Butto? Butta!

Giovannin senza paura

Per contribuire a un momento d’incontro, approfondimento e scambio come Tempo di Libri, la fiera del libro che si terrà a Milano dall'8 al 12 marzo, abbiamo creato uno speciale doppiozero | Tempo di Libri dove raccogliere materiale e contenuti in dialogo con quanto avverrà nei cinque giorni della fiera. Riprenderemo i temi delle giornate - dalle donne al digitale -, daremo voce a maestri che parlano di maestri, i nostri autori scriveranno sugli incipit dei romanzi più amati, racconteremo gli chef prima degli chef, rileggeremo l' “Infinito” di Leopardi e rivisiteremo la Milano di Hemingway, rileggeremo insieme testi e articoli del nostro archivio, che continuano a essere attuali e interessanti.

 

«C’era una volta un ragazzetto chiamato Giovannin senza paura, perché non aveva paura di niente.»

Così comincia Giovannin senza paura, prima della Fiabe italiane di Italo Calvino, uscite nel 1956 da Einaudi – e incipit dell’intera raccolta si potrebbe pertanto considerare tutta la fiaba.
Calvino la mise per prima «perché è una delle fiabe più semplici ed anche, per me, una delle più belle.» Lo è, con quel ragazzetto nel grande palazzo, in sola compagnia di una voce che annuncia pezzi di corpo umano giù dal camino: «Butto?» «Butta!» è sempre la risposta di Giovannino. Scambio ripetuto sei volte, in una cascata di membra che vanno a mettersi insieme in un corpo di morto.

Esempio perfetto di stile che, infatti, a chi mi chiede lumi su come si scriva per ragazzi porto sempre a esempio. Diceva Calvino delle fiabe, in Lezioni americane, che sono congegni perfetti, fatti di ritmo rapidità, precisione. E tuttavia la maggior parte di coloro che aspirano a scrivere per ragazzi perdono il tram dell’incipit attardandosi in estenuanti descrizioni meteorologiche o paesaggistiche: soli, nebbie, api, tempeste, nuvole, farfalle, primavere, ruscelli. Il lettore è già lontano, quando la pretesa storia si degna di cominciare.

La discesa infera in compagnia dell’uomo a pezzi conduce l’imperturbabile Giovannino a tre marmitte d’oro. La scansione della trama è geometrica: avanza per multipli di tre, ripetizioni e scarti, tenendo il lettore sulla corda viva dell’attenzione. Il morto si è appena ricomposto e già si smembra risalendo a pezzi su dal camino: e questa è una mirabile invenzione di Calvino, sopraffino narratore, rispetto agli originali, come si legge nel commento finale alla fiaba.

Le Fiabe italiane, a partire dal loro incipit perfetto, rappresentano un prontuario di estetica, un kit senza pari della strumentazione necessaria allo scrittore, ma anche al lettore, poiché non si dà l’uno senza l’altro.
Lezione numero uno: «Ogni operazione di “rinuncia” stilistica, di riduzione all’essenziale è un atto di moralità letteraria», scrive il calvinista Calvino alla fine del secondo paragrafo della lunga introduzione al volume.

Lezione numero due: «La funzione morale che il raccontare fiabe ha nell’intenzione popolare, va cercata non nella direzione dei contenuti, ma nell’istituzione stessa della fiaba, nel fatto di raccontarle e di udirle», prosegue.

Lezione numero tre: «La tecnica con cui la fiaba è costruita si vale insieme del rispetto di convenzioni e della libertà inventiva», conclude.

Un'altra grande narratrice di fiabe, Beatrice Solinas Donghi, nel suo Fiaba come racconto spiega come l’esattezza di stile della fiaba sia funzione della narrazione orale. La parola del narratore orale è un sismografo che registra ogni variazione dell’attenzione di chi ascolta, e costruisce il procedere della narrazione su questo scivolosissimo, sottilissimo crinale. È dopo, quando il racconto popolare comincia a passare attraverso la scrittura, che i narratori anziché osservare i propri ascoltatori cominciano ad ascoltare se stessi. Allora tutto si fa più difficile, confuso, spesso impantanato nelle molteplici trappole dell’autoascolto.
Lucia Amara, in La capanna dei bambini. Note di teatro infantile e di gioco mimetico secondo il metodo di Chiara Guidi (Edizioni Societas Raffaello Sanzio 2014) – Guidi altra impeccabile dicitrice di fiabe –, si chiede quale voce sia custodita nella fiaba. E osserva che nella sintassi della fiaba si trovano i resti di ripetizioni orali, formule magiche, fonemi lattei che appartennero alla lingua del bambino prima che imparasse a servire grammatica, sintassi e verbo. Sarebbe, dunque, una lingua ancora più antica, piena di cicatrici, quella che fa splendere d’oro il nero delle fiabe: la voce della perdita.

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