77. Conversazione con Bifo

Luca Chiurchiù:

«A/traverso»: una rivista che ha fatto scuola a tutte le testate indiane del ‘77, ma anche a quelle odierne, soprattutto per le sue tecniche grafiche e il suo linguaggio innovativo. A quarant’anni da allora, qual è secondo te il primo aspetto per cui «A/traverso» dovrebbe essere studiato e riletto?

 

Bifo:

Prima di tutto non credo che ci sia qualcuno così pazzo da leggere «A/traverso», né qualcuno che ci riesca. Io stesso non l’ho mai letto veramente. È difficile leggere le sue pagine, si fa fatica e ci si perde: le colonne sono sbagliate, gli articoli non si sa dove vanno a finire… Credo che sia la dimensione grafica ad acquistare un’importanza decisiva, così come nel Punk, perché il messaggio ha caratteristiche simili all’effetto di una droga, di una dimensione alterata della coscienza. La grafica non spiega qualcosa attraverso i passaggi logici, ma presenta il messaggio brutalmente, in maniera sinestetica e immediata. 

Direi che «A/traverso» rappresenta un segno del mutamento dello spirito del tempo. In questo senso è piuttosto filosofia che letteratura, ma poi questa distinzione non significa quasi niente: ce lo hanno insegnato le avanguardie, Deleuze e Guattari quando riprendevano Artaud…

Se oggi ci si riavvicina a quella rivista l’effetto che si ha non è quello di leggere una poesia ma di entrare all’interno di un ambiente nel quale, come in Godard, tutti gli errori, le cancellazioni e le tracce “sporche” del lavoro artistico sono stati messi in risalto. In questo senso, «A/traverso» è principalmente un oggetto grafico.

 

Come si poneva la rivista nel panorama della stampa periodica alternativa di allora? 

 

La stampa extraparlamentare dell’epoca e quella della sinistra in generale avevano funzioni perlopiù di tipo agitatorio, educativo e controinformativo. 

L’idea che ci fosse un’informazione giusta e una sbagliata a noi invece non interessava per niente: era troppo poco “guattariana”. Secondo noi non esisteva un’informazione vera o una falsa, ma solo un proliferare continuo di processi informativi. 

«A/traverso» si riproponeva piuttosto di collegarsi, connettersi con le pulsioni e con i desideri irrazionali che appartengono all’inconscio collettivo – come il rifiuto del lavoro, l’esperienza della droga, la sessualità liberata –, dando loro uno spazio di espressione. Se abbiamo avuto una funzione è stata proprio questa: rendere esplicito, dichiarato, evidente, politico e strategico, qualcosa che già apparteneva al comportamento diffuso del movimento. 

 

Non è detto che abbia funzionato nella maniera giusta: qualcuno potrebbe dire che Berlusconi nasce proprio di lì. Far esplodere la macchina politica razionale apre la strada all’esercizio puro dell’irrazionalità politica. Ciò non vuol dire che è stata colpa nostra, ma che abbiamo anticipato in qualche modo un mutamento che si stava verificando. In questo senso «A/traverso» è molto più un tentativo artistico e psicanalitico, di espressione del profondo dell’inconscio, più che un giornale di informazione o di linea teorica. 

 

Che effetto ti fa vedere che l’esperienza della rivista e più in generale di tutto il movimento di liberazione viene oggi studiata in ambiti storiografici? Soprattutto quando alcuni del vostro collettivo hanno scritto in Fatti nostri: “Non esisterà uno storico, non tollereremo che esista uno storico, che assolvendo una funzione maggiore del linguaggio, offrendo i suoi servizi alla lingua del potere, ricostruisca i fatti, innestandosi sul nostro silenzio, silenzio ininterrotto, interminabile, rabbiosamente estraneo”.

 

Fatti nostri è stato scritto da Piersanti, Palandri, Torrealta e altri. È una frase molto bella questa: la condivido integralmente. 

Come ha detto il collettivo Wu Ming ne L’armata dei sonnambuli, romanzo sulla Rivoluzione Francese, la storia non la si può capire unitariamente, ma al massimo raccontarla attraverso i singoli punti di vista particolari. Ognuno ha la sua rivoluzione francese, ognuno ha la sua storia. Il processo storico è la coscienza (o l’incoscienza) che ne hanno i centomila attori che partecipano a tale processo. Questo non esclude che lo storico possa raccontare una vicenda unitaria capace di esprimere le pulsioni più vere di un’epoca, ma la prospettiva di «A/traverso» è tutta legata alla microstoria, nel senso di Ginzburg, di Foucault… Il significato della frase è proprio questo: non volevamo che qualcuno raccontasse posteriormente la nostra vicenda. C’è sempre un’irriducibilità del vissuto alla storia. 

 

 

Si è appena parlato del silenzio. Il titolo di un articolo della rivista era proprio “Silenzio, de/lirio, estraneità”. Mi può spiegare questi tre termini? 

 

“Silenzio” ha anche un significato politico. In quegli anni la democrazia borghese invitava le masse a parlare, a partecipare, ma non venivano mai messe in questione le faccende essenziali, cioè quelle del lavoro, dello sfruttamento, dell’estrazione di plusvalore e così via, spacciate come “naturali” e non discutibili. Silenzio allora voleva dire: non partecipiamo alle assemblee, ai consigli di classe, alle trattative. Voleva dire: non rendiamoci trasparenti nei confronti del potere (Baudrillard puro).

La parola “delirio” deriva da Guattari e significa leggere fuori dal testo; significa leggere in quest’ultimo qualcosa che non c’è. L’elemento importante del testo diventava ciò che la società borghese tiene fuori e che il discorso politico nasconde e rimuove (la sessualità, il corpo, l’inconscio, ecc.). Il compito che ci proponevamo come attivisti e intellettuali […] era proprio quello di rendere esplicito il rimosso, di esprimere ciò che non è permesso esprimere. In questo riprendevamo e capovolgevamo anche le accuse rivolteci dalla stampa ufficiale comunista, che definiva il movimento autonomo come “delirante”.

Šklovskij parla di “estraneità” per definire il modo di operare della poesia nei confronti delle parole. Per restituire loro la linfa persa a causa dell’uso comune che se ne fa, il procedimento poetico deve mettere in atto un’estraneazione, deve ricollocare il segno in un territorio semantico che non è quello abituale. Con questo termine, noi invece ci riferivamo anche a un nuovo modo di concepire il concetto di alienazione.

Negli anni Sessanta l’alienazione coincideva con la perdita dell’anima e dell’umanità a causa del lavoro e del processo produttivo. Il comunismo, in questo senso, era visto come la possibilità della restaurazione della pienezza dell’essenza umana. Nel caso del proletariato giovanile del ‘77, invece, non si voleva più riconquistare l’essenzialità umana, ma uscire volontariamente dal processo produttivo. Non c’era niente da restaurare. Non si voleva più rivendicare l’integrità contro l’alienazione, ma uscirne con un atto di rifiuto attivo. 

L’estraneità è non prendere sul serio il lavoro e non prendere sul serio la storia. Non c’è nessuna storia con la “S” maiuscola, perché non c’è integrità: ci sono tante storie quante sono le singolarità che, come afferma Guattari, rifiutano di piegarsi a qualsiasi universalità, della storia come del lavoro. 

 

La vicinanza tra «A/traverso» e l’esperienza delle avanguardie. Nelle pagine della rivista dicevate che erano il vostro punto di partenza ma che bisognava superarle. In un certo senso quindi rifiutavate di essere classificati come avanguardia. Non pensi però che il vostro linguaggio e il vostro lessico fossero appannaggio solo di militanti con un bagaglio culturale notevole? Non pensi cioè che la rete che avevate creato fosse comunque limitata a chi possedeva gli strumenti per farne parte? 

 

L’esperienza elitaria e sperimentale delle avanguardie negli anni Settanta si era allargata ad una dimensione di massa grazie alla tecnica e ai media. Questo lo avevano spiegato bene Maurizio Calvesi e Umberto Eco fin da subito. 

Non si poneva la questione se il nostro lessico fosse di avanguardia, perché le esperienze di correnti artistiche come il dadaismo e il surrealismo (il nonsense, il linguaggio dell’assurdo e del paradosso) stavano diventando patrimonio di tutti.

La follia si stava impadronendo della società. L’antico dominio della ragione stava perdendo la sua vigenza. Oggi questo fatto mi sembra evidente e bisognerebbe vedere i motivi che lo hanno causato. 

Se dovessi trovare un punto d’inizio e una spiegazione, per quanto parziale e imprecisa, li ricercherei nella decisione di Nixon del ‘71 di sganciare il valore del dollaro dal regime degli scambi fissi, emancipando la moneta dal suo rapporto col mondo. Se il denaro è un linguaggio, ciò significa che per la prima volta i segni non denotavano più nulla, se non una volontà senza misura e senza rapporti col reale. 

Oggi ne vediamo gli effetti: ora l’economia finanziaria vale ottanta volte di più del prodotto globale dell’economia reale. Oggi viviamo in una realtà in cui il linguaggio ha perduto ogni verifica, ogni capacità di denotazione, di rispecchiamento, ogni verità (per così dire…). 

Questo impazzimento, questa autonomia del linguaggio dal mondo era diventata dominante negli anni Settanta. Secondo me è questa uscita dall’orbita del razionale che noi, in modo impressionistico, interpretavamo.

 

«Fare poesia e non straordinario». Le vostre pagine sono costellate di versi. Come nascevano le vostre poesie, come le consideravate? Secondo te erano quelli i testi trasversali?

 

In quel gruppo la maggior parte era più giovane di me di cinque anni e aveva studiato al DAMS con Celati ed Eco. Io mi ero laureato prima con Anceschi: la mia formazione quindi è più classica, per quanto Anceschi sia stato comunque un personaggi ai limiti.

Non mi pare ci sia stata un’intenzione di affermare una poetica precisa. In un qualche modo è stato l’ambiente bolognese che ci ha portato naturalmente verso una “tendenza”, ma non so neanche bene come chiamarla. Non c’era un’aura da restaurare, ma forse solo il fascino per l’irregolarità. Non c’era un discorso sulla poesia, ma una pratica collettiva che derivava direttamente dalla lettura e dallo studio delle avanguardie storiche. 

«A/traverso» è tutto un testo trasversale. Al suo interno c’erano delle poesie che la gente ci mandava e che noi inserivamo senza alcuna censura, senza nemmeno ricopiarle in un altro foglio. Una ce la inviò addirittura Freccero. Non era operata una scelta: la poesia era il numero, il giornale stesso con tutti i suoi errori.

 

Ne La traversata del deserto, articolo che apre l’ultimo numero, si legge: «Il tempo del dopo è cominciato». Il tempo del dopo è questo, è il post-politico e l’annullamento del corpo, la messa al margine di tutto ciò che è concreto. Pensi che l’esperienza di «A/traverso» abbia rappresentato la prima presa di coscienza della “mutazione” (in senso pasoliniano), oppure una fase stessa che ha portato al compimento di tale trasformazione? 

 

 

Generalmente si pensa ad «A/traverso» in relazione agli anni Settanta. È legittimo, ma per me non è così: «A/traverso» non è una rivista degli anni Settanta, ma una rivista che si piazza nel punto di passaggio tra la storia del Novecento e la storia dell’epoca post-umana in cui viviamo attualmente. Se non si tiene conto di questo elemento, «A/traverso» diventa solamente una delle tante fanzine di quegli anni, un epigono del dadaismo o del futurismo. Del futurismo recuperavamo l’euforia, unita questa volta alla disperazione del rendersi conto di essere entrati in una specie di abisso. Questa è la cosa che, a mio parere, resta interessante. Negli ultimi numeri c’è la consapevolezza che la sconfitta dei movimenti segna l’inizio di quel deserto dell’umano di cui non si vede la fine nemmeno ora.

 

Il concreto è residuale: ciò significa che sta avanzando sempre più il deserto dell’astrazione, dove astratto vuol dire la legge del valore dell’economia, la perdita del rapporto con la concretezza dell’agire, la creazione del sistema virtuale, la comunicazione che prende il posto del rapporto fisico… Tutti elementi che oggi conosciamo benissimo ma che allora si presentavano solo come la percezione di una transizione. 

Per quanto riguarda il termine “mutazione”, di cui mi sono servito spesso, deriva direttamente da Burroughs e non da Pasolini, che consideravamo ormai vecchio. Non lo amavamo molto; il rapporto con Pasolini era complicato, ma oggi mi rendo conto che, anche se in maniera diversa, parlavamo delle stesse cose e dovevamo capirlo meglio. Mutazione è un modo per dire che non si tratta più di una transizione politica, ma di un cambiamento del tessuto stesso, della pelle degli uomini. Una mutazione antropologica, appunto, come diceva Pasolini. In Burroughs però c’erano comunque più stimoli: la dipendenza dall’eroina, il rapporto con la tecnica…

Per quanto riguarda la domanda se si sia trattato di una fase del passaggio o una presa di coscienza di uno stato di fatto, ti risponderei che siamo ancora a quel punto lì. L’articolo La traversata del deserto potrei scriverlo anche oggi. Quarant’anni dopo siamo ancora in quel deserto…

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