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Memoria

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6quellagiusta / Safran Foer, essere ebrei nella globalizzazione

6quellagiusta è la password che Isaac Bloch si è scelto per alleggerire il carico delle tensioni provocate dalla rivoluzione digitale.  Se uno trovasse una password altrettanto semplice – e facile da ricordare – per decodificare il sistema-ebraismo sarebbe magnifico, ma nessuno è riuscito né riuscirà a trovarla. Questa è la prima cosa che s’impara leggendo Eccomi, un romanzo-saggio di Jonathan Safran Foer sui modi di essere ebrei nell’epoca della globalizzazione. Nessuna delle possibilità in circolazione (sionismo, ortodossia, riforma, libero pensiero sciolto da dogmi) pare vincente. Non è lecito – ci dice Safran Foer – celebrare il trionfo dell’una o la capitolazione dell’altra. Se Washington piange, Gerusalemme non ride (di Roma e Milano non parliamone, anche se Safran Foer celebra i fasti culinari del Belpaese).       Alla domanda “sei un ebreo religioso?” Jacob non sa rispondere. Non appartiene a una sinagoga, non mostra attenzione alle regole alimentari, non ha mai dato per scontato che avrebbe cresciuto i propri figli con un qualche grado di pratica ebraica, ma al tempo stesso sa benissimo che “una religione non si può reggere sulle doppie negazioni”....

Under a different sun

Versione Italiana   The following interview opens up an editorial collaboration between Why Africa? and the curatorial collective EX NUNC, which will continue over the next months on doppiozero.    For Why Africa? EX NUNC will present a series of interviews with women artists from Africa and Diasporas, participating in the upcoming curatorial project Under a Different Sun. This exhibition and performance programme, which will take place in Venice in December 2016, will discuss topics of lost histories and negated memories from female, diasporian perspectives. Under a Different Sun is a project conceived and curated by EX NUNC’s co-directors Chiara Cartuccia and Celeste Ricci, in the framework of the third edition of Venice International Performance Art Week | Fragile Body-Material Body, curated by Verena Stenke and Andrea Pagnes.   This first interview in the series features Gabon-born and Berlin-based multimedia artist Nathalie Mba Bikoro. Bikoro’s research focuses on questions of remembering, narrating, memorialising, and gives form to an artistic practice that aims to de-colonisation of dominant historical narratives, common behaviours and trivial beliefs...

Roland Barthes in autogrill

Settembre è ormai sul punto di finire. Con settembre finiscono le vacanze e finisce questa estate del 2016, che è stata amara, polemica, sudata, poi dolcissima come tutte. Mentre anche gli ultimi, strategici vacanzieri di settembre inoltrato riaprono zaini e valigie in una stanza di casa, in uffici affollati e davanti ai computer di tutti gli anfratti del paese si passano in rassegna i temi, gli scandali, si riflette sul senso. Perlomeno, in tanti penseranno, con il burkini abbiamo chiuso fino all’anno prossimo. È già qualcosa. Perché sì, se ne è detto tutto, il contrario di tutto e poi se ne sono dette cose che coniugavano i due corni della questione risolvendoli. Era Lévi–Strauss, in Tristi tropici, che ricordava come questa fosse strategia argomentativa tipica della filosofia e sufficiente a convincerlo a diventare etnografo per fuggirla. Ma il senso non si esaurisce mai, scrive d’altra parte Roland Barthes: il suo lavoro è spostarsi, connettere, scartare. E davanti a questa sua tacita, attualissima provocazione, in questa fine di settembre presento un breve esperimento autostradale. Lo ‘scarto’ risale all’agosto di un anno fa, quando durante un viaggio in macchina molto lungo...

Una generazione che ha dissipato i suoi poeti / Simone Carella, regista e poeta

Alla morte di Vladimir Majakovskij, nel 1930, un suo amico, il grande linguista Roman Jakobson – dismesso per qualche pagina l’abituale rigore dottrinario – scrisse un epicedio, un apologo memorabile al quale diede il titolo Una generazione che ha dissipato i suoi poeti. Elenca i nomi dei poeti fucilati (Gumilëv), suicidati (Esenin, oltre allo stesso Majakovskij), morti di stenti (Blok, Chlebnikov). Tutti spariti fra i trenta e i quarant’anni: «in ognuno di essi v’è la coscienza dell’ineluttabile condanna». Non aveva né trenta né quarant’anni, ne aveva settanta Simone Carella quando è morto dopo lunga malattia, ieri, in una clinica romana. Ma è tristemente vero quanto scriveva qualche anno fa (in Declino del teatro di regia) l’amico e lungamente complice Franco Cordelli: «A un certo punto mi sono guardato attorno e mi sono chiesto: perché i registi che ho amato sono già morti? Morti dal punto di vista teatrale o anche, purtroppo, in senso letterale. I grandi sperimentatori degli anni Settanta – Simone Carella, Ugo Margio, Bruno Mazzali, Giancarlo Nanni, Memè Perlini, Mario Ricci, Gianfranco Varetto, Giuliano Vasilicò – si sono tutti consumati, fisicamente consumati, nella ricerca...

"Se sei ottimista proverai a rendere la vita migliore" Shimon Peres / Tel Aviv e l'utopia delle start up

La settimana lavorativa in Israele comincia la domenica. La settimana del DLD Innovation Festival, hub internazionale che raccoglie ogni anno a Tel Aviv migliaia di investitori e di innovatori da ogni angolo del globo, comincia domenica 25 settembre sul tetto del Comune di Tel Aviv, ribattezzata ormai da anni la “non stop city”, con un abitante su tre nella fascia di età compresa tra i 18 e i 25 anni. Il numero degli innovatori in Israele, in rapporto alla popolazione e ai chilometri quadrati è unico al mondo, per questo non sorprende che ogni anno aumentino in modo esponenziale i visitatori che si recano a Tel Aviv per il Festival.   A fare gli onori di casa è Ron Huldai, primo cittadino nonché figura chiave nella trasformazione, nell’ultimo ventennio, di Tel Aviv nell’incubatore di startup di più grande successo non solo in Israele ma su scala globale, con 28 startup per chilometro quadrato e la media di una startup per ogni 290 residenti. Molte di queste fanno già parte della nostra vita quotidiana: basti pensare a Waze, tanto per citare un’applicazione di cui ci serviamo tutti i giorni. Nata per aiutare gli utenti a trovare la strada più veloce durante gli orari di...

Sul tremore

Tremano mani e gambe, la voce può tremare – crepata dall’emozione – e trema la terra, trema il suolo, che ci dovrebbe sostenere.  “La terra trema tutta – dice il profeta Isaia –. La terra vacilla come un ubriaco. La terra dondola come una tenda”. Noi, gli instabili, i malsicuri, “esseri soppiantati”, come scrive Peter Sloterdijk, oggi, tremiamo, aggrediti da scosse di natura assai diversa, che tuttavia si sommano in un universale smottamento psichico. Il cuore batte sregolato, le sue improvvise accelerazioni, i suoi sobbalzi, sfiancano sicurezza e stabilità, il poco che ci resta. La tachicardia è una condizione sociale; il tremore, il soffocato ansimare dei corpi schiacciati nella morsa della paura, è una diffusa epidemia.   Nelle ultime settimane, mi è capitato di ritrovare, del tutto casualmente, le pagine, messe da parte, ma credo mai lette, oppure semplicemente dimenticate, di un breve saggio di Jacques Derrida: “Come non tremare?”. Inevitabile associarle a quanto è accaduto, di recente, nel Centro Italia, tra Lazio e Marche. E inevitabile cercare in queste pagine qualcosa che possa almeno orientare, una piccola luce a rischiarare lo spaesamento che sempre fa...

Il regno infernale di Colonia Dignidad

  La storia di Colonia Dignidad non è finita con l’arresto del pedofilo che l’ha fondata nel 1961. Nemmeno con i processi ai responsabili o con la conversione del lager nella holding Villa Baviera: azienda avicola e forestale, laboratorio di strudel e pane che rifornisce i centri commerciali più esclusivi di Santiago e albergo con tetti spioventi in mezzo a un gigantesco parco, sentieri per ciclisti e ristorante. Le ombre del passato sono troppo lunghe per essere spazzate in pochi anni, e permeano di sé la vita degli abitanti e i luoghi, per quanta volontà vi abbiano messo nel cambiarli. Soltanto dopo l’uscita del film Colonia la storia di quel centro è stata divulgata al mondo. Benché opera di fiction con lacune e imprecisioni, il film ha raccontato per la prima volta una storia che sembra inverosimile: per quasi quarant’anni Colonia è stato il regno pedofilo del tedesco Paul Schäfer, ex militante della Gioventù Hitleriana e fondatore di una setta parareligiosa in Germania, i cui fedeli più accaniti e un gruppetto di gerarchi lo seguirono nel Sud del Cile, attirati dalla promessa di dar vita a un mondo nuovo, un’enclave di quindicimila ettari che acquistarono in una zona...

Addio a Herschell Gordon Lewis / “Se vivi a Chicago in gennaio o febbraio, puoi pensare a un migliaio di ragioni per spostarti in Florida e girare un film”

Ogni tanto la cerco su ebay. Sarà per gusto feticista o semplice elogio della frivolezza. Parlo della “barf bag” che veniva consegnata agli spettatori di Blood Feast, nei cinema, in pieno 1963. Parlo della busta di carta in cui ogni spettatore poteva vomitare tutto il suo disgusto assorbito vedendo le immagini di quel film.    Barf Bag.    Che io sappia, oggi l'unico rimasto a sfruttare il potenziale di quella busta è Nick Cave, che ha intitolato e letteralmente scritto il suo ultimo libro sopra quegli involucri di carta che trovate sugli aerei: The Sick Bag Song. Buste e vomito. Bisogna avere un certo quid imprenditoriale per pensare a soluzioni simili: puro marketing in salsa horror. Nello stesso periodo di Blood Feast (giusto un anno dopo), Ray Dennis Steckler, il regista del film che gli contende il più bel titolo mai coniato, e cioè: The Incredibly Strange Creatures Who Stopped Living and Became Mixed-Up Zombies!!? faceva entrare in sala di proiezione le creature del suo film. William Castle invece infilava riproduzioni tridimensionali del mostriciattolo simile a un millepiedi (The Tingler) sotto le poltrone degli spettatori.   Herschell Gordon...

Classico per consumatori felicemente inconsapevoli / Pane selvaggio pane bianco pane inutile

Ci sono libri in grado di imporsi all'attenzione del lettore per molto tempo, cogliendo una esigenza profonda ben oltre le mode o le curiosità effimere. A questo tipo di libri viene associata in genere la parola "classico", non senza ragione.  Secondo l'intuizione di George Steiner classico è poi quell'opera che attraverso l'esperienza estetica riesce a parlare all'uomo indipendentemente dalle circostanze in cui egli viva. Per sua "alchimia" un classico dialoga sempre con l'"umano" sia quell'opera un romanzo, un dipinto, una pezzo musicale.     Leggendo Il pane selvaggio di Piero Camporesi (Il Saggiatore 2016 con prefazione di Umberto Eco) non si compie un’esperienza estetica – il libro è infatti un saggio, scritto sapientemente, con tematiche per certi versi magnetiche, ma sempre un saggio, un libro cioè di ricerca e riflessione. Eppure il libro potrebbe essere definito classico, anche se dopo poche pagine sarebbe stato respinto dai lettori solo due, tre secoli fa, e in molte regioni d'Italia ancora alla fine dell'Ottocento. Sarebbe stato respinto perché "libro inutile": quello di cui racconta Camporesi erano infatti i comuni abissi alimentari della povertà e...

L’utopia di Bronisław Baczko

Il filosofo e storico delle idee polacco Bronisław Baczko (1924-2016) era un uomo piccolo, dolce, appassionato e pignolissimo: dotato di un paio di orecchie enormi che, anche grazie ai pochi capelli, esaltavano il suo aspetto di topino malinconico. Dagli inizi degli anni Settanta era diventato un professore svizzero, ma sempre attento a cosa accadeva nella sua Polonia che lo aveva vergognosamente costretto a emigrare. Dopo un periodo all’Università di Clermont-Ferrand (1969-1973), aveva insegnato a Ginevra e abitava alla periferia della città, sulle rive del Rodano lungo le quali amava fare lunghe passeggiate con il cane. Da molti anni era completamente solo. Dopo la scomparsa della moglie, una terribile tragedia famigliare lo aveva tristemente chiuso nel rifugio dei suoi libri e delle sue ricerche.      Baczko era uno “storico delle idee”: quindi un po’ filosofo e un po’ storico. Quando finalmente, con un po’ di distacco e obbiettività, si inizierà a fare la storia delle idee del Novecento, non si potrà prescindere dalle ricerche di Baczko che è stato il massimo studioso dell’Utopia e uno dei più acuti interpreti del pensiero di Jean-Jacques Rousseau e delle...

Questione di nomi / “Maestro” e “ministro”

Chi proferisce oggi “maestro” e “ministro” non sa, in genere, che le due parole hanno una storia che le lega. Anzitutto, un cenno alla forma, per spiegarne la differenza. La parola “maestro” si è sviluppata dal latino “magistru(m)” e, per suonare come oggi la si sente, è passata di bocca in bocca per tanto tempo. È parola di trafila popolare, con la connessa usura. “Ministro” non è una parola di trafila popolare; in un'espressione italiana di livello, è stata ripescata dal latino “ministru(m)”, di conseguenza, con meno accidenti. Il bello del confronto viene però quando si passa alle funzioni e al significato. Le due basi latine erano infatti costruite secondo il medesimo modello, all'epoca trasparente. Lo dicono ancora meglio “magister” e “minister”, le medesime parole al caso nominativo: “-ter”, un suffisso comparativo, vi era aggiunto agli avverbi “magis” e “minus”. Anche una piccola dimestichezza con la lingua di Cicerone basta per sapere che “magis” valeva “più” e “minus” “meno”. Insomma, per opposizione reciproca, “magistru(m)” era “er Più”, “ministru(m)” era “er Meno”. “Ministru(m)” era del resto la parola che si usava per dire “servitore”. Lo testimonia ancora oggi la...

Star Trek come rifugio utopico

È in uscita presso l’editore FrancoAngeli il volume di Robert V. Kozinets Il culto di Star Trek. Media, fan e netnografia. Il volume, curato da Tito Vagni, esce in occasione dei cinquant’anni dalla prima puntata di questa celebre serie televisiva di fantascienza ed è frutto di un’approfondita ricerca sul campo condotta alcuni anni fa sui fan della serie. Presentiamo in anteprima alcune pagine dal volume.   La serie era utopica sotto diversi aspetti, rompeva molti tabù sociali dominanti, mostrando un gruppo di persone appartenenti a razze ed etnie diverse intente a lavorare insieme nel futuro, e inserendo inoltre donne e uomini neri in posizioni di comando. L’episodio di Star Trek, “I figliastri di Platone” è passato alla storia per aver mostrato il primo bacio interrazziale della televisione americana. Star Trek, in questo modo, conferma in maniera enfatica l’affermazione di Dyer per cui i testi dei media contemporanei, per poter intrattenere (entertaining, i.e., procurare piacere), devono rifarsi a immagini e ideali che sono utopici. Anche se pone l’enfasi sull’ideologia piuttosto che sul piacere, Jameson, similmente, osserva che “le opere della cultura di massa non possono...

Venezia, Casa dei Tre Oci. 26 Agosto 2016 - 8 Gennaio 2017 / Scianna. Il ghetto di Venezia

Come poteva fotografare il Ghetto di Venezia l’autore di quel libro fondativo che è stato negli anni Sessanta Feste religiose in Sicilia? Ricorrendo alla forma teatrale. Questo libro di Ferdinando Scianna è costruito così. Va dal giorno alla notte, in un susseguirsi di scene e di spazi; anche là dove lo scatto comprende figure singole, c’è sempre il gran teatro del mondo. In questo caso va in scena il mondo ebraico sul palcoscenico del campiello veneziano, in quel luogo che è stato prigione, rifugio, casa e vita per la comunità ebraica lungo cinque secoli. Non si è preoccupato troppo della Storia Scianna, o almeno non l’ha eretta a strumento di comprensione, anche se c’è sempre – qui nella forma della stele, della memoria di pietra e metallo, una simmetrica all’altra.   Ha preferito guardare quello che accade su quell’assito di pietra che sono i campielli e le case, le facciate degli edifici come quinte ad aprire e a chiudere, a punteggiare la scenografia, sempre per ricordare allo spettatore che questo è lo spazio dove si è mosso anche il fotografo, stando un passo indietro, per non interferire con la commedia che vi si recita da tempo immemorabile: gli attori cambiano, ma...

Dagli anni ’30 a oggi / Il paesaggio italiano al cinema

Per ricostruire le trasformazioni del nostro paesaggio il cinema è uno strumento formidabile fino ad ora poco utilizzato. Ho preso in considerazione il cinema italiano dagli anni ’30 a oggi, conoscendo troppo poco il cinema muto che, secondo una vecchia classificazione, si divide tra gli eredi di Lumière, il cinema documentario, e di Méliès, il cinema fantastico, di invenzione. E in particolare mi riferisco al cinema di finzione, non al documentario, per la ragione principale che è uno specchio inconsapevole, quindi tanto più ricco di segni che entrano nell’inquadratura, della nostra società. Dal Romanticismo, quando cioè l’idea attuale di paesaggio arriva nella nostra Penisola, fino ai primi del Novecento, gli italiani hanno guardato al nostro paesaggio attraverso la storia dell’arte. Da Giotto fino alle piazze di De Chirico e alle periferie di Sironi, è stata la pittura a insegnarci a guardare le trasformazioni del nostro territorio. A un certo punto del Novecento il cinema sostituisce la pittura, anche perché questa vira verso l'astratto, seppur, come ha fatto qualcuno, accostare un taglio di Fontana a una foto aerea dell'Autosole che attraversa la pianura padana è certamente...

Jazzi. Secondo natura / Stelle

  Jazzi è un programma di valorizzazione del patrimonio ambientale dell'area di Licusati (Camerota) a ovest dell pendici del Monte Bulgheria nel Parco Nazionale del Cilento e dell Vallo di Diano, per abitare la relazione con la natura. Il concorso termina l'11 ottobre.   La serie dei testi Secondo Natura vuole evidenziare il medesimo ritorno alle esperienze sensoriali riferendosi a quegli elementi che incontriamo ogni giorno nel mondo intorno a noi: acqua, vento, onde, nuvole, sabbia, polvere, pietre, stelle, eccetera. Un viaggio sensibile e intellegibile che auspichiamo, sulla scorta degli antichi poeti e filosofi, sia davvero secondo natura.   Guardare le stelle è un’attività che sembra piacere a tutti, in particolare ai poeti e agli scrittori. Gli artisti, musicisti compresi, sono attratti dal cielo stellato. Tra i tanti possibili accompagnatori in questa visita al cielo sopra di noi – come viatico al senso morale dentro di noi, per citare l’intramontabile Immanuel Kant –, ci possiamo rivolgere al signor Palomar. Tra le molte attività visive del personaggio di Italo Calvino c’è anche l’osservazione del cielo.  Di giorno fissa la Luna, che gli appare...

Bologna, Milano, Torino, Roma, Parma, Cagliari, Andria e Livorno / I repertori dei matti (IV)

  Settembre è un mese che ci sono un sacco di festival, in Italia e io vado dove mi invitano e di solito ci vado volentieri. L’anno scorso, per esempio, a settembre ero stato al Festivaletteratura di Mantova, al festival della follia di Teramo, al festival Torino spiritualità di Torino, dove mi avevano avvisato che, qualche mese dopo, all’inizio del 2016, avrebbero fatto un festival dell’amore, a Torino, e lo hanno poi fatto davvero, dopo ero stato al festival della punteggiatura di Santa Margherita Ligure e poi al festival della lettura per ragazzi Passa la parola di Modena, e a Modena ero arrivato direttamente da Santa Margherita Ligure e siccome i treni non eran comodissimi ero arrivato un po’ in anticipo, avevo fatto un giro per la via Emilia e mi ero imbattuto in un cartellone che avvisava che a Modena, Carpi e Sassuolo (gli stessi posti dove si fa il festivalfilosofia), era in corso, quel fine settimana, un festival della gastroenterologia che era un festival che durava tre giorni e che si intitolava Gastroenterologia a chilometro 0 che a me era sembrato  un titolo bellissimo mi era venuta voglia di andarci solo che dovevo andare al festival Passa la parola ero...

All’ombra di un’antonomasia / Vladimir Nabokov, Lolita

Abbiamo affidato ai nostri autori la lettura di un classico che non conoscevano, da leggere come se fosse fresco di stampa.   C’è Megera: l’invidiosa, Circe: l’ammaliatrice, Messalina: la dissoluta, Salomè: l’incantatrice fatale, Perpetua: la consigliera assillante, Madame Bovary: la velleitaria. Non sono molte di più le figure femminili che grazie a una fama leggendaria – di solito negativa – sono diventate antonomasie, vale a dire nomi propri usati come espressioni comuni per indicare un tipo, un insieme di qualità. Forse l’antonomasia che più di tutte ci attira a sé, come una sorta di piccolo idolo misterioso, arriva alla fine della lista, ed è “Lolita”, «l’adolescente precoce, che, anche per i suoi atteggiamenti maliziosi, già suscita desiderî sessuali», come spiega uno dei più importanti dizionari italiani, usando dei termini e una sintassi che possono far capire, oltre che un lemma, la persistenza ambigua e anacronistica dell’immaginario che ha riempito di senso comune quella parola: un mondo dove il desiderio sessuale nei confronti di una adolescente è stato percepito come «suscitato», articolato come risposta quasi conseguente «anche» a una «malizia».   P....

Album. Inediti, lettere e altri scritti / Abbozzo di una società sanatoriale

Fra i vari materiali che popolano il bell’Album di Roland Barthes pubblicato in questi giorni in traduzione italiana (Album. Inediti, lettere e altri scritti), uno dei più interessanti è sicuramente questo “Abbozzo di una società sanatoriale”. Datato 25 giugno 1947, si tratta di un testo rimasto inedito sino al 2002, quando è riapparso in occasione di “R/B”, la celebre mostra al Centre Pompidou dedicata al grande semiologo francese. Barthes, malato di pesantissima tisi, aveva trascorso in sanatorio un lungo lasso di tempo, grosso modo dal ’40 al ’45, giusto gli anni della seconda guerra mondiale. Di quel periodo sappiamo poco: “vita improduttiva”, viene tacciata tale esperienza nel Barthes di Roland Barthes, e le due grosse biografie di Calvet (1990) e Samoyault (2015) non hanno più di tanto colmato la lacuna. Il testo qui pubblicato, a sua volta, elude la questione personale e biografica. O quanto meno tiene sullo sfondo l’Erlebins individuale per svolgere un discorso ad altro livello e d’altra natura.   Riconosciamo in queste righe il Barthes migliore: la sua Montagna incantata ha un tono più mitologico che romanzesco, è una critica sociale più che una narrazione d’affetti...

Festival sull'Umorismo - Livorno, 23/25 settembre / Laurel & Hardy. Accoppiamenti giudiziosi

  La coppia comica più famosa della storia del cinema “spiegata” in otto coppie di parole. Qui le prime quattro coppie.   Azione/antiazione   L'ebbrezza della velocità attraversa come una febbre la produzione comica americana degli anni Dieci e Venti. Dalle farse di Sennett alle più complesse architetture narrative di Keaton, Chaplin e Lloyd, l'azione regna sovrana, restituendo, come in uno specchio deformante, l'immagine di una società che cambia a ritmo vertiginoso. D'altra parte, negli Stati Uniti del primo dopoguerra non sembra esserci alcun limite alla conquista dello spazio: i nuovi mezzi di trasporto (automobili, treni, navi, aeroplani) hanno accorciato le distanze in modo incredibile e, grazie ai grattacieli, persino le nuvole sembrano a portata di mano. «Negli anni Venti», ha scritto Robert Parrish, «il grido di quasi tutti gli americani era “avanti a tutta velocità” verso quello che sembrava un mondo di prosperità crescente».   "Big Business", James W. Horne, 1929:     All'interno di questo panorama Laurel e Hardy occupano una posizione particolare. Il loro esordio in coppia avviene “soltanto” nel 1927, all'avvento del cinema sonoro; e...

I giorni del terremoto: perché restare

L’immagine ricorrente dell’orologio del campanile di Amatrice che sovrasta un cumulo di macerie, fermo sulle 3.40, mi riporta alla mente le stesse immagini dell’Aquila del 2009 (incredibilmente l’ora 3.32 è pressoché la stessa) ma anche la torre di Novi di Modena, icona del terremoto più recente del 2012… Quasi che questi altari del tempo suggerissero una sorta di monito di natura etica (ethos, ci insegna Massimo Venturi Ferriolo, è non a caso “il luogo con la sua tensione dell’esistenza”) tale da minare la nostra supposta “incrollabile” hybris, da segnare uno spartiacque temporale al di là del quale niente è più come prima. Né i luoghi, né il tempo.    A Conza, epicentro del sisma in Irpinia, il terremoto del 1980 ha riportato in superficie, paradossalmente, l’antico Foro romano. Interi abitati che rovinano al suolo – avevo pensato visitandola – mentre millenarie rovine ritrovano una nuova, pur inerte, esistenza. Un capriccio crudele quello del terremoto che gioca con la vita degli uomini così come con le successioni della durata e del tempo. Gioca con le stesse rovine: case sventrate al cui interno si disegnano forme imprevedibili. La linea curva di un muro...

20 settembre 1902 / Zavattini e le capre

-   Massimo ti ricordi qualcosa di Zavattini? Cosa faceva quando era in paese?    A nè che s'vdessa tant   chi eh... m'la arcord ch'l andeva in gir con la so cannetta...   - Cerreto è un mucchietto di vecchie vestite di nero con le gengive smodate e scarpe da uomo, più qualcuno che torna dal lavoro in lambretta nascosto dietro il parabrezza…Vado a fare due passi prima di cena e cammino con le nuvole tra i piedi, immaginate il battito del mio bastone sui sassi e una capra...   Una terza persona il avrebbe visti entrambi, il bambino e il personaggio famoso, nella stessa scena sul far della sera e dell'autunno, in un paesino di pietra sull'Appennino Tosco Emiliano.     Due testimonianze che sembrano mondi lontani e che pure si erano incontrati saltuariamente per oltre un trentennio. Nell'immagine malinconica, l'artista usa solo i grigi e il nero per dipingere la realtà di un paese. Dall'altra parte l'immagine altrettanto diretta di un bambino che negli anni 60 stava assaporando  le suggestioni della modernità, che al sabato sera poteva vedere nella sala parrocchiale il cinematografo, forse anche quello di Zavattini. C'era sempre della...

Quarta puntata / La poesia di Seamus Heaney

In occasione dell'uscita del Meridiano Mondadori Seamus Heaney. Poesie (1966-2013), a cura di Marco Sonzogni, pubblichiamo l'ultimo momento (qui il primo, qui il secondo e qui il terzo) della nostra antologia curata da Marco Sonzogni.    Persico da Electric Light (Luce elettrica, 2001):      Persici sul loro trespolo d’acqua appeso nel limpido fiume Bann accanto alla riva d’argilla nella screziatura d’ontano e nel flusso,    persici, che chiamavamo grunts, piccoli grumi di piena, tozzi e pronti. li vidi e li vedo nel corpo glorificato del fiume   che si può attraversare, ma loro tengono solidi il passo sotto il tetto-acqua, sopra il fondale, in dormiveglia,   tracannando la corrente, di contro a quella, tutti muscoli e scioltezza nella terra di pinna del persico, terra di palude dell’ontano, sull’aria   che è acqua, sui tappeti del fluente Bann, in sospeso nel tutto scorre e nell’andare saldo del mondo.   Traduzione di Luca Guerneri.   Perch in inglese è sia il nome del pesce (Perca fluviatilis) sia il trespolo su cui sta appollaiato un uccello. Heaney ritrae i persici nel loro caratteristico aspetto...

Astolfo e l'esperienza / Orlando furioso: il poema della coscienza

L’affermarsi del romanzo moderno come forma narrativa egemone ha radicalizzato la tendenziale identificazione tra narrazione e intreccio: le diverse declinazioni del romanzo, infatti, da quelle psicologiche a quelle indiziarie, avrebbero in comune un’idea della narrazione come movimento vettoriale di un soggetto, e di una situazione, attraverso il tempo. Le teorie narrative più recenti, al contrario, attente alle implicazioni cognitive ed esperienziali dei racconti, si interrogano sulla narrazione come trasformazione conoscitiva. Non basta il verificarsi di un avvenimento per dare senso a una storia, serve il prodursi di un evento che determini un aumento di conoscenza sul mondo. Il requisito per definire un enunciato narrativo non è tanto la sua transitività, quanto la sua densità cognitiva. Ciò che distingue una storia da un’inerte giustapposizione di fatti è la sua capacità di rappresentare una qualità dell’esperienza, di incorporare i qualia dell’esistenza, i suoi tratti fondamentali, le strutture primarie dell’emozione.    Concepita come espansione e stilizzazione di un nucleo fondamentale di senso, la narrazione sembra aderire ai processi profondi di emersione...

Oggi Peter Sloterdijk al Festival Filosofia / Il dio visibile

Manfred Osten: Attualmente sembra incombere una catastrofe riconducibile innanzitutto all’incontro tra la cupidigia e il denaro. Pare in ciò che lo spirito sia andato smarrito e ritengo sia necessario chiedersi se siano inevitabilmente da accettare le tendenze che oggigiorno si possono osservare nell’economia dei mercati finanziari o se sia meglio rivolgersi a Karl Valentin, secondo il quale, in realtà, tutti gli uomini sono buoni mentre solo la gente è cattiva. La domanda, quindi, è se vale ancora quello che dicono i vangeli, ossia che lo spirito soffia dove vuole e non dove vuole il denaro.  Signor Sloterdijk, sul settimanale Die Zeit lei ha accennato al fatto che sarebbe possibile uscire dall’attuale crisi provocata dal denaro e dalla cupidigia se riuscissimo a togliere di mezzo il folle sistema politico-finanziario che da circa vent’anni ci è stato imposto dall’ignoranza e dalle buone intenzioni dei politici. In che modo, allora, potremmo uscire da questo «folle sistema»?   Peter Sloterdijk: Se volessimo ricostruire le motivazioni per cui i politici europei dell’epoca hanno sviluppato l’euro, le ragioni per cui hanno infilato di nascosto i greci – reputando la...