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Memoria

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Di codici e labirinti / Nel Labirinto della Masone

Foto aerea del Labirinto della Masone credit Mauro Davoli.    Si arriva dopo chilometri e chilometri di pianura Padana, e di campi color stoppa tagliati dalle lingue grigie delle statali intorno a Fontanellato. Si arriva e ci si trova di fronte una costruzione in muratura, a piccoli blocchi regolari dal colore uniforme, scolpiti dalla luce del pomeriggio. Il tempo non ha ancora lasciato segni, sulle mura, e l’aria di nuovo che si respira all’arrivo al grande portale è quasi straniante. Come stare all’interno del sogno di qualcun altro. Il sogno da cui si finisce per essere sognati, quasi peggio della borgesiana farfalla di Chuang Tzu, è il Labirinto della Masone di Franco Maria Ricci, che non è difficile incontrare mentre passeggia per le sale della Collezione, tra i libri del bookshop rigorosamente nero e bodoniano o per i sentieri di canne. Il segreto delle mura nuove, infatti, è proprio la piccola foresta di bambù cinesi all’interno, ben disciplinati in file alte fino a cinque metri a ostruire la vista ai molto meno disciplinati visitatori – ragazzi con gomitoli da srotolare nel tentativo di non perdersi, famiglie con pargoli urlanti, turisti con zaino e borraccia,...

Kew Gardens, forma, pittura

In un famoso racconto del 1919 Virginia Woolf utilizza la lingua per dipingere un quadro post-impressionista dei Kew Gardens: macchie di colore e linee di movimento in cui si mescolano vicende umane, animali e vegetali. Coerentemente con questa origine pittorica, la prima edizione del racconto è illustrata da Vanessa Bell, mentre le copertine sono di Roger Fry e del suo Omega Workshops.      La prima volta che ci sono stato, dei Kew Gardens ho avuto un'impressione molto diversa, a colpirmi è stata soprattutto la magnificenza della natura che prende possesso delle grandi strutture vittoriane. Ma il senso pittorico del luogo è fortissimo, ed è facile immaginare come Virginia, che frequentava abitualmente i giardini (nel 1926 ci era stata con Vita Sackeville-West, e una scena di Orlando è ambientata ai Kew), ci vedesse un quadro secondo i canoni avanguardistici dell'epoca. La qualità estetica del paesaggio è così alta e costante che pressoché qualsiasi fotografia scattata, anche la più casuale, risulta in una composizione armonica, come mostrano le immagini (mie) in questa pagina.      Non per niente i Kew Gardens sono stati...

Buon compleanno Natalia / Parise. «Eravamo diversi, ma gli volevo bene»

Per festeggiare il centenario della nascita di Natalia Ginzburg, nata a Palermo il 14 luglio 1916, pubblichiamo alcuni articoli apparsi sulle pagine dei quotidiani e non ancora riproposti nelle raccolte dei suoi saggi, introdotti da Maria Rizzarelli.   Una delle categorie più affascinanti dei saggi di Natalia Ginzburg è quella dei ritratti di amici scrittori, nei quali le note fisiche e caratteriali si mescolano ai tratti stilistici, lasciando via via emergere le varie sfumature e i cromatismi differenti attraverso cui si ricompone l’immagine della persona rievocata. Dal primo Ritratto di un amico (pubblicato su «Radiocorriere», nel 1957, e riproposto ne Le piccole virtù, Einaudi, 1962) dedicato a Pavese ai più recenti scritti sparsi nelle pagine dei quotidiani, fino a questo breve e intenso ricordo di Parise (in Corriere della Sera 1976/1986. Dieci anni e un secolo. Parise e il Corriere, suppl. del «Corriere della Sera», 29 ottobre 1986), tutti testi che si pongono accanto agli indimenticabili cammei che puntellano le memorie di Lessico famigliare (quello di Felice e Lola Balbo, di Giulio Einaudi, di Adriano Olivetti).    Leggendoli insieme si scoprono le...

Santo Stefano Belbo, 22, 23, 24 luglio e 5 agosto / Cesare Pavese. Narrare per capire

  Nelle pagine dei suoi romanzi e racconti , nel diario, nelle lettere Pavese ha disegnato immagini di luoghi- Santo Stefano Belbo, le Langhe - e ha ritratto figure umane che in quei luoghi erano di casa o che da essi si erano allontanati per poi ritornarvi. Questi luoghi e quelle facce appartengono ormai alla nostra memoria, hanno assunto tratti quasi mitologici; Pavese, come è accaduto ad altri grandi artisti, vive oggi nelle riscritture degli scrittori che sono venuti dopo di lui o nelle creazioni in altre forme espressive, nella musica ad esempio, nella canzone d’autore, nella musica elettronica. La sua voce ricompare nei reading di poeti, narratori e attori. In occasione della rassegna di iniziative pavesiane Con gli occhi di Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo,  22, 23, 24 luglio e 5 agosto) doppiozero ripercorre alcune tracce di questo effetto Pavese, di questa strana corrente magnetica che attraversa le generazioni e sedimenta un senso di appartenenza ad un mondo spesso solo immaginato ma forse proprio per questo più vero di quello reale.   In questo primo vero bollore d’estate, tra il frinire indomito delle cicale, rileggo alcuni racconti di Cesare...

Genealogia di un sentimento / Speranza

La speranza è una condizione mediana e «interstiziale». È uno stato «in between», come l'intercapedine o la fessura tra le piastrelle di un pavimento, o il canale che separa (e unisce) due terre, perché la speranza si trova situata tra un momento negativo dal quale si vorrebbe uscire e uno positivo nel quale si vorrebbe entrare. La speranza, aspettativa di una condizione migliore, connessa quindi al tempo e al desiderio, condivide con l'attesa la proiezione verso il futuro. Si differenzia però dall'attesa perché il futuro cui si rivolge è (sperato) migliore, ma è anche vago e incerto e poggiante su vari gradi e sfumature di insicurezza. L'attesa è invece legata a un fenomeno del quale sappiamo che accadrà.  Si pensi alla figura della speranza (spes) scolpita su una delle formelle del battistero di Firenze da Andrea Pisano: una figura alata dalla veste drappeggiata, una sottile benda sulla fronte, le braccia protese verso una specie di coroncina pendente, quindi verso qualcosa di incerto e indefinito, ricordata anche da Ernst Bloch nella sua opera-capolavoro, Il principio speranza. Gli eventi sicuri si aspettano (e magari non accadono neanche quelli); gli incerti, li si...

Le Piccole Persone / Anna Maria Ortese. L’altro vivente

Sulla terza pagina de La Stampa del 3 febbraio 1976 i lettori trovarono l’insolito ritratto di un cane con una corona di spine. Provocatoria pubblicità per un libro di (allora) prossima pubblicazione intitolato Imperatrice nuda, tale ritratto ne rappresentava appunto la copertina. L’autore era il pilota automobilistico, scrittore, e attivista svizzero Hans Ruesch, e Imperatrice nuda mirava a mettere la scienza medica attuale sotto accusa, espressione riportata e nel sottotitolo del volume e nella didascalia pubblicitaria su La Stampa. La quale didascalia informava inoltre che il libro si scagliava in particolare contro la sperimentazione a scopo farmaceutico sugli animali, una truffa – secondo Ruesch – a danno sia degli ignari cittadini sia di milioni di creature innocenti, come la raccapricciante casistica di esperimenti che dava corpo al volume voleva infatti dimostrare. Sia stato lo scandalo di tale casistica a convincere l’editore Rizzoli a ritirare il libro dalla distribuzione o qualche altra sconosciuta ragione, Imperatrice nuda scomparve presto dalle librerie ma divenne comunque il pretesto per un dibattito sulla vivisezione che dal quotidiano torinese si estese poi alla...

Progetto Jazzi / A quei luoghi continuo a tornare

  Apriamo con questo contributo della scrittrice Carmen Pellegrino l’intervento di doppiozero a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA).  Gli Jazzi (da iacere, giacere) erano dimore temporanee, giacigli per il ricovero di animali da pascolo, punto di connessione tra tratturi e paesi: luoghi dell’indugio, della presa di contatto con le cose. Il progetto intende recuperare questo modo di abitare la natura, raccontando percorsi da attraversare con lentezza, riappropriandosi di spazi e luoghi e della loro storia, rinnovando esperienze – come l’osservare le stelle o il nascere del giorno – capaci di ripristinare il contatto con la natura, con il ciclo delle cose e delle stagioni. La sfida è anche quella di produrre innovazione e rigenerazione sociale, recuperando strutture e architetture rurali, mettendo in moto un circolo virtuoso di ospitalità diffusa che si nutra delle realtà esistenti e delle reti di relazione con i ‘nuovi viaggiatori'.   Lo chiamavamo il mare d’altri. Quel mare in lontananza che col dito indicavamo ai turisti – ‘...

Fuoco nero su fuoco bianco / Talmud e miti ebraici

Se dovessi riassumere in una frase la peculiarità della cultura ebraica, sceglierei questo versetto: «Una parola ha detto Dio, due ne ho udite» (Sal 62, 12). L'ebraismo si è costruito su una parola detta, ascoltata e trasmessa; è una cultura di dialogo e ascolto, di racconto e relazione. Nel versetto di poche parole che ho citato – solo cinque nella lingua originale – sono racchiuse sia l'essenza della fede su cui si è fondata la cultura ebraica, sia il metodo con cui si è sviluppata e tramandata: il Dio vero e unico parla, gli idoli non possono farlo, e dalla sua bocca esce una sola parola che, dice la Bibbia, è sempre «verità e grazia». Ma quella parola alle orecchie dell'uomo arriva molteplice, perché è sua la responsabilità dell'interpretazione. Dio non vuole lavorare da solo. Dalla sua bocca alle orecchie dell'uomo la parola si arricchisce di sfumature. Agli uomini è lasciato spazio per interrogare, comprendere, dialogare. La fede d'Israele è dialogo con Dio; il suo compito, che è allo stesso tempo gioia, onore e responsabilità, è trarne fuori l'infinita ricchezza così che, attraverso le voci umane, Dio possa continuare a dire la sua unica, inesauribile verità.   La...

Sul complesso caso Orlando / Questioni di stragi: l’incultura che fa male

Una delle primissime dichiarazioni del padre di Omar Marton, dopo la strage di Orlando, è stata qualcosa come “Mio figlio è rimasto sconvolto alla vista di due uomini che si baciano per strada”. Perché mai non si dovrebbero baciare? Due persone che si baciano sulle labbra in pubblico possono salutarsi, mostrare affetto, amicizia, amore, o altro. Non comprendo la ragione per cui, quando gli eterosessuali si baciano in pubblico, la cosa non crei scalpore, orrore o semplice indignazione, mentre, se il medesimo atto viene compiuto da due persone omosessuali, la cosa generi turbamento, sconcerto, smarrimento. Gli eterosessuali (ma il sospetto che Omar Marton fosse gay risulta a sufficienza comprovato) sono forse talmente “sicuri” dei loro baci, da condannare il bacio di chi non appartiene al loro medesimo orientamento sessuale? Oppure si tratta di una questione etica? Ma, sempre che il senso etico sia conoscibile, non può essere relativista, e nel presente caso dettare norme differenti per i due orientamenti sessuali. Sostenere “bene che gli etero si bacino in pubblico, male che lo facciano gli omo” significa abbracciare un’etica estremamente fragile, carente, inesistente, che...

Destino e carattere / Generazione senza eroi

Sono tempi “amletici” quelli che stiamo vivendo: “out of joints” – “usciti fuori dai cardini” – su molti fronti, ma soprattutto su quello della politica. Con il Brexit, ora – evento da “fine del mondo” demartiniana per l’Europa. E prima ancora, qui in Italia, con la fantasmagorica tornata delle amministrative: i risultati, certo, in alcuni casi sorprendenti. Ma anche le settimane precedenti, in cui Matteo Renzi aveva provato a sovrapporre la sua personale crociata per il SI al Referendum costituzionale d’autunno alla campagna per i “suoi” sindaci alle amministrative, prima di accorgersi dell’errore commesso e farsi prudentemente (e inutilmente) da parte. Soprattutto quelle, erano state per me settimane di sofferenze, e anche di delusioni, di fronte alle giravolte, ai voltafaccia, ai sorprendenti mutamenti di campo, in biografie che ci si poteva aspettare proiettate in tutt’altra direzione, a cominciare dalla desolante intervista di Roberto Benigni, passato repentinamente dall’apologia della “Costituzione più bella del mondo” alla sua possibile rottamabilità un tanto al chilo. O dalle esternazioni assai poco filosofiche ma molto ciniche – miseria del realismo politico – di Massimo...

Ritratto di un poeta / Per trovare la reincarnazione di Zeichen

Quando muore un cantante, un architetto, un attore, un regista, uno scrittore, uno stilista, un filosofo, un opinionista, un poeta, un politico, un professore, una qualsiasi figura pubblica di rilevanza, come la muta di formiche che ricopre la preda fresca fresca di morte, arrivano articoli finalizzati a trarne una lacrima, un sorriso, un bilancio, un ricordo, un compiacimento. Ora che però Valentino Zeichen è morto, forse è arrivato il momento della vendetta della preda sulla muta dei mormoranti. Non conosco infatti persona più lontana da questa retorica, e comunque non c’era persona più fieramente avversaria della banalità ubiqua come Valentino Zeichen. Per queste ragioni, questo pezzo si basa su un presupposto imprescindibile: sempre che Valentino Zeichen sia morto, cioè sempre che la morte sia possibile, Valentino Zeichen si è reincarnato in un’altra cosa. Intendo quindi ragionare, indagare e muovermi in direzione della Vita, non della morte, e avanzare ipotesi e spunti di ricerca per ritrovare Valentino Zeichen in altre manifestazioni che non siano più quelle adottate nella sua vita precedente: poeta, uomo molto bello, fiumano, locatario di baracca, camminatore romano,...

Buon compleanno Natalia / Pagate i maestri come i ministri

Per festeggiare il centenario della nascita di Natalia Ginzburg, nata a Palermo il 14 luglio 1916, pubblichiamo alcuni articoli apparsi sulle pagine dei quotidiani e non ancora riproposti nelle raccolte dei suoi saggi, introdotti da Maria Rizzarelli.   Come dovrebbe essere la scuola   Ci sono diversi articoli di Natalia Ginzburg che testimoniano l’attenzione costante riservata al mondo scolastico. Quando, il primo ottobre del 1976, pubblica sulla prima pagina del «Corriere della Sera» l’articolo intitolato Pagate i maestri come i ministri (qui di seguito riproposto), la scrittrice è già intervenuta nel corso dello stesso anno e dell’anno precedente sui temi degli esami di maturità e continuerà, successivamente, a dire la sua a proposito della scuola. Discutere dell’istruzione scolastica le consente di puntare lo sguardo su un osservatorio privilegiato del mutamento della società italiana, e ancora le dà la possibilità di riflettere su quello che lei ritiene, a ragion veduta, il centro nevralgico su cui concentrare la responsabilità e l’ansia di cambiamento. Il commento degli esami di maturità le riporta alla memoria i ricordi della propria esperienza scolastica,...

In memoria / Per Elie Wiesel e Un di velt hot geshvign – La notte

Si è spento sabato due luglio, il 26 del mese ebraico di Sivan, a New York, a quasi 88 anni, Eliezer ‘Elie’ Wiesel, il sopravvissuto dei campi, il testimone per definizione, il premio Nobel per la pace, colui che coniò nel marzo del 1967, prima della guerra dei Sei Giorni, il concetto di unicità, quando, partecipando alla discussione sulle pagine della rivista Judaism sui ‘Valori ebraici nel mondo dopo l’Olocausto’ (Jewish Values in post-Holocaust Future) – il primo e forse l’ultimo nella storia degli studi sulla Shoah a sollevare la spinosa questione – insieme ad altri 3 prominenti intellettuali ebrei: il filosofo e rabbino Emil Fackenheim, il critico letterario e romanziere George F. Steiner, e il filosfo della storia Richard H. Popkin – scrisse che lo sterminio ebraico doveva essere compreso, nelle sue parole: ‘come il [riassunto dell’] esperienza ebraica, e che [tale] evento era stato irrazionale e unico’, e lo rovendicava come ‘un capitolo glorioso della eterna storia degli ebrei.’ Se ne è andato con lo yiddish, la sua lingua madre, ma conosceva bene l’ebraico, il tedesco, il rumeno, l’ungherese e il francese, che imparò, per ultimo, mentre studiava filosofia, letteratura e...

Ritratto di un uomo schivo / Michael Cimino, un grande narratore americano

Il “mio” Michael Cimino è quello che ho visto quattro anni fa, nel 2012, a Venezia, prima della proiezione della versione ricostruita del famoso (famigerato?) I cancelli del cielo, targata Criterion Collection. Ricordo un uomo minuto, schivo, nascosto dietro grandi occhiali dalle lenti affumicate, quasi intimidito dai flash dei fotografi, dal pubblico che gremiva la sala, dall'ufficialità della cerimonia – oltre a presentare il film, avrebbe dovuto ritirare un premio collaterale, uno di quegli omaggi “postumi in vita” utili a condire via il cineasta di turno, soprattutto se non lavora da quasi vent'anni (escludendo l'episodio di Chacun son cinéma, girato nel 2007 per celebrare i sessant'anni del festival di Cannes, il suo ultimo film, Verso il sole, risaliva al 1996).    Cimino presenta “I cancelli del cielo”. Venezia, 2012   Ad ogni modo, Cimino non aveva per nulla l'aria del genio in esilio, del Prometeo in catene, ricurvo sotto il peso di enormi successi e di altrettanto grandi fallimenti. Parlò con semplicità del suo film e delle tribolazioni che gli aveva causato, elogiò il lavoro dei tecnici che avevano lavorato alla ricostruzione del metraggio originale e...

Lettura d'autore / Vita e opinioni di Tristram Shandy di Laurence Sterne

Addentrarsi in Tristram Shandy è come addentrarsi in un labirinto almeno a quattro dimensioni. Dico subito che le mie saranno divagazioni shandyane su Tristram Shandy, esattamente quello che Carlo Levi, uno dei più grandi lettori e ammiratori di questo capolavoro, dichiarò di non voler fare. Per ingranare lentamente partirei dai lapsus, dai modi e tempi verbali che si trovano in punti chiave delle opere letterarie, spesso negli incipit, e che appaiono inadatti. Diversi dai passati remoti o dagli imperfetti narrativi a cui la letteratura ci ha abituati. Il primo è quello dello stesso Tristram: «Avrei desiderato che mio padre e mia madre avessero badato a quello che facevano, quando mi generarono». Il secondo è l’apertura del romanzo di Hašek, Le vicende del bravo soldato Švejk: «E così ci hanno ammazzato Ferdinando». Il terzo è quello con cui Proust apre la sua Recherche: «Per molto tempo, mi son coricato presto la sera». A chi si riferisce quel molto tempo, al narratore o all’autore? Frase che più ambigua non si può.  Poi i cinque versi, a mio parere, più belli e suggestivi della poesia occidentale:    Hìc tamen hànc mecùm | poteràs requièscere nòctem frònde supèr...

Morta a Torino la scrittrice e drammaturga / Marina Jarre. La perfidia della ripetizione

“Dare viso e numero ai pochi che portano testimonianza” è la nota stilistica che sin dal suo esordio ha reso inconfondibile “il leggero accento straniero” di Marina Jarre, una delle rare scrittrici contemporanee che ha saputo fare i conti con la storia. In tutti i suoi libri, ha offerto insegnamenti di saggezza e di ironia a chi s’interrogava sulle potenzialità espressive dello “scrivere commemorando”, un ventaglio sorprendentemente ampio di riflessioni, stimoli, pensieri sottili e arguti sull’Italia degli anni Sessanta e Settanta, regalandoci alla fine della carriera un libro, Ritorno in Lettonia, che regge il confronto con le banalità moralistiche che si leggono in molti saggi di storici sul trito binomio memoria-storia oppure in languidi convegni sulla didattica della Shoah.   Non sempre i proverbi yiddish colgono nel segno. “Nessuna strada conduce indietro” è quello che Marina Jarre si è scelta. Ritorno in Lettonia affronta un argomento assai poco conosciuto in Italia: la deportazione dai paesi baltici, gli eccidi perpetrati a Riga dai nazisti con la complicità dei lettoni, stragi di massa, le cui dimensioni sono spesso mal conosciute dagli stessi ebrei italiani, scrive...

Omaggio a un maestro / Gli ottant’anni di Luca Baranelli

Nel primavera del 1939, per esorcizzare l’incubo di una guerra che sentivano sempre più imminente, Piero Calamandrei e alcuni amici (Sandrino Levi, Luigi Russo, Pietro Pancrazi e altri) presero l’abitudine di fare lunghe passeggiate domenicali per la campagna toscana. Il calore della conversazione scioglieva per qualche ora l’angoscia del tempo presente. Luca Baranelli allora aveva 3 anni, viveva a Siena un’infanzia felice e Calamandrei l’avrebbe conosciuto più tardi, quando, non ancora maggiorenne, militò in Unità Popolare, una formazione di derivazione azionista che contribuì a non far passare la “legge truffa” nelle elezioni del 1953.   Il calore dell’amicizia la ritrovo, attraversando in treno la campagna toscana, quando incontro a Santa Maria Novella Francesco Ciafaloni (forse il più caro amico di Luca), Didi Magnaldi e il gruppo di torinesi che sta raggiungendo Siena per la festa a sorpresa organizzata per celebrare gli ottant’anni di Luca. Francesco, di un anno più giovane, ci diffida di organizzare qualunque festa a sorpresa per i suoi, di 80.   Stiamo arrivando a Siena da Roma, Milano, Napoli, Torino, Piacenza, Liguria, Marche, varie città della Toscana e forse...

Le Lettere a Luisa / Claudio Parmiggiani. Le porte invisibili

Sono uscite presso le edizioni d'arte Magonza le Lettere a Luisa di Claudio Parmiggiani (pp. 160 su carta piegata a mano in astuccio rigido confezionato a mano, € 78): un carteggio quantitativamente esiguo ma di straordinaria intensità, intrattenuto dall'artista con l'amica Luisa Laureati Briganti fra il 2004 e il 2014. Il testo è corredato da una presentazione di Laura Cantone e da una postfazione di Andrea Cortellessa, che riproduciamo qui per gentile concessione dell'editore.     Tutto ciò che è manifestato è luce. Efesini 5,13     Un’opera è come una porta invisibile attraversando la quale usciamo da un mondo ed entriamo in un altro mondo dove si cominciano ad intravedere la bellezza, la sofferenza e la verità.   Così suona la definizione che – della Porta Speciosa da lui realizzata, alla fine del 2013, per il millenario dell’Ere­mo di Camaldoli – dà Claudio Parmiggiani in una let­tera inviata, il 1 novembre di quell’anno, a Luisa Laureati Briganti. E che è lecito leggere come una dichiarazione di poetica valida per tutto il suo percorso. Per comprendere Parmiggiani è da questa porta, insomma, che dobbiamo passare. La lettera fa parte di un carteggio...

Riti e miti del pallone / Augé e la religione del calcio

È una foto in bianco e nero: di spalle il portiere del Brasile Moacir Barbosa Nascimento in tuffo sul palo di sinistra, di fronte a lui l’attaccante dell’Uruguay Alcides Ghiggia. La palla si sta andando a insaccare dietro Barbosa, tutt’intorno gli spettatori del Maracanà. È il 16 luglio del 1950 e quella palla sancirà la vittoria dell’Uruguay, allenato da Lòpez Fontana e capitanato da Obdulio Varela, al Mondiale. La foto rende magistralmente il silenzio attonito e sbigottito dei tifosi brasiliani, convinti che il loro Brasile avrebbe vinto per la prima volta la coppa dopo esserci andato molto vicino nel 1934, e il clima surreale reso ancora più chiaro dal viso sorpreso di Ghiggia.    Poi c’è tutto quello che la foto non può dirci e che succede dopo che l’arbitro George Reader fischia la fine della partita: sugli spalti decine di persone vengono colte da infarto e due spettatori si suicidano gettandosi dalle tribune. Il silenzio è spezzato solo dal suono delle sirene delle ambulanze che accorrono allo stadio per aiutare i numerosi spettatori che si erano sentiti male. In campo i giocatori del Brasile e quelli dell’Uruguay piangono, qualche anno dopo Obdulio Varela...

Memoria ritrovata / La bottega degli occhi

C’è un vicolo nella Gerusalemme vecchia, nel labirintico quartiere arabo. È labirintico anche quello ebraico, come quello armeno: forse il dedalo nella Città Sacra non è casuale, ma scelta necessaria per l’incombere di verità assolute: una sorta di teologia urbanistica. La Via Crucis taglia tutti i quartieri con le sue botteghe di ricordini del Calvario: la Main Street della sacralità.   In quel vicolo discosto c’è una sola bottega, un negozio di macellaio che espone sul marciapiede, in grandi ceste, la sua atroce mercanzia: grasse code di pecora gravide di sugna, teste di pecora decapitate e due ceste ricolme di occhi strappati alle orbite ovine, ognuno con la coda del nervo ottico, che possono sembrare, a un’occhiata distratta, lumachine. Sono migliaia, accatastati alla rinfusa, quei bulbi oculari, e per via del caos ci sono sempre in quelle ceste occhi che seguono imploranti chi passa di lì. Si tratta, com’è evidente, di un mero fatto statistico (almeno spero). Ma l’angoscia non lo è: è la condizione del pianeta in cui viviamo, di prede e predatori. Nemmeno le pecorelle sono mica innocenti, come vorrebbero apparire: loro predano l’erbetta verde e sono fortunate, oltre che...

Ingannare per la verità? / Marx e Kierkegaard giornalisti

Cosa hanno in comune due autori così radicalmente diversi come Karl Marx e Søren Kierkegaard? Cosa accomuna il padre del comunismo a quello dell’esistenzialismo? In cosa convergono filosofie che hanno come protagonisti agenti sociali antitetici come quello oggettivo, massificato del proletariato industriale e quello soggettivo, isolato del credente cristiano? Un’autorevole risposta la troviamo in un classico del pensiero filosofico, Da Hegel a Nietzsche (1941) di Karl Löwith. A parere dell’autore il terreno comune su cui si fondano le riflessioni di Marx e di Kierkegaard è rappresentato dal comune nemico contro cui entrambi combattono: Hegel. Lì dove quest’ultimo, dovendo legittimare lo Stato prussiano, spinge ad accettare la realtà esistente sostenendone l’intrinseca razionalità, di conseguenza mettendo fuori gioco la dialettica oppositiva che anima il conflitto sociale, Marx e Kierkegaard insorgono, di fronte a questa conciliazione reazionaria tornano a separare proprio ciò che Hegel ha unito: la ragione dalla realtà. Lì dove Hegel assicura unità e saldezza al mondo borghese, capitalista e cristiano, tanto Marx, per ciò che riguarda il sistema di produzione, quanto Kierkegaard...

Università, italiano, anglicismi / L’italiano non è sexy

A volte, lo confesso, mi lascio prendere dallo sconforto. Non sempre, intendiamoci. La maggior parte del tempo, di fronte a questo fenomeno, la mia reazione è più contenuta. Un sordo fastidio per espressioni correnti e andanti come “open day” o “summer school”. Un principio di irritazione per diciture quali “job placement”, “problem solving”, “incoming student” (spesso semplificato in “incoming”). Un’irritazione più marcata per “welfare”, “mission” e “customer care”. Una desolata rassegnazione alla pronuncia anglicizzante di parole come tutor o media (tiútor, mídia) – che peraltro si tramuta immediatamente in orticaria all’emergere occasionale (ma capita, eccome se capita) di “tutoraggio” pronunciato tiutoraggio. (Personalmente dico solo “tutorato”; di tanto in tanto mi sorprendo perfino a chiedermi come suona a un orecchio inglese tutorage, rispetto a tutoring – ma questo ovviamente è un altro discorso).   Non so se devo essere considerato un purista. A me non pare. D’accordo, “taggare” non cessa di dispiacermi, “spoilerare” mi disgusta, “card” mi stucca o mi esaspera. Ma, per dire, troverei insensato andare alla ricerca di un equivalente italiano non dico di software o di...

Insospettabili / Cinquanta sfumature di giallo

Il «giallo» e le sue tracce.    La tavolozza cromatica del «giallo» riserva continue sorprese.  I suoi confini, un tempo, erano considerati netti e rigidi, legati a una precisa epoca storica. Si parlava di un genere letterario sorto sulla scia dei feuilleton ottocenteschi, imperniato sul delitto e sulle indagini per rivelarne l'autore. La fede positivistica nella scienza conduceva a non avere dubbi sullo smascheramento del colpevole e nel ritenere inossidabili i collegamenti tra gli indizi perché essi non potevano che convergere nel successo dell'inchiesta. L'esigenza di sicurezza nel debellare la devianza criminosa, la vittoria dei buoni sui cattivi, la celebrazione di una società sana che subisce una ferita solo momentanea erano le ragioni, tra le molte, del suo successo.    E il successo era incalzante, appassionava gli studiosi e gli intellettuali che intervenivano dividendosi spesso su un nuovo genere letterario non sempre raffinato ma dilagante. Voci autorevoli, ad esempio raccolte nella preziosa ma smarrita antologia La trama del delitto, stimolavano discussioni sul suo inserimento nella letteratura di massa, nell'ambito di quella letteratura di...

Sulle tracce del Goofus Bird / Roma. L’ex manicomio di Santa Maria della Pietà

Nel Manuale di zoologia fantastica, Jorge Luis Borges descrive il Goofus Bird, definendolo “un uccello che costruisce il nido a rovescio e vola all’indietro, perché non gli importa del posto dove va, ma di quello dove stava”. A un nido rovesciato assomiglia la pianta del parco di Santa Maria della Pietà. O a un fiore. O, meglio ancora, alla superficie d’uno stagno in cui qualcuno ha gettato un sasso, e le cui onde concentriche si propagano fino alle rive più estreme. L’istituzione fu fondata nella metà del Cinquecento da un sacerdote e da due laici vicini a Ignazio di Loyola. Sorgeva allora nei pressi di Piazza Colonna, ed era preposta all’accoglienza dei pellegrini attesi per l’Anno Santo del 1550. Ma il progetto vero e proprio di una Città della e per la pazzia vide la luce solo agli albori del Novecento, quando si decise di edificare 27 padiglioni su 150 ettari nel quartiere di Monte Mario, accanto alla via Trionfale, nell’area di Sant’Onofrio in campagna.        Dopo due settimane di maltempo, il sole di questa domenica di maggio rende la gente molto soddisfatta. In città si parla di poco altro se non di questo cielo improvvisamente così allegro, di...