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Memoria

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La bottega degli occhi

C’è un vicolo nella Gerusalemme vecchia, nel labirintico quartiere arabo. È labirintico anche quello ebraico, come quello armeno: forse il dedalo nella Città Sacra non è casuale, ma scelta necessaria per l’incombere di verità assolute: una sorta di teologia urbanistica. La Via Crucis taglia tutti i quartieri con le sue botteghe di ricordini del Calvario: la Main Street della sacralità. In quel vicolo discosto c’è una sola bottega, un negozio di macellaio che espone sul marciapiede, in grandi ceste, la sua atroce mercanzia: grasse code di pecora gravide di sugna, teste di pecora decapitate e due ceste ricolme di occhi strappati alle orbite ovine, ognuno con la coda del nervo ottico, che possono sembrare, a un’occhiata distratta, lumachine. Sono migliaia, accatastati alla rinfusa, quei bulbi oculari, e per via del caos ci sono sempre in quelle ceste occhi che seguono imploranti chi passa di lì. Si tratta, com’è evidente, di un mero fatto statistico (almeno spero). Ma l’angoscia non lo è: è la condizione del pianeta in cui viviamo, di prede e predatori. Nemmeno le pecorelle sono mica innocenti, come vorrebbero apparire: loro predano l’erbetta verde e sono fortunate, oltre che...

Riti e miti del pallone / Augé e la religione del calcio

È una foto in bianco e nero: di spalle il portiere del Brasile Moacir Barbosa Nascimento in tuffo sul palo di sinistra, di fronte a lui l’attaccante dell’Uruguay Alcides Ghiggia. La palla si sta andando a insaccare dietro Barbosa, tutt’intorno gli spettatori del Maracanà. È il 16 luglio del 1950 e quella palla sancirà la vittoria dell’Uruguay, allenato da Lòpez Fontana e capitanato da Obdulio Varela, al Mondiale. La foto rende magistralmente il silenzio attonito e sbigottito dei tifosi brasiliani, convinti che il loro Brasile avrebbe vinto per la prima volta la coppa dopo esserci andato molto vicino nel 1934, e il clima surreale reso ancora più chiaro dal viso sorpreso di Ghiggia.    Poi c’è tutto quello che la foto non può dirci e che succede dopo che l’arbitro George Reader fischia la fine della partita: sugli spalti decine di persone vengono colte da infarto e due spettatori si suicidano gettandosi dalle tribune. Il silenzio è spezzato solo dal suono delle sirene delle ambulanze che accorrono allo stadio per aiutare i numerosi spettatori che si erano sentiti male. In campo i giocatori del Brasile e quelli dell’Uruguay piangono, qualche anno dopo Obdulio Varela...

Università, italiano, anglicismi / L’italiano non è sexy

A volte, lo confesso, mi lascio prendere dallo sconforto. Non sempre, intendiamoci. La maggior parte del tempo, di fronte a questo fenomeno, la mia reazione è più contenuta. Un sordo fastidio per espressioni correnti e andanti come “open day” o “summer school”. Un principio di irritazione per diciture quali “job placement”, “problem solving”, “incoming student” (spesso semplificato in “incoming”). Un’irritazione più marcata per “welfare”, “mission” e “customer care”. Una desolata rassegnazione alla pronuncia anglicizzante di parole come tutor o media (tiútor, mídia) – che peraltro si tramuta immediatamente in orticaria all’emergere occasionale (ma capita, eccome se capita) di “tutoraggio” pronunciato tiutoraggio. (Personalmente dico solo “tutorato”; di tanto in tanto mi sorprendo perfino a chiedermi come suona a un orecchio inglese tutorage, rispetto a tutoring – ma questo ovviamente è un altro discorso).   Non so se devo essere considerato un purista. A me non pare. D’accordo, “taggare” non cessa di dispiacermi, “spoilerare” mi disgusta, “card” mi stucca o mi esaspera. Ma, per dire, troverei insensato andare alla ricerca di un equivalente italiano non dico di software o di...

Insospettabili / Cinquanta sfumature di giallo

Il «giallo» e le sue tracce.    La tavolozza cromatica del «giallo» riserva continue sorprese.  I suoi confini, un tempo, erano considerati netti e rigidi, legati a una precisa epoca storica. Si parlava di un genere letterario sorto sulla scia dei feuilleton ottocenteschi, imperniato sul delitto e sulle indagini per rivelarne l'autore. La fede positivistica nella scienza conduceva a non avere dubbi sullo smascheramento del colpevole e nel ritenere inossidabili i collegamenti tra gli indizi perché essi non potevano che convergere nel successo dell'inchiesta. L'esigenza di sicurezza nel debellare la devianza criminosa, la vittoria dei buoni sui cattivi, la celebrazione di una società sana che subisce una ferita solo momentanea erano le ragioni, tra le molte, del suo successo.    E il successo era incalzante, appassionava gli studiosi e gli intellettuali che intervenivano dividendosi spesso su un nuovo genere letterario non sempre raffinato ma dilagante. Voci autorevoli, ad esempio raccolte nella preziosa ma smarrita antologia La trama del delitto, stimolavano discussioni sul suo inserimento nella letteratura di massa, nell'ambito di quella letteratura di...

Sulle tracce del Goofus Bird / Roma. L’ex manicomio di Santa Maria della Pietà

Nel Manuale di zoologia fantastica, Jorge Luis Borges descrive il Goofus Bird, definendolo “un uccello che costruisce il nido a rovescio e vola all’indietro, perché non gli importa del posto dove va, ma di quello dove stava”. A un nido rovesciato assomiglia la pianta del parco di Santa Maria della Pietà. O a un fiore. O, meglio ancora, alla superficie d’uno stagno in cui qualcuno ha gettato un sasso, e le cui onde concentriche si propagano fino alle rive più estreme. L’istituzione fu fondata nella metà del Cinquecento da un sacerdote e da due laici vicini a Ignazio di Loyola. Sorgeva allora nei pressi di Piazza Colonna, ed era preposta all’accoglienza dei pellegrini attesi per l’Anno Santo del 1550. Ma il progetto vero e proprio di una Città della e per la pazzia vide la luce solo agli albori del Novecento, quando si decise di edificare 27 padiglioni su 150 ettari nel quartiere di Monte Mario, accanto alla via Trionfale, nell’area di Sant’Onofrio in campagna.        Dopo due settimane di maltempo, il sole di questa domenica di maggio rende la gente molto soddisfatta. In città si parla di poco altro se non di questo cielo improvvisamente così allegro, di...

Un sito e un libro / Nuovo Teatro Made in Italy

La nostra Storia dal secondo dopoguerra fino a oggi è fatta di continue onde, progressi e indietreggiamenti, riempimenti e svuotamenti, aperture e chiusure date in successione. Dalla politica all’economia, dalla letteratura alla scienza, tutto è come se stesse su una barca che oscilla a seconda degli agenti interni ed esterni e della loro potenza: un oscillare che è in stretta relazione con il passato ed è conscio di essere base di appoggio per il futuro che verrà. Questo andamento appena descritto è valido anche per la storia del teatro, o meglio per la storia di quel multiforme filone di teatro descritto nell’ultimo volume curato da Valentina Valentini, Nuovo Teatro Made in Italy (1963-2013), uscito per Bulzoni sul finire dell’anno scorso. Strettamente connesso al volume c’è il sito nuovoteatromadeinitaly.it che arricchisce di studi e proposte utili il contenuto cartaceo.    Carmelo Bene, Pinocchio, ph. Claudio Abate.    Certamente innovativa è la forma che l’intero progetto assume, ossia lo sviluppo parallelo di due strumenti – un libro e un sito – che viaggiano a braccetto, si completano e si intersecano l’un l’altro, si richiamano e si rimandano....

Anders Breivik, una persona normale

Sto scrivendo la recensione momento per momento, mentre leggo, senza avere terminato, correggerò le mie impressioni man mano che il testo prosegue, mi è impossibile leggere senza scrivere. Oltre 600 pagine dedicate ad Anders Behring Breivik, supposto pronipote del fondatore dello stretto. Sottolineo, segno, tremo. Poi penso. Si presenta la madre Wenche, infermiera, e il padre, diplomatico che non ha rapporti col figlio. Madre sola, nessuna inclinazione alla socialità, iper-maltrattata da bambina. Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, scrive Tolstoj.  Si scrive della dolcezza e della brutalità della madre verso il figlio, delle richieste di assistenza sociale e psichiatrica, delle valutazioni di rischio, tipiche dei servizi sanitari, della ricerca di una famiglia affidataria, che potrebbe diventare adottiva, della richiesta del padre, che ora sta in Francia, di avere l'affido del figlio, poi la sua ritrattazione. Molto rumore per nulla.   L'infanzia di Anders fa venire in mente il Franti di De Amicis. Però, crescendo, il giovane vive un'adolescenza che si potrebbe definire normale, tra hip hop e graffiti. Ma...

A vent’anni dalla morte / Bufalino e l’uomo invaso

Vent’anni dalla morte di Gesualdo Bufalino: sembrano tanti, se pensiamo a una civiltà così diversa da allora, e dal mondo tutto novecentesco di un uomo che, dal suo estremo lembo di provincia, non aveva fatto in tempo a emozionarsi per le “Tristezze di San Luigi” (così racconta che veniva ipercorrettivamente tradotto St. Louis Blues dai giovani siciliani che furtivamente e golosamente scoprivano quei neri ritmi d’America banditi dall’autarchia fascista) e già veniva folgorato dagli abissi di Charlie Parker; o, se preferite, s’era appena innamorato d’una madeleine inzuppata nei ricordi e già doveva fare rapidamente i conti con le più algide vertigini bibliotecarie d’un argentino cieco.  E cos’avrebbe pensato degli anni Doppiozero – o, meglio, 2.0 – quest’uomo del Novecento che s’ingegnava a far funzionare un videoregistratore con le istruzioni ben in vista sul tavolino, e solo perché ritornassero ad agitarsi, nelle sue notturne visioni d’insonne, i fantasmi di Marlene Dietrich o di Fred Astaire, i fumi del Rick’s Cafè o le brume di un quai parigino?    Domanda inutile: lo scacchista Bufalino (un Antonius Block in borsalino e giacca di tweed) s’arrese al Matto della...

Da Matilde Serao a Pier Paolo Pasolini / Scrittori italiani a Gerusalemme

«All’alba del XX secolo Mosè si ferma in Alessandria d’Egitto, come Cristo ad Eboli». Invero un po’ poco, in un’età che invece vede diffondersi e confermarsi il viaggio sia in quanto catarsi, o esperienza iniziatica, sia come percorso di conoscenza e condivisione. L’oggetto manifesto del volume al quale stiamo dedicando la nostra attenzione è dichiarato fin dalle primissime pagine, trattandosi del tema del viaggio a Gerusalemme nella cultura letteraria italiana a cavallo tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi sessant’anni del secolo successivo. La data limite è il 1967, con la Guerra dei sei giorni, quando l’intero scenario regionale sarebbe mutato, da subito con gli effetti della vittoria militare d’Israele ma anche sul lungo periodo, con processi in atto i cui risultati dobbiamo ancora verificare ai giorni nostri. Non di meno, poiché l’autore è uno spigolatore di professione, uso a ripassare, con arguzia e metodo, quanto da altri parrebbe già essere stato fatto oggetto di una più che soddisfacente pulitura e mondatura, quel che dal suo fare ne deriva sono ricostruzioni di quadro dai tratti inediti.   L’acribia premia, a tale riguardo. Alberto Cavaglion con il suo...

Di volatili e regimi / Le creature di Alejandra Costamagna

Durante un conflitto a fuoco raramente si ha l’occasione di fermarsi a riflettere sulle sorti dei volatili di piccola taglia, quelli che, come i passeri, ben si adattano alla prossimità dell’uomo, locatari di tetti, muri, tegole e comignoli. Tuttavia, nel caso in cui lo scontro avvenga in zone ad alta densità abitativa, i primi a lasciarci le penne pare siano proprio loro, colpiti dalle raffiche dei mitra nel cielo o carbonizzati nei nidi sulle case che bruciano. In un quartiere di una metropoli cilena, forse la capitale, mentre gli uccellini si trasformano in pezzi di carbone che puzza, un uomo sparisce al passaggio dei camion blindati della polizia che terrorizzano tutti, comprese le bestiole domestiche e quelle semidomestiche.    È il padre della protagonista del testo “C’era una volta un passero”, contenuto nella breve, omonima raccolta in cui Alejandra Costamagna racconta l’epoca della dittatura senza mai nominarla, attraverso punti di vista poco informati, perché troppo giovani. Sono ragazzine impegnate costantemente nell’indagine della realtà circostante, mosse da una curiosità che non è solo caratteristica della loro età ma deriva da un personale e prepolitico...

Un nuovo racconto dello scrittore torinese / La sarabanda degli anniversari

Negli ormai molti anni della mia vita trascorsi in “Roma Capitale”, non ho mai incontrato nessuno, giovane o vecchio, popolare o intellettuale, dei Parioli o della Garbatella, intelligente o fesso, di destra o di sinistra, che alla mia domanda sulla data di fine della guerra, confondendosi con la data della liberazione di Roma, non rispondesse con serena tranquillità:  “4 giugno 1944”.  Dopo molti anni di riflessione, ho dovuto concludere che anche la mia risposta:  “25 aprile 1945” meriterebbe  alcune critiche. Ognuno risponde per i fatti suoi e di quelli degli altri non gliene sbatte un granché. Il settantunesimo anniversario del 25 aprile, quest’anno 2016, ha assunto una sua particolare importanza perché l’ANED si è rifiutata di partecipare alla solita pagliacciata dei “25 aprili”, e vedrete il perché, mentre invece l’ANPI ha partecipato alla sfilata come ogni anno, benché la sfilata non ci fosse, essendo il Comune di Roma commissariato per le ben note vicende di “Mafia Capitale”.   In queste turbolente vicende la riunione della Comunità ebraica nei locali del Circolo Pitigliani ha finito per assumere un’importanza enorme, accresciuta dal fatto che,...

Lo scrittore tedesco e l’uso delle immagini / W.G. Sebald e le farfalle

Spesso pensiamo che l'immagine venga catturata. “Cacciatore di immagini”, ci dice l'espressione per indicare il fotografo. Certe volte, tuttavia, non siamo noi ad afferrare l'immagine, ma piuttosto è lei a catturare il nostro sguardo. Si tratta in ogni caso di quello che suggerisce Walter Benjamin nel racconto del ricordo d'infanzia di una caccia alle farfalle: “Quando una vanessa o una sfinge, che avrei facilmente potuto superare, si prendeva gioco di me col suo temporeggiare, ondeggiare e sostare, allora avrei desiderato dissolvermi in luce e aria, solo per avvicinarmi inosservato alla preda e poterla sopraffare. E il mio desiderio si realizzava a tal punto che ogni vibrare e oscillare di quelle ali in cui mi ero smarrito sfiorava o inondava anche me. Cominciava a valere tra noi l'antico canone della caccia: quanto più io stesso con tutte le fibre aderivo all'animale, quanto più nell'intimo divenivo farfalla, tanto più l'insetto nel suo agire assumeva il colore dell'umana determinazione, e infine era come se la sua cattura fosse il prezzo in virtù del quale unicamente potevo riappropriarmi del mio essere uomo”.   In questo racconto, Benjamin descrive un'esperienza dello...

La fotografia come domanda / Luigi Ghirri: chiedi alla nebbia

A Milano, attorno al 1991, Luigi Ghirri confida a Mario Cresci che, dopo aver esplorato per tanti anni il paesaggio e le cose dell’esistenza con innumerevoli scatti, sta pensando ad altro, e in quel momento non gli resta che fotografare la sola nebbia della sua terra, come segno estremo di cancellazione del mondo, per dirigersi verso l'imponderabile o l’ignoto. Roncocesi, una delle ultime fotografie, scattata nel gennaio del 1992, coglie la luce che avvampa come un cielo di bruma, facendosi orizzonte tra due campi separati da una roggia. L’acqua nel fossatello pare latte di brina, specchio del biancore nebbioso. Lo stato di sospensione, sia della luce sia della bruma, viene colto in una visione estatica, così come avrebbe potuto viverla un mistico medievale. In questa immagine il fotografo si lascia condurre nella non delimitazione del reale, in una frazione del tempo in cui è in atto una rarefazione dello spazio.   Luigi Ghirri, Formigine 1985. Eredi di Luigi Ghirri.    Invita a vedervi qualcos’altro, il resto del visibile, evocando l’assenza dei limiti, un altro aspetto della realtà, ovvero ciò che non può essere delimitato: “La cancellazione dello spazio che...

Cosa succede in Croazia / Zagabria: la cultura fa opposizione

A pochi passi dal centro di Zagabria, nel bosco di Tuškanac, che ricorda la foresta berlinese in cui si perdeva Walter Benjamin bambino, affiora la casa museo di Bela e Miroslav Krleža (1893-1981). In questa zona residenziale di ville, sommersa dal verde, i rumor della politica non arrivano. Il maggiore scrittore croato del Novecento appare ancora controverso in una tradizione che non riesce a placare il vampiro della storia e sente il bisogno inesorabile di continuare a dividere per poter peggio governare.  Sono appena uscite le Marginalia di uomini e di città (a cura di Vlaho Bogišić che studia la sua opera da decenni), note saggistiche legate al lavoro lessicografico e al materiale raccolto per le enciclopedie di cui è stato ideatore, oppure testi impressionistici capaci − che si tratti di Danubio, Leopardi, Lord Byron, di personalità intellettuali e politiche croate − di sintetizzare temi letterari e questioni storiografiche. Di rappresentare la memoria culturale di una regione che Krleža chiamerà il mio Brabante: uno spazio immaginario che ritrova nei dipinti di Bruegel e di Bosch dove “sempre qualcuno piscia, sempre qualcuno vomita, e qualcuno pende dalla forca” e dove...

Inkompetenzkompensationskompetenz / Diarietto di fine anno scolastico

Domanda fatta, il giorno 24 settembre 2015, da un professore a un’alunna di quinta superiore: ma tu, quand’è che sei sentimentale? Risposta dell’alunna: solo quando sono ubriaca. Domanda fatta, il giorno 1 dicembre 2015, da un professore a un’alunna di terza superiore: ma perché hai scelto proprio questa scuola? Risposta dell’alunna: è quello che mi chiedo anch’io tutti i  giorni. E poi (ancora alunne di terza, in data 14 gennaio 2016): cosa pensate di queste ore al pomeriggio?  Pensavamo di cambiare scuola.   Un’altra alunna di quinta legge, il giorno 24 febbraio 2016, ad alta voce dall’ Antidolore di Palazzeschi: “quello che volgarmente si dice dolore umano altro non è che il corpo caldo della gioia rivestito da un’incrostazione di congelate lacrime grigie. Scortecciate e troverete la felicità”. Però, non si sa se scientemente o meno, invece di leggere “scortecciate e troverete la felicità” legge “scoreggiate e troverete la felicità”. Ilarità generale. Anche Palazzeschi avrebbe riso. Del resto era proprio quello che voleva con l’Antidolore: educare i ragazzi al riso. Il professore sono io, il sottoscritto. Quest’anno il libro di testo me lo sono fabbricato io,...

Henry Gee, La specie imprevista / Fraintendimenti sull’evoluzione umana

Da bambino – dovevo essere in terza elementare – mi è capitato di formulare una previsione a suo modo ingegnosa, anche se nella sostanza vertiginosamente ingenua, sullo studio della storia. In futuro, sentenziai, occorrerà dare più spazio alla storia nell’orario scolastico, perché man mano che il tempo passa il passato si allunga, e quindi ci saranno sempre più cose da imparare. A mezzo secolo di distanza possiamo ben dire che quella previsione è stata smentita su tutta la linea. Non tanto perché nella scuola italiana lo spazio per la storia, lungi dal crescere, sia stato, semmai, ridotto; e nemmeno perché nel frattempo non si siano verificati eventi storici importantissimi – con buona pace di chi aveva annunciato la «fine della storia», idea che rimarrà appesa al collo di Francis Fukuyama come un macigno (La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli 1992).   Il punto è che da allora, nella coscienza umana, ad allungarsi è stato soprattutto il passato: il passato remoto e remotissimo della nostra specie, un tempo relegato nella sbrigativa categoria di «preistoria» (termine oggi caduto quasi in disuso), e ora campo d’indagine che appare quant’altri mai fecondo di scoperte. L...

La boxe è soltanto come la boxe / I tre finali di Muhammad Ali

La boxe esiste, per me, in bianco e nero ed è un racconto al rallentatore che non si ferma mai; un replay che non riuscirà mai a riprodurre lo stesso scambio di colpi. Non guardo un incontro di boxe da molti anni, gli ultimi che ho guardato sono stati i primi match di Mike Tyson, che mi impressionava ma non mi divertiva. La boxe vera, per cui, quella a cui sono legato e che mi provoca sempre un sussulto, è quella che mi ha raccontato mio padre, quella che nel tempo ho guardato spesso in vecchi video, che ho letto sui libri, alcuni di questi davvero strepitosi. La boxe ha molto a che fare con la letteratura, è vera e propria materia narrativa, mai uguale, un romanzo che va oltre tutte le riprese, oltre tutti i suoni del gong. Un libro in costante costruzione, non c’è un finale.   Muhammad Ali, scomparso oggi, di finali ne ha scritti e vissuti almeno tre, se ci limitiamo alla vita sportiva.   Nella prima parte di una sua bellissima raccolta di saggi e articoli “Sulla boxe” (66thand2nd, 2015 – trad. di Leonardo Marcello Pignataro) Joyce Carol Oates scrive:   “Allo stesso modo non mi riesce di pensare alla boxe in termini letterari come metafora di qualcos’altro. […]...

Congedo dal paese e dalla vita

Non importa che torno sempre qui dai miei giri, il mio rapporto con questo paese non c’è più. Il paese non aspetta il mio ritorno, non ha una casella per me, non sa dove mettermi e io non so dove mettermi. Sto in casa e quando esco parlo al telefono, non parlo col paese. Quando non parlo al telefono cammino alla larga, sul bordo. Il paese forse è ancora vivo in me, ma io non vivo più nel paese. Forse la mia paura di cadere a terra morto non è altro che la paura della mia casa sospesa sull’orlo della frana. Io ho pensato che la paura fosse di mia madre, invece è la casa che ha paura. I cani la notte quando abbaiano sembrano volerla tirare giù. La mia vita nel mondo prosegue attraverso le mie parole. Vado in giro a dire cose sul mondo e sui paesi, ma io non sono più una persona del mio paese. Forse non sono più nemmeno una persona e quando sono una persona sono un fastidio, la mia ansia non la sopporto più nemmeno io, non posso pensare che la sopportino gli altri. E forse cominciano ad essere insopportabili anche le mie parole. Ogni vita si squaglia a un certo punto o si aggroviglia, comunque prende una sua via fallimentare. Anche le vite attente, le vite buone, comunque non...

Le maschere di Ungaretti / Cento anni di "Porto sepolto"

Giorgio Manganelli non amava i centenari, gli anniversari, le ricorrenze, le celebrazioni. Al posto delle commemorazioni proponeva, con polemica ironia, le “scommemorazioni”. In questo 2016, sommersi come siamo dal diluvio cerimoniale shakespeariano e cervantino, è difficile dargli torto. Eppure, facciamoci forza e facciamo un’eccezione per i cento anni del Porto sepolto di Giuseppe Ungaretti. Quell’esile volumetto, uscito in appena ottanta esemplari, or è un secolo, ha cambiato, si sa, la faccia della poesia italiana.   Ci voleva un italiano nato ad Alessandria d’Egitto, in un quartiere periferico (Moarrembei), al limite del deserto, in mezzo ad arabi, greci, inglesi, altri immigrati italiani come lui; ci voleva un italiano di formazione francese (école suisse Jacot, Sorbonne, Collège de France) per farla finita con la tradizione retorica italiana, per torcere il collo alla millenaria eloquenza italica e trovare forme e accenti nuovi, davvero nuovi e non velleitariamente nuovi, come quelli dell’altro italiano d’Egitto, Marinetti. Carlo Ossola ha scritto che Il porto sepolto non è un incipit ma è “un’origine”, nel senso che tutti i temi ungarettiani sono già qui e le opere...

Palermo: al via il Festival internazionale di nuove visioni / Bertolucci. Il ritorno di Novecento

Mantenendo inalterato un certo fascino da opera paradigmatica e cruciale, Novecento di Bernardo Bertolucci si lascia ancora ammirare, a 40 anni dall’uscita, soprattutto come un modello d’ipertrofia autorale, espressione  di quello sguardo esemplarmente radicale e inquieto che, ai tempi della fruttuosa negoziazione etica ed estetica consumatasi sull’asse Europa-Hollywood, la macchina cinema ha voluto e saputo permettersi. Oggi che appare esemplare il suo sofferto e utile interrogarsi sulle contraddizioni dei meccanismi spettacolari del linguaggio cinematografico (al di là di ogni interpretazione “politica” che ha avuto il torto di circostanziarne la magnifica ambiguità), questo capolavoro stratificato e difforme, stralunato e inquietante, sembra aver definitivamente trasformato tutti i propri difetti in pregi. Tanto per cominciare, lo si può leggere come una trasparente metafora del tempo ritrovato del suo autore allora trentacinquenne, pronto a fare i conti con le proprie angosce di stile al crocevia del trionfale scandalo di Ultimo tango a Parigi, che si mescola (psico)analiticamente al tempo così lontano, così vicino della Storia: i 45 anni dell’Italia dal fascismo alla...

Il 2 giugno delle donne / Ada Gobetti. La partigiana educatrice

Torino, via XX Settembre   La conosciamo come Ada Gobetti perché, «per ragioni politiche, gli amici hanno sempre voluto chiamarmi Gobetti. E allora io, per affetto e rispetto di Ettore, ho sempre aggiunto Marchesini», disse riferendosi al secondo marito cui si era unita dopo la vedovanza. Ma l’identità e la personalità di Ada Prospero, classe 1902, vanno ben al di là dei cognomi acquisiti, e del resto non fu un caso se l’intellettuale Piero Gobetti se ne innamorò perdutamente. Un amore, ricambiato con la stessa intensità, nato a Torino nel palazzo di via XX Settembre 60, in cui entrambi abitavano, lei figlia unica di una coppia di benestanti commercianti di frutta, lui ambizioso giovane di cultura con la vocazione a sostenere ideali di libertà. L’incontro è quasi predestinato, Piero la coinvolge nel primo dei suoi progetti editoriali, la rivista «Energie Nove» – quindicinale politico-letterario cui collaborano Balbino Giuliano, Mario Attilio Levi, Maria Marchesini – e da allora non si separano. Siamo nel 1918, nel clima di generale mobilitazione della fine della Grande guerra, Ada ha 16 anni, lui uno di più. Insieme cominciano un percorso di formazione impegnativo, studiano...

Il debutto di Andrea Bottalico / Il fuoco a mare

Negli anni Cinquanta, quando ancora era forte l'urgenza di dire, di testimoniare il presente e il passato prossimo, ci fu una collana editoriale, "I Gettoni" di Einaudi, che assolse più di tutti questo compito. Elio Vittorini battezzò grandi scrittori che poi fecero carriere anche molte diverse come Lucentini, Fenoglio, Lalla Romano, Anna Maria Ortese, Testori, Ottieri e altri nomi, alcuni dei quali oggi sepolti nell'oblio. Mi sono venuti in mente "I Gettoni" leggendo Il fuoco a mare (Monitor, p.216 15 euro), debutto di Andrea Bottalico, un Gettone dei nostri tempi, volume passato tra le mani di editori importanti e poi tornato al punto di partenza: la redazione di Napoli Monitor in uno scantinato dei Quartieri spagnoli.   Pur essendo meritevolissima, l'attività di Napoli Monitor (qui abbiamo segnalato il volume collettivo, Lo stato della città), il libro avrebbe meritato una sorte diversa, perché è bello e importante. Racconta di Castellammare di Stabia, ultima città del Golfo di Napoli prima della Costiera Amalfitana. "La grande metropoli a stento s'intravedeva, la sua eco chiassosa non arrivava fin qui. Napoli era finita da una trentina di chilometri, ma era come se non...

Un bizzarro funerale

“Zechenah Jolanda Aschenazi Valabrega”, ripeteva il Rabbino. La cantilena ebraica lo vincolava a chiamare più volte per nome e cognome, da nubile e maritata, la zia che veniva sepolta. Ma, prima di invocare, con raccapriccio, il nome proprio, s’interrompeva e alzava il mento per rivolgere la barba rosso-iraconda a me, proprio a me, come se fossi io il colpevole: Yoh-lan-dah suona infatti assai male in ebraico. Lui non era in grado di connettere quella cacofonia alla… Figlia del Corsaro Nero, figuriamoci poi alla principessa degli esotici Savoia, la nostra indimenticabile casa regnante alla quale mio nonno, uomo del Risorgimento, era stato fedele, ma era morto nel 1934, prima che diventasse così famigerata. Il Rabbino comunque, dopo aver qualificato la zia “zechenah”, cioè vecchia – e su questo aveva ragione perché se n’era andata a novantadue anni e la morte in vecchiaia costituisce un merito per il giudaismo, un grande merito, tipo “valoroso caduto per la Patria” – mi si rivolgeva con un ringhio. E io allargavo le braccia sconsolato: “No, il nonno un secondo nome ebraico non lo diede a nessuno dei suoi dieci bambini, non era ancora in uso all’epoca del sogno dell’assimilazione...

A Reggio Emilia «Dedicato a Celati» / A passeggio con Gianni

Oggi e domani a Reggio Emilia «Dedicato a Gianni Celati»: due giorni di incontri in occasione dell'uscita del Meridiano Mondadori.   Estate di venti anni fa. Aspettavo Gianni, alla stazione delle Appulo-Lucane. Nella “littorina” intravvidi una figura allampanata: era lui. Ma scese dalla parte sbagliata; gli andai incontro, incespicò in una rotaia e non ci fossi stato io sarebbe finito steso tra i binari. Sorrise di quell’aiuto provvidenziale. Quel sorriso inerme  mi riportò ai suoi racconti, perché le sue storie erano inermi. E tali sono rimaste, le sue storie, dalla prima all’ultima. Non fanno mai nulla per coinvolgerti. A casa dormì in un letto dove ci andava appena: doveva rannicchiarsi. Mi è sempre piaciuta la sua aria da padre delle stanze che abita e che si sorprende di abitare, così come si sorprende di abitare i racconti che racconta. La sua faccia da padre perennemente stordito da notti insonni e dalla meraviglia di tornare a vedere le cose del mondo. Mia moglie, il mio amore buono, gli friggeva i peperoni secchi (era maestra nel non farli bruciare). Lo chiamava Gianni Gelati. Non aveva mai letto i suoi racconti, neanche uno; ma non aveva letto mai neanche i...