Che “icona”

Che cosa trasforma un’immagine, per esempio un dipinto, in un’icona? 

La Gioconda di Leonardo da Vinci è un’icona, la Primavera di Botticelli, il Cristo di Mantegna. Insomma, un dipinto, un’opera che per scelta e tradizione viene indicato come esempio alto di un’arte e come tale è poi universalmente riconosciuto come icona di quell’arte.

Ma che succede con una fotografia?

Il vocabolario Devoto Oli per quanto riguarda il terreno che ci interessa recita: nel linguaggio dei semiologi, messaggio affidato all'immagine. E poi aggiunge, come esempio: figura emblematica o altamente rappresentativa: Mick Jagger è l'icona del rock anni Sessanta.

Insomma, anche un personaggio, collegato a un’immagine, che universalmente viene riconosciuto come un’icona del suo tempo nella sua vicenda personale e storica.

 

Nessuna fotografia nasce icona. Icona, un’immagine lo diventa. Per essere tale deve essere universalmente riconosciuta, e questo accade per le ragioni più disparate. 

Io penso che sia proprio questo il punto: non si conosce un’icona, la si riconosce.

La fotografia del miliziano di Robert Capa è diventata un’icona della guerra civile spagnola. La ragione sta ovviamente nel fatto che quell’immagine è stata vista, riconosciuta come emblematica, simbolica di quell’evento capitale della storia del ventesimo secolo. Ma io credo che questa spiegazione non basti. Sono convinto che se alle spalle di quella fotografia, assurdamente discussa e anche contestata per decenni, non ci fosse stato il grande dipinto di Goya che rappresenta una fucilazione, non avrebbe avuto la stessa forza di riconoscibilità. 

 

Icona a sua volta il dipinto di Goya. Stessa situazione, stesso gesto: le braccia spalancate nel momento della morte. Potente rappresentazione della violenza e tragedia della guerra, di tutte le guerre.

Insomma, una fotografia può diventare iconica anche per il suo retroterra iconografico.

Ma non soltanto. Può diventarlo per accumulo di fatti storici che si sedimentano nell’immagine. Il mio amico e bravissimo fotografo, Tony Gentile, autore di una grande icona fotografica italiana contemporanea, l’immagine di Falcone e Borsellino che parlano con complice confidenza e ironia, racconta che nel periodo in cui l’aveva scattata quella fotografia non colpì particolarmente, nessuno la voleva.

 

Poi Falcone fu assassinato dalla mafia. Ma non è bastato. Hanno dovuto ammazzare anche Borsellino perché quella immagine si trasformasse in icona delle vittime della giustizia e della lotta contro il male.

Un’icona italiana, comunque; non credo che negli Stati Uniti o in Inghilterra abbia la stessa forza evocativa che ha per noi.

In questo caso è la storia che trasforma l’immagine, anche se, a volere cercare un retroterra iconografico, il dettaglio del dipinto di Raffello dei due angiolotti che parlano complici, infinitamente riprodotto, potrebbe magari inconsciamente avere aiutato la sua riconoscibilità aggiungendovi il crisma dell’innocenza.

Famosissima icona è anche la fotografia in primo piano di Albert Einstein che tira fuori la lingua. In questo caso è l’alone di leggenda che precedeva lo scienziato, accompagnato dalla fama di uomo intelligentissimo, libero e non convenzionale, che ha fatto da retroterra per la trasformazione di quel ritratto impertinente in icona.

Ma veniamo a Che Guevara. 

 

Ph Alberto Korda.


Che Guevara, viene ripetuto, è nell’immaginario collettivo mondiale il Garibaldi del nostro tempo. 

Nel mondo intero, non solo in Italia, sono innumerevoli le piazze al cui centro campeggia una statua di Garibaldi, l’Eroe dei due mondi. Qualcuno ha scritto che la corporazione degli scultori dovrebbe consacrargli una chiesa. Lo stesso destino non hanno certo avuto Cavour o Mazzini.

Il combattente per la libertà che poi si ritira a Caprera e non diventa l’uomo di potere che le sue imprese avrebbero potuto consacrare.

Che Guevara è eroe emblematico anche per questo. Non è diventato Fidel Castro. Dopo aver vinto a Cuba è ripartito per la Bolivia per continuare a combattere per la giustizia e la libertà degli uomini, e ci è morto. 

È l’eroe perfetto.

 

Guardiamo l’immagine di Alberto Korda che è diventata una delle più potenti e universali icone del nostro tempo. Perché?

Le ragioni storiche ci sono tutte. Ma la faccenda è più complessa. 

Esistono centinaia di fotografie di Che Guevara, perché proprio quella?

La storia ce l’ha raccontata lo stesso Alberto Korda. 

Un giorno Giangiacomo Feltrinelli si trova a Cuba e va nello studio di Korda. Cerca una fotografia del Che. Alberto lo ha fotografato molte volte. Gli mostra molte fotografie. Feltrinelli sceglie proprio quella. 

Non è la fotografia che conosciamo. Alberto l’ha scattata il 5 marzo del 1960 durante un funerale. Guevara era sul palco, il fotografo in basso. È da questa posizione che vede la postura monumentale del personaggio, occhio fiero e malinconico, che guarda lontano. 

L’eroe, ce l’ha insegnato Barthes, deve guardare lontano, verso il futuro collettivo. 

Alberto scatta. Ma la sua fotografia è orizzontale, a sinistra c’è un personaggio di profilo, a destra una pianta ornamentale. Il Che è al centro. 

 

Feltrinelli si porta via la fotografia e dopo un po’ di tempo decide di usarla per un manifesto. Ma nel manifesto non vediamo la stessa fotografia. L’immagine è stata tagliata, il personaggio a sinistra e la pianta sono scomparsi. Adesso è un primo piano verticale. Di quel manifesto vengono stampati migliaia di esemplari. Ma il successo è tale che presto diventano centinaia di migliaia, forse milioni. Non c’è circolo rivoluzionario, non c’è giovane impegnato dell’universo mondo che non l’attacchi nella propria camera. In questa forma viene riprodotto e copiato innumerevoli volte, in cartoline, libri, riviste, opuscoli, magliette, difficile stabilire quante.

 

Che cosa è successo? Che cosa ha fatto scattare questo successo a valanga?

La faccenda è stata analizzata molte volte. Il riferimento iconografico è evidente. Guevara ha i capelli alla “nazarena”, è visto dal basso, monumentalizzato. È il santo, addirittura il Cristo, la cui missione è stata quella di redimere gli uomini. Ma anche, se non soprattutto, quel taglio riconduce l’immagine alla riconoscibilità del santino, una forma che nel mondo cattolico ha rappresentato e diffuso per tanto tempo, soprattutto nell’immaginario infantile, popolare, le immagini di Gesù e dei santi.

 Ma non solo nel mondo cattolico; basta guardare ai ritratti ufficiali dei dirigenti cinesi, qualche volta addirittura scontornati su fondo azzurro, e di moltissimi ritratti dei governanti del mondo.

Per Che Guevara si è poi aggiunta un’altra potente fotografia, quella che i militari boliviani hanno fatto fare a Camiri, dove il Che è stato ucciso. 

Se avessero avuto un po’ di cultura pittorica probabilmente non avrebbero fatto diffondere un’immagine così potentemente evocativa del dipinto del Cristo morto in forte visione prospettica di Mantegna che vediamo a Brera, per fortuna oggi restituito in una collocazione meno trivialmente consumistica.

Il cerchio è chiuso: due immagini entrambe cristiche, quella dell’eroe glorioso e pensoso e quello della sua “passione”.

 

A dimostrazione a posteriori della pertinenza di questa ricostruzione propongo il destino di un altro celebre ritratto di Che Guevara, fatto a Cuba da René Burri. Il Che in primo piano, con un grosso sigaro in bocca, lo sguardo trionfante, sarcastico. Il rivoluzionario che ha vinto. 

Fotografia giustamente celeberrima, ma che se pure è approdata anche lei alla gloria delle magliette non è mai assurta come l’altra al ruolo di icona universale.

Forse perché è una fotografia, un ritratto, incomparabilmente migliore di quello di Korda, ma troppo complesso, sia sul piano psicologico che formale. Troppo poco semplice e stereotipo per diventare una grande icona.

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