Cogliere il reale di sorpresa

A un certo punto di Helzapoppin’, esilarante metafilm degli anni 40, c’è un orso che protesta coi suoi padroni; e un cane là vicino commenta: “strano: un orso che parla”. Stranezza al quadrato, si dirà, che suscita una risata tanto immediata quanto colpevole. Se gli animali non parlano, la cosa dovrebbe valere per tutti, orsi o cani che siano. Ma se il cane trova strano l’orso che parla, cosa dire di lui che sta facendo la medesima cosa? Insomma, in cosa consiste l’effettiva stranezza? nell’orso, nel cane o in noi che stiamo ridendo di loro? La problematicità della convinzione circa la mancanza di linguaggio negli animali, per il tramite di una trovata artistica, viene fuori in tutta la sua potenza. E questa trovata artistica ha un nome tecnico molto celebre – ‘straniamento’ –, proposto dal Viktor Sklosvkij in sede di critica letteraria, ripreso da Bertold Brecht in drammaturgia, da Walter Benjamin nell’estetica e da Roland Barthes nella semiologia strutturale. Mica bruscolini.

 

Per spiegare di che cosa si tratta, Sklovskij, perfidamente considerato un ‘formalista’ dai suoi detrattori sovietici, ricorda quel celebre racconto di Tolstoj in cui un cavallo si interroga sul significato della parola ‘mio’. “Riesco ormai a comprendere il linguaggio umano – pensa –, ma proprio non capisco questo termine. A dire ‘il mio cavallo’ non è chi mi accudisce ogni giorno, chi mi dà da mangiare e regolarmente pulisce la stalla, ma un signore azzimato che vedo di tanto in tanto quando viene a cavalcarmi per farsi bello coi suoi simili”. Ecco una critica – tanto indiretta quanto evidente – all’istituzione della proprietà privata, in particolare, e alla subordinazione dell’animale all’uomo, più in generale. Straniare significa insomma invertire il punto di vista, eliminare l’automatismo della nostra percezione del mondo, mettere in discussione l’impensato che regge la nostra quotidianità, le presunte evidenze della nostra vita. 

Fra queste false evidenze, c’è da un po’ di tempo in qua quella che riguarda la natura, termine e concetto tanto ovvi quanto di difficile definizione, un po’ come il famigerato tempo di Agostino, chiaro finché non ci si riflette su, complicatissimo quando si prova a spiegarlo.

 

Tutti sappiamo che cos’è la natura, l’ambiente, la lotta per la sostenibilità del pianeta, le specie viventi, gli organismi disparati che lo popolano. Al punto che oggi, si sa, la natura è un valore assoluto, nella coscienza critica di ognuno come nell’opinione pubblica, nell’agenda politica come nella religione, nel turismo come nel marketing, nei consumi e, appunto, nei comportamenti e nei gesti sedicenti etici della nostra vita quotidiana: da quando ci laviamo i denti al mattino a quando alla sera differenziamo i rifiuti. La coscienza ecologica s’è talmente diffusa da pervadere ogni ambito della vita umana e sociale, di fatto invertendo – ma senza rifletterci troppo su – la convinzione millenaria secondo la quale il cosiddetto progresso della civiltà umana consisterebbe nello sconfiggere i limiti e le costrizioni, le violenze e i sacrifici che la natura impone alla specie umana. Ma tale progresso è andato, per così dire, un po’ troppo in là, al punto da configurarsi come il suo esatto contrario, che mette in crisi non solo la sussistenza della specie umana nel pianeta (ecologismo light) ma quella del pianeta come tale (ecologismo deep). A poco a poco si sono dunque venute a creare, nei confronti della presunta evidenza della natura, due posizioni diametralmente opposte: da una parte la tradizionale convinzione al tempo stesso religiosa e razionalista (dalla Bibbia a Descartes, per intenderci) che tende a separare l’uomo dalla natura, conferendo al primo un ruolo gerarchicamente superiore rispetto alla seconda; dall’altra la più recente (ma con forti influenze da parte di certe religioni orientali) idea di una fusione panica dell’uomo nella natura, senza alcuna gerarchia interna e nessun privilegio di principio.

 

Opera di Joseph Beuys.


Chi oggi, per esempio, difende i diritti degli animali o in generale delle specie viventi, considerandoli pari se non superiori a quelli degli umani, fa parte di questa seconda categoria, tanto ragionevole in apparenza quanto problematica nei fatti: vale più la dignità della vita di un punkabbestia o quella dei randagi malaticci che trascina con sé mentre chiede l’elemosina? è più importante il mantenimento della specie del lupo appenninico o quella delle galline che ci danno le uova? Dai grossi problemi filosofici si passa subito alla piccole questioni dell’esistenza quotidiana, e viceversa. Le ragioni in gioco, da entrambi i lati, sono molteplici, e le argomentazioni per sostenerle altrettanto numerose. Spesso inconciliabili.

Ora, se c’è un luogo, o per meglio dire un genere di discorso, in cui queste delicatissime questioni hanno trovato una trattazione degna di nota non è, forse, tanto la filosofia, che spesso s’ingarbuglia in aporie concettuali fini a se stesse; meno che mai la politica, dove gli opportunismi spesso prevalgono sul bene comune; quanto piuttosto la letteratura, che da sempre ha posto la relazione fra l’uomo e il suo ambiente in termini narrativi, e cioè al tempo stesso problematici e inventivi.

 

Ne è profondamente convinto Niccolò Scaffai, docente di letteratura comparata a Losanna, che da parecchio tempo lavora in modo acuto e intelligente su tali argomenti, e che ha da poco pubblicato un eccellente volume, Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa (Carocci, pp. 270, € 26), in cui sintetizza le sue ricerche in materia. In apparenza si tratta di un libro di critica letteraria di stampo tematico come tanti ne esistono in circolazione (in quali termini la letteratura tratta il tema della natura?), ma a ben vedere bisogna considerare quella congiunzione ‘e’ che sta nel titolo nel suo significato più profondo: facendo ‘reagire’ (termine frequentissimo nel libro) il tema ambientale con le forme specifiche, gli stratagemmi retorici e cognitivi, le strutture narrative proprie della letteratura, la questione dell’ecologia viene illuminata in modo sorprendentemente nuovo, non soltanto schivando l’opposizione fra separatismo e fusione panica, ma accendendo nuove prospettive di pensiero, di riflessione, di analisi, di lavoro ulteriore per un futuro più civile e sensato. Analogamente, narrando della relazione difficile fra uomo e ambiente, immergendosi nella tematica ecologica, la letteratura ritrova quella sua funzione sociale e ideologica, cognitiva e fors’anche politica che sembrava avere perduto in nome di una pratica di fiction tanto euforica quanto autoreferenziale. Letteratura e ecologia insomma si spalleggiano, guadagnandoci ognuno a suo modo.

 

Ecco dunque il senso di una nozione come quella di straniamento, praticata da romanzieri e poeti di tutti i tempi, e perfettamente funzionale alla trattazione del tema ecologico in letteratura. Se da una parte, ricorda Scaffai, circolano molti polpettoni cosiddetti ecothriller che riconducono la questione ecologica a una lotta assai ingenua fra Bene e Male, e se, analogamente, parecchia critica letteraria soprattutto statunitense, autobattezzatasi ecocriticism, assume posizioni eccessivamente radicali e ideologiche, ci sono invece molta buona letteratura e molta buona critica letteraria che riescono a fuoriuscire da certi fanatismi fini a se stessi, utilizzando il più delle volte, o mettendo in evidenza, lo stratagemma dello straniamento. Gli esempi citati da Scaffai sono moltissimi, da Sebald a De Lillo, da McCarthy a Tournier, da Franzen a McEwan, per non parlare degli italiani Calvino e Pasolini, Rigoni-Stern e Ortese, Volponi e Sarchi. Dopo aver discusso attentamente le principali tematiche ecologiche (sottolineando l’importanza di Jakob von Uexkull e Philippe Descola) e le prospettive originarie del nesso letterario uomo-natura (si pensi al celebre locus amoenus), Scaffai si concentra su tre grossi argomenti: quello dell’apocalisse (De Martino, Carrère, Crichton, Atwood etc.), quello dei rifiuti e delle deiezioni (Pennac, Sinclair, Cheever, Saviano etc.), quello del paesaggio moderno italiano nel passaggio dall’agricoltura all’industria (Pasolini, Cavino etc.). Ce n’è di che per imparare tantissimo, e per riflettere meglio.

 

E resta, fra l’altro, a Scaffai lo spazio per enucleare una sua precisa idea di letteratura, che, riprendendo il grande Auerbach, sappia superare sia le narrazioni minimaliste della cosiddetta autofiction sia le trame a effetto dei romanzoni di consumo. Scopo della letteratura, dice l’autore in chiusura al libro con una frase che ci piace tanto riprendere, è piuttosto “cogliere il reale di sorpresa”. Senza eluderlo insomma, ma senza diventarne schiavi.

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