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Cinema

(575 risultati)

'The Great Divide'

  Italian version   "How did the fracture between the North and South of the continent become so anchored in our collective consciousness," asks writer, producer and documentary filmmaker Jihan El-Tahri in her Critical Positioning Piece for the latest March issue of ART AFRICA, 'Looking further North.'   Background design sample from Mishkaah Amien's, Shift, 2015. Paper, 21 x 29.7cm. Courtesy of the artist.   I remember sitting in awe listening to Thabo Mbeki’s speech ‘I am an African’ as he introduced the new South African constitution in 1996. It was a powerful speech, fit for a historic moment that the entire continent had awaited for decades. His words marked me profoundly. Mbeki captured the diversity of the continent and somehow his words legitimised my own persistent claim to my ‘African-ness.’ I had often wondered why introducing myself as an African from Egypt sometimes left my darker fellow Africans looking at me as though I was an impostor. How did the fracture between the North and South of the continent become so anchored in our collective consciousness? ‘Divide and rule’ has been a simple but effective pillar of our collective colonial...

La grande scissione

  English Version   “Come ha potuto ancorarsi così profondamente nella nostra coscienza collettiva la frattura tra nord e sud del continente?” – si chiede la scrittrice, produttrice e documentarista Jihan El-Tahri nell’editoriale pubblicato sul numero di marzo di ART AFRICA, dal titolo “Looking Further North”.   Mishkaah Amien, Shift (2015). Carta, 21 x 29,7 cm. Per gentile concessione dell’artista.    Ricordo di essere rimasta fortemente colpita dal discorso “Sono un africano”, pronunciato nel 1996 da Thabo Mbeki nel presentare la nuova Costituzione sudafricana. Un discorso potente, che rappresentava pienamente un momento storico che un intero continente attendeva da decenni. Le sue parole mi hanno segnato profondamente. Mbeki ha colto la diversità del continente e, in qualche modo, nelle sue parole ho trovato una legittimazione dell’ostinata rivendicazione della mia “africanità”. Mi sono chiesta spesso perché, ogni qual volta mi presento come un’africana d’Egitto, i miei compagni africani più scuri mi guardano come fossi un impostore. Come ha potuto ancorarsi così profondamente nella nostra coscienza collettiva la frattura tra nord e sud del...

Infanzia, dolore e plastilina / Claude Barras, “La mia vita da zucchina”

Tutti sanno cosa è un dolore. Da adulti accade di provarlo. Per una persona che scompare, per un amore non ricambiato, per una delusione o più spesso per un abbandono. Sono dolori a volte indelebili. Poi ci sono i dolori provati da bambini. Non tutti li ricordano; o meglio: da adulti preferiamo scordarli. Una volta diventati grandi è difficile rammentare davvero i dolori lancinanti che abbiamo provato da bambini, quei dolori sottili come lame che ci lasciavano esterrefatti, attoniti, smarriti. Dolori di un’intensità mai più provata. A volte duravano poco, o non troppo a lungo, perché anche da bambini si dimentica presto, o si vuol dimenticare, dato c’è tutta la vita davanti, o almeno così si pensa da un certo punto in poi. In verità, si sperava allora di diventare grandi e di dimenticare.    Tutto quel groviglio di emozioni, ricordi, paure, mi assale appena mi siedo al cinema e cominciano a scorrere le immagini di un bambino che fa volare un aquilone fuori dalla finestra della sua mansarda. Tutto questo io l’ho già visto, anche se non ho mai visto questo film. Ha la testa tonda, due grandi occhi che sporgono dal viso; i suoi capelli sono blu. Si tratta di un...

La sostanza della realtà / Westworld e la teoria del tutto

In un futuro non troppo lontano, un parco a tema riproduce il vecchio west nei minimi dettagli. Cowboys, prostitute, baristi: i turisti si mescolano alle attrazioni, e gli uni sono indistinguibili dagli altri. La sola differenza tra questi, è che i turisti sono umani, e le attrazioni, anche se lo sembrano in tutto e per tutto, non lo sono: sono robot, androidi, veri e legittimi nipoti dei replicanti di Dick. I turisti possono fare tutto ciò che vogliono ai robot. Possono ucciderli, possono violentarli. Alle attrazioni è impedita, viceversa, ogni reazione, secondo una versione adattata delle tre leggi della robotica di Asimov. L'esperienza per i turisti è entusiasmante, quanto terribile per le attrazioni, che ogni giorno vengono rattoppate e ricominciano a interpretare il ruolo scritto per loro, senza ricordo delle migliaia di morti già vissute, dei dolori già provati, dei ruoli diversi recitati. I robot non hanno accesso al proprio passato, solo a tratti affiorano immagini che assomigliano a reminiscenze di vite passate, simili a sogni.    Il segreto di Westworld, e dell'incredibile grado di realtà che caratterizza il parco, è dunque che le attrazioni non solo sembrano...

“I migliori nani”, dieci anni dopo / L'epopea cinica di Ciprì & Maresco

Per gentile concessione degli autori e della Cineteca di Bologna, pubblichiamo il seguente testo, incluso nel booklet del cofanetto Cinico TV – Volume terzo 1998-2007, che raccoglie la produzione “breve” che Daniele Ciprì e Franco Maresco hanno realizzato nel corso dell'ultimo decennio di attività comune, in particolare per la trasmissione televisiva I migliori nani della nostra vita (2006).   Rivedendo le venti puntate de I migliori nani della nostra vita a due lustri dalla prima messa in onda, colpisce in prima battuta l'evidenza con cui si manifesta l'inclinazione “documentaria” di Ciprì & Maresco. Va detto tuttavia che gli spunti documentaristici non sono mai mancati nell'opera dei due registi, fin dai tempi di Cinico TV, magari sotto forma di parodia dei codici televisivi allora in voga: le interviste-verità con il loro maramaldeggiare sulle disgrazie altrui, ridicolizzate dai dialoghi fra i vari Tirone, Filangieri, Paviglianiti e l'implacabile voce off di Maresco; la “pubblicità progresso”, sbeffeggiata attraverso slogan quali «Adotta un siciliano» o «Più liberi con la mafia»; e finanche i vertiginosi montaggi di Ghezzi & Co. – si veda il segmento Don Blob,...

Un antropologo nella Val di Susa / No tav. Fuori dal tunnel

Ormai fanno parte del paesaggio. Che si imbocchi la SS 24 sul lato settentrionale della valle o che si percorra la SS 25 lungo i pendii a sud della Dora Riparia, le bandiere, le scritte, i cartelli con sopra il logo no-tav sono onnipresenti in val di Susa. Li vedi appesi ai balconi delle case, sventolare nei giardini, penzolare dai tralicci a volte grigi di smog e lacerati dal tempo. I muri della valle sono pieni di slogan e persino sull’erba del versante sud del Musiné spiccano due grandi scritte bianche, visibili anche dal fondovalle. Sono i segni e i simboli della ormai ultra ventennale lotta contro il treno ad alta velocità Fino ad alcuni anni fa parlare di val di Susa significava evocare montagne ricche di storia, celebri monasteri come l’abbazia di Novalesa o la Sacra di San Michele, rifugi molto frequentati cari agli escursionisti come il Val Gravio, il Mariannina-Levi, il Cà d’Asti e ascensioni alpine come quelle al Rocciamelone, al Niblé, al Sommeiller. E sport invernali: con il suo grande comprensorio della Via Lattea e le note stazioni invernali di Sauze d’Oulx, Cesana, Clavière, Bardonecchia, Sestrière la val di Susa è stata uno dei primi templi dello sci alpino...

Dino Risi, 1916-2016 / Il segno di Risi

Negli anni in cui il cinema italiano era forse il più grande di tutti, il favore della critica andava a chi racchiudeva un mondo in un’inquadratura immediatamente riconoscibile (Antonioni, Fellini, Visconti). Poi c’era chi il mondo lo deformava (Germi), chi lo costruiva mescolando realtà e melodramma (Rosi), e infine una serie di ottimi professionisti che raccontavano il cambiamento del costume del paese nella forma della commedia (Comencini, Monicelli e molti altri).  Tra questi ultimi Dino Risi, di cui oggi si celebrano i cento anni dalla nascita. Si era attorno al 1960 e in tutti era presente la lezione del neorealismo (Rossellini, De Sica e Zavattini). Valeva anche per Dino Risi: «Il neorealismo è stato per me fondamentale [...] Non è un genere il neorealismo, è un modo di vedere la realtà». Tornare a vedere la realtà, l’Italia che rinasceva dalle macerie, era l’urgenza maggiore per un giovane che si era avvicinato al cinema già prima della guerra ed era stato istintivamente antifascista. È noto l’aneddoto in cui il regista Mario Soldati si fece avvolgere in un tappeto per sorprendere gli amori tra Alida Valli, protagonista di Piccolo mondo antico (1940), e il giovane...

Anteprima / Truman Capote

Sing for your supper canticchiava ridacchiando Truman Capote sulle ricche barche e ai ricchi pranzi dei facoltosi e famosi che adorava frequentare in un irresistibile blend fra Letteratura & Vita. La popolarissima canzonetta degli anni Trenta veniva da un musical plautino di gran successo a Broadway, The Boys from Syracuse, ma anche a Positano e Taormina e al Lido di Venezia i doviziosi socialites americani applaudivano a colazione. E anzi, quando a bordo coi prediletti Agnelli ‘Trummy’ riconoscente chiese «ma di dove arrivano questi divini meloni?», una sollecita duchessa o principessa gli ricordò: «i Mellon sono originari di Pittsburgh». Trummy veniva spesso in Italia, fin dai suoi primi anni ‘poverrimi’ quando poi raccontava soprattutto le pensioni e le trattorie di Ischia o Venezia, con grande abbondanza di quei tratti folkloristici tanto apprezzati dai lettori americani e inglesi: scogli, pesci, crostacei, pomodori, vecchiette, stufette, color locale.   Ma mentre la sua carriera letteraria e mondana progrediva, diventò sempre più instancabile e infallibile nelle ricerche e incontri con le celebrità della café society e del «jet set cosmopolita», come si diceva...

Gruppo di famiglia in primissimo piano / Xavier Dolan, “È solo la fine del mondo”

La voce over di Louis (Gaspard Ulliel) accompagna il suo volto in penombra e racconta che sono passati dodici anni dall’ultimo incontro con la madre e i fratelli. È solo la fine del mondo (Juste la fin du monde) – premiato al Festival di Cannes 2016 con il Gran Prix du Jury, trasposizione del testo omonimo del drammaturgo francese Jean-Luc Lagarce, morto di Aids a 38 anni – mette in scena un ritorno alle origini, un tentativo di riavvicinamento disperato e struggente. Il mondo di Louis sta per finire e lui, scrittore affermato sfuggito alla vita di provincia, decide di annunciare alla famiglia la propria morte, coup de théâtre che, come per Lagarce, spezza la vita artistica e biologica prematuramente e infrange, nello spazio del non-detto, un equilibrio familiare forse mai davvero esistito. Tutto si svolge durante un pomeriggio afoso in cui le mura della casa materna divengono una gabbia metaforica per le emozioni dei protagonisti.   Da sinistra: Marion Cotillard, Xavier Dolan e Nathalie Baye sul set.   L’enfant prodige canadese Xavier Dolan, classe 1989 e cinque film all’attivo, approda al sesto lungometraggio ritornando su alcuni motivi ricorrenti del suo cinema: la...

“Sully” di Clint Eastwood / Un “classico” inquieto

A 86 anni e mezzo, Clint Eastwood è la meravigliosa anomalia di Hollywood, e in generale del cinema contemporaneo, per un pugno di buone ragioni. Primo: con 36 lungometraggi alle spalle, almeno un altro in avanzata fase di preproduzione (e non sarà una produzione “riposante”: parlerà infatti del rapimento della volontaria americana Jessica Buchanan, sequestrata in Somalia e tenuta in ostaggio nel deserto per 93 giorni) e nessuna voglia di ritirarsi, rischia seriamente di raccogliere lo scettro di un cineasta in apparenza agli antipodi, cinematograficamente parlando, quel Manoel de Oliveira capace di coniugare bulimia realizzativa e longevità oltre ogni biologico senso della misura. E solo per questo, ogni suo film si configura come un evento.   Secondo: la sua irriducibile modernità, ben più evidente e tangibile della tanto decantata (dai critici) classicità cui si fa riferimento quando si parla della sua filmografia, risiede in prima istanza nel suo essere, stilisticamente e narrativamente, fuori dal tempo. Niente di più lontano, insomma, dalla Hollywood postmoderna che elegge al rango di autore cineasti al terzo o quarto film, più in base al sensazionalismo che riescono a...

Made in Italy / Boom 60. Bellezza italica

Boom è una parola talmente remota nell’uso, rispetto alla vicenda economica italiana, da avere assunto ormai dei connotati mitologici. A questo lemma si intitola la mostra Boom 60! Era Arte Moderna, al Museo del Novecento di Milano, fino al 12 marzo prossimo, a cura di Mariella Milan e Desdemona Ventroni, con Maria Grazia Messina e Antonello Negri (catalogo edito da Electa). Il filo narrativo è l’elemento più efficace, nella ricostruzione del mondo della ricerca estetica attraverso i rotocalchi, che per tramite della grande industria mediatica, portavano la ricerca estetica nei tinelli e nelle sale da pranzo di un’Italia sedotta dalla televisione. In mostra, quindi, non ci sono solo le eccellenze, che hanno resistito al tempo, e spesso anzi sono state comprese appieno solo dopo la loro epoca creativa, ma molte voci, centrali nel discorso all’epoca, e poi dimenticate, o rimosse, o messe tra parentesi, come vogliono i corsi e i ricorsi del mercato del gusto. I periodici a larga distribuzione davano volentieri spazio all’arte, era il momento di riprendere il filo, dopo la produzione di regime, e i disastri della guerra. Il boom delle forme nuove, non necessariamente veniva...

I suoi 16 mm / Marinella Pirelli. Estranea a se stessa

Marinella Pirelli (Verona 1925 - Varese 2009) è uno dei pochi artisti italiani ad avere lavorato nel cinema sperimentale. Ha operato per più di cinquant’anni, trenta dei quali isolata dal carosello sociale che fa girare il mondo dell’arte, lasciando opere importanti sia di arte cinetica sia opere, meno note, in 16 mm. Il lavoro cinematografico dell’artista dialoga con quello di altri due registi italiani, Piero Bargellini e Paolo Gioli, mettendo in discussione costantemente i paradigmi necessari per generare un'immagine e il suo rapporto con il dispositivo cinematografico.  Marinella Pirelli registra i suoi film in 16 mm negli stessi anni in cui nasce la videoarte e in cui incomincia una ricerca ancora ininterrotta attorno alla relazione tra corpo e tecnologia. Il suo cinema non è tanto e solo uno strumento per raccontare, quanto uno strumento che può creare immagini. Mentre l’ossessione per la pura luce si declina nello studio del rapporto tra natura e cosmologia, il disinteresse verso forme di intrattenimento la portano a dedicare attenzione a una prospettiva intima o di analisi del comportamento.   Marinella Pirelli e Eugenio Montale, 1960.   Per Marinella la...

Milano Filmmaker 2016 / L'Affaire Étaix

Pierre Étaix è morto a Parigi lo scorso 14 ottobre, poco più di un mese prima del suo ottantottesimo compleanno (era nato a Roanne il 23 novembre 1928). È uscito di scena con discrezione, senza troppi clamori, com'era nel suo stile. Pochi giorni fa, la 36ma edizione del Festival Filmmaker di Milano gli ha reso un fulmineo (ma sentito) omaggio. Grazie alla caparbietà del curatore Giulio Sangiorgio, autentico rabdomante del cinema del passato, abbiamo potuto vedere su grande schermo Pays de Cocagne, l'ultimo lavoro cinematografico di Étaix, uscito nel 1971 e – a quanto pare – mai distribuito in Italia. È singolare che un festival dedicato prevalentemente al cinema di non-fiction abbia inserito in programma un tributo a un comico – per quanto alle prese, per la prima e unica volta nella sua carriera, con il documentario. Tuttavia, con Étaix le singolarità sono parecchie, come vedremo.   Non eravamo in molti, in sala, ma d'altra parte Étaix è sempre stato un artista per “felici pochi”. Anzi, era il primo a scherzarci su. «Chi è Pierre Étaix?» è la domanda che risuona nelle ultime sequenze di Pays de Cocagne. Fioccano i pareri: «Molto leggero, umano, tenero», «Ironico, sottile,...

Tom Ford, “Animali Notturni” / La solitudine e la vendetta

Fin dalla sequenza d'apertura, Susan Morrow esibisce la sua triste e rassegnata solitudine. È una donna di successo, bella e colta, lavora come curatrice museale di arte contemporanea, e all’ennesima inaugurazione la trovi lì in disparte, a fissare il vuoto, o forse a specchiarsi. La sua vita assomiglia all’arredamento dell’ufficio e dell’abitazione, visivamente imponente, stilisticamente perfetto, delineato da una bellezza inarrivabile, fredda, glaciale. Il suo matrimonio sta lentamente naufragando, la distanza tra lei e il marito aumenta di giorno in giorno, ma lei sembra accettarlo passivamente. Lo scarto tra i sogni di gioventù e la realtà attuale non le presenta il conto salato che più o meno tutte le persone di mezza età affrontano. A svegliarla da questo torpore emotivo arriva un fantasma dal suo passato remoto, che si concretizza in un manoscritto che il suo primo marito Edward Sheffield le fa recapitare a casa. Edward è uno scrittore e sta per pubblicare la sua nuova opera, dal titolo “Animali Notturni”. Edward e Susan non si sono più sentiti dai tempi del divorzio, la donna incuriosita inizia a leggere il romanzo, che le riserva molte, e non piacevoli, sorprese....

Bellocchio. Fai bei sogni / Sbatti il “Buongiorno” in prima pagina

In Episodio II – L'attacco dei cloni (2002), secondo capitolo della trilogia-prequel di Guerre Stellari, George Lucas ci mostra come il giovane jedi Anakin Skywalker sia diventato l'arcicattivo Darth Vader. La spiegazione sa di freudismo d'accatto: da quando gli è morta la mamma, il promettente cavaliere ha cominciato a diventare un adolescente problematico in guerra col mondo, e da lì non si è mai più rimesso.   Non c'è bisogno di mobilitare i fasti della Hollywood classica per ricordare che dallo pseudo-Freud di paccottiglia possono nascere fior di meraviglie cinematografiche. La carriera di Bellocchio è lì per dimostrarlo, come del resto quella del suo “vicino di casa” Bernardo Bertolucci.  Non sarà un sottovalutatissimo capolavoro assoluto come Sangue del mio sangue – probabilmente il film più bello e importante mai realizzato sull'Italia post-1989 (o, a seconda dei gusti, post-1992) – eppure Fai bei sogni (2016) conferma l'abilità di Bellocchio di partire da premesse francamente sconfortanti per trasfigurarle in qualcosa di molto, molto prezioso, a cui vale la pena avvicinarsi con attenzione.   Marco Bellocchio.    A tutt'oggi, due sono i cardini...

La serie TV più filosofica degli ultimi anni / Il segreto di Stranger Things

C’è una lettura filosofica di Stranger Things, la serie televisiva dei fratelli Duffer disponibile su Netflix, che vorrei provare a proporre. Se non l’avete vista e fate conto di vederla non leggete questo articolo, perché ci sono degli spoiler.   Due parole sull’intreccio. Ambientata in un paesino dell’Indiana nel 1983, Stranger Things racconta di un ragazzino, Will, che viene rapito da una creatura misteriosa sfuggita da un laboratorio dello US Department of Energy; insieme alla creatura che rapisce Will, dal laboratorio fugge anche Eleven, una bambina su cui sono stati condotti esperimenti sul potenziamento neurale e che dunque si trova in possesso di superpoteri come la telecinesi. Eleven aiuterà gli amici di Will nella ricerca del ragazzino scomparso, mentre Will continua a sfuggire alla creatura in uno strano mondo che sembra esistere all’interno o al di sotto del mondo di tutti i giorni.   Semioticamente l’intreccio è costruito sull’opposizione aperto/chiuso: Will viene rapito dalla creatura sfuggita al laboratorio (aperto) e rinchiuso nel mondo sottostante o immanente (chiuso); Eleven, una volta fuggita dalla prigionia (aperto) sembra quasi completamente...

La Rete sogna? / “Lo and Behold” Werner Herzog

Lo and Behold è un documentario di Werner Herzog sull’impatto di Internet, della robotica e dell’Intelligenza Artificiale sul futuro delle società post-industriali di oggi. Herzog spazia dalla nascita di Internet alla società del data mining (l’estrazione di dati, ma anche abitudini di consumo e stile di vita dall’informazione prodotta dagli utenti delle tecnologie digitali); dall’Internet delle cose (che promette di rendere smart e connessi gli oggetti che usiamo) alla ricerca scientifica condotta in cooperazione tra scienziati e cittadini; dal rapporto tra hacking, potere e sorveglianza (si vedano le rivelazioni di Edward Snowden) agli scenari presenti e futuri di privacy panic e guerra di intelligence ; dalla vita su Marte delle multinazionali che si sostituiscono alle nazioni nella corsa allo spazio, alle macchine autoguidate e agli androidi che si sostituiranno all’umanità nel lavoro (e che cercheranno persino di giocare a calcio). Il focus di Lo and Behold è sulle trasformazioni sociali, etiche, filosofiche che investiranno il concetto stesso di umanità in un orizzonte prossimo a venire. Il film esplora le tecnologie digitali, l’avvento di sistemi cibernetici e l'...

Malick e l'inafferrabile leggerezza dell'esistente / "Knight of Cups"

22 maggio 2011: nella serata conclusiva del 64° Festival Internazionale del Cinema di Cannes, la giuria del Concorso internazionale lungometraggi, presieduta da Robert De Niro, assegna la Palma d'oro per il miglior film a The Tree of Life, quinto lungometraggio di Terrence Malick in 38 anni di carriera. Quella data e quell'evento rappresentano uno spartiacque nella vita artistica del regista di Ottawa, Illinois. Da un lato, infatti, segnano una nuova fase della sua carriera, caratterizzata da un'inedita iperattività che fa da perfetto contrappunto ai lunghi silenzi creativi del passato: cinque anni tra La rabbia giovane (1973) e I giorni del cielo (1978), venti fra questo e La sottile linea rossa (1998), altri sette prima di arrivare a The New World (2005), sei per il succitato The Tree of Life. Dall'altro, pongono fine a quell'inviolabilità critica che ha da sempre contraddistinto la carriera del cineasta, sin dagli esordi. Da allora, sono fioccate le espressioni contrariate, gli sguardi in tralice, le bonarie paternali, gli inviti a volare basso e a non atteggiarsi a filosofo, e infine le aperte invettive. E se il successivo To the Wonder (2012), giunto a distanza di appena...

Thierry Demazière e Alban Teurlai / Rocco Siffredi. Eppur si gode

Che la pornografia sia non solo un'altra cosa rispetto all'erotismo ma addirittura il suo opposto è opinione ripetuta da vari nomi illustri almeno a partire da Baudrillard, e che gode oggi di discreta fortuna. È come se dopo decenni passati a combattere contro la censura, a rivendicare il diritto alla rappresentazione sempre più esplicita del sesso, si assistesse (soprattutto in Europa, perché la riflessione dei porn-studies nei paesi anglofoni e specie nell'ancora puritana America insiste ancora largamente su questi punti) a una sorta di assuefazione alla pornografia e a un crescente compianto di ciò che con la pornografia sarebbe andato perduto: il mistero dell'eros, il desiderio propedeutico e necessario al godimento. Quella pornografica sarebbe un'industria che offre un prodotto standardizzato mentre il sesso vero avrebbe a che fare con corpi reali, fatti di carne, certo, ma anche e soprattutto di “anime” (un termine antiquato con cui comunque si identifica il nucleo di individualità: ciascun corpo quindi con il suo personale corredo di desiderio, ognuno più o meno pudico, più o meno attivo, più o meno trasgressivo e così via).   Queste individualità sarebbero proprio...

Una visione kafkiana / Ken Loach. Working class

C'è ancora un gran bisogno di autori come Ken Loach, con la sempre più rara dote d'immergere lo sguardo tra gli strati sociali più umili, e di non perdere il contatto con una realtà che per il regista britannico ha il sapore famigliare. C'è ancora un gran bisogno che un ottantenne socialista figlio della working class ci racconti la storia di un operaio, perché a dispetto del senso comune imperante, la classe operaia non è andata in Paradiso, per citare Petri, ma è rimasta appesa in un limbo avvilente e pernicioso, indebolita da una sequela di provvedimenti politici che la stanno spogliando di molti di quei diritti che non assicurano agio e ricchezza, soltanto dignità.   Daniel Blake è inglese ma la sua storia potrebbe essere quella di qualsiasi esodato nostrano, persone che vivono ostaggio della burocrazia, il vero volto dello Stato dietro la maschera sempre più esile del welfare. La presunta efficienza della macchina statale mostra tutta la sua inettitudine proprio quando dei problemi di salute costringono Daniel, dopo una vita da lavoratore inappuntabile, a richiedere la pensione. Egli non può più svolgere il suo lavoro di intagliatore, ma al tempo stesso non può...

“One of us! One of us!” / “Freaks” di Tod Browning

Da tempo, ormai, storici come Tom Gunning o Vanessa Schwartz hanno rintracciato le origini dello spettacolo cinematografico in quel peculiare intreccio fra il positivismo dei gabinetti scientifici e le trovate spettacolari dei circhi, dei vaudeville, delle Esposizioni Universali. È un'epoca in cui, come ricorda Gian Carlo Roscioni, trionfa «quel gusto per il laboratorio come spettacolo», dove «dietro la facciata della divulgazione – ostentata in ossequio alla nuova fede nella tecnica e nel progresso – si nasconde la rinascita di una “curiosità” che poco o nulla ha di scientifico». Come nell'American Museum (1841-65) di P.T. Barnum, nel quale ci si sforza di “re-incantare” una Natura ormai quasi del tutto “disincantata” dalle scoperte scientifiche. È un luogo in cui vengono esibite autentiche “meraviglie” umane: il minuscolo Charles Sherwood Stratton – alias Tom Thumb – con la sua consorte, l'altrettanto minuta Lavinia Warren, i gemelli siamesi Cheng e Eng Bunker, l'ipertricotico Jo-Jo Yevtishchev, la gigantessa Anna Swan. Trovare «lo straordinario nell'ordinario»: non è forse  la stessa cosa che, secondo un celebre aforisma godardiano, farà l'obiettivo dei fratelli Lumière...

Claustrofilia / Genitori a scuola

“Il mondo esiste solo grazie al respiro dei bambini nelle scuole,” dice una massima ebraica, in cui l’immagine chiave è nelle scuole, cioè nel sociale del bambino. Questa massima è contenuta nella raccolta di leggi ebraiche Yoreh Deah (245:5) ed è scritta da Rabbi Jacob Ben Asher. Il respiro del bambino sono le sue scoperte, invenzioni, acquisizioni: cose di cui i genitori vanno fieri, pur non essendo sempre disposti a considerare che non è per i genitori che lui “respira”. Il respiro del bambino è per il mondo. Ci immaginiamo di doverlo proteggere dal mondo, mentre lui sta già imparando quel mondo che lui – non noi – abiterà, quello che lui – non noi – dovrà modificare anche con la sua sola presenza. Mentre noi quel mondo che temiamo per lui – ma che non temevamo affatto per noi – lo vorremmo dimenticare, tenere fuori dalla porta.    Non è solo a causa del degrado del suo funzionamento che oggi la famiglia non riconosce piú la scuola come altra agenzia educativa: la realtà piú segreta è che la sente come competitiva, come uno sgradito limite al familiare. I genitori sembrano non amare il relazionarsi con un contesto che non sia una copia fedele dei propri valori...

In the window, a candle / Nick Cave. One More Time with Feeling

Siamo nel 1977. In ottobre Parigi odora di pioggia e Roland Barthes ha appena perso sua madre. All'indomani «del grande, del lungo lutto» avrebbe incominciato a scrivere, su foglietti ricavati da un foglio standard piegato in quattro, il suo personalissimo «Journal de deuil». Talvolta “i biglietti” non hanno data, sono pochi quelli che hanno una lunghezza maggiore delle quattro righe, di quando in quando invece prendono l'aspetto di una domanda senza risposta o di una frase lasciata incompiuta. Questo diario viene pubblicato in Italia da Einaudi con il titolo Dove lei non è.    «Come l'amore, il lutto colpisce il mondo, la mondanità, d'irrealità, d'importunità. Io resisto al mondo, soffro di ciò che mi domanda, della sua domanda. Il mondo accresce la mia tristezza, la mia aridità, il mio sgomento, la mia irritazione, ecc. Il mondo mi deprime».   Parlare di un lutto è difficile. Come comportarsi? Nick Cave, alla vigilia dell'uscita del nuovo disco Skeleton Tree, non se la sente di affrontare la stampa per parlare della morte del figlio. Pensa a quei giornalisti pronti a chiedergli dell’LSD, delle brutte compagnie, di quell'ultima foto su Snapchat. Decide invece di...

La parola e la realtà. / Neruda di Pablo Larraín

Cile, fine degli anni Quaranta. Pablo Neruda è già un poeta famosissimo ma in quegli anni è anche e soprattutto una figura pubblica di primo piano e un senatore del Partito Comunista. Nella prima scena di Neruda – il nuovo film di Pablo Larraín presentato lo scorso maggio a Cannes alla Quinzaine des réalisateurs e da questa settimana in sala in Italia – lo vediamo in una toilette (probabilmente quella del parlamento cileno) compiere un’arringa particolarmente teatrale e dall’esplicito sapore letterario nei confronti dei alcuni antagonisti politici, al termine della quale manda i propri interlocutori a quel paese e se ne va. Neruda si apre insomma all’insegna di una tipologia ben specifica di parola, che è quella politica. Il poeta – cioè colui che si occupa di costruire la parola – sembra essere ancora in grado di avere una presa sulla realtà, e infatti il suo luogo per eccellenza è l’agone politico. Tuttavia questa dimensione pubblica la vediamo già trasfigurata e capovolta, dato che il discorso di Neruda avviene in un luogo che sa già di parodia. C’è già in nuce in questa primissima scena la questione fondamentale del film, e forse persino dello stesso cinema di Larraín: che...