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Memoria

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L’arte della rivoluzione: Russia 1917 – 1932

Un uomo di spalle con un cappotto scuro sta dipingendo una scritta bianca su uno striscione rosso disteso sul tavolo. Di fronte a lui campeggia una Venere di Milo. La stanza è grigia, una mansarda, una finestra, il filo della corrente, ben visibile, pende dal soffitto con la sua lampada. Le lettere in bianco proclamano:    ВСЯ ВЛАСТЬ СОВЕТАМ   “Tutto il potere ai Soviet”. Non c’è tavolozza, bastano un pennello e un bicchiere.    Nikolaj Terpsikhorov, First Motto, 1924, Mosca, Galleria Tretyakov, Photo © State Tretyakov Gallery. L’artista è Nikolaj Terpsikhorov, un pittore poco noto, che si ritrae mentre lavora al suo nuovo compito e, volgendoci le spalle, ci porta dentro il quadro. Primo Motto è la tela che incontriamo all’ingresso di Revolution: Russian Art 1917 – 1932, la mostra aperta alla Royal Academy di Londra (fino al 17 aprile).  Curata da Ann Dumas, John Milner e Natalia Murray, la rassegna prende le mosse da un grande evento del 1932, tenutosi al Museo Statale Russo dell’allora Leningrado che celebrava i “Quindici anni degli artisti della Repubblica Sovietica Russa” (“Khudozniki RSFS za 15 let”). Fu una retrospettiva enorme, esposizione...

Shakespeare non sapeva il greco e Omero non sapeva l’inglese / Sapere di greco e di latino

“Il signor Vladimir, aggiustandosi la cravatta, osservò Verloc nello specchio sopra il camino. – Ho l’impressione lei conosca abbastanza bene il gergo socialrivoluzionario, – disse in tono sprezzante. - «Vox et»… Ma, il latino, l’ha mai studiato? – No, – ringhiò Verloc. – Pretendeva lo sapessi? Io appartengo alla massa. E chi sa il latino? Solo poche centinaia di imbecilli, incapaci di provvedere a se stessi”. È The Secret Agent di Joseph Conrad ed ecco balenarvi d’un tratto (e con forte connotazione sociale: erano appunto gli inizi del Novecento) il tema della lingua di Cicerone, in una coppia di ruvide battute. La chiusa suona tutt’altro che consolatoria per la maggioranza di coloro che, in questi mesi, si sono impegnati nel dibattito sul valore delle lingue classiche.  Come si sa, latino e greco antico sono infatti venuti inopinatamente di moda. Tutti a parlarne, molti a scriverne sui giornali, in rete o, addirittura, a dirne in televisione. In libreria, correlativamente, alcuni libri. Geniale il greco antico, bello il latino, inutili ambedue ma ovviamente solo per antifrasi e via invece con le apologie.   Forse non in tutti i loro dettagli, tali apologie sono...

Il nome non pare avere origine dal giovinetto leggendario / Narcisi

Pure le piante, ogni tanto, scioperano. Per fortuna, nella società vegetale le sigle sindacali non si coalizzano e, se i cornioli incrociano le braccia, i pruni suppliscono con una fioritura gloriosa.         In quest’esordio di primavera i narcisi del giardino hanno deciso la serrata: pochi i crumiri che alzano i tromboncini gialli o bianchi, tutti gli altri esibiscono solo i glauchi nastri fogliari. Nella passata stagione devo aver combinato qualcosa che non hanno gradito: forse, per impazienza, ho tagliato le foglie ancora verdi per non vederle ingiallite seccare a terra. Oppure i bulbi si sono troppo interrati e non li ho divisi per tempo: ci vorranno alcuni anni prima che i bulbilli laterali fioriscano. O forse li ha infastiditi il non rigido inverno. Fatto sta che delle molte varietà di narcisi piantati a macchia nel prato solo qualche ciuffo di Narcissus tazetta e la bordura di Narcissus pumilus timbra il cartellino delle presenze primaverili.  Peccato, perché il suono chioccio dei pedicelli a gomito avvolti nella spata cartacea e degli scapi cavi dei narcisi è per me il campanello della primavera. E in vernacolo, infatti, per estensione dall’...

Progetto Jazzi / Il faggio. Si costruisce e conserva la foresta

Un nuovo contributo a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA).   Questo, per me, è il tempo del faggio: ogni mattina entro nella legnaia dove ho riposto la legna secca dopo che per un anno era rimasta accatastata al sole e al riparo dalla pioggia al muro sud della casa. Ora il faggio brucia con chiara fiamma dentro la stufa donandomi un tepore sano e buono; così che alzando la testa dal tavolo e vedendo l’inverno sulle montagne e sui boschi è ancora più piacevole riprendere la lettura o un foglio bianco per scrivere a un amico. Ho incominciato da ragazzo a “sentire” il faggio come albero felice agli dei, e non lo sapevo. Avevo forse dieci anni, quando per la prima volta seguii i famigli e mio padre nel bosco per aiutare a raccogliere i polloni e i rami dell’assegnazione d’uso civico. I forti cavalli nell’autunno portavano i pesanti carri verso le case degli uomini e davanti a ogni abitazione, nei cortili o nella strada, stavano i mucchi in bell’ordine. Con i segoni a due manici, abbandonati qui dalla Grande Guerra, si segavano i pezzi a...

A Gianni Celati e ai suoi ottant'anni / Io avevo la sensazione che noi avessimo ancora quell’età

Ci sono tre ricordi che spesso mi tornano alla mente. Il primo ha a che fare col mio incontro con lui – con lui, non personalmente, ma attraverso il suo libro Le avventure di Guizzardi. L’ho già raccontato altre volte. Questo era un libro che io avevo letto al mio primo anno d’università, a Bologna. Cioè, lo avevo letto a pezzi e bocconi durante le soste che facevo alla libreria Feltrinelli sotto le due Torri, prima di tornare a casa dopo le lezioni. Un libro che mi aveva colpito sia per il modo in cui era scritto che per le stramberie raccontate dal protagonista narratore. La prima volta lo avevo preso in mano – e lo avevo preso in mano perché attirato dalla foto del comico Harry Langdon che appariva in copertina – avevo anche controllato le note biografiche, da cui risultava che l’autore – Gianni Celati – aveva trentasei anni. Io ne avevo venti, allora. E avevo fatto il calcolo della differenza che c’era fra me e lui – sedici anni. Questa era una cosa che facevo spesso: vedere a che età gli scrittori avevano pubblicato il loro primo libro, o a che età erano morti, se erano morti giovani voleva dire che erano stati dei bravi scrittori, come Rimbaud ecc. – ma il più delle volte...

Habermas e l’Europa / Senza l’Ue usciamo dalla storia mondiale

Alla fine del V secolo a. C., ad Atene, c’era un filosofo che proponeva di salvare e recuperare la giustizia nella vita della comunità, sostituendo la democrazia con un’aristocrazia di custodi, esperti del bene comune, filosofi da convertire in tecnocrati. Il suo nome era Platone. Oggi, agli inizi del XXI secolo, a Francoforte, sede della Goethe-Universität ma anche di un’istituzione comunitaria nevralgica come la Banca centrale europea, c’è un filosofo che propone di salvare la democrazia in Europa facendole varcare i confini nazionali e di sottrarre l’Unione europea alla spirale tecnocratica, in cui è ricaduta soprattutto nel modo di affrontare la crisi economica e finanziaria dei debiti sovrani dopo il 2008. Il suo nome è Jürgen Habermas. A differenza del malcapitato Platone e delle sue disavventure col tiranno di Siracusa, il filosofo di Francoforte sembra, invece, finalmente aver avuto udienza presso la Bundeskanzlerin Merkel e il suo governo di Grosse Koalition.   La proposta recente della cancelliera tedesca di rivedere i Trattati contemplando la possibilità di un’Europa a due velocità o a geometrie variabili, con ritmi e livelli diversi di integrazione, rilanciano e...

“Totò a colori”, 1952 / Le metamorfosi di un burattino

La genesi di Totò a colori (1952), come il titolo suggerisce, è legata alla volontà dei produttori Ponti e De Laurentiis di sfruttare il nome del comico italiano numero uno per lanciare il nostrano Ferraniacolor nel lungometraggio di finzione. Detto fatto, la sceneggiatura viene messa insieme alla sans façon, collazionando alcuni dei migliori sketch dell'attore napoletano: gli esistenzialisti a Capri («Come nasci?» «Beh, nascio come nasciono gli altri»), il vagone letto («Eh, chi non lo conosce, quel trombone di suo padre!»), la marcia dei bersaglieri. La regia è inizialmente affidata a Steno e Mario Monicelli, che hanno già diretto Totò in altri quattro film, inclusi i campioni d'incassi Totò cerca casa e Guardie e ladri. Strada facendo, Monicelli abbandona il progetto e Steno rimane da solo al timone dell'impresa. Uomo colto e disincantato, si barcamena come può fra le difficoltà tecniche (lo «scatafascio di luci» descritto in un'intervista da Isa Barzizza, necessario per impressionare la nuova pellicola) e i limiti del budget. Per sua fortuna, può contare sull'estro del protagonista. Steno vi si affida ciecamente, al punto di ammettere, anni dopo: «Era come se avessi dato la...

Bill Viola, lo Spirito nella Macchina

Bill Viola, The crossing, 1996.   È il crepuscolo: il cielo ha una totalità fra l’azzurro tenebra e l’oltremare. La scena è spoglia. Al margine destro dell’inquadratura si vedono tre gradini; ai lati, la fuga prospettica è inquadrata da edifici moderni, anonimi. Solo una luce flebile che filtra da una porta sulla strada, al margine sinistro dell’immagine, suggerisce che questi edifici siano abitati. Al centro, riprese a figura intera, conversano due donne: una è di tre quarti, l’altra è di fronte a noi che le osserviamo. Sono abbigliate in modo semplice, ma con colori definiti: la più anziana, di profilo, ha un’ampia blusa ocra e, sulla spalla sinistra, uno scialle rosso; la più giovane indossa una veste azzurra. Ai piedi, entrambe calzano sandali. È estate: una lieve brezza muove i tessuti, scompiglia appena i capelli. Poi nell’inquadratura, da sinistra, entra una terza donna. È più giovane delle altre, ha scuri capelli corti, una veste arancio anch’essa molto comoda, e una borsa di tessuto a tracolla della spalla destra; anche lei è in sandali, e sorride luminosa. Anche il volto della donna anziana s’illumina, e le due si salutano abbracciandosi con trasporto.   L’...

Un artista che si fida dell’ingegnere che ha in sé / Franco Albini. Design e interni

Studiare architettura al Politecnico di Milano negli Anni Settanta ha significato avere avuto Franco Albini (1905-1977) quale nume tutelare. Certo, dopo l’arbitraria, quanto iniqua sospensione decretata il 23 novembre 1971 dal Ministro della Pubblica istruzione del Governo Andreotti I – che investì anche Ludovico Belgiojoso, Piero Bottoni, Guido Canella, Carlo De Carli, Aldo Rossi, Vittoriano Viganò e l’allora preside Paolo Portoghesi – il maestro non veniva di frequente in facoltà. Però come dimenticare la sua commossa, se pure breve – era parco di parole – orazione funebre per Piero Bottoni tenutasi nell’atrio di Via Bonardi? Quel suo omaggio al collega morto senza aver potuto riprendere l’insegnamento. Lui, invece, l’insegnamento lo avrebbe ripreso il 5 giugno 1974 (come ricorda Guido Canella, in R.A.U 123-14-125, 2007) in seguito all’annullamento di quel decreto (avvenuto l’11 maggio del 1974), anche se sempre più spesso avrebbe preferito farsi sostituire dalla sua collega di studio, la severamente elegante Franca Helg (1920-1989), detta ‘La signora dell’architettura italiana’ per la sua innata classe. A lei dobbiamo inoltre eterna riconoscenza per aver salvato Ernesto Nathan...

Perché non si racconta che a Bologna vennero intellettuali da tutta l’Europa? / L'altro 1977

Quando entro in aula, dove ho insegnato tutta la vita, e vedo i ragazzi che finalmente liberi dalla disciplina della scuola sviluppano rapidamente e con competenza una visione del futuro che abiteranno con scienza e poesia, porto con me le splendide atmosfere intellettuali della mia giovinezza. Da Gianni Celati e Umberto Eco a Giuliano Scabia o Pietro Camporesi, i nostri cattivi maestri, come si diceva allora, o almeno quelli che sono stati i miei, riempivano le aule non solo di studenti, ma di idee e discussioni. Bologna era negli anni ’70 un’università-fucina straordinaria. Giornali, seminari, collettivi, radio. Invece si riparla sempre del ’77 bolognese a partire dalla violenza. Foto di fazzoletti tirati sopra il viso, i blindati che entrano la città universitaria come a Praga nel ’68, salvo che il tono degli articoli italiani non simpatizza davvero con lo studente ucciso o con gli studenti che vennero arrestati, se mai ribadisce che erano untorelli, per usare il termine ripreso dai promessi sposi da Enrico Berlinguer in un comizio a Piazza Maggiore.   È un’epoca lontana e la memoria trasforma i fatti, per me come per altri, ma rivedere quanto facilmente si ricrea lo...

Viktor Stoichita, Effetto Sherlock / Voyeur in lotta

“Siamo diventati una razza di guardoni”, dice con buon senso da “Reader’s Digest” l’infermiera Stella a Jeff, fotografo à la page immobilizzato da settimane a casa per un brutto incidente stradale. “La gente farebbe meglio a guardare un po’ dentro casa propria”, insiste caparbia. Ma Jeff, apparentemente, non la sta a sentire. Del resto, il suo ostinato voyeurismo non funziona poi così bene, zeppo com’è di ostacoli d’ogni sorta, schermi, muri, lampade che si spengono, tende che si chiudono, perfino specchi che riflettono oltre misura. Riuscirà, come sanno i fortunati che hanno visto e rivisto La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock, a risolvere l’inaspettato caso di omicidio coniugale che si svolge dinnanzi al suo teleobiettivo perennemente puntato sulle finestre di fronte. Ma con quanti intralci! E tutti, per giunta, di natura eminentemente visiva. Se siamo, forse, un popolo di impenitenti spie pruriginose, come sostiene Stella, non abbiamo per nulla vita facile. La cosiddetta civiltà delle immagini non la passa così liscia come si dice: ogni visione ha filo da torcere.   Hitchcock, Rear window (1954).  Il fatto è che, come spiega lo storico dell’arte Viktor...

Il mondo sonnolento dello scrittore lombardo / L’invenzione. Ritorna Alberto Vigevani

Stando alla vulgata, la narrativa italiana sarebbe povera di scritture di racconti. Diversa sorte tocca a lavori brevi la cui natura non è semplice da definire: Vigevani è tra i campioni assoluti di questo pensare alla letteratura. Una produzione novecentesca in confidenza con l’espressione dell’interiorità che, in contesto nazionale, risale a certa Firenze del secondo quarto del secolo Ventesimo, e su di uno scacchiere maggiore coglie l’eco proustiana: doveroso – ma sino a che a punto? – scomodare un universo, anche solo di riferimento, della poetica vigevaniana, dai sodali di “Solaria” prima a quelli di “Letteraura” poi, all’insegna del magistero ideale di Alessandro Bonsanti.   Tra altre occupazioni raffinato libraio antiquario e editore, Alberto Vigevani romanziere è tra i massimi prosatori del Novecento italiano. Il silenzio cui l’attualità sembra condannare i testi del lombardo è vinto, di tanto in tanto, dall’uscita di lavori che impongono un’attenzione rinnovata per un’opera capace di sopravvivere alle estati della prosa d’arte e di richiamare, dunque, la critica e i lettori alla fatica di un formidabile quanto mai imbozzolato interprete della letteratura della...

Funzione Méliès / Precoci incontri con il futuro

Il dominio della fantascienza sugli schermi contemporanei include quelli che con Jameson potremmo definire ideologemi legati a un ampio arco di concettualizzazioni del mutamento tecnoscientifico della/nella società: dal mutamento come progresso, al mutamento come inquietante catabasi. Lungo la linea nobile che unisce proiezione utopica ed estrapolazione distopica come poli opposti di un continuum critico (le cui tipologie e topologie sono state mappate da studiosi esploratori della terra del fantastico come Tom Moylan), si diversifica un proliferare di narrazioni che tengono viva e sempre rinnovano la “funzione Méliès” nei nostri consumi culturali – tra l'onirico e il luciferino, tra la meditazione e il trucco.   Georges Méliès in una scena di Escamotage d'une dame chez Robert-Houdin (Star Film 70, 1896).    La fantascienza vive un'epoca ricca di possibilità tecniche, e l'industria dell'intrattenimento non cessa di sfruttare questo potenziale, come dimostra tra l'altro il convinto uso dell'etichetta di genere fantascientifico riproposto al cinema, in tv, in console, sul web (a differenza della “timidezza” che vige in Italia da parte dell'editoria maggiore). Ma...

Viviamo tra l'originale e la copia / Malinconici eppure creativi

Sono la copia   Sono la copia e muoio di malinconia sognando di essere il mio originale. Mi consolo pensando che, dal momento che ha reso possibile la mia creazione, anche l’originale vive nello scarto tra se stesso e me. Persino chi ci ha creato entrambi non ne esce più: non poteva non crearmi mentre non riusciva a non cercare di conoscere l’originale, per scoprire che per farlo finiva comunque per creare una copia, cioè me. Quella sua capacità creativa che gli permette di conoscere è la stessa fonte della sua malinconia. Quell’illusione, che non è inganno, che nasce dal gioco con l’originale al fine di conoscerlo e che lo conosce solo dando vita a una copia, cioè a me, è il senso della vita, e quel senso pare che stia nell’ineluttabile scarto tra la vita stessa e la conoscenza. Chi mi crea non può che agire così, perché è fatto per “seguire canoscenza”; una volta che mi ha creato vivrà nella tensione tra me e l’originale, scoprendo che la vita è lì, con la sua generatività e la sua malinconia. Come ne I quaderni di Malte Laurids Brigge di Rilke, l’esistenza si dà tra elementi impercettibili e infimi, ma anche terribili e meravigliosi. Mi capita ogni tanto di pensare di...

Un lungo dialogo con Stas’ Gawronski / Milo De Angelis. Strappare qualche parola al buio

La tua poesia è sempre stata una poesia difficile, di ardua comprensione. Eppure i tuoi versi non sono liberi, sembrano nascere da una necessità profonda. Quale?   La necessità è sempre la stessa: strappare qualche parola al buio e consegnarla a uno sguardo. Le  mie parole vengono da lì, da quel luogo arduo che tu dicevi, arduo e rinchiuso, da quella camera oscura in cui sono confinate e chiedono di trovare una forma, di non restare lì ammutolite in un solo cuore. Ed è vero che non sono libere: il cammino da quella stanza al mondo, il cammino dal silenzio alla voce è un cammino pieno di insidie. Non si può essere euforici, curiosi o arbitrari. La via d’uscita è una sola. Uno solo è il modo in cui la parola può compiersi. Per questo la parola deve misurare i passi e condurli in quella via, che è anche la propria salvezza e che è una via obbligata: non c’è altro modo per la parola se non quello che verrà inciso sulla pagina. E il lettore deve sentirlo: è l’unico modo.     Il tuo primo libro, Somiglianze, è un testo che ha segnato una generazione. Puoi dirci in che senso?   È sempre difficile parlare dei propri versi in rapporto a una contingenza storica. La...

“Totò al Giro d'Italia”, 1948 / La voce della maschera

Eccettuato il fatto, rilevante solo per gli appassionati, che con Totò al Giro d’Italia (1948) il nome del divo si ritrovi iscritto direttamente nel titolo per la prima volta, il film di Mario Mattoli non pare godere di una considerazione critica simpatetica, né tantomeno benevola. Le recensioni d’epoca si fanno notare per una certa condiscendenza, punteggiata da sbalzi di delusione rispetto al quasi coevo, e più apprezzato, Fifa e arena. Non intendo qui analizzare tali fonti, ma soltanto investigare, brevemente, le ragioni della fascinazione che è possibile nutrire per questo oggetto bizzarro, a tratti certo sfilacciato, ma nondimeno curiosissimo – e forse non solo per ragioni personali.    Mirabile visione d’infanzia: non penso di aver tuttora superato l’impatto del bislacco assortimento di caratteristi, ciclisti (Coppi! Bartali! Bobet! Magni!), diavoli e bellezze. E che dire poi di quel gusto per la mise en abyme, o almeno per lo spericolato uso dei narratori interni (di profilo elevatissimo, per giunta, con il Dante di Carlo Ninchi)? La conciliazione dell’atmosfera surreale con il disvelamento della tessitura narrativa mi permetteva probabilmente di avvicinare Totò...

Questa sera a Libri Come, Roma / John Berger, Il settimo uomo

Nel 1974 John Berger e Jean Mohr terminano di scrivere un libro dedicato all’emigrazione in Europa. Raccontano con parole e immagini gli undici milioni di persone che dai paesi marginali del Continente (Spagna, Portogallo, Italia, Grecia) si sono spostate per lavorare nei paesi più ricchi. Provengono anche da Turchia e Nord Africa. I due autori descrivono principalmente la migrazione maschile, lasciando sullo sfondo quella femminile, ed escludono la Gran Bretagna che per via del Commonwealth riceve lavoratori stranieri da tutto il mondo. Il settimo uomo (Contrasto, pp. 347, € 24,90) tradotto da Maria Nadotti, preziosa curatrice dei libri di Berger, è un volume inconsueto e unico, che dovrebbe stare nelle biblioteche di tutte le scuole italiane, sfogliato e letto in ogni classe, commentato ad alta voce dagli insegnanti. Sono certo che se don Milani l’avesse avuto tra le mani, l’avrebbe elevato a libro di testo della sua scuola di Barbiana. Si tratta infatti di un racconto – qualunque cosa scriva, Berger è sempre un narratore – e insieme di un libro scientifico, con dati e tabelle, di un libro di psicologia e insieme di antropologia, di un album d’immagini e insieme di un libro di...

A trent’anni dalla morte di Carlo Cassola / La ragazza di Bube: una troppo repentina resurrezione

Esiste una pagina di diario, quella del 2 aprile 1963, in cui Carlo Cassola annota: «Nel pomeriggio ho riguardato gli appunti de La ragazza di Bube» (Carlo Cassola, Racconti e romanzi, a cura di Alba Andreini, Milano, Mondadori, 2007, pp. 1796). Si può partire da lì, come ha fatto Alba Andreini che di Cassola ha curato il meridiano, per ripercorrere la genesi del romanzo uscito da Einaudi nel 1960 e scoprire l’esistenza, già nella primavera del 1958, di un abbozzo di trama; una traccia che assume pochi giorni dopo le forme dell’impegno, quando l’autore scrive a Calvino di voler provare al più presto a lavorare su quella nuova storia (ivi, pp. 1793-1808).   Il libro è ambientato negli anni confusi dell’immediato dopoguerra. Bube è un giovane reduce dalla Resistenza che gode di fama di vendicatore, tanto spietate e ardimentose furono le sue imprese; Mara è una ragazza di campagna, semplice e selvaggia. Si conoscono, si innamorano, ma Bube deve fuggire in Francia per aver ucciso il figlio di un maresciallo dei carabinieri. Lei potrebbe rifarsi una vita quando conosce un suo coetaneo operaio che le offrirebbe di certo un futuro quieto, però lo allontana. Attende Bube e, quando...

African photography; bridges the gap / Africa and the West. So close and yet so far

Italian Version   Headache by Heba Khalifa, Egyptian.    It is a risk inherent in every story, but especially in that of photography: the misappropriation of another's life, pain and suffering. The assumption of our own point of view and interpretation as an objectifying lens: here then our pain is attributed to someone else, our wonder sewn onto an anonymous face, which becomes public and is used for a particular message. It happens often in so-called developing countries (for which, as we shall see, another more realistic and less damaging title is needed), and in the great theater of humanitarian tragedies (women and children exposed in many non-governmental fundraising campaigns immediately come to mind). It happens particularly in Africa, a continent that is a source of narrative ideas brimming with pathos and not always faithful to reality. It happened in the early years of the 19th century, when photography came into being and was first used in Africa. Photographers of the colonial regime and travelers recounted "their Africa," full of exoticism and asymmetries. However, Africans who used this new technology –the Creole-Ghanaian Lutterodt family, the Sierra...

Fotografia africana: colmare le distanze / Africa e Occidente. Così vicini, così lontani

English Version   Headache by Heba Khalifa, Egyptian.    È un rischio implicito in ogni narrazione, ma specialmente in quella fotografica: l’appropriazione indebita della vita altrui, del dolore e della sofferenza. L’assunzione del proprio punto di vista e d’interpretazione come diaframma oggettivante: ecco allora la nostra pena attribuita a qualcun altro, la nostra meraviglia cucita addosso a un volto che resta anonimo, ma diventa pubblico e viene messo a servizio di questo o quel messaggio.  Succede spesso nei cosiddetti paesi in via di sviluppo (per i quali, come vedremo, ci vorrebbe un’altra denominazione, più realistica e meno pregiudizievole) e nel grande teatro delle tragedie umanitarie (pensiamo a donne e bambini esposti in molte campagne di fund raising delle organizzazioni non governative). Succede in particolare in Africa, continente che abbonda di spunti narrativi pieni di pathos e sottratti alla verifica.  Succedeva già nei primi anni del XIX secolo, quando la fotografia nasce e sbarca in Africa. Fotografi del regime coloniale e viaggiatori raccontavano “la loro Africa”, piena di esotismi e asimmetrie. Gli africani che facevano propria la...

Il 18 marzo a Libri Come / L'Italia di Adriano Olivetti

Nell’autunno del 2007 Enrico Morteo mi coinvolse nell’organizzazione di una mostra che avrebbe celebrato a Torino, nella primavera successiva, i cento anni della Olivetti. Aderii con entusiasmo. Mi ero laureato, parecchi anni prima, sulle attività culturali di Raffaele Mattioli e da allora ho pensato ad Adriano Olivetti come a un suo complementare pendant nell’Italia che rinasceva nel 1945. Avevo raccolto nel tempo qualche appunto, avevo notato come il nome Olivetti incrociasse le vicende di molti uomini illustri dell’Italia repubblicana, ma non mi era mai stata data occasione di studiarne la storia. Cosa fosse divenuta nel frattempo la Olivetti lo ignoravo. Avevo letto sui giornali che dopo Carlo De Benedetti c’erano stati una serie di passaggi di proprietà e mi ero accorto che il nome Olivetti, fino ad allora parte della nostra vita quotidiana, si era via via offuscato fino quasi a scomparire al passaggio del secolo. Scoprii che era proprietà di Telecom, che il marchio era utilizzato per produrre telefax e registratori di cassa, e che a Ivrea esisteva ormai solo un archivio creato ex post dove erano stati radunati materiali e carte che provenivano dai vari uffici...

Cosa vediamo nella Madonna con il Bambino, san Giovannino e santa Barbara? / I colori di Daniele da Volterra

Mi trovo davanti a due immagini sacre dipinte da Daniele da Volterra: Elia nel deserto e la Madonna con il Bambino, san Giovannino e santa Barbara, ma non vedo alcun devoto raccogliersi in preghiera in questa sala della Galleria Corsini a Roma dove sono esposte (fino al 7 maggio 2017). Vedo estimatori d’arte che si soffermano inclinando leggermente la testa, addetti ai lavori che prendono appunti e centometristi del turismo culturale che sostano davanti alle opere appena il tempo necessario per scattare un selfie. Il nostro sguardo non è più quello di Daniele o di un devoto del Cinquecento al quale le opere erano destinate. Cosa vediamo noi, oggi, nella monumentale composizione delle figure e negli spericolati accostamenti cromatici che Daniele trae dalla lezione di Michelangelo? Cosa vediamo nella Madonna con Bambino, san Giovannino e santa Barbara?   In quest’opera Daniele da Volterra utilizza un contrasto cromatico per esaltare il rosso-arancio che fiammeggia sulla veste della Madonna e renderlo ancora più vivo di quanto già non sia. Lo fa opponendo al rosso-arancio della veste il blu-verde del manto che le ricopre le ginocchia. Si tratta di un contrasto di caldo e freddo...

Uno spettacolo tra memoria e presente / “Chiedi chi era Francesco”

I bolognesi Teatri di Vita ricordano il 1977 con Chiedi chi era Francesco, uno spettacolo scritto da Grazia Verasani e diretto da Andrea Adriatico con Olga Durano, Francesca Mazza, Gianluca Enria, Leonardo Bianconi e con Anas Arqawi, Francesco Bonati, Nunzio Calogero, Giovanni Magaglio, Lorenzo Pacilli, Davis Tagliaferro (in scena dall’11 al 16 marzo). In una radio, oggi, al microfono di una speaker sessantenne si alternano ricordi di chi quei fatti li ha vissuti e domande di chi è nato dopo, mentre un incendio divora un Cie, un centro di identificazione e espulsione per migranti. Abbiamo chiesto all’autrice, che nel ‘77 aveva tredici anni, e al regista, allora undicenne, di raccontare la genesi e le motivazioni di questo lavoro, inserito in una stagione intitolata “C’era una rivolta”.   Gianluca Enria.    La rivoluzione è solo un sentimento?  di Grazia Verasani   Due adolescenti corrono per le strade del centro di Bologna, tenendosi per mano. Sono appena uscite da scuola e si sono ritrovate sotto un cielo plumbeo che non preannuncia nessuna primavera, ma forse è perché l’aria è intasata dal fumo dei lacrimogeni che pizzica gli occhi ed è come se le...

Cent'anni sono passati dall'ottobre 1917 / D. Moor. Aiuta

Cent'anni sono passati dall'ottobre 1917, anniversario dei fatidici giorni che "sconvolsero il mondo" e non soltanto la Russia: la Rivoluzione Socialista d'ottobre. Il suo effetto, tra splendori e miserie, si è protratto per una settantina d'anni nel corso dei quali molteplici testi culturali, a fianco di eventi politici e rivolgimenti sociali, sono stati prodotti. Esamineremo ogni mese un'immagine particolarmente significativa per quel percorso commentandola, analizzandola, sistemandola nel tempo e nel discorso da cui era emersa. Questo sarà il nostro omaggio ai cent'anni di una delle utopie più grandi della terra e, inevitabilmente, al suo crollo.   Si chiamava Dmitrij Stachievič Orlov ma aveva scelto per i suoi disegni lo pseudonimo D. Moor. Nel 1921, sensibile come altri dediti alla causa alla devastante carestia che imperversava nelle regioni del Volga, decise di creare un’immagine potente che superasse i pregiudizi e scuotesse menti e coscienze anche di chi disponesse di scarsi strumenti culturali e più facilmente cadesse nelle trappole contro-rivoluzionarie. Anni di conflitto mondiale alle spalle, guerra civile successiva alla rivoluzione, privazioni dovute al...