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Memoria

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Fisiognomica del disumano / Occhi di donna

Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, come hanno scritto i filosofi antichi, cosa c’è nell’anima di questa donna? Molto più che paura o sconcerto. C’è l’orrore, quello di chi è stato lasciato in balia delle acque su un gommone a malapena galleggiante, e ha visto morire la propria amica e il figlio su quella zattera sconquassata dai marosi. Quegli occhi esterrefatti, increduli, occhi che dicono tutta la tragedia e insieme la negano: Non è possibile! Ditemi che non è possibile! Occhi imploranti, come abbiamo imparato purtroppo a conoscere da quando la fotografia documenta le guerre e i massacri: il terrore indicibile dei sopravissuti. E ancora più indietro nei secoli, da quando la grande pittura racconta il dolore dei dolenti, del Cristo in croce e delle donne all’intorno. Sono gli occhi di Maria presso il corpo del Figlio. La mano che accarezza e insieme sostiene quel viso rende manifesta una pietà che altri non sembrano provare. La pupilla scura e il bianco attorno, la bocca appena aperta, il biancore accennato dei denti tra le labbra socchiuse: non possono lasciare che interdetti.   Com’è possibile che non si soccorra in mare queste donne, che non le si porti in salvo...

Che cosa è design? / L’icona che pensa (il design)

Travolti come siamo dal fascino perverso della parola cambiamento, e dimentichi del fatto che la sua direzione è quantomeno duplice, non possiamo fare a meno di tanto in tanto di pensare a ciò che non cambia o che ci farebbe piacere non lo facesse. Le cose che ci contraddistinguono in quanto italiani innanzitutto, nelle quali ci piace riconoscerci. Le famose “eccellenze” che vanno preservate a tutti i costi. Direi, per cominciare, cibo, moda e naturalmente design. Niente panico, il design c’è. Per esserne sicuri basta guardare eventi come il recente Salone del mobile, parlare con qualche amico straniero, o andare in edicola e sfogliare una di quelle patinatissime riviste che parlano delle case più belle del mondo. Lo trovate lì, in copertina, che vi guarda sornione: una Arco di qua, una Tolomeo di là, una Cubo di lì. Vecchi amici, che ci fanno tirare un sospiro di sollievo in un’epoca in cui se ne sente il bisogno. Il fatto è che qui da noi il design lo si vive quotidianamente, fin dalla mattina, quando, con nonchalance, prepariamo il caffè con quella straordinaria opera che è la moka Bialetti, senza riflettere troppo sul fatto che un esemplare sia presente nei musei di arte...

Sulla “Lettera al padre” / Kafka. La vita è qualcosa di più di un gioco di pazienza

C’è una ragione per cui all’età di quarantaquattro anni mi sono deciso a riprendere in mano Lettera al padre di Kafka, uno dei testi capitali della letteratura di tutti i tempi, la testimonianza più limpida dell’immenso potere che esercita la figura paterna nelle nostre esistenze. La ragione è legata a un recente fatto privato che ha segnato per me l’inizio di una nuova vita, o se vogliamo che ha ricollegato due pezzi distanti della mia vita… like a bridge over troubled water. Nello scorso dicembre, dopo trentasette anni, ho rivisto mio padre; lo stesso uomo con cui, dal tempo in cui i miei genitori si separarono, avevo chiuso ogni rapporto. E da allora non faccio altro che cercare di riposizionare frammenti, con l’abilità, la pazienza e la pinza del mosaicista, e con l’aiuto di tutto ciò che mi viene incontro dall’arte e dalla letteratura.    Sono consapevole che per comprendere appieno un fatto di tale portata, o meglio per metabolizzarne le conseguenze, ho bisogno di strumenti raffinatissimi. E io, ecco, mi ritrovo in un momento della vita in cui sono al contempo padre e figlio. Una condizione tra le più comuni, certo, che tuttavia nel mio caso è del tutto particolare...

Sul crinale del kitsch al limite del sublime / La poltrona Proust di Alessandro Mendini

Nessuno ignora che il termine tedesco kitsch, di incerta origine, sia correntemente usato con il significato di cattivo gusto. Ma non è invece altrettanto noto il motivo per cui l’uomo moderno abbia necessità del Kitsch.  Milan Kundera (1929), ad esempio, nel 1986, ha dichiarato che il bisogno di Kitsch dell’uomo-Kitsch (Kitschnremsch) nasce dalla sua esigenza di guardarsi allo specchio della menzogna, quello che abbellisce le cose con orpelli ridondanti e consolatori, e di riconoscersi in esso con empatica gratificazione (L'arte del romanzo).  Una trentina d’anni prima, Hermann Broch (1886 - 1951) aveva già chiarito come all’origine del concetto di Kitsch ci fosse il conformismo, ovvero il desiderio di confermare lo status quo dei valori e delle abitudini correnti, contro l’idea di modernità, che implica in sé il concetto di rinnovamento, se non addirittura quello di sovversione delle abitudini e delle convenzioni consolidate, siano esse sociali, oppure culturali. Per Broch, il Kitsch, al suo apparire, definiva quindi l’attitudine di chi, pur di essere socialmente accettato, si appiattiva sulla conferma dei luoghi comuni, delle opinioni correnti e dell'...

Luca Pisapia, Uccidi Paul Breitner / Gioca come se stessi segnando per un gelato

«Ma nel calcio come nella vita non c’è nulla di romantico.»   Colombia – Inghilterra, ultimo ottavo di finale di questi strani Mondiali di calcio, è finita mezz’ora fa. Un’altra partita mediocre che segue una lunga serie di partite mediocri. Se pensiamo alla bellezza del gioco, ci accorgiamo che è uno dei peggiori campionati del mondo a cui abbiamo assistito; ma la bellezza e il divertimento non significano sempre la stessa cosa. Considero Russia 2018 un torneo divertente, a dispetto del gioco; forse perché l’Italia non partecipa e mi permette di guardare le partite e di immaginare gli abbinamenti successivi in maniera più rilassata, oppure perché stanno capitando un sacco di risultati a sorpresa (anche se la sorpresa quando si parla di calcio è sempre relativa) o comunque decisi all’ultimo secondo. L’Inghilterra pareva aver vinto fino a quasi al novantesimo, con un calcio di rigore realizzato da Harry Kane, unico gol di una partita brutta, bloccata, fallosa, dove il numero dei tiri in porta è stato prossimo allo zero; e invece, il difensore della Colombia, Mina ha pareggiato – realizzando il suo terzo gol in questo mondiale – con un perfetto colpo di testa su calcio d’angolo...

W. Eugene Smith / Pittsburgh ritratto di una città industriale

In una immagine si vedono i tetti in lontananza, appuntiti, regolari, mentre fili dell’alta tensione, come linee morbide, attraversano il fotogramma. In un’altra tutto è scuro, il cielo, il fiume, il ponte sottile che lo attraversa: solo le luci delle fabbriche e i fumi prodotti dagli impianti industriali appaiono luminosi. Poco distante, un altro fotogramma mostra edifici e ciminiere. Si riflettono nelle acque del fiume come ombre su una superficie grigia. Più oltre, il fotografo ritrae una ragazza che si appoggia sconsolata a un parchimetro. Il suo sguardo è rivolto a terra, aspetta qualcuno. Dietro di lei, l’unica stella nel cielo è quella di un cartello pubblicitario. Pittsburgh è racchiusa in questi pochi istanti, anche se W. Eugene Smith ha scattato 20.000 immagini, senza davvero mai porre fine a questo lavoro. Al Mast di Bologna la mostra curata da Urs Stahel ne racconta la storia. Tutto inizia a metà degli anni Cinquanta.  W. Eugene Smith è al culmine della sua fama e Pittsburgh pare la città del futuro: acciaio, fabbriche, operai da tutto il mondo. Nel 1954 il fotografo lascia la rivista “Life”, vuole essere libero da qualsiasi vincolo. Ha lavorato come fotoreporter...

Da vicino nessuno è normale / Margini. Otello Circus a Olinda

I manicomi sorgono abitualmente alla periferia delle città, scriveva Franco Basaglia in un testo del 1965, in zone isolate, circondate da mura che diano il senso preciso della separazione. La figura del malato di mente, espressione di una rottura della norma, è un’immagine da tenere a distanza perché non abbia a turbare il ritmo di una società che non si sente responsabile dei suoi frutti negativi e crede di risolverli allontanandoli da sé.    Prove Otello, maggio 2018, ph Vasco Dell'Oro. Il malato di mente come figura che abita i margini: non è la sola, in questo tempo, e non è pensando solo a lei che queste parole appaiono di una faticosa attualità.  È in questa società che l’uomo, sottoposto alla tirannia della normalità, si ammala.    Olinda – progetto collettivo nato nel 1996 – ha fatto dello spazio dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano, spazio di periferia e segregazione, spazio dunque di una doppia esclusione, un luogo di apertura, e lo ha fatto guidata da queste domande: come evitare di produrre il ghetto? Bisogna proteggere i matti dal mondo cattivo o il mondo cattivo dai matti? Chiusi i manicomi, infatti, non sono crollati i muri...

Cultura e vita / Gramsci e la fatica del sapere disinteressato

Può apparire paradossale, ma la monumentalizzazione è una delle strade più efficaci per depotenziare della loro carica eversiva le teorie di un pensatore. La discussione, il confronto e la critica rendono vive le idee e la loro possibilità di relazionarsi con le pratiche sociali che le hanno prodotte e che le idee stesse – a loro volta – influenzano e modificano. L’imbalsamazione del pensiero condanna invece alla rigidità dogmatica e all’equivoco permanente. Qualcosa del genere deve essere successo – almeno a livello di discorso pubblico – a proposito della riflessione gramsciana in Italia. Di uno dei più grandi pensatori italiani del XX secolo – che ancora oggi è oggetto di rinnovato interesse scientifico tra gli studiosi di tutto il mondo – nel nostro paese si parla con scarsa cognizione, senza mai fare i conti con alcune profonde implicazioni che la sua elaborazione critica comporta per i vari campi dell’agire culturale. Gramsci per la scuola. Conoscere è vivere (L’asino d’oro, 2018) è un libro che ci guida fuori da questa impasse e ci aiuta nel tentativo di ritornare a Gramsci con la prospettiva di chi vuole cimentarsi in uno sforzo interpretativo autentico. Gli autori,...

La musica nel tempo, di Ferdinando Fasce / Eravamo quattro amici

Le librerie strabordano di volumi sulla storia dei Beatles: sembrerebbe dunque inutile mettersi a scriverne uno nuovo sulle avventure dei quattro ragazzi di Liverpool, ma questa volta la prospettiva che ci viene proposta da Ferdinando Fasce è diversa dal consueto. L'autore non è musicista né musicologo, bensì professore di Storia contemporanea all'università di Genova: questo gli permette di tenere una sana equidistanza tra la visione acritica di certi fans strimpellatori appassionati e quella di alcuni demolitori di miti che pur di provare le loro tesi arrivano a sminuire la grandezza indubbia della band di Liverpool. Adottando uno stile di grande scorrevolezza, Fasce inserisce la progressiva ascesa mondiale dei Beatles all'interno del contesto dei cambiamenti rivoluzionari sociali che hanno caratterizzato la storia mondiale dalla fine degli anni 50 sino al 1970.  Un'eccellente ricostruzione dell'Inghilterra post-bellica serve a introdurre le singole biografie dei quattro futuri baronetti, e nelle pagine seguenti la cronologia degli avvenimenti è guidata con mano sicura e senza sbavature.    Curiosamente l'interesse per il fenomeno di ribellione giovanile e per i...

Speciale Aqua / Il colore dell'acqua

Mi è capitato di bere dell'acqua da una bottiglia di plastica rossa: mi aspettavo un qualche sapore, forse di piccante, senz'altro qualcosa di tiepido, di caldo. Era davvero solo acqua, fredda, da frigorifero. L'ho travasata per curiosità in un bicchiere di vetro rosso scuro e mi è sembrata più accettabile: la trasparenza e la consistenza del vetro lasciavano all'acqua una sorta di autonomia dal contenitore. Mi è sembrato impossibile attribuire all'acqua da bere il colore del fuoco. L'acqua è forse bianca, verde, blu, non è rossa. Non lo è nemmeno più nel lago di Tovel da quando è scomparsa l'alga sanguinea; lo sarà forse nel mare «colore del vino», ma non pensiamo di berla, quell'acqua. Falcinelli scrive che il rosso della bottiglia dell'acqua minerale indica il frizzante – che forse è imparentato con il piccante – e che l'opposizione di freddo e caldo (rubinetto blu/rubinetto rosso) questa volta non c'entra: la tinta è all'interno del sistema e indica il grado di effervescenza.    Fontana. La storia dei colori, anziché aiutarci, sembra proporci nuovi paradossi, a cominciare dall'acqua nera di Omero: mélan hýdor, così la chiama più volte. I filologi, come gli antichi...

Scalate, dipinte e raccontate / Le Dolomiti di Dino Buzzati

Narrare era la più grande passione di Dino Buzzati, nei romanzi, nei racconti e negli articoli, nelle lettere e nei dipinti. Amava combinare l’espressività della parola con quella del tratto, fin da ragazzo, quando descriveva scalate ed emozioni nelle lettere al suo grande amico Arturo Brambilla. Accompagnava le parole con schizzi di figure umane e di montagne, a volte poche linee a volte disegni pensati ed elaborati. “Si prese l’abitudine di trovarci ogni domenica pomeriggio… si discorreva di scuola… ma soprattutto si tentava insieme l’esplorazione delle cose più belle che la vita sembrava prometterci: l’arte, la letteratura, la montagna, i misteri…”. Arturo aveva grandi possibilità, nello scrivere e nel dipingere, ma il carattere riservato e quieto gli impedì sempre di emergere come avrebbe meritato. Dino invece ebbe sempre un immenso desiderio di traguardi memorabili.  Buzzati è uno dei grandi narratori italiani del Novecento. Scrivere per lui era un mestiere e una passione, ma raccontava storie anche quando dipingeva, racchiudendo nella tela favole grottesche, sogni malinconici, desideri erotici e paure inesplicabili. Il mondo figurativo era parallelo alla scrittura,...

Il Sessantotto. La fascinazione dell'inizio

Milano, inverno e primavera 1968   Acerba intimità con l’impossibile.   Una pioggia di volti lungo il giorno, le strade solidali con il grido. Era cielo, era carne il desiderio.   Prosodia della rivolta, Vietnam, Praga, la lontananza ferita era nei passi, nei pensieri.                                          Stava ognuno dentro il respiro della moltitudine.   Il sogno divorava l’orizzonte.   Qualche tempo fa, ripensando al Sessantotto, mi è accaduto che invece di pensieri ordinati in una riflessione e in un’analisi, mi si accampassero piano piano nella mente e sulla pagina alcuni versi.  Succede che la lingua scelga qualche volta la sua forma un po’ imperiosamente. Quei versi ora possono fare da apertura, e come da esergo, ad alcune considerazioni.   Ho sempre avvertito una sorta di artificiosa dissolvenza e di forzatura storiografica nelle letture che estendono il Sessantotto a un’epoca, a un arco di anni, facendo di  quei pochi mesi una radice, un fondamento, un inizio responsabile di successivi accadimenti. Il grido parigino Ce n’est...

Di angolo in angolo / La lampada Tizio di Richard Sapper

Non sono molti gli uomini, e ancor meno i designer, che avrebbero saputo dire no a Steve Jobs, rifiutando ben 30 milioni di dollari l’anno, per restare fedeli alla propria libertà creativa, ma soprattutto per mantenere gli impegni di lavoro già presi.  Richard Sapper (1932 – 2015), invece, lo ha fatto.  “Jobs voleva assumermi per progettare il design dei computer” ha dichiarato lui stesso in un’intervista rilasciata nel 2013 al magazine londinese Dezeen, che si occupa di architettura e di design:  “ma non avevo voglia di andare in California e non volevo abbandonare le cose sulle quali stavo già lavorando. Inoltre, Apple non era all’epoca una grande società, era solo un piccolo produttore di computer; ero comunque molto interessato, ma avevo tra le altre cose un contratto in esclusiva con IBM”.  Si fa riferimento, ovviamente, a un periodo precedente il 1985, prima dalla cacciata del co-fondatore dall’azienda; quell’offerta è invece stata subito accolta dal designer inglese Jonathan Ive, a tutt'oggi Chief Design Officer di Apple.   Richard Sapper, tedesco di nascita e di convinta formazione bauhausiana, ma milanese per scelta fin dal 1958 e italiano in...

Parigi, 8 luglio 1921 / Edgard Morin. Eppur si crea

Lo scenografo di Federico Fellini e di altri grandi registi, Dante Ferretti, in una recente intervista, dice che Fellini passava a prenderlo tutte le mattine e gli chiedeva: “Dantino, che ti sei sognato?” Ferretti commenta: “Io dovevo inventarmi qualcosa”. E aggiunge, a proposito del suo lavoro: “Non lo so, che arte faccio? Non saprei. Quello che ripeto sempre è che nei miei film faccio sempre molti sbagli. Cioè commetto molti errori apposta, perché se in una ricostruzione è tutto perfetto, sembra un set cinematografico, non è la vita. Mentre ci guardiamo intorno, se andiamo in giro, i luoghi, le case, la nostra vita è disseminata di errori, nulla è perfetto. Ecco perché sbaglio volutamente, perché solo in questo modo quello che creo è credibile” (il Sole 24 ore, 11 marzo 2018, intervista a cura di Serena Uccello). La creatività per prodursi ha bisogno di elementi semplici, di base, “solo di un tratto, di un foglio, di una matita”, e di assenza, di vuoto, di mancanza e, ancora, di imperfezione, di immaginazione, di invenzione, di finzione, in una parola di spazi per generarsi ed emergere: “l’idea che diventa forma attraverso le mani e il corpo”. O il corpo e le mani che danno vita...

Voci dall’Italian Thought / “Effetto Italian Thought”

Con la fondazione di una collana editoriale (Materiali IT) presso un editore che già si era dimostrato in precedenza particolarmente attento agli sviluppi e alle (auto-)riflessioni della e sulla filosofia italiana, vale a dire Quodlibet di Macerata, il movimento che negli ultimi anni si è consolidato sotto l’etichetta doppia Italian Theory/Italian Thought (quest’ultima denominazione accettata per lo più in Italia da chi riconosce in Roberto Esposito il ‘padre fondatore’ del movimento, la prima, invece, più amata all’estero, in virtù del diretto effetto di risonanza e continuità con la French Theory) trova anche un organo di espressione, per così dire, ‘ufficiale’. Di quanto quest’ufficialità sia all’insegna della plurivocità lo testimonia il fatto che i primi tre volumi della collana sono dedicati a temi estremamente diversi (Machiavelli, i rapporti tra decostruzione e biopolitica, e – appunto – l’‘effetto’ Italian Thought), pur non essendo, tra loro, divergenti. Il tentativo di ‘aprire le porte’ dell’Italian Thought a una serie di contributi che ne pongano in questione l’essenza, potremmo dire, senza però metterne in dubbio l’esistenza, appare essere il compito (e il merito)...

Giugno 1940: Mario Rigoni Stern, Curzio Malaparte e Jean-Marie Bulle sul fronte italo-francese / Quella sentinella della memoria in Val Veny

C’è una casermetta in Valle d’Aosta, abbandonata da decenni; la si nota arrivando nei pressi del rifugio Elisabetta, sotto le Pyramides Calcaires, in Val Veny.  In tanti le passano accanto: escursionisti che si incamminano verso il Col de la Seigne e la Francia, alpinisti che pernottano al rifugio, famiglie in tranquilla passeggiata attraverso la piana del lago Combal. Le cime intorno sono imponenti, l’Aiguilles de Trélatête su tutte. I ghiacciai scendono a valle in pose maestose; il più vicino al rifugio è il Glacier de la Lex Blanche. Nubi vaporose si incagliano sulla guglia aguzza dell’Aiguille Noire. La scritta “Casermetta Seigne” è ancora visibile. L’interno è desolato: sporcizia di ogni genere, lattine, escrementi di animali. Eppure, nella costruzione adibita a stalla, gli anelli per i muli e le vasche ancora integre evocano vite e abitudini. Si possono immaginare i ragazzi in divisa che la occuparono durante l’ultima guerra, preoccupati per la loro sorte ma sorridenti per età e illusioni. Fare pochi passi tra quelle mura è pericoloso, ma il sentimento che prevale è una gran malinconia, perché quei soldati erano ragazzi pieni di vita e di speranze, e tanti di loro...

Una Ifigenia moderna / L’umanità dopo la catastrofe: “Il sacrificio del cervo sacro”

Se Il sacrificio del cervo sacro (The Killing of a Sacred Deer, 2017), da pochi giorni in sala, fosse il primo film che si vede di Yorgos Lanthimos forse per qualcuno potrebbe anche essere l’ultimo: molte scene e situazioni sembrano inventate apposta per confondere e provocare, come se la sceneggiatura (scritta, come sempre, assieme a Efthymis Filippou) e la regia perseguissero un progetto di inversa proporzionalità tra la riduzione al minimo delle emozioni mostrate dentro il racconto e, dalla parte opposta dello schermo, la quantità continua di reazioni previste all’esterno. Il perturbante, nel cinema di Lanthimos, non è una situazione portata alla luce drammaturgicamente, o articolata in parole, e nemmeno è un fatto interno, una condizione celata in pectore, quanto piuttosto un elemento completamente estrovertito, messo alla massima distanza dall’analisi e dal linguaggio verbale, per essere trasformato in situazione visuale estrema, come un cuore che pulsa a vista, da un torace aperto da un bisturi, e buttato addosso allo spettatore.    Chi guardasse Il sacrificio del cervo sacro scoprendo il suo regista soltanto adesso, potrà dunque sconcertarsi, divertirsi,...

Country dark / Il sogno cupo di Offutt

“La linea degli alberi era sparita e la cima delle colline si confondeva con l’arazzo scuro della notte. Era nero come la pece, com’è sempre in campagna. Chiuse gli occhi sentendosi al sicuro.” Capita, se siamo particolarmente fortunati, durante la lettura di un libro di commuoverci o di avvertire – ad esempio – un dolore fisico; quasi mai non sapremo collocare quei momenti in un punto preciso del racconto, è più facile che arrivino a coacervo di una serie di pagine, di azioni svolte dai personaggi, dall’alternanza dei capitoli, dal passo e dal ritmo che l’autore imprimerà alla storia. In Country dark di Chris Offut (trad. Roberto Serrai, minimum fax 2018), la commozione, la pietà e il dolore esplodono in un punto preciso del romanzo.    Ci troviamo nel 1964, all’inizio della seconda parte del libro: una coppia di pubblici ufficiali, Hattie e Marvin (oggi li chiameremmo assistenti sociali), si reca a casa della famiglia di Tucker, il protagonista (noi lo abbiamo lasciato un paio di pagine prima e una decina d’anni più indietro quando sta per sposare la sua Rhonda) e vengono accolti da Jo, una delle figlie, che li avverte del fatto che la madre non sta benissimo. Entrano...

Domani alle 19 al Teatro Franco Parenti (MI) / Intervista a Primo Levi

Domani giovedì 5 luglio al Teatro Franco Parenti (via Pier Lombardo, 14) di Milano, alle ore 19.00, incontro con Marco Belpoliti in occasione della presentazione del volume Primo Levi, Opere complete III. Letture di Gioele Dix.   Fino alla metà degli anni Settanta, Levi è interpellato soprattutto per parlare della sua esperienza di deportato raccontata in Se questo è un uomo e nella Tregua. Poi, accanto agli interventi di testimonianza, intensificati soprattutto negli incontri con gli studenti, entrano in gioco i discorsi sul proprio essere scrittore (anzi, chimico e scrittore), e sono dichiarazioni preziosissime per comprendere a fondo il suo rapporto con la letteratura. Inoltre, questi testi contengono molte notizie biografiche non altrimenti note. Levi parla distesamente anche di questioni scientifiche, di politica, dei suoi rapporti con l'ebraismo. Questo libro di interviste è dunque uno snodo fondamentale per conoscere la figura intellettuale e morale di Primo Levi. Uno strumento che restituisce la voce allo scrittore, conversatore sempre acuto, pacato e gentile, estremamente lucido anche quando parla a braccio, come si vede nei testi sbobinati da registrazioni di...

Bellezza e abisso / Lettera da Vienna

Da uno schermo nella metro, alla fermata Museumquartier, il telegenico e azzimato primo ministro Sebastian Kurz ribatte sul suo tasto: basta migranti, bisogna intervenire, bloccare il flusso! L’onda xenofoba da Vienna va verso est, trovando consonanze in Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria. Insomma negli stati che un tempo erano parte dello sconfinato mosaico dell’Impero Austroungarico, franato clamorosamente dopo la Prima Guerra Mondiale. Quest’anno, in celebrazione della fine del conflitto e per l’anniversario della morte di Egon Schiele, il tema è quello canonico della Finis Austriae, che tanto venne alimentata da persone che venivano da altri luoghi della Cacania in cerca di fortuna alla grande capitale, suscitando spesso reazioni altrettanto poco benevole. Il titolo complessivo di un programma che dura un anno intero è Bellezza e abisso. Schiele è al centro di una strepitosa esposizione del Giubileo al Leopold Museum, in cui è possibile per la prima volta vedere molte opere prima tenute negli archivi. La superficie preferita dall’artista era infatti la carta e, come ci informa la solerte curatrice dell’archivio Verena Gumper, il tempo massimo di esposizione per questi delicati...

Saggi / Saul Bellow. Troppe cose a cui pensare

I libri di Saul Bellow sono fiumi in piena che trascinano con sé tutto quello che trovano al loro passaggio. Rappresentando la vita come una corrente inesauribile di vicende tragicomiche, trasformano subito ogni problema, oggetto o figura in una storia. “C’era una volta…”: così i suoi parenti, ebrei russi emigrati nei sobborghi di Montreal e poi della Chicago proibizionista, rispondevano ai “perché?” del piccolo Saul. Bellow lo racconta in Troppe cose a cui pensare, una magnifica raccolta di saggi composti tra il 1951 e il 2000 e tradotti oggi da Luca Briasco per Big Sur. Impulso irresistibile a narrare, e umorismo ebraico che custodisce nel riso il mistero del mondo: ecco le radici, intrecciate fino ad apparire indistinguibili, che hanno permesso allo scrittore di dare nuova linfa al romanzo nell’età della sua decrepitezza. Le opere di Bellow, col loro concerto debordante di voci, volta a volta sorprendono, divertono, commuovono. Più difficile dire se ci convincano del tutto; come è difficile dire se sulle sorti della letteratura, specie romanzesca, possano tranquillizzarci le opinioni fiduciose che l’autore esprime in questi pezzi. Il fatto è che Bellow, non meno di noi, resta...

Parola / La vera parola del momento

Ci si faccia caso, la parola del momento non è una delle tante gettate come petardi e mortaretti (in attesa magari di farsi bombe vere e proprie) che fanno tanto rumore e attirano l’attenzione. La parola del momento è parola, tema che si sta gonfiando con un uragano di parole. Non c’è nessuno che non abbia parole da dire e non c’è nessuno che non abbia da dire parole sulle parole. E le parole crescono sulle parole, in un contesto sempre più parolaio.   C’è chi dice parole cattive. Le dice e mentre le dice si guarda, compiaciuto. Mentre le dice, si ascolta soddisfatto. Non ci vuole molto a capire e del resto non nasconde di dirle anzitutto per vedere l’effetto che fanno: su se medesimo e sugli altri. Ma appunto non di nascosto. Apertamente. Guardarsi, ascoltarsi è un’attività sociale. Se non lo si fa sotto gli occhi di tutti, è come non farlo. Sembra narcisismo, ma non lo è. Del resto, bruttini e piuttosto avanti negli anni come complessivamente si è, chi avrebbe mai veramente il coraggio di specchiarsi? Ci si scorda sempre, quando si parla di narcisismo dilagante, che Narciso era carino. La circostanza non ebbe certamente scarso peso nella sua predilezione: magari ce ne...

Salvus / Salvia, salvatrice!

Non preserva dalla peste bubbonica, benché probabile protagonista del bouquet di «erbe odorifere» che alcuni fiorentini portavano sotto il naso per cercare scampo alla «pestifera mortalità» del 1348: «andavano attorno, portando nelle mani chi fiori, chi erbe odorifere e chi diverse maniere di spezierie, estimando essere ottima cosa il cerebro con cotali odori confortare» (Decameron, Introduzione, 24).  Certo è che della salvia Boccaccio fa materia di novella per la giornata degli amori infelici dove, per paradosso, è causa di morte:   Era in quella parte del giardino, dove Pasquino e la Simona andati se ne erano, un grandissimo e bel cesto di salvia; a piè della quale postisi a sedere e gran pezza sollazzatosi insieme, e molto avendo ragionato d’una merenda che in quello orto ad animo riposato intendevan di fare, Pasquino dal gran cesto della salvia rivolto, di quella colse una foglia e con essa s’incominciò a stropicciare i denti e le gengie, dicendo che la salvia molto bene gli nettava d’ogni cosa che sopr’essi rimasa fosse dopo l’aver mangiato. E poi che così alquanto fregati gli ebbe, ritornò in sul ragionamento della merenda, della qual prima diceva. Né guari di...

Dall'esterno dell'interno / Donne nel Sessantotto

I colori del Sessantotto   Se la foto sulla copertina di questo libro (AA. VV., Donne nel Sessantotto, il Mulino, Bologna 2018, pp. 292) fosse a colori, si coglierebbe subito una caratteristica dell'abbigliamento sessantottino o appena successivo; che era per tutti, soprattutto per ragazze e ragazzi, colorato e variopinto, altro che le poche sfumature di nero e grigio che ci si mette addosso ora, neonati compresi. Le ragazze della foto portano camicette a fiori, a quadretti, in tinta unita, giacche, giacchette e pantaloni di cui si possono immaginare i vari colori. I loro corpi non sono più inamidati nei terribili «completini», composti da golfino a maniche corte e girocollo sotto, sopra un cardigan coi bottoncini, indossati su gonna immancabilmente a piegoline, insomma il look di una ragazza che frequentava un liceo classico milanese a 16-17 anni. Dopo il '68 anche questo cambia, perché il '68 fu anche la libertà di vestirsi in maniera spontanea, comoda, fantasiosa, colorata e meno rigidamente divisa per sessi (lo insegna qui il saggio di Paola Cioni su Mariuccia Mandelli detta Krizia dal nome di personaggio di un dialogo socratico). Fu la possibilità per noi adolescenti di...