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Memoria

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Pigrizia marxista / La morte di Laura Marx

«Suvvia, oziamo in qualsiasi cosa, eccetto che nell’amare e nel bere, eccetto che nell’oziare». G. E. Lessing, citato da Paul Lafargue.   In questi giorni si celebra il bicentenario della nascita di Karl Marx, ma io vorrei celebrare piuttosto la morte della figlia Laura. Non è un anniversario, perché questa morte avvenne nel 1911. Laura è morta suicida, assieme a suo marito, il celebre rivoluzionario Paul Lafargue. Laura morì a 66 anni, Lafargue a 69. Oggi ho l’età di Lafargue quando morì, e quindi per me la sua dipartita è una sorta di anniversario, perché, come si vedrà, le ragioni per cui lui si uccise potrebbero essere anche le mie. La sera del 26 novembre 1911 Laura e Paul rientrano nella loro casa di Draveil, piccolo centro vicino a Parigi. Hanno visto nella Capitale uno spettacolo che all’epoca era considerato ancora cosa chic, un film. Prima di ritirarsi in camera, si intrattengono amichevolmente con il giardiniere di casa. La mattina dopo questo stesso giardiniere trova Laura e Paul entrambi seduti, vestiti, su due poltrone, morti per un’iniezione di acido cianidrico. Nel testamento lasciato da Lafargue, si legge:   "Sano di corpo e di spirito, mi uccido prima...

I colori di Alberto Savinio / La metafisica del colore

Cento anni fa usciva presso Vallecchi, per le Edizioni della Libreria della Voce, Hermaphrodito, libro di esordio di Alberto Savinio, pseudonimo di Andrea De Chirico, fratello del forse più famoso Giorgio. È un libro sperimentale, colto, con accenti futuristi ed espressionisti, ironico, satirico e sarcastico, ibrido nello stile, sostanzialmente unico e isolato nel clima culturale italiano di quegli anni, legato piuttosto alle esperienze artistiche di Monaco e Parigi a cui i due fratelli avevano partecipato negli anni precedenti la guerra. Si può certo definirlo un libro "metafisico" nel senso che Savinio darà a questo termine nei suoi scritti di poetica: non ricerca di un aldilà delle cose, di un mondo dietro il mondo, ma penetrazione nella loro essenza, capacità di coglierle con uno sguardo inedito. «Parole variopinte», ha scritto Ardengo Soffici per descriverne la scrittura; «parole usate come suoni-colori» ha ribadito Alfredo Giuliani nell'introduzione alla ristampa per Adelphi del 1995. Sappiamo che Savinio era stato musicista e lo sarà di nuovo, che aveva iniziato a dipingere e che diventerà pittore; non dovrebbe dunque sembrare strana la capacità di rendere pittorica e...

Sogno

In una delle ultime puntate della seconda serie del Trono di Spade, uno dei rappresentanti dei Tredici, associazione di potenti mercanti della favolosa città di Qarth, fiorente porto commerciale oltre la Desolazione Rossa, dice alla Regina dei Draghi che no, non l’aiuterà, non le offrirà una delle sue navi affinché lei possa solcare il Mare Stretto e andare a riprendersi il trono usurpato che le spetta di diritto, perché lui è un commerciante, e basa i suoi affari sul calcolo delle probabilità e non sui sogni o sulle speranze. In effetti, non ha tutti i torti, la “politica dei sogni” è pericolosissima, fanno comodo, i sogni, alle promesse elettorali che già si sa non potranno mai essere mantenute. Eppure, lo stesso, è un peccato. I sogni dovrebbero essere la base sulla quale costruire la realtà. Fino a quando la parola ‘sogno’ non è stata usurpata e banalizzata dai venditori di fumo, è stata il fuoco attorno al quale si sono radunati milioni di persone che hanno provato a condividerlo.   Illustrazione di Karen Lynch. Il sogno della sinistra era quello di una società più giusta, nella quale i diritti di tutti avessero pari valore e dignità. C’è una bellissima...

La morchia e la mela / Odori sul treno

Oggi, mentre salivo sul treno per Venezia al binario 6, sullo stesso marciapiede, al binario 5, un vecchio locomotore verde e giallo dall’aspetto dismesso faceva manovra; contemporaneamente la ragazza bionda alle mie spalle mangiava una mela. La somma dei due odori, quello della morchia e quello del frutto, mi hanno riportato alla memoria Marco Paolini, o meglio, un ricordo della sua infanzia evocato in uno spettacolo: l’odore della borsa da lavoro di suo padre che, come il mio, era un ferroviere. Marco (mi scuso per la familiarità) lo sento quasi un fratello, forse perché quando parla di ferrovia dà voce a pensieri che, presuntuosamente, vorrei avere espresso prima io. Nel tempo il suo ricordo si è fuso con il mio. Sono stata io a ricordare oppure è stato lui a risvegliare il mio ricordo? Certo è che, per entrambi, fra la morchia e la mela mancano le sfumature del sentore di cuoio del borsone nero e dell’odore di inchiostro del giornale. Per quel che riguarda me, sono da aggiungere i due odori che sentivo quando baciavo mio padre: tabacco e fuliggine. Mi rivedo, la luce si accende nel corridoio, scendo dal letto e di corsa gli vado incontro, mi siedo sulla panca del cucinino, il...

È l'origine della nostra fine? / Curiosità. In nome di Pandora

“La curiosità esiste per ragioni proprie” [Albert Einstein]     Si dice curiosità e viene in mente l’occhio. “Concupiscientia oculorum”, concupiscenza degli occhi, la chiamava Agostino d’Ippona, e metteva in guardia dalla tentazione di voler contare le stelle o i granelli di sabbia in quanto, secondo il suo parere, quella curiosità non solo era vana ma costituiva un ostacolo sul cammino della devozione. Anche Bernardo di Chiaravalle nel dodicesimo secolo colloca la curiosità tra l’accidia e l’orgoglio: “Ci sono coloro che vogliono sapere al solo fine di sapere, e questa è turpe curiosità”, scriveva, come riporta N. Kenny in The Uses of Curiosity in Early Modern France and Germany, Oxford Unieversity Press, Oxford 2004. Eppure fin da Eva e Pandora il mito non concede attenuanti: siamo esseri curiosi per natura e per cultura. Due donne, certo, e l’attribuzione corrente che la curiosità sia femmina, come si dice. In un ampio contesto sociale e culturale italiano, delle donne curiose si dice che sono “braghere”, con un evidente riferimento alla loro propensione, ritenuta disdicevole, di cercare, secondo la vulgata maschilista, ovviamente nelle braghe maschili. In altri...

Distopie / Palermo lattificata

Che Palermo sia un posto singolare è ormai parte delle banalità acquisite nei salotti milanesi. L’idea che vi accadano cose imperdibili, anche. Ecco che qualche tempo fa un amico palermitano ha deciso di aprire una specie di micro casa editrice nel proprio soggiorno; ha pensato di stampare piccole opere ormai introvabili e di distribuirle in poche copie, rilegate da lui stesso. Così, rovistando online, il mio amico Guido Giannici ha scoperto un romanzo del 1865 dal titolo assai promettente: Palermo lattificata di un misterioso Carlo De Belli. Poiché in pubbliche biblioteche ce ne sarebbero al mondo solo tre copie (una ad Harward, una a Taiwan e una – inaccessibile – alla nazionale di Palermo), ha deciso di stamparlo e di dargli diffusione. Me ne ha fatto omaggio e la lettura è stata una sorpresa. Dell’autore, per quanto si siano fatte accurate ricerche, non si sa nulla: era un siciliano?, o un torinese, visto che è stato pubblicato a Torino? Fatto sta che le descrizioni di Palermo sono accuratissime e “dal vivo”. Il romanzo è un caso di narrazione distopica ma realistica.   Siamo dunque nel 1865, cinque anni dopo l’arrivo di Garibaldi a Palermo e l’annessione della Sicilia al...

Un film di István Szabó / Sunshine: storia di una famiglia

Il cinema in casa, via Internet o Satellite, serve, eccome! Non è un cineclub, ma si trovano film non visti e da vedere, diciamo dal 2000 in poi. Com’è che si finisce col perdere un film importante? In vari modi: perché un amico, dei cui gusti cinematografici non ti fidi, te ne ha parlato… bene; perché ti è capitato di leggere una recensione malmostosa; perché il titolo tradotto in italiano è penoso; perché i film italiani sono quasi tutti dei bidoni salvo quello che dovevi vedere proprio quella sera quando avevi altro da fare e la sera dopo non c’era più… Il mix di “bello, ottimo, memorabile, da vedere, capolavoro, non c’è male” ti rimane nella testa e ti fa appuntare le orecchie perché tanto sulla TV di casa prima o poi ti arriva. Sere fa, però, mi è successo un fatto strano: vagolavo col telecomando in Sky on demand da un film all’altro, cercavo e non trovavo nulla di accettabile; mi fermai davanti a uno strano titolo: “Sunshine: storia di una famiglia”. Andai a guardare il solito riassuntino, il quale diceva pressappoco: “Storia di una famiglia ebraica in Ungheria dal XIX secolo al 1956, la rivolta di Budapest”. Rimasi colpito per il fatto assai raro ormai che fosse stato...

A.A.A. Avena, Adriana, Arata / Tre scenari napoletani del Novecento

Il post liberty di Adolfo Avena    C'è una villa a Napoli che non si può non ammirare. La si incontra salendo al Vomero, lungo la via Tasso, all'estremo limite di Chiaia, al numero 615 di quella magnifica strada affacciata sul golfo. La villa è talmente particolare e misteriosa da essere stata scelta come set da ben due registi: da Sergio Corbucci nel 1979 per il film poliziesco Giallo napoletano, interpretato da Marcello Mastroianni, Michel Piccoli, Renato Pozzetto, Ornella Muti, Peppino De Filippo, e Zeudi Araya; da Antonio Capuano nel 2005 per il film pluripremiato La guerra di Mario (David di Donatello, Globi d’oro, Ciak d’oro, Premio Flaiano nel 2006; 5 nomination ai Nastri d’argento nel 2007), con Valeria Golino ed altri attori. Si tratta della residenza che Adolfo Avena (1860-1937) aveva progettato nel 1922 per la famiglia Spera. Oggi meglio conosciuta come villa Giordano, Corte dei Leoni o villa Avena, è un autentico gioiello dell'architettura modernista partenopea, in cui si coniugano, armoniosamente fusi nel peculiare stile di questo geniale ma poco conosciuto architetto (napoletano, di soli tre anni più giovane del palermitano Ernesto Basile e del friulano...

Se n'è andato quasi senza salutare / Glenn Branca

Quando i Velvet Underground pubblicano White Light White Heat, nel gennaio del 1968, Glenn Branca ha diciannove anni (ne compirà venti il 6 ottobre). Abita a Boston. È particolarmente interessato al teatro. Anzi, lo pratica proprio. Tanto che ha fondato una compagnia, The Bastard Theater, con il quale tenta di mettere in scena dei “music-drama”. Sono lavori davvero sperimentali, sorta di performances in cui la musica ha un ruolo determinante. All'epoca, Branca non ha nessuna intenzione di intraprendere la carriera di musicista. Certo, come molti teenagers ha strimpellato una chitarra. Di certo è un collezionista di vinili. Così, magari ricorda quel momento che spezza esattamente in due I Heard Her Call My Name: sono due secondi, forse i più importanti nella storia del rock.     Siamo al minuto due e 13 secondi. Dopo che Lou Reed ha finito di sputare la frase “And Then My Mind Split Open” c'è un micro istante di vuoto, seguito da un violento attacco di chitarra in feedback: uno squittìo acuto, verticale, pieno. Selvaggio. Ciò che segue è uno degli assoli più dissoluti, dissonanti, della storia della musica rock. Come se Coltrane avesse lasciato il sax per una Gretsch...

Trasparenze Festival a Modena / Il teatro, il carcere e l’evasione

Parlare con cognizione di un festival teatrale anche piccolo è sempre un compito impegnativo e ingrato. Occorre infatti individuare e analizzare un elemento che accomuni almeno la maggior parte delle proposte artistiche che si concentrano nei pochi giorni di attività, incorrendo nell’inevitabile sacrificio dei loro tratti distintivi e dei loro spesso originali propositi. Nel caso di Trasparenze Festival 2018, tenutosi a Modena dal 10 al 13 maggio 2018, tale comune denominatore può forse essere individuato nel concetto su cui si è imperniato il convegno di chiusura dell’intera iniziativa: il «teatro sociale d’arte». L’espressione intende alludere a una modalità di fare spettacolo che sia tanto di impatto sulla nostra società e giovi in qualche modo alle relazioni che legano i suoi membri, dunque abbia appunto una funzione “sociale”, quanto capace di evocare poesia sulla scena, come emerge dalla specifica “d’arte”. Essa suggerisce, insomma, un’idea di teatro situata nell’aureo mezzo tra il discorso estetico disimpegnato, privo di ripercussioni sulla vita associata, e la forma “spettacolare” dall’impianto esclusivamente utilitario, con poco o nulla di bello e creativo.   La...

Scomparso il grande critico francese / Gérard Genette, palinsesto della narratologia

Anni fa, dando una scorsa alla mia biblioteca, non trovavo al suo posto il primo delle tre Figure di Gérard Genette, serie che da sempre – e cioè da quand’ero studente universitario – tenevo lì ben schierata, pronta per il riuso a ogni occasione propizia. Retorica, strutturalismo, narratologia, poetica, linguistica, teoria letteraria, semiotica del testo non possono non passare dall’opera di questo grande maestro – scomparso pochi giorni fa, a 87 anni –, rendendola imprescindibile a chi, per lavoro e per passione, da decenni se ne sta occupando. Dopo lunghi attimi di disperazione e inutili ricerche, non ho trovato altra soluzione che ricomprarlo, rinunciando però alla copertina verde della leggendaria collezione Einaudi “La ricerca letteraria” (dove i tre volumi stavano nell’ottima compagnia di Deleuze, Gugliemi, Raimondi, Orlando, Barthes, Benjamin, Szondi, Almansi e tanti altri), ormai dismessa per la più generalista PBE.  L’episodio, personalissimo e in sé banale, dà bene l’idea, credo, del forte legame non solo intellettuale ma anche affettivo che Gérard Genette aveva saputo creare con il suo lettore, al tempo stesso fedele e recalcitrante, pubblicando nell’arco di...

Mirandola, 7/10 Giugno 2018 / Memoria Festival

Quest’anno dal 7 al 10 giugno l’appuntamento è con la seconda edizione del Memoria Festival, promosso dal Consorzio per il Festival della Memoria in collaborazione con Giulio Einaudi editore.   In compagnia di numerosi protagonisti italiani della cultura, del pensiero e dello spettacolo, il Festival invita il suo pubblico ad arrestare il tempo frenetico dell’immediatezza, della quotidianità, per riscoprire il piacere di concentrarsi e lasciarsi coinvolgere in riflessioni, dibattiti, proiezioni, giochi e attività diverse.   Quando si parla di memoria si fa riferimento al fondamento stesso della conoscenza e dell’azione individuale e collettiva. La memoria plasma come un demiurgo il carattere degli individui e dei popoli: conservandone esperienze e informazioni, crea i presupposti essenziali di qualsiasi comportamento e progresso. La cultura del cambiamento e l’innovazione, infatti, trovano vie privilegiate e terreni fecondi solo su percorsi di crescita sviluppati nel passato e fondati, cresciuti, sulla ricchezza della memoria.

Contro il conformismo dei nostri anni / Tom Wolfe il bastian contrario

Adesso che se ne è andato a 87 anni tutti saranno lì a ricordare l’omino in bianco, il dandy del New Journalism, l’autore del Falò delle vanità (1987), il reazionario dei Radical chic (1970), che dileggia il party di Leonard Bernstein a NY con le Black Panthers e il bel mondo intellettuale della città. Del resto, è tutto vero. Come negare che abbia scritto il romanzo sui padroni di Wall Street, con tanto di degradazione del milionario che investe il giovane nero nel Bronx, uno dei libri chiave degli anni Ottanta, da cui vengono molti dei guai che stiamo scontando ancora oggi, populismi inclusi? E poi Lo chic radicale, come traduceva nel 1973 l’editore di destra Rusconi quel saggio magistrale, apparso insieme a Mau-Mauing the Flak Catchers, non è forse un libro divertente, insolente e eccessivo? Tutto maledettamente vero, come Maledetti architetti del 1981, dove distrugge l’architettura modernista in America accusandola di aver imbruttito il mondo, con Gropius alla sbarra dei giudicati, subito condannato. Uno controcorrente, un bastian contrario. Più bravo come giornalista che come scrittore, e, nel giornalismo, più scrittore che giornalista.   La vera stagione di Tom Wolfe...

L’eredità è un'opera del tempo / Puccini al lago

Alla fine avrei voluto fotografare i copertoni. Grande amante delle auto, Puccini. Stanno allineati sulle mensole ai margini del garage. Un’assurdità, si potrebbe dire: di tutte le cose magnifiche di cui la casa è piena, fotografare gli oggetti più dimessi, dei semplici resti di una passione, e non certo di quella per cui il Maestro è famoso. Davanti alla ricchezza della casa i copertoni raccontano una storia minore e la raccontano quasi involontariamente. È la storia di una passione di cui sono i testimoni muti. Ci stanno come resti immobili di un’epoca e di tutta una vita. Forse qualsiasi testimonianza ha a che fare con questo carattere di resto. Per elegante che sia una casa-museo è sempre inseparabile dal carattere di resto di cui sono saturi tutti gli oggetti, le immagini, gli spazi che permettono quella che abitualmente chiamiamo la ricostruzione di un’esistenza.  Ma anche i copertoni non li si può fotografare. Alla Villa Museo Puccini sulle rive del Lago di Massaciuccoli in provincia di Lucca, non si può fotografare niente, e questa scelta ha indubbiamente le sue ragioni. Chi cura il museo prova a limitare che delle immagini escano da qui, quasi per timore che possano...

Gazirovka – Avtomat s gazirovannoj vodoj / Gazzosa – Distributore automatico di acqua gassata

Una prima considerazione sul nome di questo oggetto: il nome con cui veniva citato tra le gente, e che lo ha consegnato alla storia, è in forma diminutiva. Non gazirovannaja voda (acqua gassata) per intero, ma gazirovka (“gazzosina”, se volessimo forzatamente tradurre alla lettera). Esattamente ciò che con i diminuitivi russi non si deve fare. Il loro valore, nella maggior parte dei casi, non è riduttivo in senso di proporzioni ma affettivo-colloquiale. Segnala il rapporto diretto e amorevole con quel particolare oggetto e con la consuetudine della funzione e dell’uso che lo caratterizza. Avremo quindi knižki (libriccini) invece di knigi (libri) anche quando le dimensioni non giustifichino, ai nostri occhi, il ricorso alla riduzione. Stakančiki (bicchierini), zontiki (ombrellini), vodička (acquetta) e così via, fino alla banočka (barattolino), senza che, a differenza di quanto avverrebbe in italiano, l’ombra di leziosità sfiori il concetto.   L’accesso ai caffè e ai ristoranti nell’era sovietica non era affatto scontato. Lunghe file si formavano all’ingresso, non soltanto e non sempre per l’esiguità dei posti disponibili rispetto alla domanda, ma anche per una “bizzarra”...

Terapia junghiana per i rifugiati yazidi in Germania / Un trauma inimmaginabile

“Unimaginable trauma” è l’espressione in un articolo in prima pagina del New York Times (16/03/ 2018) che descrive la condizione psichica di 1200 donne yazide provenienti dall’Iraq e rifugiate in Canada, in seguito a quello che hanno vissuto – anche se, “vissuto” non è una parola adeguata per quello che hanno subito dopo essere cadute nelle mani – e nemmeno erano mani – dello “Stato Islamico”. Se manca la possibilità di immaginare, mancano le parole. Nel 2014 le testate dicevano: “Dopo la conquista del territorio popolato dagli yazidi, una minoranza religiosa preislamica nel Nord Iracheno, i maschi venivano uccisi, le donne e le bambine vendute come schiave…”. Intervistata dal settimanale Die Zeit nel 2016 una rappresentante delle donne yazide presso l’Onu aveva chiesto ai giornalisti: “Per favore, non chiamateci schiave del sesso”.    Non riusciamo quasi a pensare che questi uomini uccisi sulle piazze dei paesi erano i loro mariti, figli maschi, fratelli, cugini, zii, nonni e che queste donne violentate pubblicamente, deportate e rivendute più volte erano spesso bambine. Forse ogni immaginazione, anche la più insolita, audace o perversa nasce da una matrice psichica...

Baudrillard ovunque / Jean Baudrillard: chi era?

Il recente volume a più voci Baudrillard ovunque, edito da Meltemi, ha il notevole pregio di far emergere la figura e il pensiero del sociologo nella loro piena e articolata complessità. Prima ancora di entrare nel merito dei temi trattati dal pensatore francese sia consentito un ricordo personale. Non senza aver innanzi tutto esplicitato che, a nostro parere, elementi del grande successo anche mediatico di Baudrillard derivano sia dai contenuti e sia dalla forma con cui tali contenuti vengono trattati, e cioè proprio dalla sua scrittura, dalla sua parola. Il modo cioè in cui il sociologo francese esponeva le sue riflessioni a faceva avanzare le sue idee era certamente viziato, o forse sarebbe meglio dire arricchito, dalla sua forma espressiva.   Nel 1978 Pietro Bellasi invitò Baudrillard in Italia, nell’ambito del corso di Sociologia che Bellasi stesso teneva ad interim presso la facoltà di Scienze Politiche a Bologna. Chi scrive era allora studente alle primissime armi, meticolosamente preparato sui libri dello studioso di Reims proprio in ragione di quel breve ciclo di conferenze destinato a rivestire in seguito un’importanza fondamentale.  All’epoca il tragitto...

Loro siamo Noi / Sorrentino: "Loro 2"

Qui il commento sulla prima parte: Sorrentino: "Loro 1"   Il vuoto. Il segreto di Silvio Berlusconi non è il sesso e neppure il potere, ma il vuoto, il vuoto del sesso e del potere. Tutti ruotano intorno a Silvio nella sua corte sarda. Gli chiedono soldi, sesso, potere, ma in realtà sono affascinati dal suo vuoto. La recitazione di Toni Servillo, con la fissità del viso, il cerone, la moquette dei capelli e l’occhio semichiuso, dà consistenza fisica a quel vuoto. Dopo essere stati seduti in poltrona a seguire questo film per due ore, ci si domanda: ma come ha fatto la bolla del vuoto a salire così in alto? Come ha fatto il vuoto a dominare la nostra vita sociale e politica per oltre vent’anni? E ancora non ha finito, perché i tre ragazzi che si affacciano sul governo, o ci sono stati per qualche tempo, i tre leader di governo e d’opposizione, sono i figli di quel vuoto, ne testimoniano la natura eterna e inesauribile. Figli di Silvio e probabilmente suoi killer politici: i figli devono uccidere i padri in politica, se vogliono sopravvivere. Paolo Sorrentino ci ha regalato con la seconda parte di Loro una visione perfetta della nostra storia recente. L’ha fatto usando l’...

Legge del 13 maggio 1978 / Basaglia e il suo tempo

Franco Basaglia muore a Venezia nel 1980, dove era nato 56 anni prima. Quarant’anni fa esatti, il 13 maggio 1978, due anni prima della sua scomparsa, viene approvata la legge di chiusura delle istituzioni manicomiali, nota come legge Basaglia, benché nel testo, e nelle sue applicazioni successive, non risponda del tutto alle sue idee e ai suoi progetti. Sul piano storico, la legge Basaglia si colloca dopo una serie di provvedimenti che liberano lo psichiatra dalla posizione di “agente di custodia” e lo rendono, sulla carta, “terapeuta”. Si passa, a livello del testo, da una dimensione di contenzione a una dimensione di cura. Nello stesso tempo, a partire dai primi anni Sessanta, nasce l’idea che la cura della “malattia mentale” sia da ridiscutere e che sia da ridiscutere persino l’idea di “malattia mentale”.   Basaglia non è solo al mondo, è l’avanguardia di uno Zeitgeist. Lo psichiatra Thomas Szasz (1920-2012), nel 1961, scrive Il mito della malattia mentale. Szasz lavora a quel tempo in una città dello stato di New York che porta un nome singolare, dal sapore antico: Siracusa. È un ebreo ungherese, immigrato negli Stati Uniti nel 1938, scampato allo sterminio. Erving...

Un outsider / L'Italia perduta di Giovanni Comisso

Ci sono scrittori che, nonostante il favore della critica più avvertita, il piacere che offrono alla lettura, il Meridiano che li consacra nel canone novecentesco, restano sempre in secondo piano, in attesa di una popolarità che non arriva mai. Nonostante sia stato apprezzato da Montale, Contini, Pasolini, Piovene, Zanzotto e da vari altri critici o scrittori (negli ultimi anni Fofi e La Capria), nonostante esista una bellissima biografia di Nico Naldini, non è mai scoccata l’ora di Giovanni Comisso (1895-1969). Perché? Non c’è una sola risposta: il disordine con cui ha organizzato i suoi libri, spesso messi insieme riutilizzando cose apparse già in altri volumi, la posizione di outsider che tenne fin dall’inizio nella nostra società letteraria, l’incapacità di dare il ritmo del romanzo alla sua prosa, ma soprattutto, direi, Comisso non è in genere materia per professori universitari, quelli che stabiliscono canoni, valori e gerarchie della storia della letteratura. Tuffarsi tra le sue carte rappresenta “la disperazione del bibliografo”, come ha scritto Gianfranco Contini, per “gli incessanti rimaneggiamenti strutturali”. Così quasi tutti si sono astenuti da un lavoro serio sull’...

Impossibile différance / Derrida chi?

Ricordo bene il giorno in cui ho conosciuto Derrida. Era il 6 dicembre 2000, pochi minuti prima dell'inizio del suo seminario annuale all'École des hautes études en sciences sociales. Avevo ventiquattro anni ed ero a Parigi in Erasmus, ad esami finiti, a preparare la tesi di laurea su Blanchot. Entrato all'École chiesi indicazioni per l'Anfiteatro dove si teneva il corso, ma prima di entrare mi fermai nel bagno antistante lo stesso Anfiteatro. Mi servivo delle toilettes quando di colpo mi rendo conto che esattamente di fianco a me a fare la stessa cosa c'è Derrida. Ed ecco che nel momento stesso in cui ci stacchiamo dal muro, in preda a chissà quale passaggio all'atto, gli tendo la mano esclamando "buonasera professore!". Nel momento stesso in cui mi escono di bocca queste due parole ricordo di aver pensato: "Sei un'idiota! magari acqua e sapone prima!"... Ma ecco che Derrida coglie immediatamente il mio imbarazzo e mi dice: "non si preoccupi… in fondo non c'è che la contaminazione… il pensiero ha un corpo". Sorridemmo. Nello scambio che seguì gli dissi che la mia tesi prevedeva intere parti sul suo lavoro e su quello di Blanchot e subito mi rivelò con aria preoccupata che aveva...

Il terzo paesaggio / Guaritori, antiche ricette, riti e formule

A settanta anni dalle ricerche dell’antropologo Ernesto De Martino, una squadra di documentaristi radiofonici e fotografi parte alla ricerca di ricette, riti e formule di guarigione nell’Italia del nuovo millennio. Il risultato è racchiuso in una piattaforma multimediale: Il terzo paesaggio.   Forse devo iniziare dichiarando che ho vaccinato le mie figlie... Ero un poco nervosa, prima di entrare nello studio di registrazione. Ospite di un programma radiofonico, mi avevano invitato per presentare i risultati di una ricerca che ha coinvolto me e una squadra di documentaristi e fotografi per circa due anni. Un viaggio sulle tracce di chi conserva antiche ricette, riti e formule di guarigione per curare i mali più disparati, dalla sciatica alle storte, passando per i vermi e il fuoco di Sant'Antonio. Per mesi abbiamo incontrato uomini e donne detentori di conoscenze che da oltre duemila anni si tramandano quasi esclusivamente con il passaparola: riti realizzati con una ciotola d’olio, una fede, una pianta, o con parole e cantilene, recitate in segreto e a voce sussurrata.    Dalla Val d’Aosta alla Campania, abbiamo ascoltato testimonianze, registrato voci,...

Letto in un’altra lingua / Angela Rohr, Lager

Nata nel 1890 a Znojmo (oggi Repubblica Ceca), Angela Rohr a diciassette anni lascia la famiglia per vivere il fermento delle avanguardie. Già allora i suoi racconti di matrice espressionista vengono pubblicati su riviste e le guadagnano la stima di numerosi e importanti intellettuali dell’epoca, tra cui tristemente nota è l’attenzione di Rilke. Dopo una giovinezza costellata di difficoltà, ma segnata anche da eventi formativi eccezionali, tra cui gli studi di psicanalisi e medicina, Angela Rohr si trasferisce a Mosca con il terzo marito, Wilhelm Rohr, critico cinematografico e attivo socialista. Da lì, negli anni Venti, comincia a lavorare come corrispondente estera per la <Frankfurter Zeitung>, e fa della Russia la sua seconda terra, ottenendone in seguito la nazionalità.      All’ingresso della Wehrmacht in Russia, però, i coniugi Rohr vengono imprigionati, processati per un’accusa di antisovietismo e condannati alla prigione e alla deportazione in un gulag, come molte vittime delle delazioni più o meno verificate relative al comma 58, “crimini politici”. Una volta nei campi, i dissidenti politici si trovavano poi a condividere gli angusti spazi vitali con...

9 maggio 1978 - 9 maggio 2018 / Ossessione Aldo Moro

Gli anniversari sembrano avere il potere di annullare il tempo. Passa un anno o ne passano dieci e paiono non esser passati affatto. Siamo sempre allo stesso punto. Ritorniamo esattamente là da dove eravamo partiti. O da dove pensavamo di esser partiti, perché con ogni evidenza siamo sempre stati fermi, o quasi. Di decennale in decennale si celebra il cosiddetto caso Moro. E non sappiamo se siamo nel 1988 o nel 1998 o nel 2008 oppure qui, adesso, nella primavera dell’anno duemila e diciotto, a rievocare ancora una volta quei fatti passati che evidentemente non passano mai, sono sempre presenti. Incombenti.   Tornano, associati in un nodo inestricabile alla vicenda Moro, quelli che alcuni chiamano “misteri” e altri “punti oscuri” o “non chiariti”. Citiamoli alla rinfusa anche noi, in un elenco caotico e sommario che persiste attraverso i lustri, aderendo in modo tenace alla memoria: il motociclista cowboy di via Fani, l’agente del SISMI invitato a pranzo da un suo collega che passava di lì, in via Fani anche lui, alle ore nove e zero due o alle nove e trenta, le borse di Moro che non si trovano, il super-killer che balzava indietro per allargare l’angolo di tiro, e la prigione...