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Memoria

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Le Opere complete di Primo Levi / La galassia Primo Levi

Nell’ultimo mezzo secolo pochi scrittori hanno cambiato fisionomia critica in maniera così radicale come Primo Levi. Considerato a lungo come un testimone, prima e più che come uno scrittore optimo iure, Levi ha preso quota dapprima lentamente, gradualmente, quindi in maniera sempre più palese e perentoria, accreditandosi come uno dei pochi veri classici della letteratura italiana, e poi non solo italiana, del Novecento. Gli studi si sono moltiplicati, e così le iniziative editoriali e culturali; la bibliografia critica ha assunto dimensioni imponenti. Oggi ai nostri occhi Primo Levi appare non solo come uno scrittore di prima grandezza, ma come un’intera galassia, che non ci si stanca di percorrere e di esplorare. Il centro gravitazionale è costituito da un gruppo di libri – non più da un testo singolo, e nemmeno da una coppia di testi – che debbono essere considerati i suoi più necessari per la nostra identità culturale. A distanza non grande orbitano i rimanenti titoli pubblicati in vita, per un totale oscillante (per la ragione che si dirà) fra dodici e tredici: quasi un emblema numerologico di una canonica compiutezza che convive con un’avventurosa, inesauribile apertura. A...

Arménie Ville / Claudio Gobbi. Chiese armene

“La ripetizione non è la generalità. […] La generalità presenta due grandi ordini, l’ordine qualitativo delle somiglianze e l’ordine quantitativo delle equivalenze. […] la generalità esprime un punto di vista secondo cui un termine può essere scambiato con un altro, un termine sostituito con un altro. […] Al contrario, […] la ripetizione come condotta e come punto di vista concerne una singolarità impermutabile, insostituibile. […] Ripetere è comportarsi, ma in rapporto a qualcosa di unico o di singolare, che non ha simile o equivalente. […] La festa non ha altro paradosso apparente: ripetere un ‘irricominciabile’. Non aggiungere una seconda e una terza volta alla prima, ma portare la prima volta all’ennesima potenza. […] Sono dunque in opposizione la generalità, come generalità del particolare, e la ripetizione come universale del singolare” (G. Deleuze, Differenza e ripetizione, Raffello Cortina Editore, Milano, 1997, pp. 7-81).   Se penso al lavoro che Claudio Gobbi ha portato avanti con costanza per anni prima di giungere a pubblicare nel 2016 il libro Arménie Ville per Hatje Cantz, mi è facile tornare all’incipit deleuziano che ho appena riassunto. Alla sua luce, la...

Dove passato e futuro si incontrano / Le belle contrade di Piero Camporesi

Ci sono esistenze – forse più fortunate di altre – che, a un certo punto, si accorgono che una sola vita non basta. Una sola vita non è sufficiente per esplorare adeguatamente il mondo circostante e neppure per abitare in se stessi o nelle immediate vicinanze con adeguata profondità. È quasi sempre un evento imprevisto, distonico rispetto al motivo conduttore che sino a quel momento ha caratterizzato l’orizzonte quotidiano, a far affiorare la consapevolezza e, dunque, il disagio del ritrovarsi imprigionati dentro un copione non solo culturalmente e professionalmente limitato ma, spesso, esistenzialmente riduttivo. All’improvviso sembra di poterne toccare i confini e quindi i limiti, reali o immaginari. Nelle vicende intellettuali del secondo Novecento italiano non sono tantissime le figure rilevanti che, in un tratto del loro tragitto, sperimentando questa frattura, divergono in modo netto dal percorso sino ad allora seguito e abbracciano una nuova e imprevista meta.    Sono di solito personaggi che, girando le spalle a consolidati itinerari, a scontate appartenenze ideologiche, culturali, accademiche, sentono il bisogno di addentrarsi in territori...

300.000 "mi piace" all'Accademia della Crusca / Di pala in brand. Crusca alla Crusca

“Cruscaio”, “cruscante”, “cruscata”, “cruscheggiante” e “cruscheggiare”, “cruscherìa” e “cruschesco”, “cruschevole” e “cruschevolmente”... Un'intera famiglia di parole. Ma chi le usa più? Nessuno. E chi saprebbe come usarle? Forse poche e pochi. Eppure sono parole italianissime e inimitabili. Parole a denominazione di origine controllata e garantita.  Un buon dizionario, in proposito, può aiutare chi vuole saperne di più. Per esempio, il “Grande Dizionario della Lingua Italiana” di Salvatore Battaglia. Si vedrà come parole siffatte si trovino sotto le penne di Foscolo e Leopardi, di Baretti e Berchet, di Ojetti e D'Annunzio, di Settembrini e Tommaseo. Erano tempi forse più vivaci dei presenti? Tempi di "pane al pane, vino al vino e Crusca alla Crusca”? Forse.  Il merito dell'esistenza di queste parole, in italiano, va infatti alla celebre Accademia della Crusca. Ma è un merito involontario. In anni lontani, l'Accademia della Crusca fecondò la lingua in proposito. E la lingua partorì simili espressioni. Non lo fece di certo per esprimere lodi. In passato, poteva succedere che la Crusca e le attitudini linguistiche da essa incoraggiate fossero biasimate. E, come si vede,...

Da Dublino non me ne sono mai andato / Tradurre Joyce

Il narratore di L’enigma dell’arrivo di V.S. Naipaul immagina la sensazione di spaesamento dalla quale potrebbe essere colto uno dei suoi personaggi – un personaggio che ha tratti vaghi nella sua mente perché il narratore sta ancora cercando di dargli vita – non appena mettesse piede in un luogo sconosciuto. Il porto nel quale il personaggio arriva è un luogo di desolazione e di mistero, la stessa desolazione e lo stesso mistero che ritroviamo nel quadro di De Chirico che ha ispirato il romanzo di Naipaul. Sia il narratore sia il personaggio sono consapevoli soltanto del vuoto e del silenzio tutt’intorno. Un silenzio denso come la foschia di un giorno di pioggia, che impedisce di vedere con chiarezza dentro di sé.  Chi traduce vive qualcosa di molto simile a ciò che prova il narratore di Naipaul: in permanente viaggio tra due lingue e due culture, è preda dello spaesamento di chi teme di restare per sempre immobile sulla soglia, nella prigione di quello spazio liminale in cui non si è più in una lingua ma non si è ancora in un’altra. Per continuare il suo lavoro deve accettare di perdersi e di perdere, perché i campi semantici di due lingue non si sovrappongono, le sintassi...

I suoi 16 mm / Marinella Pirelli. Estranea a se stessa

Marinella Pirelli (Verona 1925 - Varese 2009) è uno dei pochi artisti italiani ad avere lavorato nel cinema sperimentale. Ha operato per più di cinquant’anni, trenta dei quali isolata dal carosello sociale che fa girare il mondo dell’arte, lasciando opere importanti sia di arte cinetica sia opere, meno note, in 16 mm. Il lavoro cinematografico dell’artista dialoga con quello di altri due registi italiani, Piero Bargellini e Paolo Gioli, mettendo in discussione costantemente i paradigmi necessari per generare un'immagine e il suo rapporto con il dispositivo cinematografico.  Marinella Pirelli registra i suoi film in 16 mm negli stessi anni in cui nasce la videoarte e in cui incomincia una ricerca ancora ininterrotta attorno alla relazione tra corpo e tecnologia. Il suo cinema non è tanto e solo uno strumento per raccontare, quanto uno strumento che può creare immagini. Mentre l’ossessione per la pura luce si declina nello studio del rapporto tra natura e cosmologia, il disinteresse verso forme di intrattenimento la portano a dedicare attenzione a una prospettiva intima o di analisi del comportamento.   Marinella Pirelli e Eugenio Montale, 1960.   Per Marinella la...

Milano Filmmaker 2016 / L'Affaire Étaix

Pierre Étaix è morto a Parigi lo scorso 14 ottobre, poco più di un mese prima del suo ottantottesimo compleanno (era nato a Roanne il 23 novembre 1928). È uscito di scena con discrezione, senza troppi clamori, com'era nel suo stile. Pochi giorni fa, la 36ma edizione del Festival Filmmaker di Milano gli ha reso un fulmineo (ma sentito) omaggio. Grazie alla caparbietà del curatore Giulio Sangiorgio, autentico rabdomante del cinema del passato, abbiamo potuto vedere su grande schermo Pays de Cocagne, l'ultimo lavoro cinematografico di Étaix, uscito nel 1971 e – a quanto pare – mai distribuito in Italia. È singolare che un festival dedicato prevalentemente al cinema di non-fiction abbia inserito in programma un tributo a un comico – per quanto alle prese, per la prima e unica volta nella sua carriera, con il documentario. Tuttavia, con Étaix le singolarità sono parecchie, come vedremo.   Non eravamo in molti, in sala, ma d'altra parte Étaix è sempre stato un artista per “felici pochi”. Anzi, era il primo a scherzarci su. «Chi è Pierre Étaix?» è la domanda che risuona nelle ultime sequenze di Pays de Cocagne. Fioccano i pareri: «Molto leggero, umano, tenero», «Ironico, sottile,...

Fifo, Manolo, Quien tú sabes / Il nostro comandante, il mio Fidel

Alla fine è successo all’Avana in una tiepida serata autunnale (cielo parzialmente nuvoloso, temperatura massima 27° C - minima 15° C), dopo la visita di Papa Francesco e di Obama, e prima di Capodanno, che è quando a Cuba la famiglia si riunisce attorno al lechón asado, al maialino arrosto. Di venerdì, che è il giorno più adeguato per morire, e spero senza dolore, russando come un bambino, come capita agli anziani più fortunati. Quante volte mi sarò chiesta, in questi ultimi anni: “come reagirò quando Lui se ne andrà?”, “come lo saprò?”, “dove sarò?”. Fra tutte le possibili sceneggiature – compresa quella in cui vengo sorpresa dalla notizia mentre sono a lezione e allora chiedo agli studenti un minuto di silenzio, lo ricordo tra i singhiozzi, abbraccio il primo che mi capita a tiro mostrando chiari segni di squilibrio mentale – avevo proprio escluso la possibilità di venirlo a sapere nel silenzio del mattino, attraverso la laconica mail di un amico: “Fidel è morto, riposi in pace”. Nonostante le parole di Alemanitos – pedagogista poliglotta che di solito mi regala calembours – non suonassero scherzose, sono andata subito a verificare in rete, perché a furia di fantasie...

Un verso, la poesia su doppiozero / Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi

In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. E un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.     Leopardi, A Silvia: il verbo da cui questo verso dipende, da cui pende come una collana, sta nel verso precedente: splendea. “Quando beltà splendea /negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi”. Ridenti e fuggitivi: due modi dell’apparire, contrastanti, accostati per la prima volta nella poesia italiana. Il riso degli occhi: nella galleria della figurazioni femminili, il lampeggiamento del riso negli occhi appartiene anzitutto alla Beatrice di Dante. Il "viso ridente", il "dolce riso" , gli "occhi rilucenti", "li occhi suoi ridenti". Un riflesso che unisce quella luce degli occhi ai cieli, il riso degli occhi al "riso dell'universo". Fisiologia dell'amore e teologia dell'amore si congiungono in...

Progetto Jazzi / Che cos’è il paesaggio fragile?

  Paesaggio perduto, paesaggio fragile. I villaggi travolti dalle cascate d’acqua delle dighe o dai fiumi di parole di tanti romanzi che li raccontano (il più celebre, La pioggia gialla dello spagnolo Julio Llamazares) disegnano emblematicamente le figure limite del paesaggio fragile, quando non perduto appunto, come orizzonte estremo di un’esperienza contemporanea dello spazio colto nel suo spingersi sempre faustianamente oltre: in un al di là, apparentemente senza fine. Lasciando indietro, nella fuga, i paesaggi del tempo, con le loro forme esplose sotto la pressione di acque di dighe incontinenti, o più prosaicamente, spopolati, sfatti, invasi dai labirinti vegetali dei tanti borghi che si van perdendo. Quasi a ricalcare i giochi fantasmagorici del Marcovaldo di Italo Calvino.   [...] il caseggiato davanti al quale passava tutti i giorni gli si rivelava essere in realtà una pietraia di grigia arenaria porosa: la staccionata d’un cantiere era d’assi di pino ancora fresco con nodi che parevano gemme; sull’insegna del grande negozio di tessuti riposava una schiera di farfalline, di tarme addormentate. Si sarebbe detto che appena disertata dagli uomini, la città fosse...

Tom Ford, “Animali Notturni” / La solitudine e la vendetta

Fin dalla sequenza d'apertura, Susan Morrow esibisce la sua triste e rassegnata solitudine. È una donna di successo, bella e colta, lavora come curatrice museale di arte contemporanea, e all’ennesima inaugurazione la trovi lì in disparte, a fissare il vuoto, o forse a specchiarsi. La sua vita assomiglia all’arredamento dell’ufficio e dell’abitazione, visivamente imponente, stilisticamente perfetto, delineato da una bellezza inarrivabile, fredda, glaciale. Il suo matrimonio sta lentamente naufragando, la distanza tra lei e il marito aumenta di giorno in giorno, ma lei sembra accettarlo passivamente. Lo scarto tra i sogni di gioventù e la realtà attuale non le presenta il conto salato che più o meno tutte le persone di mezza età affrontano. A svegliarla da questo torpore emotivo arriva un fantasma dal suo passato remoto, che si concretizza in un manoscritto che il suo primo marito Edward Sheffield le fa recapitare a casa. Edward è uno scrittore e sta per pubblicare la sua nuova opera, dal titolo “Animali Notturni”. Edward e Susan non si sono più sentiti dai tempi del divorzio, la donna incuriosita inizia a leggere il romanzo, che le riserva molte, e non piacevoli, sorprese....

Esce oggi "Roland Barthes: parole chiave" / Roland Barthes. Oggetti

Un impermeabile perché forse pioverà, un frac turchino con gilet giallo, il battello olandese, le bambole di porcellana, la nave Argo, gli stracci di Madre Coraggio, la Citroen DS (che va letto Déesse, cioè Dea), il detersivo Omo, le plastiche Moplèn, il vino rosso di Borgogna, i soldatini di latta e le trottole in legno, la Guida Blu, la pasta Panzani, la posateria nei vagoni-ristorante dei treni, una petite gance (qui fait l’elegance), un cardigan, una blouse, una casacchina, uno scialle, il couscous marocchino col burro rancido, un godemiché, le cucine componibili e il tinello piccolo-borghese, i bastoncini giapponesi per il riso, un rastrello per pettinare la sabbia nei giardini Zen, il pachinko, il pane e le brioches, gli occhiali scuri, la cartoleria di Gilbert Jeune...    Ecco una lista, parziale e disordinata, degli oggetti che circolano nell’opera di Roland Barthes. Oggetti quotidiani, ma anche fantastici, letterari, soprattutto mitologici. In ogni caso fortemente significativi. Comunque significanti. A che cosa possiamo attribuire questo interesse, questa ossessione quasi, di Barthes per gli oggetti significanti, di qualunque specie e natura essi possano...

24 novembre 1991, 25 anni dalla scomparsa / Freddie Mercury: for ever young

Morire da rock star è qualcosa che accade nel fiore degli anni, lontano dall'idea del declino fisico e ancor prima dalla sua concretezza.  Freddie Mercury aveva solo 45 anni ma quella concretezza l'ha attraversata fino in fondo. Gli effetti dell'Aids, così come si manifestava nel 1991, sembrano lontani ai nostri occhi, ma gli ultimi suoi video sono implacabili nel far intuire la dissoluzione del corpo. Morire da rock star come la versione contemporanea dei poeti maledetti, pur con un contrappasso lancinante: cos'altro se non l'ingombro impossibile del for ever young...? Perché nella cultura giovanile raccontata attraverso la musica beat, pop, rock fino ai nostri giorni, insieme alla protesta sociale, all'"esser contro", il "for ever young" – finché dura, finché ce n'è... – sono l'essenza stessa della musica giovane dagli anni 60 in poi.   Gli anni 60 nella storia contemporanea, non è un caso... quegli anni sono una vera cesura con il passato, curva secca nella nostra recente storia, l'alfa e l'omega di un modo nuovo di stare sulla terra, almeno in Europa, e già un decennio prima negli Stati Uniti. A partire da quegli anni insieme alla "nascita" dei consumatori e dei...

24 novembre 2016. Roma | MAXXI / Intervista a Letizia Battaglia. Fotografia e vita

Da tempo avevo deciso che volevo conoscere Letizia Battaglia, ma non trovavo il coraggio di scriverle. Mi è sempre sembrato uno di quegli appuntamenti che si rimandano per mantenere viva la speranza che non finisca tutto nel preciso istante dell’incontro. Tuttavia qualcosa mi diceva che non potevo farle un’intervista senza prima aver visto la sua città. Così sono stata a Palermo alcuni giorni, insieme a mia sorella. Ho cercato di carpire i segreti del luogo, di entrare in sintonia con ciò che mi circondava: i rumori delle strade, gli odori, i mercati, le periferie, i luoghi dei morti fotografati da Letizia. È strana Palermo. Ti avvolge in una morsa di contraddizioni, è insieme culla e tomba, mare e asfalto, bellezza e morte. La città lascia qualcosa di nuovo nel mio sguardo, un velo umido che resta incollato alla pelle come le voci che mi sfiorano per strada e che assorbo con il timore di perdere qualcosa, di non capire tutto quello che mi passa accanto. Non c’è modo di abbandonarla. E così decido: strappo i fogli con l’intervista che avevo scritto prima di partire, leggendo i libri e guardando le fotografie sui cataloghi. Non hanno più senso. Riscrivo tutte le domande di notte,...

21 novembre 2016, Giornata mondiale della filosofia / Riposare o essere liberi?

Le origini della cultura occidentale affondano nella nascita della filosofia, ma, come ha scritto Giorgio Colli, le origini della filosofia restano misteriose. Ora, per gettarvi una luce, si può certamente continuare a esplorare la cesura storica che separa il logos dal mito; il pensiero razionale, astratto, discorsivo, che connota la pratica filosofica, dalla sapienza mistica, divinatoria e misterica, a sfondo religioso, nella Grecia che va dall’VIII al V secolo avanti Cristo. Come fa, d’altronde, lo stesso Colli che individua l’anello di congiunzione tra i due momenti nella soluzione dell’enigma della conoscenza, che avviene prima attraverso la mediazione degli oracoli divini, poi attraverso l’agonismo solo umano e secolarizzato dell’arte della discussione (G. Colli, La nascita della filosofia). In alternativa, atteso che la filosofia non nasce filosofica, per risalire al senso e al momento che precedono la sua evoluzione in una disciplina, prima ancora che divenga “accademica” già con Platone, Aristotele e poi con le scuole ellenistiche, si potrebbe percorrere la strada che la congiunge, ad Atene, in una specie di parto gemellare, con la democrazia, e tentare uno scavo...

Un primo consuntivo / Jazzi, il concorso, i vincitori e poi

  Ci sono linee dell’orizzonte che potremmo riconoscere senza difficoltà, scorci che ci sono sempre appartenuti, che sono dotati di una caratteristica fondamentale dell’abitare: la familiarità. Familiare è quello spazio – pubblico o privato – che attraversiamo senza che sia più necessario prestarvi attenzione. Questo è ciò che rende qualunque dimensione spaziale (antropica o naturale) casa.  Eppure, non è detto che quegli spazi che instaurano direttamente con noi rapporti ‘confidenziali’ non riservino possibili scoperte, sorprese, nuovi sentieri da percorrere, o sguardi che si alzano dal livello conosciuto verso cieli, rami, fronde, stelle. La natura è casa. La natura è casa, tuttavia, nella misura in cui è riconoscibile la “presenza”. Ernesto de Martino definisce la presenza come la capacità di conservare nella coscienza le memorie e le esperienze necessarie per reagire adeguatamente alle situazioni storiche, attraverso una partecipazione attiva che connette il passato, i vissuti, la memoria e l’azione. La crisi della presenza determina lo spaesamento, che può essere attenuato attraverso la ripresa e il riconoscimento dei percorsi del passato nell’esperienza presente...

Un ossimoro in Lambretta / Il Manganelli in fuga di Patrizia Carrano

Manganelli è stato uno tra i più prolifici autori di pubblicazioni postume, e non ci dovrebbero essere sorprese a tal proposito, viste le sue aderenze con le ombre e gli averni, ma certo la sua mancanza a sedici anni dalla morte si fa sentire. Dunque si accoglie subito bene il “librino leggero (centotrenta grammi appena)”, Un ossimoro in Lambretta, che Patrizia Carrano ha scritto per la nuova ItaloSvevo (numero 3) con il pudore della distanza temporale. Si tratta infatti di un racconto di chi ha frequentato assiduamente il Manga nei suoi ultimi quindici anni di vita, senza essersi fatta subito avanti come amica dell'illustre estinto, tra la folla che “sgomita in prima fila” ai funerali. Ciò è giustamente rivendicato, come la possibilità di qualche racconto “minimale, episodico, ininfluente, ma anche insospettabile e rivelatore”. Potrebbe essere quello di un Manganelli portato in Cinquecento al mare, o accompagnato al cinema a vedere certi stranianti cult adolescenziali anni Ottanta (Piramide di paura, Ritorno al futuro).   Il rapporto tra i due appare assolutamente casuale, improbabile e gratuito, ma anche di affettuoso ascolto (“lei non vuole sapere nulla che lui non voglia...

Un'intervista inedita / Scalia. Cultura come conversazione ininterrotta

Amava definirsi, con uno dei suoi mille jeu de mots, un “logofilo” piuttosto che un filologo o un filosofo, perché pensare e dire erano per lui, e da sempre, una cosa sola. Gianni Scalia, mancato a Bologna lo scorso 6 novembre all’età di 88 anni, era un ingegno socratico, generoso fino alla prodigalità, l’ideale compagno di via di coloro che aveva eletto, e una volta per tutte, suoi fraterni interlocutori. Precoce studioso della tradizione illuminista, di De Sanctis e Gramsci, socialista di sinistra il cui marxismo era venato di mille inquietudini, nella rivista “Officina”, già a metà degli anni ’50, aveva avviato il sodalizio con il poeta Roberto Roversi e con Pier Paolo Pasolini cui avrebbe dedicato prima un libro di straordinaria compattezza, La manìa della verità (1978), e poi una costante amorevole attenzione. I due decenni dell’antagonismo, fra i ’60 e i 70, sono quelli in cui si precisa lo stile (denso, irto, mai placato) di Scalia e l' originalità di uno sguardo, che per il tramite della letteratura, interroga lo stato di cose presenti o i destini generali, come li chiamava Franco Fortini, suo sodale/antagonista elettivo: innumerevoli le sue collaborazioni a quotidiani e...

Storia di un colore / Rosso. Non gli crediamo più?

«Se si tiene un drappo rosso davanti al toro, questi diventa furioso; il filosofo, invece, va su tutte le furie solo che gli si parli del colore in generale»: con questa citazione di Goethe – stampata in nero su una pagina rossa, in barba alle regole dell'araldica – inizia l'avvincente storia del rosso di Michel Pastoureau (Ponte alle Grazie). I filosofi, è vero, sono spesso convinti che il colore non faccia parte della filosofia, anche se potremmo citare molti autori che si sono affannati attorno agli enigmi del colore, a partire da Teofrasto per giungere fino a Wittgenstein e oltre. Ma in genere anche agli storici i colori non piacciono, forse perché la ricerca in questo ambito è irta di difficoltà: numerosi sono i problemi documentali, la difficoltà di accedere ai colori dell'originale, l'abitudine alle riproduzioni in bianco e nero, l'aggrovigliarsi di questioni materiali, tecniche, iconografiche, linguistiche, ideologiche e simboliche, l'impossibilità di applicare al passato le categorie del presente. Pastoureau ne accenna nell'introduzione, ma con questo siamo già dentro la storia del rosso, che va a ad aggiungersi alla storia del blu (2000), del nero (2008), del verde (...

Bellocchio. Fai bei sogni / Sbatti il “Buongiorno” in prima pagina

In Episodio II – L'attacco dei cloni (2002), secondo capitolo della trilogia-prequel di Guerre Stellari, George Lucas ci mostra come il giovane jedi Anakin Skywalker sia diventato l'arcicattivo Darth Vader. La spiegazione sa di freudismo d'accatto: da quando gli è morta la mamma, il promettente cavaliere ha cominciato a diventare un adolescente problematico in guerra col mondo, e da lì non si è mai più rimesso.   Non c'è bisogno di mobilitare i fasti della Hollywood classica per ricordare che dallo pseudo-Freud di paccottiglia possono nascere fior di meraviglie cinematografiche. La carriera di Bellocchio è lì per dimostrarlo, come del resto quella del suo “vicino di casa” Bernardo Bertolucci.  Non sarà un sottovalutatissimo capolavoro assoluto come Sangue del mio sangue – probabilmente il film più bello e importante mai realizzato sull'Italia post-1989 (o, a seconda dei gusti, post-1992) – eppure Fai bei sogni (2016) conferma l'abilità di Bellocchio di partire da premesse francamente sconfortanti per trasfigurarle in qualcosa di molto, molto prezioso, a cui vale la pena avvicinarsi con attenzione.   Marco Bellocchio.    A tutt'oggi, due sono i cardini...

La nuova edizione delle Opere complete di Primo Levi è in libreria / Primo Levi un autore per il XXI secolo

La nuova edizione delle Opere complete di Primo Levi è in libreria. Sono due volumi per un totale di oltre 3000 pagine. Sovraccoperta bianca, molto einaudiana, formato grande, rilegatura cartonata; costano 160 euro e vengono venduti insieme. Un’impresa editoriale che Einaudi ha dedicato al suo autore oggi più conosciuto, non solo in Italia, ma nel mondo. I due volumi contengono varie novità, oltre a un apparato di Note ai testi curato da Marco Belpoliti, studioso di Levi, che ha curato anche l’edizione precedente delle Opere, uscita nel 1997. Gli abbiamo posto una serie di domande su questo lavoro.   Intervista a cura del Centro Internazionale di Studi Primo Levi.     Esce a novembre 2016 un nuova edizione delle opere di Primo Levi, Opere complete (Einaudi). Stesso editore, stesso curatore, titolo quasi uguale a Opere, uscito nel 1997. Ci sono voluti poco meno di vent’anni per un aggettivo in più. Cosa implica l’aggiunta?   Nel decennio seguito alla morte dello scrittore sono usciti tre volumi, curati da me: uno d’interviste, Conversazioni e interviste; la raccolta dei racconti dispersi, L’ultimo Natale di guerra, e una scelta delle pagine sparse presenti...

Riflessioni nel sessantennio della morte dello scrittore / Corrado Alvaro

L’11 giugno del 1956 moriva a Roma Corrado Alvaro. Era nato a San Luca il 15 aprile 1895. Per Alvaro molto più che per altri autori della prima metà del Novecento, la formula «letteratura e vita» non suona né rituale né inautentica. La scrittura è stata strumento e pratica per una gamma di ruoli e ambiti vastissima: saggista, giornalista, autore di racconti, romanzi, poesie e sceneggiature, memorialista, raffinato traduttore, viaggiatore curioso, responsabile di pagine culturali e con importanti impegni nel mondo editoriale, nel cinema, nella radio, nella critica cinematografica a quella letteraria. In più di trentacinque, Alvaro ha raccontato la vita politica e sociale italiana ed europea; il mondo diviso in blocchi, l’uscita dalla guerra, il passaggio dalla tradizione alla modernità, dalla civiltà agro-pastorale a quella delle macchine. In questo ampio esercizio di scrittura, il paese ha costituito un riferimento costante. Con le sue «memorie del mondo sommerso», Alvaro scrive, così, una peculiare biografia di un paese e del Sud, della «nazione» e dell’Europa.    «Il fatto dell’autobiografia nei libri è da indagare con molta cautela. Quanto a me, mi seccherebbe molto...

Nato il 15 novembre 1920 / Così ci accorgemmo di Gesualdo Bufalino

Se oggi leggiamo Gesualdo Bufalino lo dobbiamo forse a una scommessa giocata al numero 50 dell’allora via Siracusa di Palermo: una sera lo scrittore di Comiso ricevette la telefonata di Elvira Sellerio, che gli riferiva come in casa editrice qualcuno stesse puntando, non sappiamo cosa, sul fatto che Bufalino avesse certamente un romanzo nel cassetto. «Se me lo avesse semplicemente chiesto – dichiarò l’autore poco dopo l’uscita di Diceria dell’untore – avrei risposto di no. Ma c’era la scommessa, ammisi l’esistenza di qualcosa...». Forse fu solo un trucco ben riuscito. Sia come sia, ce la immaginiamo, Elvira Sellerio, seduta al tavolo con in mano la cornetta, mentre una luce le attraversa gli occhi nel momento in cui lo scrittore confessava. E chissà se quella luce sia stata intravista da Leonardo Sciascia, in piedi accanto al telefono, chino in avanti, con le mani sulle ginocchia per cercare di intuire cosa stesse accadendo dall’altra parte della cornetta. Si suole attribuire a Sciascia e alla Sellerio il merito di aver scoperto Bufalino, in seguito alla lettura di una sua lunga e molto apprezzata prefazione al volume fotografico Comiso ieri. Ma a dare ascolto alle parole del “...

Il 13 novembre 2016 ha concluso la sua Via / Caccia Dominioni ovvero il mestiere dell’architetto

Il 7 dicembre 1913, una domenica, nello Stadio Nazionale di Roma, la Lazio batte 4 a 0 l’Audace nel derby della capitale. Giovanni Giolitti ha da poco vinto le prime elezioni a suffragio universale maschile e formato il nuovo governo. In Italia regna Vittorio Emanuele III, sul soglio pontificio c’è Papa Pio X, mentre nell’Impero Austro-Ungarico Francesco Giuseppe è da poco entrato nel suo sessantaseiesimo anno di regno.    Quella domenica 7 dicembre, a Milano, nasce Luigi Caccia Dominioni, sotto un inequivocabile “segno” ambrosiano: figlio di Ambrogio, il giorno di Sant’Ambrogio, in piazza Sant’Ambrogio. Ha quasi cinque anni quando termina la Prima Guerra Mondiale. Nel 1931 si iscrive al Politecnico di Milano frequentando i corsi di architettura quando ancora le facoltà di Ingegneria e di Architettura non sono ufficialmente divise. Nel 1936 si laurea e apre il proprio studio a Milano con Livio e Pier Giacomo Castiglioni. Tra il 1939 e il 1943 è impegnato nelle vesti di militare nel secondo conflitto mondiale, ma dopo l’8 settembre, rifiutandosi di aderire alla Repubblica Sociale, è costretto a riparare in Svizzera.    Nel dopoguerra inizia la sua attività di...