazioni, da delle percezioni e sensazioni. È per questo che i giudizi – spesso un po’ irresponsabilmente perentori – che vengono sentenziati sui film a Cannes andrebbero sempre presi con le pinze: perché il test più importante...

Festival de Cannes 2016 / Cannes. Neruda, la parola e la realtà

I giornalisti si lamentano spesso dei programmi elefantini dei festival che sempre più spesso sovrappongono film importanti e rendono oggettivamente impossibile riuscire ad avere il tempo materiale e la giusta attenzione verso tutto quello di cui sarebbe necessario parlare. Ci sarebbe poi da discutere sulla sostenibilità di un programma che costringe a scegliere tra Marco Bellocchio e Ken Loach, tra Pablo Larraín e Bruno Dumont e che ha deciso di concentrare in pochissimi giorni gran parte del cinema più importante di un intero anno. Ma d’altra parte si sa che la competizione a Cannes non è solo tra i film in concorso ma anche (e soprattutto) tra il festival francese e gli altri festival del cinema che in giro per il mondo fanno di tutto per riuscire ad accaparrarsi le première più importanti. E Cannes quest’anno ha davvero preso tutto quello che c’era da prendere. Se l’anno passato il concorso era sembrato a tutti particolarmente debole spostando gran parte dell’attenzione dei giornalisti verso Un Certain Regard e la Quinzaine des Réalisateurs (ricordiamolo, l’anno scorso Miguel Gomes, Philippe Garrel, Arnaud Desplechin, Apichatpong Weerasethakul, ovvero molti dei film più di...

Festival de Cannes 2016 / Cannes e l’inevitabile disincanto europeo

È partito con un’evacuazione d’emergenza del Palais des Festivals a scopo di esercitazione, e con un impressionante schieramento di forze dell’ordine e di militari l’edizione di quest’anno del più importante festival cinematografico del mondo. È Cannes 2016, la prima edizione dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre scorso e sul quale incombono – come per altro in tutto il resto d’Europa – le ombre di uno dei periodi politicamente più instabili della storia recente.   Difficile far finta di nulla dato che quello che sta dentro e quello che sta fuori dalla sala sono da sempre campo e controcampo di uno stesso evento-film. Il cinema ha i piedi attaccati per terra in quel mondo che lo rende possibile, come ricordava in uno splendido intervento all’apertura della Quinzaine des Réalisateurs Frank Halimi uno dei lavoratori intermittenti dello spettacolo che da anni chiedono continuità di reddito e diritti sindacali per i lavoratori e tecnici dell’industria cinematografica francese (vergognosamente fischiato dopo una decina di minuti da un irriconoscibile pubblico della Quinzaine – purtroppo composto da moltissimi italiani invitati per la première del film di Bellocchio, ai...

Anima & Cores / Mio nonno tra social e neural network

Mio fratello vive in California da circa 30 anni. Ultimamente ci sentiamo spesso. Skype, email e Facebook. Soprattutto email. Ci sembra di avere un rapporto soddisfacente. Un paio di volte l’anno ci capita addirittura di vederci di persona.  Livia, una mia cara amica 20enne, non è riuscita a incontrare il suo fidanzato statunitense per circa un anno, a causa di un pasticcio burocratico sul visto turistico. Per tutto quell’anno i due si sono frequentati su Skype, attivo 24 ore su 24, inquadratura fissa su una porzione dei rispettivi mondi, da ciascuno abitata intensivamente nelle intersezioni delle ore di veglia. Anche loro tutto sommato se la sono passata bene.  Mia nonna Antonietta invece, tra il 1936 e il 1945, ha scambiato in tutto una trentina di lettere e cartoline postali con suo marito Antonio, trattenuto in Kenia in un campo di prigionia inglese. C’è una bella differenza.    Poche parole nelle cartoline di lui, solo per dire che stava bene. Nessun accenno a come passasse il tempo, forse per evitare la censura militare, o forse per la sua naturale introversione o forse perché il tempo laggiù passava senza lasciargli niente da dire. Non lo sapremo mai....

Abbiamo soltanto la vita / Quando ho visto Nel corso del tempo

    Ricordo solo vagamente dove ho visto per la prima volta Nel corso del tempo. Ma ricordo bene che ero andato al cinema con una donna separata dal marito proprio in quei giorni, molto nervosa, che trovava tutto insopportabile. Ho capito subito che non era il film  per lei. Infatti quando siamo arrivati alla scena dove Rüdiger Vogler va sulla sponda d’un fiume a defecare all’aperto, e si vede la merda uscire dal suo culo, lei si è alzata dicendo: “Io ne ho già abbastanza della vita", poi ha infilato la porta e ho dovuto inseguirla. Voleva dire, credo, che ne aveva abbastanza della vita nei suoi aspetti meno edificanti, come quelli che stava affrontando col marito. La sua frase mi è rimasta in mente perché nel film di Wenders trova una risposta, quasi come una morale: “Abbiamo soltanto la vita”.   La seconda volta che ho visto Nel corso del tempo ero da solo, e il film mi ha assorbito in una lunga rimuginazione. Mi ero fissato sulla scena con Rüdiger Vogler e Lisa Kreuzer nel cinema di provincia, a tarda notte. Lei racconta che in quel cinema un uomo e una donna facendo l’amore erano rimasti incastrati: la donna aveva avuto uno spasmo vaginale e avevano dovuto...

Un romanzo sul cinema in quanto retropensiero della cultura americana / Aleksandar Hemon. Zombi

L’arte della guerra zombi è Il dono di Humboldt di Aleksandr Hemon. È la sua versione contemporanea, l’unica possibile, oggi, di quel romanzo con cui Saul Bellow rinunciava a tutto, a una progressione drammatica, una costruzione coerente del racconto, anche a una sorta di pudore o affetto nei confronti dei personaggi, per raccontare, a metà anni Settanta, il vuoto di rappresentazione e l’impasse creativa che aveva già colto la cultura modernista. Era una romanzo su Chicago, Il dono di Humboldt, così come quasi vent’anni dopo, a fine anni ’80, un altro libro di Bellow, Ne muoiono più di crepacuore, pur senza specificarlo, era un romanzo sulle Twin Cities del Midwest americano, Minneapolis e Saint-Paul, così pulite ed eleganti e ricche e anche alte, ma così irrimediabilmente piatte, così vuote e fallimentari, tenute insieme dal denaro, e vivacizzate dalla sola cosa rimasta all’uomo contemporaneo, non la politica, non l’arte e nemmeno la cultura, ma il cuore (e forse, non sempre, il sesso), in una sorta di “umanesimo oltre l’uomo”, di umanesimo come ultima spiaggia prima della dissoluzione.    Il dono di Humboldt girava volutamente a vuoto attorno a una promessa, un dono...

Il teatro di Spiro Scimone e Francesco Sframeli / Amore e altri epigrammi dell’inquietudine

Sembra sempre di essere di fronte allo stesso copione nel teatro di Spiro Scimone e Francesco Sframeli. Eppure ogni lavoro intona note singolari, indulge a colori particolarissimi, incrinati, infantili, comici, metafisici, straziati e strazianti. Hanno fatto bene perciò a Bologna l’Arena del Sole e il teatro del Dams, la Soffitta, a presentare quattro opere di questi attori-autori riunite in una mini-personale, le due creazioni del debutto, Nunzio (1994) e Bar (1997) in dialetto messinese, l’ultima, Amore (2015), la recente Pali (2009).    Amore, ph di Paolo Galletta.    Gli spettacoli di questo duo, scritti da Scimone e interpretati da entrambi, sono più facili da vedere all’estero che in Italia e sono stati ricreati in scena perfino, in traduzione, dalla Comédie Française. Mai più lunghi di un’ora, disegnano una galleria di epigrammi dell’inquietudine che passano negli anni dall’iperrealismo di facciata degli inizi a un apparente surrealismo. In realtà squarciano a fondo l’essere umano, le sue fragilità, le sue inconsistenti ineliminabili speranze, malinconie, immedicabili ferite. I discorsi quotidiani, banali, ripetitivi scavano crepacci interiori e...

Che tipo di casa siamo? Il nuovo libro di Luca Molinari / La casa senza radici

Campagna inglese. Un luogo del nostro immaginario, dove tutto appare perfetto: pecore e greggi disposte armoniosamente, il cielo con le sue grandi nubi e i tagli improvvisi di luce, prati verdissimi e ogni stelo d’erba che sembra essere stato pettinato con cura di prima mattina. Ma interviene un elemento del tutto dissonante a ricordarci che non viviamo in un quadro di Constable, bensí nel XXI secolo: uno strano edificio, rivestito con losanghe di acciaio lucido in mezzo alla boscaglia. La forma è quella di una capanna, elementare e arcaica nella sua purezza volumetrica, che per metà della lunghezza è sospesa sul vuoto della vallata sottostante. Sembra quasi che questo piccolo edificio sia scivolato silenzioso sul prato fino a fermarsi in pericoloso equilibrio, ma non è cosí perché proprio sotto la pancia di questa casa di campagna 2.0 è agganciata un’altalena che ci riporta in maniera impudica ad Alice nel Paese delle Meraviglie e a un mondo a testa in giú.    La residenza, realizzata nel Suffolk nel 2010 dallo studio olandese MVRDV, veri e propri nipotini colti e dispettosi della fine postmoderna del secolo scorso, non a caso è stata chiamata Balancing Barn. Pare che...

Il film di Christian Vincent vincitore della coppa Volpi / La corte. La giustizia al cinema

Vinta la Coppa Volpi dello scorso anno giunge ora nelle sale La corte, film francese di Christian Vincent.  Il titolo italiano, innovato rispetto all’originale L’hermine, cioè l’ermellino, sembra influenzato da ragioni pubblicitarie, quasi a voler evocare i classici duelli processuali in aula, ricordi di derivazione americana. Ma non è così, o meglio non solo.  Come propone Calvino in Palomar, un punto di avvio è la ‘descrizione’ del racconto.  Si tratta di una pellicola atipica che combina due generi narrativi diversi, come fossero strati che si sovrappongono. In altri termini l’apparenza immediata, cioè il titolo, le scene, i personaggi, la loro presentazione introducono nel mondo processuale, meglio in un’aula della Corte di Assise dove si discute un processo di omicidio particolarmente triste. Un padre è accusato della morte della figlioletta e moglie-madre ne chiede la condanna. La Corte è chiamata a decidere, presieduta da un giudice rigido, formale, severo, poco socievole anche con i colleghi.   Questo però è il livello esterno, la superficie della storia, una sorta di contenente che comprime un contenuto ancora ignoto. Infatti ben presto scatta la...

Fumetto e autobiografia / Intervista con Lorenzo Mattotti

Giunto alla sua quarta edizione, l'evento di tardo inverno del Festival del film di Locarno, curato dal Direttore Carlo Chatrian insieme a Daniela Persico e incentrato sul rapporto fra cinema e scrittura, è stato dedicato per questa edizione 2016 all'universo del graphic novel. Chiamati a raccogliere l'invito del festival sono stati Blutch e Lorenzo Mattotti, protagonisti assoluti del fumetto europeo, con una tre giorni ricca e multidisciplinare in cui i due artisti hanno potuto non solo parlare del proprio lavoro in intensissime masterlcass mattutine, ma hanno avuto la possibilità di scegliere alcuni film importanti per il loro percorso personale e professionale.    Blutch.    BLUTCH sconta purtroppo nel nostro paese un numero piuttosto esiguo di traduzioni. L'autore di “Per farla finita con il cinema” e “Il piccolo Christian” nella 3 giorni locarnese ha dato sfoggio di tutta la sua sterminata ed enciclopedica conoscenza del cinema, fatta di un culto quasi feticistico per gli attori, unito ad un approccio estremamente personale nel raccontare e rielaborare le peculiarità del linguaggio cinematografico. Dalla fissità monumentale dei volti di “The Wind “...

I nuovi videgiochi spaziali / Simulare il futuro

Nel luglio 2015 New Horizons, una sonda della Nasa grande circa come un pianoforte a coda, ha raggiunto Plutone, remoto pianeta (nano) del Sistema Solare e fino allo scorso dicembre – quando sulla Terra hanno cominciato a ricevere le incredibili e sorprendenti informazioni raccolte dalla sonda – avvolto nel mistero, che tuttora in larga parte permane, sulle strane formazioni criovulcaniche e la storia geologica dell'affascinante astro. Il chip che regola il funzionamento dei motori di New Horizons, oltre ai sensori e alla trasmissione dei dati, è lo stesso processore installato nella prima console PlayStation di Sony, apparsa sul mercato nel 1994. Come spiegano gli stessi scienziati dell'agenzia spaziale americana, per loro il fattore determinante non è tanto la potenza del processore quanto la sua affidabilità. Considerato che ora la sonda ha superato Plutone e viaggia nel cosmo sconosciuto è chiaro che, nonostante qualche ritocco della Nasa per difendersi dalle radiazioni durante il suo viaggio siderale, il processore abbia superato a pieni voti qualsiasi test di “controllo qualità”.   Per chi ama i videogiochi, non solo come prodotto finito con cui divertirsi ma come...

L’impatto delle Serie Tv sulle nostre vite / L'età della finzione

Ho appena finito di vedere la seconda serie di Fargo, prodotta dai fratelli Coen. L'ho macinata in tre giorni, a tappe notturne, drogato dal desiderio di sapere “cosa sarebbe successo dopo”. Ne sono rimasto orfano per qualche giorno, un po' come la botta di astinenza da Breaking Bad nei giorni successivi alla sua fine. Mi sono gingillato con i remix della figura di Heisenberg fatti circolare dai fan sui social network per ammorbidire l'assenza.  Credo di aver raccontato un'esperienza comune a molti dei lettori. Viviamo immersi negli intrecci delle storie di vita di personaggi fittizi, che abitano il nostro quotidiano e le nostre conversazioni.   Mi sono chiesto quanto tempo passiamo insieme ai contenuti televisivi, siano essi trasmessi in diretta dal televisore di casa, o recuperati su You Tube o Netflix on demand.  Fate lo sforzo di rimanere qui, mentre attraversate le seguenti statistiche:   Negli Stati Uniti le persone passano in media, ogni giorno, 282 minuti (4 ore e 42 minuti) in compagnia di un televisore acceso. È il paese col più alto tasso di consumo televisivo al mondo. L'Italia può dire, finalmente, di primeggiare almeno in una classifica mondiale...

Anomalisa. Il film di Charlie Kaufman / La sindrome di Fregoli come metafora

No, non credo proprio: non diventerà un film. Era questa all'inizio la posizione di Charlie Kaufman, fresco di oscar per la sceneggiatura di Ethernal sunshine of the spotted mind, a proposito di Anomalisa. Scritto con lo pseudonimo – non casuale – di Francis Fregoli e portato in scena a Los Angeles nel 2005, Anomalisa era originariamente una "commedia sonora": un insolito mix tra teatro e radio. Il progetto Theater of the new ear (non new year, proprio new ear) prevedeva sì un pubblico, un palco, un sipario, ma tutto quel che gli attori facevano era leggere le battute, restandosene belli seduti sulle loro sedie. Niente costumi, niente ingressi o uscite di scena, niente gesti. Ad accompagnare questa sorta di doppiaggio pubblico da fermi c'erano un rumorista e una piccola orchestra diretta da Carter Burwell, autore della colonna sonora di molti dei film di Kaufman e dei fratelli Cohen.    Kaufman non voleva rinunciare al senso di straniamento che solo quel bizzarro formato sembrava poter restituire. Eppure qualcosa deve avergli fatto cambiare idea, perché a distanza di dieci anni Anomalisa è un lungometraggio di animazione in stop-motion, diretto insieme a Duke Johnson e...

Gli insopportabili newyorkesi di Noah Baumbach / Mistress America

Parla la nostra lingua, Mistress America, e c’è qualcosa nei suoi personaggi, nella loro goffa vacuità, che è un totale fallimento, e forse una mezza speranza. Noah Baumbach lo sa di essere terribilmente, insopportabilmente newyorchese, di girare film con personaggi insopportabili e newyorchesi, o forse insopportabili proprio perché newyorchesi. Lo sa perché li racconta e li mette in scena come figure ridicole, meccaniche, che più che discutere parlano con se stesse, che più che vivere assumono modelli di comportamento e provano a metterli in pratica, fallendo. Parla la nostra lingua, Mistress America, perché parla una lingua universale e contemporanea: la parola diretta e piatta della comunicazione tutto intorno a noi; la parola superficiale che insegue senza posa la profondità e l’autenticità del racconto, rispondendo al desiderio di trasformare ogni evento, anche il più banale, nel tassello di un mosaico, nella figura di una storia.   Non parla della realtà, Mistress America, ma di come la parola, oggi, agisca sulla realtà. I suoi personaggi si incontrano, conoscono e frequentano per diventare semplice materia da romanzo, tasselli di una continua, onnipresente operazione...

Oltre i limiti del demenziale / Selfie con dirottatore

Qualche giorno fa, un amico mi ha fatto vedere l’immagine scattata sul volo MS181 della EgyptAir che ritrae il passeggero britannico Ben Innes accanto al dirottatore Seif Eildin Mustafa. Un oggetto frivolo e allo stesso tempo problematico, un impasto di mondanità e terrore come se ne incontrano tutti i giorni, dappertutto. Una di quelle immagini delle quali, a torto o a ragione, si finisce per parlare a lungo, come se nella loro stupidità recassero la traccia di qualcosa d’importante. Ma eravamo di corsa, in mezzo alla strada, e ci siamo salutati subito dopo, senza iniziare veramente a discuterne.     Arrivato a casa, ho cercato sul Web e ho saputo che il dirottamento si è concluso senza incidenti. Ho letto che l’aeroplano è atterrato a Cipro anziché ad Alessandria. Ho trovato un’immagine in formato verticale che ritrae due uomini di fronte a una porta dell’aeroplano. Entrambi accennano o sforzano un sorriso. Sopra la camicia e la maglia della salute del dirottatore si riconosce la cintura esplosiva, in seguito rivelatasi finta. Malgrado tutto, in ragione di tutto, il passeggero ammicca, incosciente e consapevole del potenziale virale della sua condizione di vita a...

Come cambia la mediatizzazione del leader politico / Renzi e Black Mirror

5 aprile 2026. Sono le otto di sera, mi arriva una notifica di FaceWorld (la società che ha rilevato Facebook due anni fa) sul mio paio di occhiali di realtà aumentata: è l'ora della consueta “conversazione” settimanale del presidente del consiglio in diretta su FaceWorld. Ho già usato l'“opt out” cinque volte nelle ultime due settimane per evitare una serie di spot e un discorso presidenziale e ho finito i crediti. Ogni mese FaceWorld mi concede 10 crediti da spendere per “skippare” le notifiche di video promozionali in arrivo sulle mie lenti. Posso guadagnarne altri se guardo dei video a mia scelta dal paniere di opzioni quotidiane, ma non sono mai abbastanza e ogni giorno devo scegliere il male minore. Da quando una serie di attentati ha colpito a raffica il mondo occidentale quattro anni fa, tutti i governi di Stati Uniti ed Europa hanno accesso a telefoni, orologi, occhiali interattivi e tablet e possono trasmettere quello che vogliono agli utenti, per la loro “sicurezza”. Vedo apparire la faccia simpatica e rubizza del mio presidente del consiglio, a pochi centimetri dalla mia retina, che inizia a parlare: “Miei cari amici… La civiltà è un albero vecchio: man mano che...

Le neuroscienze possono dirci qualcosa dei film? / Cinema empatico

Neuro-mania / Neurofobia. Sono due titoli (il primo, a firma dello psicologo Paolo Legrenzi e del neuropsicologo Carlo Umiltà, apparso per i tipi del Mulino nel 2009; il secondo, pubblicato da Cortina nel 2013 dai neuroscienziati Salvatore Aglioti e Giovanni Berlucchi) che fissano gli estremi di un variegato spettro di reazioni che in questi ultimi anni hanno caratterizzato la risposta a una imponente messe di indagini sperimentali e di ipotesi epistemologiche rivolte in misura sempre maggiore ad ambiti non tradizionalmente esplorati dalle neuroscienze: l’estetica, l’etica, la teologia, l’economia… Tutto si può, in ultima analisi, spiegare col cervello. Nulla di quel che davvero conta in quel che siamo e facciamo può essere ricondotto al cervello. Ogni disciplina, se davvero vuole discendere ai fondamenti ultimi dei propri oggetti, deve attrezzarsi a comprenderne i correlati neurali e dotarsi del prefisso “neuro”. Nessuna disciplina che voglia appiccicarsi questo prefisso può sperare di sfuggire alla moda passeggera di un riduzionismo naturalistico che verrà presto smascherato come chimera neo-positivistica. Le ingenuità e i rischi connessi a questi due massimalismi di segno...

Una conversazione con Maurizio Nichetti / Cinema, pubblicità, animazione, teatro

Maurizio Nichetti è un vero simbolo della convergenza tra i linguaggi della modernità, tutti da lui frequentati con lo stesso entusiasmo inventivo, senza pose autoriali ma mai in odore di "marchetta": al cinema così come in pubblicità e in tv, nell'animazione, persino negli eventi... senza contare il teatro, l'opera, il mimo e anche l'insegnamento, visto che in anni recenti dirige il Centro Sperimentale di Cinematografia di Milano. Proprio lì lo abbiamo incontrato per un'intervista, pubblicata su Bill 13, della quale qui presentiamo una sintesi.   Cominciamo da Carosello. Marco Giusti scrive che il tuo esordio da attore in pubblicità fu nel 1971: Aperitivo Cora, per lo Studio Bozzetto... Eh ma Giusti non è infallibile! Allora, il mio debutto è con tre soggetti per l'aspirina effervescente, per la Gamma film, sarà stato il '69-70: il signor Rossi e il signor Bianchi lottavano, poi a uno veniva il mal di testa che superava con l'aspirina. Quella fu la prima volta che ho visto la mia faccia in tv. A quel punto mi viene voglia di scrivere per la pubblicità, quindi comincio a propormi e lavoro per Pino Peserico (importante produttore di caroselli dell'epoca, ndr)...

Una città tra fantasia e multiculturalismo / Zootropolis

Judy è una coniglietta idealista e sognatrice. Vive in un piccolo borgo rurale, popolato da animali di specie diverse, la cui convivenza appare segnata da un forte affiliazione comunitaria: essere volpe o coniglio, nella limitata visione contadina, avrebbe determinato il senso della vita di chiunque nonostante e a prescindere da ogni aspirazione individuale. Zootropolis, la metropoli animale che dà il titolo al film, immaginata dal paesello in cui vive la piccola coniglietta, si staglia all’orizzonte come opportunità di emancipazione da tutto ciò, viene vagheggiata come città perfetta in cui tutto può accadere, luogo sospirato in cui potersi finalmente liberare dal fardello di ogni retaggio culturale e potersi sentire pienamente individui, poter “essere davvero ciò che si vuole”. È proprio questa volontà di emancipazione, allo stesso tempo, individuale (diventare poliziotta nonostante la sua statura da coniglia) e globale (rendere il mondo un posto migliore), che porta la piccola Judy a fare i bagagli in vista della sua nuova cittadinanza nella metropoli che farà da sfondo alle sue avventure.Andare al cinema coi bimbi e trovarsi di fronte un film come Zootropolis riempie il...