Categorie

Elenco articoli con tag:

Musica

(177 risultati)

La cerimonia di Oscar de Summa / Edipo nella società senza padri

“Because family is at the heart of sings, i guess…”, poiché la famiglia è al cuore di tutte le cose, io credo, diceva il drammaturgo Martin Crimp in Attentati alla vita di lei. E in effetti, da Eschilo a Lagarce, da Shakespeare a Ravenhill, da Molière a Pirandello e a Lucia Calamaro, sembra alle volte che il teatro non abbia raccontato e messo in scena altro – altro che famiglie, immancabilmente infelici, e sordidi delitti di famiglia destinati a diventare modelli di intere fondazioni sociali. Ma che ne è della famiglia, delle sue inibizioni e dei suoi tabù, nel mondo in cui il padre reale non veste più i panni di quello simbolico e non sbarra più il passo al desiderio, ma ne è a sua volta contagiato? È quel che si chiede Oscar de Summa nel suo La cerimonia presentato sul palcoscenico del Fabbrichino di Prato nelle dimesse spoglie di un dramma di tutti e di nessuno: un tavolo e quattro personaggi in contro-luce seduti attorno a esso che del vecchio universo tragico si portano appresso dei nomi tronchi, secondo l’uso di quel pigro gergo adolescenziale che imperversa un po’ ovunque (con amo e amo’ al posto di amore), mentre, quanto a loro, sono figure perfettamente contemporanee,...

Libertà, razionalità, corpo e comunità / Musica

La musica classica ha sviluppato, già a partire dall’Inghilterra del XVII secolo, delle precise regole di comportamento che gli spettatori devono seguire durante i concerti: vestiti adeguati, divieto di parlare, bere e mangiare durante l’esecuzione, applausi di consenso, bis finali. Nella musica giovanile, invece, tali regole sono state largamente destrutturate. Rimangono attive soltanto quelle che consentono di creare un canale di comunicazione con i musicisti, come gli applausi e i bis. D’altronde, la musica giovanile rappresenta un ambito nel quale la dimensione corporale è particolarmente sviluppata. Lo dimostra l’importanza del suo legame con la performance dal vivo, ovvero il momento del concerto. Questo, infatti, è in grado di costruire un’intensa partecipazione fisica delle persone grazie alla capacità della musica, in conseguenza del suo ritmo ripetitivo e del suo volume elevato, di produrre un effetto di stordimento e di trance. I corpi degli spettatori sono spinti così a muoversi in sintonia con la musica. Sono spinti cioè a fare ricorso alla danza, che sembra permettere all’essere umano di trascendere la sua condizione materiale e terrena.      Ne...

“Una nota di mestizia” / Luigi Tenco 50 anni dopo

"Signore e signori, buona sera. Diamo inizio alla seconda serata con una nota di mestizia per il triste evento che ha colpito un valoroso rappresentante del mondo della canzone. Anche questa sera, per presentare le canzoni, è con me Renata Mauro. Allora, Renata, chi è il primo cantante di questa sera?"  28 gennaio 1967, ore 21. Me lo ricordo bene (avevo 17 anni) Mike Bongiorno che introduce la seconda serata del Festival. La notte prima, Luigi Tenco si era ucciso. La sua morte aveva colpito tutti, naturalmente, e ancora oggi il fatto che la manifestazione abbia fatto il suo corso dopo tre parole di circostanza continua a sembrarci un’enormità; ma in quegli anni – diciamolo – quasi nessun italiano si aspettava che la festa si interrompesse. Fermare Sanremo? Sarebbe come spianare il Monte Bianco. Siamo davanti alla tele (primo canale RAI, bianco e nero, cassone RadioMarelli, finto legno e bachelite) e seguiamo la gara.  A distanza di mezzo secolo, quegli eventi hanno assunto – com’era forse inevitabile – un’aura di leggenda: da una parte la canzonetta sdolcinata e retriva, dall’altra la canzone “d’autore”, intransigente e pura, col suo primo martire.    Sfatare...

Intervista a David Sax. La rivincita del digitale / Abbiamo ancora bisogno degli oggetti

Giradischi, vinili, musicassette, cd, mp3, ipod, streaming e poi…giradischi e vinili. Di nuovo. Nel 2016 nel Regno Unito si sono venduti così tanti vinili come non accadeva dal 1991. Le magnifiche sorti e progressive dell’ebook sembrano essersi arenate da tempo e il 72,2% delle vendite di libri nuovi in Italia, secondo l’ultimo rapporto AIE, avviene in librerie fisiche (grandi catene o indipendenti) e non online (solo il 13,9% del mercato totale arriva da qui). Cosa sta succedendo? Ci siamo convertiti in luddisti pronti ad abbandonare il progresso? Ne abbiamo abbastanza dei nostri smartphone? Oppure dopo la sbronza digitale stiamo cercando con fatica di trovare un nuovo equilibrio? David Sax, giornalista canadese, si è posto queste domande nel suo ultimo libro, The revenge of the analog (La Rivincita dell’analogico, non ancora edito in Italia) . Tanto da arrivare a parlare di economia post-digitale.     Signor Sax, cosa vuol dire che stiamo vivendo in un’economia post-digitale?    Il digitale ormai è la norma, non c’è più nulla di nuovo: abbiamo i computer da trent’anni, internet da venti, gli smartphone da dieci. Quello che io chiamo “Rivincita dell...

Pink Floyd / Animals 40 anni: il disagio nell'aria che tira

Trascorri il tuo tempo a pascolare innocuo Vagamente hai capito il disagio nell’aria che tira Ti consiglio di fare attenzione In giro potrebbero esserci i cani  Quando ho visitato la Giordania ho capito Che le cose non sono quello che sembrano (Pink Floyd, “Sheep”. 1977)   Il 23 gennaio 1977 i Pink Floyd licenziavano Animals, decimo album di una carriera veramente unica. Forse il mese più adatto, per un’opera musicale che apriva una stagione turbolenta, mentre l’hype del momento (il punk) avrebbe sdegnosamente considerato queste band vecchie scoregge, il nemico da sconfiggere (pensiamo che erano in giro da poco più di dieci anni...). Ricordare quell’album, spesso sottovalutato o ferocemente criticato, mi pare giusto. Animals risuona nelle epoche del verbo musicale popolare e con il senno di poi, per molti è diventato tra i preferiti della band britannica. Ma Animals può essere utile a capire lo spirito cupo dei tempi e che furono proprio i Pink Floyd con la “quartina” The Dark Side Of The Moon (1973), Wish You Were Here (1975), Animals (1977), The Wall (1979) a cogliere quel  “disagio nell’aria che tira” del secolo breve, magistralmente dipinto in meno di quattro...

Freak Antoni intervista lo scrittore / Celati, Heidegger e i Beatles

Piacenza, 30 aprile 1979   Freak Antoni: A me interessa il rock come vertigine, la vertigine del rock. Quanti tipi di vertigine esistono? E la vertigine dei Beatles? Potresti parlarmi di questo? Mi faresti un piacere, grazie. Gianni Celati: Mah io non so cosa dire … senti, non potrei parlarti invece della filosofia di Heidegger? che lì sono preparato e ti dico delle cose intelligenti. Dài, fammi parlare di Heidegger … FA: È un cantante? GC: Era un grande filosofo! Senti potrei parlarti del rapporto tra la filosofia di Heidegger e le canzoni dei Beatles, ti va? FA: Si conoscevano? GC: Macché, è lì il punto interessante. FA: Spiegami … GC: Ascolta. Una delle cose che diceva Heidegger è che ci sono esperienze autentiche ed esperienze inautentiche. Le esperienze inautentiche sono quelle tutte mischiate con presupposizioni, cose ideologiche mettiamo, insomma che non arrivano a beccare il fatto dell’Essere … FA: Il fatto del cosa? GC: Lasciamo perdere. Le esperienze inautentiche: per esempio un modo di parlare inautentico è quello che lui …  FA: Heidegger? GC: Heidegger, si chiamava … bello però high digger; eh, magari anche lui era un digger, dig it? no, a pensarci bene non...

«Io, solo, niente da rimpiangere» / Vite di David Bowie

Oggi, 8 gennaio 2017, David Bowie avrebbe compiuto, in vita, 70 anni. Dovrebbe essere morto il 10 gennaio di un anno fa, ma sappiamo che sta vivendo su una Stella Nera, splendido nella sua ennesima reincarnazione di artista eterno, mutante. Nei giorni dei suoi 70 anni non veri, altri libri su di lui, rivelazioni, un video postumo, un documentario sui suoi ultimi cinque anni di vita sul pianeta Terra. Il suo ultimo disco registrato è stato Darkstar. Quello che pensavamo fosse il suo ultimo video, lo sconvolgente, biblico racconto della sua psiche transeunte Lazarus, fu inciso da Bowie mentre era consapevole che gli sarebbero restati tre mesi di vita. Nel documentario BBC2, David Bowie: The Last Five Years, diretto dal regista Francis Whately, uscito in questi giorni, a un certo punto il produttore di quel disco, Tony Visconti, dice:   «Se ne stava davanti al microfono e per i quattro o cinque minuti in cui cantò si capiva che stava sversando il suo cuore. Lo guardavo dallo schermo della cabina di regia. L'audio registrava il suo respiro, era come senza fiato, una specie di iperventilazione in un certo senso, chiamava a sé l’energia per cantare quella sua ultima canzone»....

“I migliori nani”, dieci anni dopo / L'epopea cinica di Ciprì & Maresco

Per gentile concessione degli autori e della Cineteca di Bologna, pubblichiamo il seguente testo, incluso nel booklet del cofanetto Cinico TV – Volume terzo 1998-2007, che raccoglie la produzione “breve” che Daniele Ciprì e Franco Maresco hanno realizzato nel corso dell'ultimo decennio di attività comune, in particolare per la trasmissione televisiva I migliori nani della nostra vita (2006).   Rivedendo le venti puntate de I migliori nani della nostra vita a due lustri dalla prima messa in onda, colpisce in prima battuta l'evidenza con cui si manifesta l'inclinazione “documentaria” di Ciprì & Maresco. Va detto tuttavia che gli spunti documentaristici non sono mai mancati nell'opera dei due registi, fin dai tempi di Cinico TV, magari sotto forma di parodia dei codici televisivi allora in voga: le interviste-verità con il loro maramaldeggiare sulle disgrazie altrui, ridicolizzate dai dialoghi fra i vari Tirone, Filangieri, Paviglianiti e l'implacabile voce off di Maresco; la “pubblicità progresso”, sbeffeggiata attraverso slogan quali «Adotta un siciliano» o «Più liberi con la mafia»; e finanche i vertiginosi montaggi di Ghezzi & Co. – si veda il segmento Don Blob,...

Davide Panizza / Pop X. Un mago si aggira per l’Italia

Ciò che state per leggere è una specie d’inchiesta che ho condotto in qualche giorno di lavoro e di studio ossessivi; non è un'intervista, né una recensione, né un articolo di critica musicale (quando sento la parola "critica musicale" o, peggio ancora, "musica indie italiana", come succedeva a Karl Kraus quando doveva scrivere di Hitler, davvero non mi viene in mente nulla).  Per meditare l'argomento di questo articolo, invece, mi sono mentalmente trasferito a Pinzolo, sotto la chiesetta di San Vigilio che fu affrescata (con una irridente e gioiosissima danza macabra) da Simone Baschenis nel XVI secolo. La chiesa, che scompare dinanzi ai giganteschi e illuminatissimi cartelloni pubblicitari di automobili di lusso posti ai bordi delle piste da sci, si trova a una cinquantina di chilometri dalla casa trentina di Davide Panizza, genio e oggetto della presente indagine. Ho scritto genio non per semplice propensione all'entusiasmo (di cui ammetto sono afflitto fin dalla nascita) ma solo perché non oso scrivere qui il termine che sono convinto più gli si addica: il termine Mago; mago nel senso rinascimentale, bruniano, di operatore occulto. D'altronde, ma questo lo vedremo meglio...

24 novembre 1991, 25 anni dalla scomparsa / Freddie Mercury: for ever young

Morire da rock star è qualcosa che accade nel fiore degli anni, lontano dall'idea del declino fisico e ancor prima dalla sua concretezza.  Freddie Mercury aveva solo 45 anni ma quella concretezza l'ha attraversata fino in fondo. Gli effetti dell'Aids, così come si manifestava nel 1991, sembrano lontani ai nostri occhi, ma gli ultimi suoi video sono implacabili nel far intuire la dissoluzione del corpo. Morire da rock star come la versione contemporanea dei poeti maledetti, pur con un contrappasso lancinante: cos'altro se non l'ingombro impossibile del for ever young...? Perché nella cultura giovanile raccontata attraverso la musica beat, pop, rock fino ai nostri giorni, insieme alla protesta sociale, all'"esser contro", il "for ever young" – finché dura, finché ce n'è... – sono l'essenza stessa della musica giovane dagli anni 60 in poi.   Gli anni 60 nella storia contemporanea, non è un caso... quegli anni sono una vera cesura con il passato, curva secca nella nostra recente storia, l'alfa e l'omega di un modo nuovo di stare sulla terra, almeno in Europa, e già un decennio prima negli Stati Uniti. A partire da quegli anni insieme alla "nascita" dei consumatori e dei...

You Want It Darker / Cohen. Dalla fine della vecchiaia

Una volta i devoti di Cohen erano una società segreta. Oggi la società ha rotto i sigilli ed è uscita allo scoperto. Non va confusa con i cosiddetti Eletti Cohen dell’Universo, che sono un banale ordine massonico. È la ben più potente Cabala della Depressione Cosmica, la cui dottrina insegna che quando hai toccato il fondo puoi solo dire va bene così, dopotutto è qui che volevo arrivare, sia lodato chiunque debba essere lodato, tiriamo un bel respiro, meditiamo un po’ e andiamo avanti. Ho letto tutti i libri su Leonard Cohen, almeno quelli in lingua inglese, e nessuno mi ha toccato come il profilo pubblicato da David Remnick sul “New Yorker” del 17 ottobre 2016. Nulla, nell’articolo, accenna a una sua malattia, o alla possibilità di una morte improvvisa. Può essere stata delicatezza, o forse davvero non si poteva prevedere. Ma Cohen soffriva di forti dolori alla schiena dovuti a fratture per compressione, lavorava su una sedia a rotelle, ed è da quella sedia, con l’aiuto del figlio Adam come produttore, che ha cantato i versi delle canzoni di You Want It Darker, il suo ultimo disco appena uscito. Non userei la parola testamento. Cohen aveva ancora molte poesie e canzoni inedite...

So Long, Leonard / Cohen. Un'enorme compassione

Un giorno, durante una intervista rilasciata a una radio norvegese, Marianne Ihlen raccontò il suo incontro con Leonard Cohen sull’isola greca di Hydra, dove il cantautore canadese si era fermato nei primi anni Sessanta a vivere in una casetta per 14 dollari al mese; niente auto, solo muli, retsina, pesce alla griglia, poesie e un romanzo scritti su una Lettera 22 Olivetti, e amori intensi nella notte: un giorno di primavera lei era con il suo bebè in un negozietto di alimentari con servizio bar; «Ero in piedi nel negozio con il mio cesto della spesa, in attesa che mi servissero una bottiglia d’acqua e del latte; lui era sulla porta, in piedi, con il sole che lo inondava; mi invitò fuori nel suo gruppo di amici. Aveva pantaloncini kaki, scarpe da ginnastica, una t-shirt, un cappellino. Mi sentii irradiata da una enorme compassione per me, e per mio figlio. Fui completamente presa da lui. Lo sentii attraverso il mio corpo. Una luminosità si era posata sopra di me».   Marianne è stata una delle donne più amate da Cohen. Una delle poche tra le tante donne da lui amate che siano rimaste per sempre una sua musa. Nel luglio scorso Cohen aveva ricevuto una e-mail da un caro amico...

15 anni fa nasceva ipod / Bye bye Ipod

Sono passati 15 anni ma sembrano molti di più. Comincia così la gran parte dei tanti articoli che celebrano il compleanno del mitico iPod. Il più longevo fra i suoi simili fra l’altro. L’ultimo Classic è infatti uscito di produzione il 9 settembre 2014 mentre gli altri modelli – touch, shuffle e nano – sembrano destinati a sparire pian piano senza troppo rumore. A testimoniarlo è la recente scomparsa della voce iPod dalla barra dei menu del sito Apple, quella che indica i vari prodotti della casa di Cupertino per capirci: Mac, iPad, iPhone etc. Tutti ovviamente a parlare della rivoluzione che è stata l’iPod, delle previsioni infauste che ne avevano accompagnato il lancio (la più pesante, ovviamente mai verificata, da parte dell’arcinemico di Jobs, Bill Gates: non supererà il Natale), dell’impatto che ebbe la possibilità di portare ben 1000 canzoni con sé, come diceva il primo spot. “1,000 songs in your pocket”, praticamente lo slogan più banale della storia della pubblicità. L’esatto opposto del mitico “…you will see why 1984 won’t be like ‘1984’” che accompagnò il lancio del Macintosh. Tanto che viene da chiedersi cosa fosse successo dal 1984 al 2001 a quel coraggioso sognatore...

Ancora sul Nobel A Dylan / La vocazione metamorfica della letteratura

A me l’assegnazione del Nobel per la letteratura a Bob Dylan sembra una buona notizia. La ragione è quella che molti (fra cui Francesco De Gregori) hanno indicato subito: al di là della persona del premiato, il riconoscimento va a un intero settore della produzione culturale. Questo, almeno, all’ingrosso; conviene aggiungere qualche precisazione. In primo luogo, considero fuorviante l’affermazione che anche le canzoni d’autore sono (o possono essere) «poesia». A meno che non si voglia riesumare un’idea di poesia di stampo crociano, qui non è questione di valore, ma di identità. Che la maggior parte dei testi delle canzoni abbia un valore poetico scarso importa poco: questo vale anche per i romanzi e le raccolte liriche. Il punto è che le canzoni rappresentano un uso poetico del linguaggio. Anzi, per dirla in termini più schietti: dell’uso poetico del linguaggio, oggi come oggi le canzoni rappresentano una parte assai cospicua. Senza inoltrarsi in questioni teoriche, valga qualche sintomo: i versi di canzoni che vengono ripresi come titoli di libri, che vengono trascritti sui diari e sugli zainetti degli adolescenti, che fungono da didascalie nelle firme elettroniche e nelle...

In the window, a candle / Nick Cave. One More Time with Feeling

Siamo nel 1977. In ottobre Parigi odora di pioggia e Roland Barthes ha appena perso sua madre. All'indomani «del grande, del lungo lutto» avrebbe incominciato a scrivere, su foglietti ricavati da un foglio standard piegato in quattro, il suo personalissimo «Journal de deuil». Talvolta “i biglietti” non hanno data, sono pochi quelli che hanno una lunghezza maggiore delle quattro righe, di quando in quando invece prendono l'aspetto di una domanda senza risposta o di una frase lasciata incompiuta. Questo diario viene pubblicato in Italia da Einaudi con il titolo Dove lei non è.    «Come l'amore, il lutto colpisce il mondo, la mondanità, d'irrealità, d'importunità. Io resisto al mondo, soffro di ciò che mi domanda, della sua domanda. Il mondo accresce la mia tristezza, la mia aridità, il mio sgomento, la mia irritazione, ecc. Il mondo mi deprime».   Parlare di un lutto è difficile. Come comportarsi? Nick Cave, alla vigilia dell'uscita del nuovo disco Skeleton Tree, non se la sente di affrontare la stampa per parlare della morte del figlio. Pensa a quei giornalisti pronti a chiedergli dell’LSD, delle brutte compagnie, di quell'ultima foto su Snapchat. Decide invece di...

Il concerto di Dylan, Stones, Young e McCartney nel deserto / The last trip: Dylan, Stones e Co.

Sono stata al Desert Trip a Indio California, una sera Bob Dylan e i Rolling Stones, l’altra Neil Young e Paul McCartney, secondo weekend della maratona Woodstock Revisited 50 years later, con la prima esibizione di Dylan premio Nobel, che non ha detto una parola (come previsto) e sullo schermo in b/n dava le spalle al pubblico. Faccio parte della generazione che ha imparato l’inglese per capire le strofe complesse di Bob D (e chi ha mai imparato l’italiano per leggere Baricco?), quella che si è persa per un soffio Woodstock o l’Isola di Wight. Questa volta era tutto organizzato alla perfezione, senza il fango e la pioggia del ‘69, pubblico di tutte le età tranquillo, relaxed alla californiana, fine concerto a mezzanotte, tasso di droga imparagonabile agli anni d’oro… un po’ di fumo di canne qua e là. Ma neanche il merchandising e la paccottiglia da ex hippies.     Rolling Stones e McCartney come previsto: show molto ben architettato, perfetta messa in scena, è teatro sulla loro storia. McCartney un grande classico che ha avuto l’esperienza musicale più incredibile del ‘900, e tenta l’impossibile armonia del tutto, folla e deserto, vecchi e giovani, si riconcilia...

Canzoni e poesia continua la polemica / Bob Dylan e la vizza corona di alloro

Più che una sorpresa, il Nobel per la letteratura a Bob Dylan mi è sembrato un déja-vu. Da anni la cosa era nell’aria, e prima o poi doveva succedere. Doveva succedere, perché era già in sé una notizia. Anche i commenti, le prese di posizione pro e contro e le loro argomentazioni (soliti discorsi su Omero, Saffo, i trovatori…) sono quelli che si potevano immaginare prima ancora che i media dessero loro corpo.   La questione resta sempre la stessa: è poesia, la canzone, o non lo è? Che palle. Fino agli anni Settanta del secolo scorso, il problema non si poneva: gli steccati tra i generi e i loro rapporti gerarchici sembravano un fatto acquisito e indiscutibile. Nella prima metà del Novecento, in Italia, nessuno si sarebbe mai sognato di sostenere che Armando Gill (autore della popolarissima Come pioveva) fosse un poeta paragonabile a Guido Gozzano (a cui si ispirava) o –più tardi– che il testo di Signorinella di Libero Bovio reggesse il confronto con La casa dei doganieri di Eugenio Montale (sto parlando di testi tra loro contemporanei, che svolgono temi molto simili). Nemmeno Bovio o Gill, nemmeno i loro più ferventi ammiratori avrebbero preteso un simile riconoscimento. La...

Il Nobel a Bob Dylan

La vicenda del Premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan, che molti aspettavano e molti temevano, comincia nel 1997, quando un professore di inglese del Virginia Military Institute di Lexington, di nome Gordon Ball, fa circolare una raccolta di firme per sottoporre la candidatura di Bob Dylan all’Accademia di Svezia. Ball non arriva per caso alla decisione di far nominare Dylan. Ha conosciuto Andy Warhol, ha collaborato con Jonas Mekas e ha curato tre libri con Allen Ginsberg. Non è fatto con lo stampino accademico, ha le credenziali. Posseggo una copia dell suo libro ’66 Frames, pubblicato dalla Coffee House Press di Minneapolis, con dedica personale. L’ho incontrato nel 2007 proprio a Minneapolis, in occasione della prima conferenza internazionale su Bob Dylan (alla quale lui, lo scorbutico oggi premiato, non mandò neanche un biglietto di ringraziamento, né un augurio, niente).   Gordon Ball se ne stava quieto, dietro il banchetto dei suoi libri, aspettando un acquirente (in quel caso, io) e, chissà, aspettando il Nobel a Dylan per cui lui aveva iniziato la campagna, in un paese dove molti non sanno nemmeno che cosa sia il Premio Nobel (gli studenti americani,...

Musica come potenza e verità / Rassomiglianze: Nietzsche, Cocteau, Satie

“Il millenovecento è un anno terribile. Nietzsche muore, il primo della classe sparisce, non restano che i somari” - Jean Cocteau   Pochi testi sulla musica hanno la forza stringata e penetrante de Il Gallo e l'Arlecchino (1918) di Jean Cocteau, un lavoro di poche pagine che esalta l'audacia della semplicità e della franchezza nell'arte. Un testo nel quale Cocteau si rivolge anzitutto a Nietzsche come ad un modello che lo aiuti a disfarsi del simbolismo sfumato e malaticcio dei suoi esordi letterari.    Tutto ruota intorno alla musica, non solo perché queste pagine sono di fatto il manifesto della rinascita musicale francese tra anni Dieci e Venti del Novecento incarnata dai giovani compositori appartenenti al Gruppo dei Sei (Darius Milhaud, Arthur Honegger, Francis Poulenc, Germaine Tailleferre, Georges Auric e Louis Durey), ma perché, come per Nietzsche, la musica offre a Cocteau la dimensione immanente di un sentire filosofico, ancor prima che estetico o artistico, che tende verso la verità delle cose prossime, verso la limpidezza e la trasparenza del presente, verso tutto ciò che è lontano “da nuvole o caverne”.   “La folla è sedotta dalla menzogna: è...

Progetto Jazzi / Dormire sotto le stelle. Compilation

  Un nuovo contributo a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA).  Gli Jazzi (da iacere, giacere) erano dimore temporanee, giacigli per il ricovero di animali da pascolo, punto di connessione tra tratturi e paesi: luoghi dell’indugio, della presa di contatto con le cose. Il progetto intende recuperare questo modo di abitare la natura, raccontando percorsi da attraversare con lentezza, riappropriandosi di spazi e luoghi e della loro storia, rinnovando esperienze – come l’osservare le stelle o il nascere del giorno – capaci di ripristinare il contatto con la natura, con il ciclo delle cose e delle stagioni. La sfida è anche quella di produrre innovazione e rigenerazione sociale, recuperando strutture e architetture rurali, mettendo in moto un circolo virtuoso di ospitalità diffusa che si nutra delle realtà esistenti e delle reti di relazione con i ‘nuovi viaggiatori'.   L’uomo ha sempre dormito sotto le stelle. Per necessità o scelta, disperazione o  desiderio, solitudine o bellezza. Anche oggi, anche qui. E sempre, prima o poi...

"La nostra attitudine era: fanculo" / È morto Alan Vega

All'inizio c'è il ritornello di 96 Tears (? And The Mysterians, 1966), una delle canzoni rock definitive: un infinito bordone di organo suonato con un solo tasto e un solo dito – ricorda Lester Bangs. A pensarci bene non è un caso se nel 1977, Martin Rev e Alan Vega aprano un loro show al CBGB's con quel pezzo, totalmente trasfigurato. 96 Tears viene sezionata, decostruita. Ne resta solo un brandello: alla solarità dell'originale si sostituisce una specie di trance psicotica. Alan di cognome fa in realtà Bermowitz, Martin invece per l'anagrafe è Reverby, ma che importa quando battezzi la tua band ispirandoti a Satan Suicide, titolo di un'edizione del tuo fumetto preferito, Ghost Rider? I Suicide bazzicano per le strade di New York dai primi anni '70. Quando si sono incontrati, al Project Of Living Artists, un laboratorio-spazio per artisti di SoHo, Vega lavorava a sculture, Rev era assorbito dalla scena avant-jazz. Da allora si sono intrufolati nelle gallerie d'arte e nelle poche sale da concerto aperte, seminando guai.   Frequentano il Mercer Art Center insieme alle New York Dolls. Che li temono. A vederli, sembrano due teppisti arrivati da un altro pianeta. Tutti ne sono...

Un festival discoteca / Santarcangelo 46

Fumogeni che invadono la scena. Musiche compulsive. Neon e lampeggiamenti. Fuoco e trance. Donne corvo che appaiono in diversi luoghi: cambia l’ambiente, per il ripetersi di azioni simili.  Santarcangelo 46, dedicato alla memoria di Sandra Angelini, compianta organizzatrice dei Motus, anima grande, è l’ultima edizione diretta da Silvia Bottiroli, che negli anni alla guida di questo storico e titolato festival ha sperimentato varie frontiere, sempre più verso la performance, sempre più verso un “teatro” contemporaneo che mette in discussione le sue stesse nature ed esplora nuovi continenti, a volte facendosi specchio dell’alienazione che viviamo, provando ad aggredirla con graffi d’artista o almeno a isolarla, a sottolinearla, a sottrarla al corso inevitabile delle cose, ai meccanismi seduttivi della società dello spettacolo globale. Questa edizione potremmo definirla festival discoteca.   Lumen di Luigi De Angelis e Emanuele Wiltsch Barberio, ph. Diane di Ilaria Scarpa e Luca Telleschi.    Tempo, spazio, ritualità, palinsesto   Nel programma molti sono i riferimenti al clubbing contemporaneo. E ancora di più, forse per suggestione, li ritrovi negli...

La legge del desiderio maschile / Tutti vogliono qualcosa di Richard Linklater

Nel 1984 Bruce Springsteen – in quegli anni una vera e propria icona della mascolinità americana – include in quello che diventerà il suo album di più grande successo commerciale, Born in the U.S.A., una canzone che può essere considerata un paradigma per le descrizioni di amicizie maschili. Il pezzo, che si intitola Bobby Jean, è una specie di lettera d’amore indirizzata al suo chitarrista di allora, Stevie Van Zandt, che poco prima dell’uscita dell’album lasciò la band per intraprendere una propria carriera solista. La lingua inglese, rispetto all’italiano, presenta però una differenza decisiva: quando indirizza un discorso alla seconda persona singolare – dato che gli aggettivi non vengono modificati a seconda del genere – è pressoché impossibile stabilire se l’interlocutore sia un uomo o una donna. Springsteen, non sappiamo se consapevolmente o inconsciamente, non solo dà al destinatario della canzone un nome che potrebbe essere indifferentemente sia maschile sia femminile – Bobby Jean appunto – ma non dà nessun elemento descrittivo che possa chiarire quest’ambiguità. Sarà soltanto grazie a degli elementi extratestuali – interviste o dichiarazioni dello stesso Springsteen –...

Da Edison alla musica in streaming / Alla ricerca del suono perfetto

Un uomo avvicina a una fonte di calore un cilindro per ammorbidire la cera speciale che lo ricopre. Un secondo uomo, seduto davanti alla sorta di padiglione conico che tra poco raccoglierà le sue parole, aspetta che la cera sia alla consistenza giusta, né troppo dura né troppo molle. Quando il cilindro è pronto, il primo uomo lo pone nel fonografo e mette in movimento il meccanismo, il cilindro inizia a ruotare. Dopo una breve introduzione nella quale enuncia la data, l'ora e la ragione di quella incisione, il primo uomo fa segno al secondo che può cominciare a parlare. Questi inizia, un po’ intimidito, con lo spiegare, anche lui, le ragioni della sua presenza e del perché di quella registrazione, poi, più a suo agio, canta una canzone ricordo d’infanzia. Dopo qualche minuto l'uomo tace, l’incisione è finita. Il primo uomo spegne la macchina, toglie il cilindro dal suo loculo e lo pulisce dai piccoli trucioli di cera che lo ricoprono, residuo del lavoro d'incisione dello stilo. «E adesso sentiamo com'è venuta», dice. Riaccende la macchina, ripone il cilindro nel loculo e abbassa lo stilo. Adesso la voce esce dal cono metallico attraverso il quale poco prima era entrata. Dopo un...