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Cinema

(547 risultati)

Star Trek come rifugio utopico

È in uscita presso l’editore FrancoAngeli il volume di Robert V. Kozinets Il culto di Star Trek. Media, fan e netnografia. Il volume, curato da Tito Vagni, esce in occasione dei cinquant’anni dalla prima puntata di questa celebre serie televisiva di fantascienza ed è frutto di un’approfondita ricerca sul campo condotta alcuni anni fa sui fan della serie. Presentiamo in anteprima alcune pagine dal volume.   La serie era utopica sotto diversi aspetti, rompeva molti tabù sociali dominanti, mostrando un gruppo di persone appartenenti a razze ed etnie diverse intente a lavorare insieme nel futuro, e inserendo inoltre donne e uomini neri in posizioni di comando. L’episodio di Star Trek, “I figliastri di Platone” è passato alla storia per aver mostrato il primo bacio interrazziale della televisione americana. Star Trek, in questo modo, conferma in maniera enfatica l’affermazione di Dyer per cui i testi dei media contemporanei, per poter intrattenere (entertaining, i.e., procurare piacere), devono rifarsi a immagini e ideali che sono utopici. Anche se pone l’enfasi sull’ideologia piuttosto che sul piacere, Jameson, similmente, osserva che “le opere della cultura di massa non possono...

Dagli anni ’30 a oggi / Il paesaggio italiano al cinema

Per ricostruire le trasformazioni del nostro paesaggio il cinema è uno strumento formidabile fino ad ora poco utilizzato. Ho preso in considerazione il cinema italiano dagli anni ’30 a oggi, conoscendo troppo poco il cinema muto che, secondo una vecchia classificazione, si divide tra gli eredi di Lumière, il cinema documentario, e di Méliès, il cinema fantastico, di invenzione. E in particolare mi riferisco al cinema di finzione, non al documentario, per la ragione principale che è uno specchio inconsapevole, quindi tanto più ricco di segni che entrano nell’inquadratura, della nostra società. Dal Romanticismo, quando cioè l’idea attuale di paesaggio arriva nella nostra Penisola, fino ai primi del Novecento, gli italiani hanno guardato al nostro paesaggio attraverso la storia dell’arte. Da Giotto fino alle piazze di De Chirico e alle periferie di Sironi, è stata la pittura a insegnarci a guardare le trasformazioni del nostro territorio. A un certo punto del Novecento il cinema sostituisce la pittura, anche perché questa vira verso l'astratto, seppur, come ha fatto qualcuno, accostare un taglio di Fontana a una foto aerea dell'Autosole che attraversa la pianura padana è certamente...

Festival sull'Umorismo - Livorno, 23/25 settembre / Laurel & Hardy. Accoppiamenti giudiziosi

  La coppia comica più famosa della storia del cinema “spiegata” in otto coppie di parole. Qui le prime quattro coppie.   Azione/antiazione   L'ebbrezza della velocità attraversa come una febbre la produzione comica americana degli anni Dieci e Venti. Dalle farse di Sennett alle più complesse architetture narrative di Keaton, Chaplin e Lloyd, l'azione regna sovrana, restituendo, come in uno specchio deformante, l'immagine di una società che cambia a ritmo vertiginoso. D'altra parte, negli Stati Uniti del primo dopoguerra non sembra esserci alcun limite alla conquista dello spazio: i nuovi mezzi di trasporto (automobili, treni, navi, aeroplani) hanno accorciato le distanze in modo incredibile e, grazie ai grattacieli, persino le nuvole sembrano a portata di mano. «Negli anni Venti», ha scritto Robert Parrish, «il grido di quasi tutti gli americani era “avanti a tutta velocità” verso quello che sembrava un mondo di prosperità crescente».   "Big Business", James W. Horne, 1929:     All'interno di questo panorama Laurel e Hardy occupano una posizione particolare. Il loro esordio in coppia avviene “soltanto” nel 1927, all'avvento del cinema sonoro; e...

Babel (Bellinzona, 15 - 18 settembre) / Il cinema del campo profughi

Inizia domani Babel. Festival di letteratura e traduzione (a Bellinzona fino al 18 settembre). L’edizione 2016 è dedicata agli scrittori di ogni lingua e provenienza che risiedono a Londra, una città dentro la città e fuori dal Brexit. Pubblichiamo un estratto inedito del romanzo di Sulaiman Addonia, scrittore eritreo cresciuto in un campo profughi in Sudan, ora a Londra.   La notte in cui il messo del tribunale del campo annunciò il processo contro Saba, ero seduto davanti allo schermo del mio cinema: Cinema Silenzioso. La luna piena splendeva sul campo che io osservavo dal mio schermo. Vidi il messo avanzare tra le viuzze polverose in groppa a un asino. La sua silhouette si librava tra le capanne. Con il megafono, proclamava l’inizio del processo più importante di tutta la storia del campo. Siete pregati di presenziare al processo di Saba.   Sentendo pronunciare quel nome, balzai in piedi. Il suo ritratto su carta penzolava accanto a me, sopra il braciere. I tratti a carboncino che le definivano i capezzoli scuri sfavillavano alla luce della brace ardente. Guardai il recinto di Saba che attraverso lo schermo appariva come un fermo immagine. Lei non si vedeva da...

Lav Diaz Leone d'Oro a Venezia / Diario veneziano (parte terza)

Il festival è ormai agli sgoccioli, e si vede. L'aria è quella della smobilitazione generale, con sempre più accreditati che crollano addormentati nel buio della sala, stanchezza diffusa e qualche scatto d'irritazione al momento di occupare i posti al momento della proiezione. I più contenti sembrano i camerieri dei bar del Movie Village. Una di loro mi ha porto con insolito slancio la solita brioche al cioccolato: «È quasi finita!», dice sorridendo. Il concorso prosegue senza scossoni, ma soprattutto continua a dimostrare una sconfortante mancanza d'identità: oltre all'ultimo italiano in competizione, Questi giorni di Giuseppe Piccioni, è stato davvero impossibile non rimanere imbarazzati davanti all'ultimo Kusturica, On the Milky Road, che ripropone il suo immaginario ormai frusto, stavolta con “l'apporto attoriale” (virgolette d'obbligo) di Monica Bellucci.   “Paradise”, Andrej Konchalovsky   Più interessanti, invece, due rievocazioni del passato (a quanto pare, il passato sembra il solo tema portante di questo festival), sia pure con intenzioni ed esiti assai diversi. Da un lato abbiamo Andrej Konchalovsky, alle prese nientemeno che con la Shoah (il titolo,...

Sergei Loznitsa è giunto qui / Austerlitz

Non si guardano neppure intorno. Non osservano. Se guardano, guardano lo schermo del loro smartphone, o della macchina fotografica, o dell'ipad. Non guardano, ma scattano foto. Il braccio metallico del “selfie stick” è quasi una protesi. I più arditi filmano tutto con una GoPro. Gironzolano e ascoltano la voce meccanica dell'audioguida, a capo chino. A volte, una guida in carne ed ossa li intrattiene. Sembra di essere tornati ai tempi delle scolaresche: c'è chi ascolta e chi svicola, oppure scherza, tormenta il vicino. Una donna con occhiali da sole dà prova di equilibrio tenendo sulla testa una bottiglia d'acqua.  Siamo a Sachsenhausen, uno tra i più antichi campi di concentramento costruiti in Germania. Ora funge da sito commemorativo, proprio a due passi da Berlino. Costruito nel 1933 su un birrificio presso Oranienburg, modificato nel 1936 e denominato Sachsenhausen, deteneva prigionieri politici accusati o condannati per crimini contro il regime. Nel 1937 molti dei rinchiusi vennero trasferiti nel campo di Buchenwald, appena inaugurato.    Sergei Loznitsa, dopo molti film, tra i quali l'ipnotico The Event – una disamina degli eventi legati al tentato putsch...

Festival del Cinema di Venezia / Diario veneziano (parte seconda)

Superato il primo fine settimana, si può dire che la Mostra sia ormai entrata nel vivo. All'uscita dalle sale si cominciano a stilare classifiche e pronostici, mentre i giudizi sui singoli film, passata la timidezza (o forse era il torpore?) dei primi giorni, si fanno sempre più apodittici e risoluti. Ogni incertezza va progressivamente sfumando: trionfa la logica binaria dell'approvazione o del rifiuto, impossibile schierarsi diversamente. Anche la retromania che aveva caratterizzato il concorso nei primi giorni sembra essere sbollita. Gli ultimi sussulti, credo, sono arrivati da Brimstone, firmato dall’olandese Martin Koolhoven, ma americano fino al midollo nel suo ibridare il western con il melodramma gotico, con tanto di clin d’oeil a La morte corre sul fiume (il pastore psicopatico e omicida) e massicce dosi di grand guignol. Il passato, quello autentico, trova la sua giusta collocazione nella sezione Venezia Classici, dove si sono potute vedere o rivedere – debitamente restaurate – sia un'opera “maledetta” come Opfergang di Veidt Harlan (ne ha parlato, con dovizia di dettagli, Pietro Bianchi l’altroieri), sia un piccolo classico un po' trascurato come Profumo di donna,...

Festival del Cinema di Venezia / Opfergang di Veit Harlan

Non siamo sicuri che in molti al Festival se ne siano accorti, ma ieri a Venezia, in Sala Volpi, si è tenuto all’interno della sezione Venezia Classici, quello che è senza ombra di dubbio un piccolo evento cinematografico: la proiezione del restauro di Opfergang, un vecchio film che a molti probabilmente non dirà nulla; un melodramma tedesco del 1944 a firma di un regista ai più sconosciuto di nome Veit Harlan. Ma perché questo film – passato in una sezione così marginale del Festival com’è quella dei restauri – sarebbe così importante? Che cosa ha di speciale questo film che lo rende diverso dai molti restauri che vengono presentati tutti gli anni a Venezia?     L’ultima volta che un film di Veit Harlan venne proiettato a Venezia era il 1942. Crediamo che non ci sia bisogno di ricordare in che stato si trovasse l’Europa in quell’anno: con i paesi dell’Asse a un passo dal vincere la guerra e i regimi nazi-fascisti nel loro periodo più florido e terribile. Nonostante l’allargamento del conflitto a pressoché tutti i paesi europei, il Festival di Venezia in quegli anni continuava comunque a essere organizzato. Allora si teneva in laguna lontano dal Lido, e le ingerenze...

I marziani di Orson Welles

Esce oggi presso l’editore FrancoAngeli il volume di Orson Welles È tutto vero. Marziani, astronavi e beffe mediatiche. Pubblicato in occasione dei cent’anni dalla nascita dell’autore, contiene il testo di Invasione da Marte, la trasmissione radiofonica che è stata la più importante beffa mediatica e ha fatto credere a molti americani la sera del 30 ottobre 1938 che fosse in atto un’invasione della Terra da parte dei marziani. Pubblichiamo un’anticipazione dalla postfazione di Vanni Codeluppi, che ha curato il volume.   L’invasione dei marziani che è stata raccontata alla radio da Orson Welles e dai suoi attori viene generalmente considerata uno dei casi più importanti di tutta la storia dei media. Le cosiddette «beffe mediatiche» realizzate nella storia dei mezzi di comunicazione sono infatti numerose, ma probabilmente nessuna ha ottenuto un risultato paragonabile in termini di attenzione sociale a quello che è stato in grado di raggiungere il radiodramma di Welles. Anche perché questa è stata la prima e dunque, in quanto tale, anche la più inaspettata. In seguito all’ascolto della trasmissione, molte persone sono state prese dal panico e hanno fatto di tutto: sono corse a...

Festival del Cinema 2016 / Diario veneziano

Ogni anno, sbarcando al Lido per la Mostra del Cinema, la sensazione è sempre quella d’immergersi lentamente in una sorta di “bolla”, un guscio protettivo che separa il festival dal resto del mondo. Qui, per almeno una decina di giorni, l’unica realtà possibile è la Mostra stessa: cinema, tappeti rossi, conferenze stampa (ma anche pranzi al sacco, bagni chimici, notti in tenda…). “Il nostro mondo è meno doloroso del mondo reale”, dice giustamente un personaggio di Nocturnal Animals, il non memorabile opus n.2 di Tom Ford presentato in concorso l’altroieri. Al Lido, infatti, la realtà trapela solo di quando in quando, e quasi sempre in forma ovattata. Per il resto, a rafforzare l’impressione di rassicurante immutabilità sono gli stessi luoghi, gli stessi orari, gli stessi amici. Quest’anno le cose sembravano essere diverse, perlomeno a una prima occhiata. Gli ingressi della Mostra sono transennati e presidiati dalla polizia. Segno che gli allarmi del mondo di fuori trovano la loro eco anche qui,  sebbene all’interno del festival i controlli agli ingressi delle varie sale siano rapidi e sommari come al solito. Anche la geografia della mostra è cambiata. Al posto del cratere...

Com'è andato il festival / Locarno 69

L'edizione numero 69 del festival di Locarno si è da poco conclusa. Anno segnato dal forte slancio verso il futuro della manifestazione, con un mandato rinnovato fino al 2020 per il direttore Carlo Chatrian, e l'arrivo nel 2017 del tanto atteso Palazzo del Cinema. Chatrian in questi primi quattro anni alla direzione ha saputo posizionare in modo perfetto il suo festival fra lo strapotere (strabordante) di Cannes e lo storico prestigio di Venezia, lavorando su una mediazione fra le esigenze del pubblico e delle istituzioni locali e la necessità di collocare il profilo artistico della manifestazione in modo molto netto rispetto ai grandi festival generalisti. Il risultato è una manifestazione che, in continuità con quanto fatto in passato ad esempio da direttori come Marco Müller, ha sfruttato a pieno le potenzialità di una struttura di programmazione che guarda al grande pubblico delle proiezioni serali della Piazza Grande ma che non rinuncia a una ricerca profonda sulle forme del cinema contemporaneo.   E così fra concorsi, retrospettive e sezioni più sperimentali, nel programma di Locarno pare rivivere quel laboratorio utopico che a inizio Novecento animava artisti e...

Conversazione con Franco Piavoli / 'Festa' a Locarno

Quello di Franco Piavoli, scriveva tempo fa Tommaso Isabella su Doppiozero, è un cinema «orgogliosamente marginale». Definizione azzeccatissima, per un regista che opera al di fuori dei grandi circuiti produttivi, che costruisce i propri lavori a partire da spunti occasionali, elaborandoli man mano, un giorno dopo l'altro, una stagione dopo l'altra, con una cura e una pazienza più simili a quelle di un botanico o di un agricoltore che a quelle di un regista cinematografico. Anche quest'ultimo Festa è nato così, «quasi spontaneamente» dice lo stesso Piavoli, che per alcune estati ha seguito e filmato sagre e feste di paese. Il risultato è un poemetto visivo (meno di un'ora la durata) che è anche una sorta di originale “viaggio intorno all'uomo” in cui si mescolano senza problemi il sacro e il profano, il divertimento e la malinconia. Abbiamo incontrato il regista a Locarno, dove Festa è stato presentato fuori concorso, durante il 69mo Festival del Film.   Perché proprio le sagre?   Beh, prima di tutto perché sono una specie di “teatro vivente” sopravvissuto ai secoli. Per me è stato un po' come tornare sui luoghi dell'infanzia e della giovinezza per scoprire la forza di...

Classici in prima lettura / Orgoglio e pregiudizio (senza zombi)

Abbiamo affidato ai nostri autori la lettura di un classico che non conoscevano, da leggere come se fosse fresco di stampa.   Quando mi è stato proposto di scrivere un post per questa rubrica di classici sotto il solleone o, meglio, di confessioni sotto il solleone, ho sentito come una chiamata alle armi. E sì che pensavo di essermi vaccinato da vocazioni e simili. Ma la gioventù, si sa, è foriera di illusioni. Poi sfiorisce ed è allora che arrivano le visioni mistiche. E con esse, pochi giorni fa, un’illuminazione: questa è l’ultima occasione che mi rimane per leggere Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen senza zombi, arti marziali, spurghi di pus e teste mozzate (non so se avete sentito parlare del film, qualora vi siate persi il relativo romanzo, ma se siete curiosi Google verrà in vostro aiuto con un sol click). Insomma, se volevo far conoscenza con la vera Elizabeth, invece che con la sua versione da combattimento originaria di Terra 2, era arrivato all’ultima spiaggia. E così ho passato un numero non indifferente di serate alla luce fioca della mia abat-jour che illuminava lunghi dialoghi, lunghissime descrizioni, interminabili notazioni di stati d’animo e sfumature di...

Progetto Jazzi / Sotto le stelle. Film Compilation

  Continua l’intervento di doppiozero a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA).  Gli Jazzi (da iacere, giacere) erano dimore temporanee, giacigli per il ricovero di animali da pascolo, punto di connessione tra tratturi e paesi: luoghi dell’indugio, della presa di contatto con le cose. Il progetto intende recuperare questo modo di abitare la natura, raccontando percorsi da attraversare con lentezza, riappropriandosi di spazi e luoghi e della loro storia, rinnovando esperienze – come l’osservare le stelle o il nascere del giorno – capaci di ripristinare il contatto con la natura, con il ciclo delle cose e delle stagioni. La sfida è anche quella di produrre innovazione e rigenerazione sociale, recuperando strutture e architetture rurali, mettendo in moto un circolo virtuoso di ospitalità diffusa che si nutra delle realtà esistenti e delle reti di relazione con i ‘nuovi viaggiatori'.   Chi, durante le sere d'estate, non ha mai trovato il tempo per fermarsi a guardare le stelle? Ai più fortunati basta distendersi nell'erba di una...

Classici in prima lettura / Il giardino dei Finzi-Contini

Abbiamo affidato ai nostri autori la lettura di un classico che non conoscevano, da leggere come se fosse fresco di stampa.   “Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga”.  Vorrei cominciare questa cosa correggendo il famoso incipit de Il Giardino dei Finzi-Contini: Da molti anni desideravo leggere dei Finzi-Contini, eccetera eccetera. Ma per una ragione strampalata fino al mese scorso non lo avevo ancora fatto. Proverò quindi a dare una spiegazione del perché ho lasciato andare via la giovinezza e parte della maturità senza cimentarmi con le pagine di uno dei romanzi più celebri del dopoguerra italiano, iniziando col dire che il motivo principale riguarda i capelli di Fabio Testi.  Che c’entrano i capelli di Fabio Testi, direte? Fabio Testi è uno degli interpreti del film diretto da Vittoria De Sica tratto dal romanzo di Bassani. Testi nel film fa la parte di Giampiero Malnate, un giovane comunista di origini milanesi dai convincimenti politici piuttosto infiammati, che nella storia d’amore tra il protagonista e la bella Micòl ricopre un ruolo determinante.   Adesso io ho una visione...

La cospirazione contro la razza umana / Ligotti. La filosofia di True Detective

Agli Stati Uniti il mondo della filosofia degli ultimi 35 anni è per lo più debitore di quella che, in gergo tecnico, viene chiamata “filosofia analitica”. Questa branca della filosofia, che ha visto la sua massima espansione negli ultimi 10 anni, e il cui successo si è imposto anche nel Vecchio Continente, fino ad arrivare a colonizzare molte cattedre di filosofia morale, logica e teoretica, si basa soprattutto su una rivoluzione di metodo, che molto avrebbe da dire agli storici della cultura quale espressione dell’american way of life. Una filosofia basata sulle questioni di metodo, che fa largamente uso della formalizzazione (quando non della matematizzazione) degli assiomi e altrettanto largamente a meno della storia, sia di quella tout court che di quella del pensiero.   Al contempo, però, si devono alla filosofia americana alcuni dei tentativi – che vanno esattamente nella direzione opposta – più interessanti di “fare” filosofia a partire dal vissuto esistenziale che siano stati prodotti negli ultimi anni. Si tratta di libri che vanno nella direzione di una filosofia che non sia un esercizio specialistico, o una ricostruzione storica per addetti ai lavori, bensì un...

Il regista iraniano morto a 76 anni / Abbas Kiarostami. Poesia nelle immagini

L’immagine più significativa del cinema di Abbas Kiarostami, morto il 4 luglio a 76 anni, è quella che il regista iraniano presenta per la prima volta in Dov’è la casa del mio amico? (1987), per poi riprenderla e rielaborarla nei film che da esso nasceranno, E la vita continua… (1992) e Sotto gli ulivi (1994). Questa immagine:   Dov'è la casa del mio amico? Una collina, una strada che sale, un bambino, un albero in cima. Tutto finto, tutto ricostruito, tutto poi ripreso con altri personaggi per rendere visivamente il nucleo concettuale del cinema di Kiarostami: la linea a zig zag che, spostandosi da una parte all’altra, si ripete e passa da un polo all’altro. Come il bambino che cerca la casa del compagno di scuola per restituirgli il quaderno e lungo il cammino non fa altro che chiedere le stesse informazioni e passare per gli stessi luoghi. Come il regista protagonista di E la vita continua…, che, impersonando un doppio di Kiarostami, all’indomani del terremoto che ha colpito la zona dove era stato girato Dov’è la casa del mio amico? (Koker, nel nord dell’Iran), torna con il figlio negli stessi luoghi e si mette alla ricerca dei protagonisti di quel film. E infine, in...

Ritratto di un uomo schivo / Michael Cimino, un grande narratore americano

Il “mio” Michael Cimino è quello che ho visto quattro anni fa, nel 2012, a Venezia, prima della proiezione della versione ricostruita del famoso (famigerato?) I cancelli del cielo, targata Criterion Collection. Ricordo un uomo minuto, schivo, nascosto dietro grandi occhiali dalle lenti affumicate, quasi intimidito dai flash dei fotografi, dal pubblico che gremiva la sala, dall'ufficialità della cerimonia – oltre a presentare il film, avrebbe dovuto ritirare un premio collaterale, uno di quegli omaggi “postumi in vita” utili a condire via il cineasta di turno, soprattutto se non lavora da quasi vent'anni (escludendo l'episodio di Chacun son cinéma, girato nel 2007 per celebrare i sessant'anni del festival di Cannes, il suo ultimo film, Verso il sole, risaliva al 1996).    Cimino presenta “I cancelli del cielo”. Venezia, 2012   Ad ogni modo, Cimino non aveva per nulla l'aria del genio in esilio, del Prometeo in catene, ricurvo sotto il peso di enormi successi e di altrettanto grandi fallimenti. Parlò con semplicità del suo film e delle tribolazioni che gli aveva causato, elogiò il lavoro dei tecnici che avevano lavorato alla ricostruzione del metraggio originale e...

11 luglio a Torino: che cos'è un maestro? / Un maestro credibile

  Pubblichiamo oggi il primo dei quattro interventi, legati all’incontro Che cos’è un maestro? promosso dal progetto Hangar Piemonte e da da doppiozero: l’11 luglio, a Torino, un’occasione di confronto e riflessione sulla figura dei maestri, sulla comunicazione oggi dei saperi pratici e teorici a partire dal racconto di alcune esperienze concrete dei partecipanti in realtà non istituzionali.    Giusi Marchetta vive a Torino, dove insegna. Autrice di racconti e romanzi: Dai un bacio a chi vuoi tu (Terre di Mezzo, 2008); L'iguana non vuole (Rizzoli, 2011); Lettori si cresce (Einaudi, 2015).   Mi capita a volte di attraversare la strada di corsa perché sono in ritardo e non posso permettermelo: il verde e la presenza di strisce diventano un optional gradito ma non necessario; per una manciata di secondi contano solo la velocità, la distanza delle auto in arrivo e la possibilità di approfittare di quell’intervallo di tempo e di spazio. Niente di estremo, ovviamente: la banale routine del ritardatario.  Va sempre così tranne quando ad aspettare con me sul marciapiedi c’è un bambino. Io attraverso, mi dico, e lui penserà che le regole non vadano rispettate per...

La legge del desiderio maschile / Tutti vogliono qualcosa di Richard Linklater

Nel 1984 Bruce Springsteen – in quegli anni una vera e propria icona della mascolinità americana – include in quello che diventerà il suo album di più grande successo commerciale, Born in the U.S.A., una canzone che può essere considerata un paradigma per le descrizioni di amicizie maschili. Il pezzo, che si intitola Bobby Jean, è una specie di lettera d’amore indirizzata al suo chitarrista di allora, Stevie Van Zandt, che poco prima dell’uscita dell’album lasciò la band per intraprendere una propria carriera solista. La lingua inglese, rispetto all’italiano, presenta però una differenza decisiva: quando indirizza un discorso alla seconda persona singolare – dato che gli aggettivi non vengono modificati a seconda del genere – è pressoché impossibile stabilire se l’interlocutore sia un uomo o una donna. Springsteen, non sappiamo se consapevolmente o inconsciamente, non solo dà al destinatario della canzone un nome che potrebbe essere indifferentemente sia maschile sia femminile – Bobby Jean appunto – ma non dà nessun elemento descrittivo che possa chiarire quest’ambiguità. Sarà soltanto grazie a degli elementi extratestuali – interviste o dichiarazioni dello stesso Springsteen –...

“Hai mai visto un comunista bere acqua?” / Il complottismo italiano

Qualcuno sicuramente ricorderà quella scena del Dottor Stranamore di Kubrick in cui il generale Ripper, uno dei migliori esempi cinematografici di tipo autoritario paranoide, chiede all’ufficiale della Raf Lionel Mandrake, interpretato da Peter Sellers: “Ha mai visto un comunista bere un bicchiere d’acqua?” per poi aggiungere: “Nessun comunista berrà mai acqua e sanno bene quello che fanno. […] Non sa che la fluorocontaminazione è forse il piano più mostruoso che i comunisti abbiano mai concepito ai nostri danni?”. Probabilmente oggi pochi sanno cosa sia la fluorocontaminazione, anche detta fluorizzazione. Si tratta della semplice aggiunta di ioni fluoro all’acqua per diminuire l’incidenza di alcune malattie dentarie. Una pratica molto diffusa in Nord America che nel pieno della guerra fredda divenne una delle ossessioni complottiste più note: i comunisti l’avrebbero usata per avvelenare l’acqua degli americani, producendo menomazioni fisiche e mentali. Un’arma chimica che era anche una ipotesi perturbante per le coscienze americane, poiché avrebbe agito nella quotidianità e nella completa invisibilità direttamente nelle viscere delle vittime. Qualcosa di agghiacciante anche per...

Il demone dello sguardo, del corpo, della fiaba e dell’orrore / The Neon Demon

The Neon Demon non è un film sulla moda più di quanto Suspiria sia un film sulla danza, o La bella addormentata nel bosco e Cenerentola, nella versione dei Grimm, libri sulle usanze della nobiltà europea dei primi del ’800. È un film sullo sguardo e sul corpo, sulla dimensione horror intrinseca alla fiaba e su quella fiabesca naturale all’horror. O forse, più semplicemente, un film che, si serve di tutti questi elementi per far evolvere l’idea (coerente) di cinema di Nicolas Winding Refn.    1. Dello sguardo e del corpo   Lo statuto dello sguardo cambia radicalmente tra le due macro-partizioni del film. Nella prima parte, Jesse è sempre guardata frontalmente: dai personaggi in scena, dalla macchina da presa e quindi dallo spettatore. È Dean, l’innamorato che la ritrae in foto nella sequenza, statica, che apre il film, a generare l’immagine frontale di Jesse: in questa immagine la congela, uccidendola, in una posa di morte che anticipa quella finale, ma che le si contrappone proprio per l’equilibrio dell’inquadratura, della disposizione delle membra, del trucco, laddove l’ultima è scomposta come risultato del caos, diegetico, della caduta nella piscina. Eppure...

Blaxploitalian. Intervista con Fred Kuwornu

English Version   Fred Kuwornu è un regista e attivista italo-ghanese, noto soprattutto per i suoi documentari Inside Buffalo (2010), sui soldati neri americani che combatterono per la liberazione dell’Italia durante la seconda guerra mondiale, e 18 Ius Soli (2012), sui figli degli immigrati in Italia e la loro lotta per il riconoscimento sociale e legale. Quest’estate ha presentato il suo ultimo progetto cinematografico, Blaxploitalian: One Hundred Years of Blackness in Italian Cinema, realizzato con il contributo della fondazione Lettera27. Ispirato a un importante volume curato da Leonardo De Franceschi, intitolato L’Africa in Italia, nonché alle esperienze personali dello stesso regista all’interno dell’industria cinematografica italiana, Blaxploitalian è un documentario di ampio respiro che racconta la storia, tuttora misconosciuta, degli attori di origine africana in un secolo di cinema italiano. Come le precedenti opere di Fred, anche questo documentario nasce con un’esplicita missione sociale. Blaxploitalian si inserisce infatti in una rete di campagne internazionali nate intorno alla protesta #OscarsSoWhite e dibattiti sul tema condotti in Inghilterra e in Francia,...

Filmmaker Fred Kuwornu on Blaxploitalian and representation in cinema.

Italian Version   Fred Kuwornu is an Italian-Ghanaian filmmaker and activist best known for his documentaries Inside Buffalo (2010), about the Black American soldiers who participated in the liberation of Italy during World War II, and 18 Ius Soli (2012), about the children of immigrants in Italy and their struggles for legal and social recognition. This summer, he has begun screening his latest film project, Blaxploitalian: One Hundred Years of Blackness in Italian Cinema (supported by a grant from the Lettera27 foundation). A sweeping documentary inspired by Leonardo De Franceschi’s seminal collection L’Africa in Italia as well as Fred’s own experiences in the Italian film industry, Blaxploitalian recounts the century-long yet underappreciated history of people of African descent in Italian cinema. Like Fred’s previous projects, this documentary has an explicit social mission. He is using Blaxploitalian to connect with an international network of activists who are building on the momentum of #OscarsSoWhite and similar conversations in England and France, with the ultimate goal of developing a platform to support advocacy for greater diversity in media.    I have...