Lavoro povero con vita digitale o vita povera con lavoro digitale?

18 Marzo 2024

Il lavoro ha subito tali trasformazioni da renderne necessario un profondo lavoro di revisione e ridefinizione sia dal punto di vista economico e legislativo, sia nelle sue forme e nel suo ruolo sociale.  Accanto agli studi relativi ai singoli ambiti disciplinari è opportuno ampliare la visuale cercando di far interagire le indagini, anche per gettare luci differenti sui risultati da esse ottenuti. Abbiamo pertanto provato a mettere in relazione due libri molto diversi tra loro, eppure legati da molti elementi, che insieme aiutano a capire il mondo degli ultimi quarant’anni e di quelli a venire. 

Il primo è un saggio critico contro l’attuale “mortificazione e mercificazione del lavoro”, scritto da Alessandro Somma, docente di ‘Diritto comparato’ alla Sapienza di Roma. La sua è sia una analisi storica, politico-economica e in punta di Costituzione di come il lavoro sia stato deliberatamente ri-trasformato da diritto dell’uomo a merce di mercato dall’ideologia neoliberale, sia un programma sociale e politico, immaginando “un sistema di sicurezza sociale saldamente in mano pubblica, di piena e buona occupazione rispettosa dei vincoli ambientali”: tutto esplicitato fin dal titolo: Abolire il lavoro povero, pubblicato da Laterza nella Collana Anticorpi. Il secondo è invece un manuale di Davide Bennato, che insegna ‘Sociologia dei media digitali’ all’Università di Catania, pubblicato sempre da Laterza, dal titolo: La società del XXI secolo. Persone, dati, tecnologie.

Leggerli e commentarli in coppia ci permette soprattutto di provare a capire se il lavoro povero è solo l’effetto della flessibilizzazione neoliberale del lavoro per adattarlo alle esigenze del capitale, oppure se è anche l’effetto necessario (voluto) – come noi crediamo e anche Somma – delle tecnologie oggi digitali (che hanno permesso la esternalizzazione dei processi produttivi e “accelerato la deregolamentazione del mercato del lavoro”) e della razionalità che predetermina neoliberalismo e tecnica. E se quindi – vivendo noi sempre più sussunti nel digitale – questa povertà del lavoro (e di coloro che lavorano) sarà la costante di tutto il secolo, semmai aggravandosi al crescere della digitalizzazione della vita intera dell’uomo e delle società, vita anch’essa ridotta da tempo a merce (i dati) e a parte funzionale del sistema macchinico-digitale. Detto altrimenti: sarà questo un secolo virtuoso e intelligente grazie alla tecnologia o sarà piuttosto, date le premesse, un secolo di vita sempre più digitale, cioè artificiale e quindi di vita povera (povera di senso, di intelligenza, di conoscenza, di etica, di responsabilità verso la biosfera, proprio perché sempre più digitalizzata, noi delegando/alienando sempre più la nostra vita a macchine-algoritmi-IA-capitale – che non hanno etica e non sono intelligenti, come sosteneva già nel 1930 John Maynard Keynes in Prospettive economiche per i nostri nipoti); e insieme un secolo di lavoro povero proprio perché digitale, posto che per sua essenza la tecnica, come il capitalismo, standardizza, semplifica, automatizza e omologa – e già oggi non siamo nella magnificata Industria 4.0, ma in un poverissimo e impoverente taylorismo digitale e in un capitalismo delle piattaforme – piattaforme da intendere come nuova forma della fabbrica fordista-taylorista?

Partiamo dalla frase riportata in copertina del libro di Somma: “Lo Stato deve cessare di operare come presidio del corretto funzionamento del mercato [secondo il neoliberalismo] e affermarsi invece come difensore della società dal mercato”. Ovvero, occorre uscire dall’ideologia neoliberale – che pianifica e realizza la trasformazione della società in mercato e del cittadino in merce/capitale umano e in cliente, producendo la sovra-ordinazione del mercato su Stato e società – e tornare a uno Stato che difenda invece l’individuo dal potere del mercato, dalle disuguaglianze che per sua essenza crea e dalle sue logiche di mercificazione di tutto e di ciascuno. 

E invece, dimenticando/rimuovendo ad esempio quanto prescritto dagli articoli 3 e 41 della Costituzione e dal patto di cittadinanza che vi è contenuto, in Italia “nulla di somigliante a una reale redistribuzione della ricchezza ha caratterizzato l’azione politica dei governi che si sono succeduti negli ultimi decenni”. Al contrario, continua Somma, “si è abbassata la pressione fiscale soprattutto a beneficio di chi sta meglio e delle imprese, mentre i meno abbienti sono stati abbandonati da un welfare sempre più ridotto all’osso e dati in pasto al mercato anche per la soddisfazione dei loro bisogni fondamentali”. 

E così, dopo quarant’anni di neoliberalismo applicato da destra e da sinistra – dimenticando che il liberale (ma non liberista) Keynes, sosteneva invece e sempre nel 1930 che “i difetti lampanti dell’economia [capitalistica] sono la sua incapacità di provvedere alla piena occupazione e la sua distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e dei redditi”, sprecando deliberatamente una quantità enorme di risorse nella lotta per la concorrenza – oggi l’Italia (che ha dimenticato Keynes, come tutto l’Occidente) si trova ad essere un paese (Somma) dove “un lavoratore su quattro è povero e uno su tre è vulnerabile”. Di più, i poveri sono stati colpevolizzati (se sei povero è solo colpa tua). Certo, poi è stato varato il reddito di cittadinanza, ma “il suo affossamento e il conseguente abbandono dei poveri al loro destino è stato elevato a priorità assoluta dell’attuale maggioranza di governo”. Come pure è stata abbandonata la proposta di introdurre per legge i minimi salariali. Ultimi fatti, questi, “di una lunga serie di attacchi al lavoro, che non sono meno gravi solo perché si ripetono a un ritmo tale da produrre assuefazione. Per questo occorre invece indignarsi e opporsi”, scrive Somma, non accettando queste politiche che rovesciano il patto di cittadinanza scritto in Costituzione. Quel patto per cui il lavoro è un diritto, ma anche un dovere, che ha però come sua doverosa contropartita, “un salario dignitoso, un sistema esteso di welfare e soprattutto la partecipazione dei lavoratori alla definizione dell’indirizzo politico generale del paese”. 

Dunque, la Costituzione: dove forte è il principio di partecipazione, sacrificato poi “sull’altare di un imperativo neoliberale: la spoliticizzazione del mercato, funzionale alla neutralizzazione del conflitto redistributivo”. E così, per un verso “il dovere di lavorare cessò di essere avvertito come imperativo etico”, sostituito dalla definizione neoliberale del lavoro come pura merce, tutto mascherato però dalle retoriche del lavoratore “come imprenditore di sé”; dall’altro, “la fine del lavoro venne presentata come il destino di un futuro dominato dallo sviluppo tecnologico, agitato ad arte come spauracchio per incrementare i profitti delle imprese e a impedire misure redistributive come la riduzione dell’orario di lavoro. Questo è anzi flessibilizzato sino a divenire ostaggio di una sostanziale confusione tra tempi di vita e tempi di lavoro”. 

Si è quindi polverizzato il potere economico e il lavoro (complice la sua crescente digitalizzazione), “per indurre gli individui a tenere solo comportamenti descrivibili in termini di reazioni automatiche agli stimoli di mercato […] nel presupposto neoliberale che l’integrazione sociale coincide con l’integrazione nel mercato”, con l’obiettivo antropologico di “produrre e riprodurre soggettività sterilizzate e incapaci di sviluppare un autonomo progetto di vita”. Detto altrimenti, il neoliberalismo non solo ha rimosso la solidarietà e la socialità e il patto di cittadinanza costituzionale, ma ha azzerato lo stesso individuo (la sua libertà, il suo libero arbitrio) che pure diceva di voler valorizzare.

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Dunque, abolire il lavoro povero. Per questo, scrive Somma, serve uno Stato, capace di abbandonare l’ortodossia neoliberale, contro la quale – contro il suo determinismo e la sua pianificazione antropologica dell’uomo via mercato – “occorre essere netti e intransigenti nell’identificare [invece] i valori fondativi dello stare insieme come società”, quindi lo Stato deve proporsi “come catalizzatore di democrazia economica”. 

E arriviamo così all’altro libro della coppia, il manuale di Davide Bennato sulla vita tecnologica contemporanea. Che attraversa nelle sue pagine tutta la realtà legata al digitale e alla digitalizzazione, quella recente e quella a venire, tra Big Data e privacy, tra sentiment analysis e distorsioni algoritmiche, tra magia e impatti sociali del digitale, tra Turing e metaverso e IA.

Ma il libro di Bennato ci è stato utile per mettere nuovamente in evidenza soprattutto i legami funzionali (di coppia) tra capitalismo e tecnologia. Che stanno producendo (su questo Bennato si sofferma molto) una rivoluzione sociale ma soprattutto antropologica – che per noi inizia in realtà con la rivoluzione industriale, tre secoli fa, il digitale essendone solo l’ultima fase – con l’uomo sempre più sussunto/ibridato (ma noi siamo più critici di Bennato) con macchine che non controlla più, ma dalle quali è sempre più formattato e sorvegliato. Il tutto per indurre gli individui (riprendiamo Somma, perché il processo sembra analogo), “a tenere solo comportamenti descrivibili in termini di reazioni automatiche” però non al mercato ma agli stimoli delle macchine – e rimandiamo alla Scuola di Francoforte e alla sua analisi della società automatizzata e amministrata dalle macchine, oggi dagli algoritmi; oppure alla critica del sistema tecnico di Jacques Ellul; per non dire di Heidegger. Tutto nel segno positivistico per cui l’integrazione sociale deve coincidere con l’integrazione dell’uomo forza-lavoro nel sistema industriale e nella fabbrica globale di oggi, perché industria e società sono sinonimi scrivevano i positivisti Saint-Simon e Comte duecento anni fa, invitando gli individui a una saggia rassegnazione a questa realtà industriale (e anche il digitale è industria), che non si deve modificare

Scrive Bennato: al centro della società contemporanea – “deterritorializzata, asincrona” (a noi sembra invece massimamente sincronizzata, perché anche questo è principio di ogni sistema tecnico) “e tecnologica, ci sono i dati. Senza i dati, nulla funziona e catturare i dati con ogni mezzo è lo scopo di tutti i processi di digitalizzazione. E però aggiunge: “le scelte tecnologiche che vengono effettuate nel processo di costruzione della tecnologia rispondono a domande di tipo etico”, mentre a noi sembra che tali scelte siano mosse solo dalla logica del profitto – e l’open source è l’eccezione che conferma la regola. Perché se “i valori dei social media e le regole che bisogna rispettare per partecipare all’ideologia collettiva dei social media sono la connessione e la condivisione”, allora queste regole sono oggi regole per produrre dati e quindi profitto, che non è mai qualcosa di etico, così come non lo è ogni ideologia, per la contraddizione che non lo consente.

Che la tecnologia invece modifichi i valori della società, questo è verissimo – e Bennato scrive giustamente: “le tecnologie informatiche non solo organizzano e orientano la nostra realtà, ma la costruiscono nel vero senso della parola”. D’altra parte era stato il filosofo della tecnica Günther Anders a dire, già mezzo secolo fa, che le forme della tecnica diventano sempre più forme sociali e che ci stavamo avviando verso il totalitarismo della tecnica (cfr. L’uomo è antiquato). Mentre F. G. Jünger (fratello del più famoso Ernst, autore anche di L’operaio) ricordava, nei primi anni ’40, come nell’ambito della tecnica “sia possibile solo una funzionalità tecnica e la meccanica [oggi il digitale, ma il principio è il medesimo] e l’organizzazione sociale si espandono incessantemente insieme, a tal punto che l’una non è pensabile senza l’altra”. Grazie anche, oggi, a una metafisica del dato, come ricorda Bennato, distinguendo (ma possono essere distinti?) tra datizzazione (la trasformazione del mondo in un flusso di dati, giudicata positivamente) e dataismo, cioè “un atteggiamento mistico nei confronti dei dati”. Per cui – ecco un ulteriore legame di coppia di fatto che si crea tra il libro di Bennato e quello di Somma – “come i sostenitori del mercato libero credono nella mano invisibile del mercato, così i dataisti credono nella mano invisibile del flusso dei dati”. Il problema è che così si passa facilmente dalla metafisica al totalitarismo, perché “una società solo basata sui dati è una società totalitaria di tipo tecnocratico” – cioè totalitarismo cibernetico

Il libro di Bennato è molto altro ancora. Ci piace però concludere con il suo richiamo (che condividiamo totalmente) alla consapevolezza: perché se il mondo dipende dai dati e dagli algoritmi, allora “è necessario avere consapevolezza di questi processi per evitare di essere guidati da tecnologie senza responsabilità, per evitare di essere burattini le cui fila sono tirate da algoritmi”. 

Ma siamo ancora capaci di consapevolezza – è la domanda che nasce spontanea e che rilanciamo a chi ci sta leggendo – se siamo sempre più sussunti, integrati, ibridati con la tecnologia? E se è poi vero – ancora F. G. Jünger, in La perfezione della tecnica (e sembra sempre più vero) – “che l’aspirazione al potere della tecnica si prefigge lo scopo di subordinare lo Stato alla tecnica e di sostituire l’organizzazione statale con una organizzazione tecnica [analogamente, appunto, al neoliberalismo per il mercato], sostituendo le norme di diritto con norme tecniche”, saremo poi capaci, dopo la consapevolezza, di ri-democratizzare l’economia (Somma), ma soprattutto di democratizzare la tecnica e i suoi processi – a oggi del tutto a/anti-democratici – di innovazione, di organizzazione, di comando e di controllo – affinché la tecnica torni ad essere un mezzo per l’uomo e il suo accrescimento illimitato non diventi invece il fine di un uomo diventato mezzo/dato funzionale a questo accrescimento? 

Domanda difficile, ma ormai ineludibile.

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