La fortuna di trovare un cane

24 Novembre 2023

Sulle origini del cane esiste una “bella storia”, il cui protagonista è l’uomo. Sarebbe per sua esclusiva volontà che il lupo avrebbe cambiato natura, stringendo con Sapiens “il patto del cibo”: nutrimento in cambio di protezione e di aiuto nella caccia. Un ruolo particolare lo avrebbero avuto le donne, le “madri primordiali”, capaci di allevare cuccioli di lupo come crescevano i membri della propria specie. Ma la “bella storia”, spiega il biologo evoluzionista ed ecologo tedesco Joseph H. Reicholf, in Chi trova un cane trova un tesoro, edito da Aboca con traduzione di Serena Tarascio (pubblicato in Germania nel 2020), ha un limite. Parte infatti dal presupposto che la domesticazione sia un processo di asservimento guidato dall’uomo con il fine di giungere a un risultato per lontane generazioni future. Atteggiamento decisamente problematico da mettere in atto e del tutto estraneo alle caratteristiche della nostra specie, afflitta da “miopia prognostica”, cioè dall’incapacità di preoccuparsi di quello che si allontana nel tempo. E allora esiste “un’altra storia” su come sia iniziata l’evoluzione canina del lupo. Una storia che mette al centro il lupo e non l’uomo, almeno nella lunga prima fase preparatoria. E in questa storia sarebbe stato proprio il lupo a cercare il contatto con l’uomo, che solo in un secondo momento sarebbe intervenuto attivamente con l’allevamento. Su che cosa si basa Reichholf? Innanzitutto su una ricostruzione dell’ambiente in cui ha avuto inizio la relazione tra l’uomo e il lupo. Siamo nella “Steppa dei mammut”, il territorio di savana pianeggiante, che si distende dall’Europa all’Asia e al Nordamerica. È il periodo dell’ultima glaciazione Würm. Il terreno della savana, il permafrost, è perlopiù gelato durante l’inverno e negli strati appena al di sotto della superficie durante le ventose e fredde estati. È qui che fanno arrivo, circa 40 mila anni fa, i primi Sapiens. Provengono dall’Africa e sono spinti verso i territori europei dall’abbondanza di prede, la cosiddetta megafauna, e dall’assenza dei problemi che ne condizionano la vita nei territori africani d’origine, come la malattia del sonno trasmessa dalla mosca tse-tse nelle aree tropicali umide; o anche le difficoltà ad approvvigionarsi innescate dalla migliore conoscenza che hanno di loro le prede africane, abituate a una convivenza con gli esseri umani che va oltre i 2 milioni di anni. Nella steppa dei mammut euroasiatica Sapiens trova “un ambiente allettante, produttivo e florido”, dove il problema principale è “solo” quello di superare i rigori dell’inverno, risolto almeno in parte indossando pellicce, spesso di lupo. Meno preoccupante è la concorrenza degli altri ominini, i Neanderthal, presenti in Europa da circa 200 mila anni, con uno stile di vita sostanzialmente identico a quello di Sapiens. Ebbene, il risultato dell’arrivo di Sapiens è proprio l’estinzione contemporanea della megafauna e di Neanderthal. Ma anche la nascita della collaborazione con il lupo. È stato perciò inevitabile porre in relazione i tre eventi. L’antropologa americana Pat Shipman (in Invasori, edito in Italia da Carocci) ha ipotizzato nel 2015 che l’alleanza Sapiens-lupo nella caccia abbia contribuito sia all’estinzione della megafauna sia di Neanderthal, soverchiato da una concorrenza più attrezzata. Il genetista inglese Bryan Sykes (scomparso nel 2020, è colui che ha messo a punto il metodo del Dna mitocondriale, quello ereditato per via materna, per spiegare la diffusione delle popolazioni dal Medio Oriente all’Europa preistorica), nel 2018, pur consapevole della scarsità delle prove a sua disposizione, ha rivendicato l’idea di “una caccia collaborativa” tra Sapiens e lupo come forma di risarcimento umano all’abitudine di impadronirsi di prede già abbattute dai lupi, favorita dalla condivisione di strategie omologhe (l’azione concertata in gruppo). Reichholf contesta entrambe le ipotesi, accusandole di eccessivo antropocentrismo. 

Chi sostiene la deliberata iniziativa umana forza la realtà. Lo rendono evidente più aspetti. In primo luogo, come mai l’evoluzione canina del lupo – animale ovunque presente con l’eccezione dell’Australia – è avvenuta soltanto in Europa occidentale e nella Cina del Nord e non negli altri territori dove è giunto Sapiens? Decisivo è constatare che l’overkill pleistocenico, l’estinzione della megafauna, si è prodotto in tutte le aree in cui sia arrivato Sapiens, con la sola paradossale assenza del luogo d’origine, l’Africa centro-orientale della Rift Valley (merito della mosca tse-tse?). Ora, si chiede Reichholf, perché Sapiens avrebbe avuto bisogno della collaborazione del lupo solo in Europa? E come mai i Neanderthal, negli stessi ambienti, non hanno mai stretto un patto con i lupi, pur avendo convissuto con loro per duecentomila anni? E nemmeno, in Asia, lo hanno fatto i Denisova, pure loro estinti dall’avanzata di Sapiens?

Un secondo aspetto riguarda la relazione con il lupo. Ancora oggi resta per noi un animale controverso, ora minaccioso, ora affascinante e indecifrabile. Nessuno però è mai riuscito ad addomesticare un lupo volontariamente, mentre è stato possibile farlo con la volpe, come dimostra l’esperimento di Beljaev in Unione Sovietica, descritto da Dugatkin e Trut in Come addomesticare una volpe (il libro è pubblicato da Adelphi). Altrettanto complesso risulta oggi addestrare un cane per la caccia ed è impossibile farlo con un animale selvatico. Più semplice è immaginare che un lupo difenda se stesso e il suo branco da altri animali. Dunque come avrebbero potuto gli uomini dell’era glaciale procedere all’addestramento dei lupi, scegliendo gli esemplari meno aggressivi, col fine di trasformarli in fedeli collaboratori? Tra l’altro, perché avrebbero dovuto puntare, tra i canidi, proprio su quello meno “conveniente” in termini di dimensioni? Non avrebbero potuto scegliere la volpe, il coyote, lo sciacallo, il dingo o il licaone? E tra i felini, perché non provare con i ghepardi, “insuperabilmente veloci”, oppure con le pantere?

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C’è poi il problema dell’assenza di testimonianze parallele provenienti da altre fonti. Perché nelle caverne di Chauvet, Lascaux ed Altamira, sulle cui pareti sono dipinti animali e probabili scene di caccia, risalenti agli stessi millenni dell’era glaciale, non c’è traccia dei lupi? E, parallelamente, come mai nei racconti mitici di fondazione sono le lupe ad allevare i bambini e non gli umani ad allevare lupi?  

Quanto si può certamente affermare è che l’arrivo di Sapiens ha effettivamente alterato l’ecosistema della tarda era glaciale. Lo sterminio della megafauna è un evento senza precedenti, che non si era mai verificato nelle quattro precedenti glaciazioni, estese su un arco di 2 milioni di anni. Le prede degli uomini moderni sono le stesse dei lupi, dei leoni, dei Neanderthal e in parte degli orsi: i mammut, i cavalli selvatici, gli uri, i cervi giganti. Tutte drasticamente diminuite fino a scomparire. I Neanderthal, meno veloci di Sapiens e senza un linguaggio articolato, si sono visti privare delle loro risorse e sono andati incontro all’estinzione. I lupi, che occupavano una posizione intermedia nella gerarchia dei predatori, ne hanno pesantemente risentito, optando per due possibili scelte: o si sono spinti a vivere in zone sempre più impervie e meno battute dall’uomo moderno, diventando “sempre più lupi”; o hanno accentuato una delle loro caratteristiche, il consumo non di prede appena abbattute, ma di resti di prede uccise da altri predatori. È a questo livello, secondo Reichholf, che è avvenuto l’incontro tra i Sapiens e il lupo. Il lupo si è autodomesticato adattandosi a frequentare le comunità di Sapiens – in cui abbondano gli avanzi, tra i quali bisogna considerare anche gli escrementi – in qualità di spazzino. E, là dove non ha assunto questo ruolo, la domesticazione non è avvenuta, e spesso, oggi, il cane viene mangiato. In questa lunghissima fase (da 30 mila a 15 mila anni fa), in cui in più occasioni i geni del lupo sono entrati nel genoma del cane, si è andata definendo una creatura intermedia, il lupo-cane, che acquisisce familiarità con gli umani, li protegge da orsi e leoni, stabilisce con loro un sistema di comunicazione fondato sull’abbaio, mentre l’ululato rimane (anche per i cani di oggi, si pensi al contatto stabilito in questo modo con le sirene delle ambulanze) il modo per comunicare con gli altri branchi, verso l’esterno dunque. Il corpo del lupo-cane cambia, diventa più piccolo di quello del lupo, mentre il corpo del lupo rimasto tale diventa più grande. È probabile che da questo stadio intermedio dell’evoluzione canina derivi il motivo per cui Lorenz in E l’uomo incontrò il cane pensò allo sciacallo dorato – più piccolo del lupo – come forma ancestrale del cane. Ma discendono anche due conseguenze oggi evidenti: la prima è che i cani allo stato selvatico – randagi e paria – non tornano ad essere lupi; la seconda è che i cani di taglia grande non vivono a lungo come i cani di taglia media e piccola, più coerenti, per così dire, con la loro forma originaria (che un animale piccolo viva di più di uno grande va controcorrente rispetto a quanto capita abitualmente). Ma cosa spiega il fatto che la collaborazione sia nata proprio tra Sapiens e lupo? Sono importanti le somiglianze. L’uomo e il lupo sono entrambi corridori, i migliori in assoluto tra tutti i viventi a livello di resistenza, i Sapiens soprattutto nelle zone calde tropicali, i lupi nelle aree temperate e fredde, come rivelano i rispettivi metabolismi basali. E quindi tutte e due le specie possono vivere da nomadi, in netto contrasto con la stanzialità di altri formidabili predatori quali i leoni delle caverne e le iene. Qui c’è però una differenza. Mentre Sapiens si sposta anche con i propri piccoli, il lupo non può farlo: i cuccioli devono rimanere alcuni mesi nelle tane, scavate preferibilmente nel terreno, meno esposte al pericolo delle incursioni degli orsi. L’esigenza di avere un luogo protetto e temperato per i propri piccoli può aver favorito l’incontro con l’uomo. I lupi della tarda era glaciale non sono in grado di scavare il terreno gelato, gli uomini sì. E poi Sapiens conosce il fuoco con cui tiene lontani ospiti indesiderati.   

È stato solo in un secondo momento, quindi, in prossimità della sedentarizzazione umana (che corrisponde al nostro processo di autodomesticazione) con la nascita dell’agricoltura, intorno a 10 mila anni fa, che il lupo-cane è stato allevato, diventando finalmente cane. Sono comparsi i primi esemplari di razze canine prodotte da deliberati interventi umani, come il cane della Torba, i molossoidi da combattimento, i cani da pastore. In questo periodo si è delineata la caccia collaborativa, anche per via della maggiore richiesta di carne di selvaggina, dato che il bestiame da carne era prevalentemente destinato all’allevamento. Contemporaneamente il lupo – fino ad oggi – è diventato il nemico del cacciatore, il suo competitor. Quanto è accaduto in quello snodo temporale – tra 7000-8000 anni fa – è peraltro qualcosa di eccezionale. Due specie hanno fatto convergere la loro progressiva trasformazione. Il cervello di uomo e cane si è ridotto del 10-15 %, entrambi sono diventati più tolleranti nei confronti dei propri simili (nonostante la conflittualità tra civiltà agricole), e, a specchio, sono cambiate anche le abitudini alimentari. Mentre alcune mutazioni hanno permesso ai cani di nutrirsi non solo di carne ma di altri scarti “umani”, contenenti carboidrati, grazie alla produzione di enzimi digestivi necessari per sfruttare alimenti vegetali; altre corrispondenti mutazioni hanno consentito agli uomini di scindere il lattosio da adulti. Così cuccioli di uomo e di cane da questo momento vengono nutriti allo stesso modo, con una sorta di purea di cereali, creando, tra l’altro, un rapporto particolarmente intenso proprio tra cani e bambini. Ma è soprattutto uno l’aspetto che ci ha permesso di collaborare in profondità. Uomini e cani hanno imparato a volersi bene. Cosa lo ha reso possibile? Abbiamo lo stesso sistema di gratificazione fondato sull’ossitocina stimolata da coccole, carezze e, soprattutto, dagli sguardi, vero incipit di qualsiasi relazione interspecifica. Certamente il procedere appaiati da millenni ha rinforzato questa impalcatura ormonale, ulteriormente sostenuta dai nostri neuroni specchio. E poi c’è l’impoetica ipotesi di Sykes. A suo parere i cani sono lupi afflitti dalla sindrome di Williams-Beuren, all’origine di relazioni di amicizia maniacali e morbose. Il cane sarebbe un mutante difettoso?  

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