Dall’altra parte

È la fatica di vivere di una donna, il fisico appesantito dagli anni, il viso segnato dall’abitudine di congelare le emozioni, il perno intorno a cui ruota Dall’altra parte, il film di coproduzione croato-serba, menzione speciale alla Berlinale 2016, premiato a Pola e al Trieste film festival, candidato dalla Croazia agli Oscar 2017. E sono le mutazioni del volto di Vesna, interpretata dall’intensa Ksenija Marinković, a scrivere una trama dove il visibile di un’esistenza ha radici in un passato che non passa,

quando le vicende dei singoli sono state le pedine del gioco a scacchi dei padroni della guerra e della pace

Lo spettatore la segue immersa nel suo trantran quotidiano di casa e lavoro, dal centro medico agli appartamenti degli anziani che assiste a domicilio. Nella sua giornata è il silenzio a occupare molto del suo tempo, sono poche parole asciutte quelle che scambia con i parenti dei malati che lava e a cui cambia il pannolone. E sono chiacchiere veloci quelle con le colleghe con cui si fa un caffè. Vesna abita con la figlia, che sta però per andare a convivere con il suo ragazzo, ha un figlio già sposato e un nipote che ogni tanto cura. Nel mondo esterno non pare accada nulla di significativo, il ritmo metropolitano protegge con la sua quotidianità anonima. Sempre spiccia e indaffarata, Vesna comunica una stanchezza che non è solo quella di un fine giornata. 

 

Per chi conosce la rotta balcanica il luogo è facilmente riconoscibile: il quartiere Trnje è alla periferia sud di Zagabria, siamo in una periferia che per la storia della città è sempre stata significativa, a ogni cambio d’epoca politica il viale che porta verso il centro viene ribattezzato, ora è intitolato a Vukovar.

Una telefonata irrompe nel ritmo ripetitivo e ottundente delle giornate. La chiamata ha un numero ignoto, arriva dall’estero, un estero che ora ha il nome Serbia. Dapprima ostile, a poco a poco Vesna cede alla voce di quello che non è uno sconosciuto, ma un marito rimasto dall’altra parte. E, goccia a goccia, la storia del passato trasuda. Il marito Žarko (Lazar Ristovski) si intuisce appena tornato dall’Aia, dove ha subito un processo ed è rimasto per anni in prigione. Condannato perché ha partecipato, come ufficiale dell’esercito popolare jugoslavo, ad alcune azioni durante la guerra che, più di vent’anni anni prima, ha diviso territori e famiglie. Dalle loro conversazioni lo spettatore viene a sapere che lui ha scelto la “parte nemica” e lei ha dovuto andarsene. Vesna croata e Žarko serbo hanno avuto tre figli, un figlio è morto (si è ucciso?), con la figlia Vesna porta fiori alla sua tomba a Mirogoj, il cimitero parco di Zagabria, dove la sua tomba è accanto a quelle fastose, di marmo, che negli anni del nazionalismo si sono fatti costruire politici e criminali.

 


La voce incalza, le telefonate si fanno più frequenti, lei spesso le interrompe, oscilla: tra incredulità e rabbia, odio e amore per una figura insieme familiare ed estranea. Le cui azioni hanno distrutto la sua esistenza. Ma ritornano i ricordi, quelli dell’antico affetto, in Vesna si risveglia la femminilità assopita e solitaria di una donna di mezza età che non va a dormire senza pasticche. Quando, nel suo appartamento anonimo, alle pareti le riproduzioni cliché a tinte pastello del pittore naif Rabuzin, suona il cellulare, addolcisce la  sua freddezza, inizia a preoccuparsi per chi sta dall’altra parte

Chi chiama cambia spesso numero, fa pensare di essere controllato, intanto lei ne parla con i figli: Vlado commenta “Mi stupisce che non si sia impiccato”, Jadranka non trova lavoro, quando salta fuori il suo vero cognome, il nome del padre, la madre teme per lei, nel caso la famiglia cattolica del suo ragazzo lo scopra.

 

Un giorno suonano alla porta e sono i vicini del mondo di ieri. Quando serbi e croati abitavano sullo stesso pianerottolo, quando i padri giocavano a pallone con i figli degli altri, quando a Sisak, la città industriale dove abitavano, non era ancora “vietato mescolare”. A poco più di un’ora da Zagabria, a Sisak la componente serba era rilevante, le violenze contro i civili hanno portato all’Aia i responsabili croati. “Temevo che non mi riconoscessi”, le dice uno dei due, “Anch’io non mi riconosco”, risponde lei. Gli ex vicini sono imbarazzati, hanno una richiesta, non sanno come formularla. Alludono, temono di offenderla. Nel loro paese d’origine, un villaggio della Bosanska Posavina, dunque in Bosnia, in un massacro, sono state uccise trentatré persone, poi disperse in fosse comuni. I parenti non sanno dove sono finiti i loro corpi. A cui vorrebbero dare sepoltura. Ma, nel caso lei fosse ancora in contatto con suo marito, potrebbe chiedere a lui perché, forse, proprio lui ha guidato quella operazione − “la guerra è guerra”.

 

Seduti oggi in un appartamento di Zagabria, a bere un caffè, a parlare dell’indicibile e di un passato comune che ora pare incredibile: una situazione surreale.  

Vesna interroga la voce del marito, chi risponde, piange e dice: “Non potrò mai perdonarmelo”, l’operazione a cui si riferisce però è un’altra, in cui ha ucciso una donna e un bambino. E i morti degli uni non riescono mai a fare pace con quelli degli altri. 

Intanto la incalza, parla della sua solitudine, del desiderio di rivederla, “divorziati non siamo”, e Vesna inizia a immaginare un viaggio a Belgrado. E lo spettatore pensa di aver capito: i lutti rimasti sono privati, le memorie sono divise, ma la riconciliazione è possibile. Nel dopoguerra infinito delle guerre inter-jugoslave di fine Novecento l’uso pubblico della memoria non prevede la possibilità di ricordare il proprio morto, le proprie sofferenze – i morti legittimi sono sempre plurali e politically correct, tutti gli altri sono figure sospinte nell’oblio, come in Jugoslavia era già avvenuto dopo la seconda guerra mondiale, dopo gli incroci prodotti dall’incontro del conflitto mondiale con le appartenenze regionali. 

Invece. Vesna non sente più la voce, chiede a conoscenti di Belgrado di andare a verificare, teme che il marito non stia bene, quando gli parla lo sente distratto e lontano: lui non l’ha mai chiamata. È stata la voce di un altro – solo lo spettatore scopre che si tratta del vicino di pianerottolo! – a costruire la beffa. A trasformare Vesna nella protagonista de L’inganno. La donna matura del racconto di Thomas Mann, illusa dalla vitalità dei sensi, dalla speranza di un nuovo amore.  

 

Il regista Zrinko Ogresta fa un film che spiazza, il colpo di scena finale rende universale una trama molto connotata da riferimenti locali. Ma, come è già accaduto per Sole alto (Dalibor Matanić, 2015), chi non può cogliere i segni di appartenenza serbi e/o croati, seguire la memoria dei significati di una storia intricata, riesce a farsi prendere dalla forza del racconto. Dall’altra parte rovescia il copione dei buoni e dei cattivi, introduce dilemmi etici che ricordano il lavoro del maestro di Ogresta, Kieślowski. La camera riprende figure di schiena, seminascoste da tendine e imposte, quasi fossero spiate da qualcuno in agguato. 

Come in altre pellicole capaci di elaborare sullo schermo la storia recente – Il segreto di Esma (Jasmila Žbanić, 2006), Una buona moglie (Mirjana Karanović, 2016) – è un segreto che guida la narrazione, una figura femminile è la custode della memoria, lo spazio privato è il luogo dove il singolo cerca di sfuggire al suo destino di straniero.

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