Achille, Omero e Parise

Il caso vuole che in questo momento, con in mano I lembi dei ricordi. Ri(n)tracciare il paesaggio di Goffredo Parise della Società Letteraria di Verona (Antiga Edizioni 2016), io non abbia a disposizione i miei volumi delle opere di Parise e tutto il materiale a lui riferito accumulato nel tempo. Causa trasloco i libri stanno ancora al riparo negli scatoloni in attesa di rivedere nuovamente la luce sulle librerie. Adesso qui devo contare esclusivamente sulla memoria per parlare di lui, e questo mi mette propriamente nelle condizioni di fidarmi solo delle risorse "naturali" per recuperare la realtà e presentarla in modo che sia almeno un po’ attendibile. Nonostante abbia letto accuratamente l’autore e lo abbia anche conosciuto e frequentato, un certo "tremolio"dei dati mi è inevitabile. D’altro canto raccontare Goffredo Parise è difficile, una vita così complessa, ancorché breve, e ricca, piena di frequentazioni le più disparate, di case, di storie. Non è facile, per niente. 

 

Ph di Moreno Vidotto, elaborate da Giosetta Fioroni.

 

Nietzsche diceva: "Va sempre come per Achille e Omero: uno ha la vita, il sentimento, l’altro li descrive" (Umano, non umano). Ma se Achille è un uomo reale, e noi non siamo Omero? E se quest’uomo che si vuole raccontare oltre che persona è anche "personaggio", perché alla sua vita vera viene attribuita anche una vita fittizia, riportata, immaginata? Chi è Achille, la persona o il personaggio? E noi che facciamo Omero quando parliamo di lui, a che cosa pensiamo, alla sua esistenza oggettiva o a quello che di lui siamo riusciti a percepire? E poi (meglio per questo sempre tenere a portata di mano il Contre Sainte-Beuve proustiano), se questa persona/personaggio è uno scrittore, cioè un produttore di storie, di personaggi, di "analisi del mondo", è pensabile poterlo raccontare anche attraverso le sue opere cioè attraverso il filtro della sua stessa immaginazione?  

 

Per una mia biogeografia parisiana in realtà anch’io, come chiunque, dovrei lottare con infinite ambiguità percettive. E il mio Parise non sarebbe alla fine che un modesto Achille descritto da un povero Omero. E non c’entra nulla l’avere o non avere i libri a portata di mano. 

 

Ne I lembi dei ricordi la "pantera profumata" Parise viene rincorsa attraverso delle mappe. In ciascuna, nei vari registri concettuali si prova a mostrare l’autore effettivo (si badi, non lo scrittore), facendone sentire l’odore sparso nei piccoli bar, nelle trattorie ruspanti e socialmente semplificate che frequentava. Un profumo lasciato nelle brevi escursioni tra colli zanzottiani e campi comissiani, una complessità umana, per molti versi straordinaria, emanata nell’aria tra il Piave e una residuale bontà contadina. Un’essenza diffusa senza che comunque nessuno potesse afferrarne le origini. Ci prova il disegno infantile di Giovanna Zanotto, vicina di casa al Piave; ci prova la "carta del tenero" di Omaira Rorato (deliziosa la macchinetta verde di Goffredo che fa il paio con la biciclettina rossa di Mario Schifano nella tela che sta dentro a Casa Parise); ci prova Lina Sari con i suoi percorsi culturologici; e poi Giosetta Fioroni che elabora le foto (di Moreno Vidotto) per espandere quel sogno oltre le immagini note a tutti. Ma i diversi e numerosi altri contributi, di immagini e di parole, messi assieme ci offrono come la massa critica di ciò che Parise è stato.   

 

Ph di Moreno Vidotto, elaborate da Giosetta Fioroni.

 

Non posso, e me ne scuso, non fare un accenno personale al fatto che anch’io facevo parte di quel paesaggio. Io a Ponte di Piave/Salgareda ci sono nato, e conosco perfettamente quegli odori, quelli di quando Goffredo è giunto sulle rive del Piave e ha deciso di stabilire lì il suo baricentro psichico (era l’epoca del Sillabario n.1) con tutto ciò che ne è seguito in termini di relazioni umane e dunque poetici. Ma mentre per me Ponte di Piave era il porto da cui partire, per Goffredo era l’approdo, lui a Ponte si portava dietro dei vissuti strabilianti che erano violentemente messi a confronto con le vite delle persone comuni. Quando lo incontrai, notai fin da subito che Achille-Parise tutti quelli che lo conoscevano volevano raccontarlo, ci provavano, il suo bios in qualche modo li determinava. In fondo "se potessimo intravedere anche solo di spalle Dante Alighieri che s’inerpica sull’Appennino, non capiremmo della Divina Commedia qualcosa di più di quel che oggi ne sappiamo?", diceva Cesare Garboli, il maggiore dei bio-critici, non per caso il maggiore – con Zanzotto – degli esegeti parisiani.

 

Mappa di Lina Sari. 

 

Parise, vivendo, metteva insieme una sorta di intra-vita, fatta di spostamenti, comportamenti banali, azioni minute e minori come prendere un caffè insieme agli altri uomini in un bar, e costruiva delle narrazioni inconsapevoli che altri leggevano attentamente: "A volte veniva chiamato al Bar Sport, oggi Sessolo, per una telefonata dal "Corriere della Sera"; il telefono allora non c’era nelle abitazioni. Noi fantasticavamo su quest’uomo così importante da essere chiamato da un giornale che noi non avevamo mai nemmeno visto" (Giovanna Zanotto, p. 86).

Questa vita si frapponeva a quella sua "autentica" e consapevole. Ma la possibilità di farne delle mappe ci dice che anche questa vita-seconda aveva, e ha, un' assoluta dignità biografica. Achille vive nel racconto di Omero e anche nel nostro immaginario, nella nostra variante privata di quel racconto. 

 

Mappa di Giovanna Zanotto. 

 

Diceva Parise che "bisogna stare attenti, dare molto peso all’attenzione e non badare se gli altri sono disattenti ma essere sempre attenti anche nel coraggio, nell’onore e nella dignità. Anche queste sono cose, non virtù morali, sono cose come il cuoio, il manzo, il vino Campofiorin, i residuati di guerra, sono cose che hanno una loro vita organica e che della vita organica comunicano ai nostri sensi qualche cosa che se noi siamo abituati all’attenzione non dimenticheremo mai più." (p. 21 da Vecchia Italia degli odori buoni, "Corriere della Sera", 9 febbraio 1985).

 

Che rapporto c’è tra il Parise che fa le sue cronache dal Biafra e il Parise che passeggia e cavalca sulle rive del Piave? Tra un uomo che atterra all’aeroporto di Lagos, schivando i proiettili delle truppe ribelli, per andare a scoprire e raccontare che i campi di concentramento in cui stanno morendo di fame più di un milione di bambini sono in realtà una macabra messa in scena politica studiata a tavolino per commuovere il mondo, e il semplice che abita in una casa sul fiume quasi monastica, e non vuole altro che la nebbia, il buon vino, la caccia e le acque del Piave? Uno che incontra Ho Chi-Minh e Marilyn Monroe e manda a quel paese sua maestà Livio Garzanti, ma nel suo buen retiro va a cercarsi le persone più elementari e se ne innamora, si innamora delle loro vite, del loro modo di viverle?

 

Parise non è un’opera, né un personaggio, ma lo diventa nel momento in cui lo disponiamo su una scena discorsiva, ciascuna delle mappe fa dello scrittore il proprio idealtipo, nel selezionare le informazioni biogeografiche da utilizzare, ogni persona decide qual è il rapporto tra il Parise noto scrittore e il Parise domestico, quello con il pane e il giornale sotto braccio incontrato prima. Ogni Omero crea il suo Achille ed è nel passaggio tra Omero e Achille, lì nel trait-d’union, che stanno probabilmente le spiegazioni. O forse no, forse stanno nei lettori che alla fine, dopo aver letto le mappe, si figurano sia Achille che Omero che scrive di Achille. Ma è opportuno fermarsi qui, al Parise-Achille, a un passo dai suoi libri, dalle sue opere che si sono avidamente alimentate delle vite degli altri, sia nel versante giornalistico ovviamente, ma soprattutto in quello più direttamente letterario. Il Parise-Omero richiede, da scrittore importante, un altro discorso per cui servirebbe scomodare almeno un po’ di, che so, Sant’Agostino, Proust, Bachtin, Barthes e Foucault, così, giusto per stabilire quanto e quando l’opera parli per l’autore e viceversa.

 

Mappa di Omaira Rorato.

 

Queste mappe restituiscono – ri(n)tracciano dice il titolo – il paesaggio di diversi momenti della vita dello scrittore, quelli che grosso modo vanno da un Sillabario all’altro, ed è una parabola calante, la luce del bengala (questa è l’immagine che Goffredo ha usato una volta per parlare del suo percorso) lanciato a suo tempo si andava esaurendo, e in qualche modo si trasferiva nei Sillabari, nella sua quintessenza poetica, per l’appunto. Per questo le mappe non sono meno pregnanti dei resoconti "ufficiali" pubblicati negli anni. Narrano di un paesaggio di essenze, in cui le vite lontane di Parise sembrano depositarsi e "precipitare" su un fondo pacificato e armonizzato. È in questi luoghi che lui sceglie di finire la corsa, in un mood conclusivo che è più dei sensi che della mente, un perdersi in "un senso di appartenenza al mondo degli spiriti magnetici tutto veneto, e universale…", come scrive Francesco Maino in un testo particolarmente mimetico (p. 71). E il "freddo" Vitaliano Trevisan, nella sua mappa, ammette di capire Parise (sforzandosi di andare oltre quel certo suo romanticismo) proprio perché sceglie di ritirarsi vicino al grande fiume, dove "il suo letto, le sue sponde, sono l’unico luogo in cui la natura comanda, dove è ancora possibile sentirla, ‘barbara e brutale’" (p. 76). La presenza in questi due autori in questo libro ha un suo peso preciso (bene hanno fatto i curatori a convocarli): se si pensa a Cartongesso di Maino o a Quindicimila passi e Works di Trevisan, si rafforzano le perplessità su quanto l’opera di Parise rappresenti il Veneto contemporaneo, e forse, – è una mia idea – quanto non necessariamente veneto sia Parise. Ma anche questa è un’altra questione.

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