Donne che invecchiano

È come guidare uno scassatissimo autobus: a parlare di vecchiaia c’è sempre la sensazione di stare uscendo di strada, si sbanda verso la sociologia o verso la filosofia, si prova a darne una qualche descrizione o spiegazione, ma non si sa bene se quello che stai facendo sia l’una o l’altra. E su quell’autobus c’è un sacco di gente e se guidi tu, che stai tentando di descrivere e spiegare, devi esserne consapevole. Se poi si tratta della vecchiaia al femminile la questione si fa ancora più complessa, il confine tra descrizione e spiegazione è più sfumato. La vecchiaia è un dato assoluto, qualcosa che riguarda tutti, eppure la cultura, almeno quella occidentale, ha fatto sì che essa sia diventata una questione principalmente “da uomini”, non “da donne”. È una lunga storia cominciata nell’antichità, “formalizzata” da Platone e proseguita da Cicerone: sono sempre gli uomini, nel senso di maschi, a percorrere proficuamente tutte le diverse fasi della vita, a evolversi, e in vecchiaia a produrre saggezza. Mentre le donne, in questa visione, non solo devono sopportare la vecchiaia, ma anche di esserne, diciamo così, un’accezione secondaria.  

 

Il principale merito di De senectute di Francesca Rigotti (Einaudi 2018) è di tematizzare questa insufficienza. Riprendendo saggiamente (e beffardamente) il titolo ciceroniano, il libro propone della vecchiaia una esplicita declinazione al femminile, ma non in una chiave di istanza militante – che pure è presente –, facile e riduttiva, bensì nella corretta dimensione di oggettiva analisi culturale. Ci mostra le radici profonde delle convinzioni correnti sulle donne che invecchiano.

Il racconto che ne risulta è una lucida descrizione dell’azione che ancora nel nostro tempo svolgono i vizi culturali profondi sulle donne in età, una massa di idee dilatate, esacerbate, avvilenti, da cui si capisce che la donna in vecchiaia è ancora un percepito di secondo ordine: vecchie sì e per di più in un modo che, nonostante tutto, è un po’ meno di quello degli uomini. La stessa parola vecchia “non suona bene in nessuna lingua” (Rigotti, p. 102). Il prevalere della vecchiaia come tratto nobile dell’esistenza sembra rimanere appannaggio degli uomini, esattamente come in età romana, quando Cicerone codificava la mentalità nostrana, esaltando la potenza delle sagge virtù del senex.

 

Ph Gregory Crewdson.


Uno sguardo più sociologico, concentrato su fasce sociali, contesti socio-culturali, fasi storiche, per mostrare una a una tutte le tipologie di vecchiaia al femminile, sarebbe stato un lavoro ancora insufficiente e limitante per descrivere un fenomeno che oggi sta vivendo una profonda deregolamentazione. La nostra sembra un’epoca in cui ogni donna ha in qualche misura la possibilità di decidere quale possa essere la sua propria vecchiaia. In questo senso appare più completo l’approccio della filosofa Rigotti che va alla ricerca della genesi del pregiudizio e dell’autopercezione che le stesse donne hanno del loro invecchiare: insomma, questo De senectute, più che fornire classificazioni, aiuta a pensare.

Nel tempo la concezione della vecchiaia è stata piuttosto ondivaga: c’è un filone di pensiero della negatività, quello che Rigotti riconduce principalmente a Simone de Beauvoir (La terza età, Einaudi 1971), a Jean Améry (Rivolta e rassegnazione. Sull’invecchiare, Bollati Boringhieri 1988) e più recentemente a Norberto Bobbio (De senectute e altri scritti autobiografici, Einaudi 1996); e uno della positività proveniente da Platone, appunto, e poi da Cicerone e riproposto oggi, per esempio, da James Hillman (La forza del carattere, Adelphi 2000), Marc Augé (Il tempo senza età. La vecchiaia non esiste, Raffaello Cortina 2014: qui la recensione) e, aggiungerei, Francois Jullien (Una seconda vita. Come cominciare a esistere davvero, Feltrinelli 2017). La vecchiaia rabbiosa della sofferenza per il decadimento, dell’inutilità sociale, pensiero che apparteneva anche a Aristotele, contro una visione più rasserenante e pacifica. Ciò che tuttavia è costante è che la vecchiaia delle donne non è raccontata e messa a fuoco se non sporadicamente. Le donne stesse non l’hanno mai fatto abbastanza, e anche Simone de Beauvoir, pur avvertendo il problema, si è solo accontentata di far notare la grande scarsità di letteratura sull’argomento. 

 

Curiosità: qualche settimana fa la BBC riportava che la gran parte di film usciti nel 2014 non ha superato il Bechdel Test (qui, 100 Women: How Hollywood fails women on screen). Il Bechdel Test è un modo che la fumettista americana Alison Bechdel ideò nel 1985 per rilevare la rappresentatività delle donne al cinema (un film “rappresenta le donne” se ad almeno uno dei seguenti quesiti si può dare risposta affermativa: 1. nel film ci devono essere almeno due donne di cui si conosca il nome; 2. le due donne di cui si conosce il nome parlano almeno una volta tra di loro; 3. le due donne di cui si conosce il nome parlano tra di loro (ma non di uomini). Il quesito attorno alla rappresentatività delle donne nel cinema non riguarda ovviamente solo il 2014 e riflette, una volta di più, la visione al maschile dominante nella nostra società. Mi chiedo: se nei quesiti del Bechdel Test la parola “donne” fosse stata sostituita con “donne in età”, che cosa ne sarebbe risultato? Ma la risposta non è troppo complicata: temo che pochissimi film, ancor oggi, supererebbero il test, nonostante la cinematografia occidentale degli ultimi anni sembri aver notevolmente incrementato l’attenzione verso il mondo senile.

 

La condizione delle donne in età è sostanzialmente oppressa da un cumulo di vizi mentali sui quali spicca quello sulla sterilità, uno stigma antropologico che un tempo equivaleva a una vera e propria espulsione dal gruppo sociale. La donna non più fertile diventava automaticamente “una vecchia”. È questo uno dei nodi attorno ai quali si modula il disagio della vecchiaia al femminile. In epoche antiche era un passaggio a un’altra dimensione, da quella di madre a quella di maia (levatrice), e ora in tempi di baby boomers questo passaggio è vissuto come liberazione ma ancora come perdita. “Forse – dice Rigotti –, bisognerebbe dare alla menopausa maggior dignità come momento di trapasso a una nuova fase di vita, ma il nostro mondo moderno ed economicizzato, neoliberale e capitalista, ha cancellato i rituali di passaggio” (p. 28).

Di fatto oggi il dato della longevità sembra prevalere su quello della fecondità, e la menopausa potrebbe avere “un valore adattivo” nella biologia evolutiva per rimettere in circolo risorse che riattivino i processi di sviluppo (come ipotizzava Theodore Roszak, storico della controcultura e dei baby boomers). Ma, sottolinea ancora una volta Rigotti, la funzione-nonna è solo una delle molteplici possibili condizioni della donna anziana (p. 29). 

 

Procreative, ma non creative: altro pregiudizio con cui le donne devono ancora combattere, quando in realtà, a differenza degli uomini, scrive l’autrice di De senectute, sono loro “a essere creative e procreative, loro a godere della doppia, anzi tripla creatività: mentale, dell’individuo, della specie” (p. 34). 

Questione particolarmente “intima” – e non superata – dell’invecchiare al femminile è quella legata all’intollerabile decadimento estetico della fisicità, allo sfiorire dell’elemento propulsore dell’attrattività corporea. Anche questo pregiudizio viene da lontano, in particolare dal mondo romano in cui la donna anziana era disprezzata e dileggiata: “brutta, avida, loquace, ubriaca; è puzzolente e senza denti; è una fellatrix avida di sesso” (imbarazzante il componimento di Orazio sull’argomento, citato da Rigotti a p.59). E anche il mondo cristiano non si discosta molto da questa concezione deteriore della vecchiaia delle donne: come dice Paolo nella lettera a Tito, l’importante è che stiano “sottomesse ai loro mariti”. A questo proposito, guardando al presente, credo che andrebbe fatta una qualche riflessione, che non trovo in De senectute, sulla rete intesa come territorio a cui affidare una propria eternità d’immagine. Internet potrebbe diventare il luogo di riparo di un’identità dalla demolizione del tempo, proprio pensando alle future dinamiche psicologiche dell’invecchiamento. 

 

Nelle società statiche del passato in cui i saperi venivano custoditi e valorizzati dai vecchi, la loro capacità di dominare la conoscenza del reale era superiore a quella dei giovani. Ora, dicono i teorici “negativi” (De Beauvoir, Améry, Bobbio), nel rapido mondo contemporaneo i vecchi non sanno più tenere il passo con il loro tempo, i cambiamenti sono troppo veloci e numerosi per consentire a chi sta rallentando il suo ritmo di vita di coglierne la natura e la sostanza. Ma anche questo “nuovo mondo” non pare debba interessare le donne anziane. Si riaffaccia di nuovo il pregiudizio di genere: “Mentre gli uomini – scrive Rigotti – si differenziano l’uno dall’altro per competenze, capacità, professionalità, inclinazioni ecc., le donne… beh, le donne sono in fondo tutte la donna, con i suoi innati ed eterni caratteri di femminilità, sentimento, bellezza, maternità, così che basta una sola donna per coprire il campo del femminile” (p.71). Altro sarebbe la sapienza dei vecchi, altro la (eterna) sapienza delle vecchie.

 

La senilità non è la conseguenza necessaria della senescenza, dice l’autrice, ma è il prodotto artificiale di una società che respinge i suoi vecchi (p. 36). E forse è arrivato il momento di coniugare il nuovo presente storico con i nuovi vecchi, uomini e donne, che stanno comunque abbandonando i profili stabiliti dalla tradizione, le consuetudini culturali, e ora fanno i conti con una vera e propria (re-)invenzione della vecchiaia. I cardini sui quali si è andata realizzando la vecchiaia tutta al maschile stanno giocoforza venendo meno, e una nuova cultura della vecchiaia (anche grazie a questo libro di Rigotti) si sta esplicitando. “Per gli uomini è molto più semplice essere egoisti e devi essere egoista se vuoi diventare un artista”, diceva il pittore Lucian Freud alla giovane pittrice Celia Paul, sua futura compagna.

 

Le donne hanno ormai imparato a essere più egoiste, e più artiste: che la menopausa non sia più un punto di arresto nella vita di una donna, che sentimenti e sessualità comunque continuino, che la creatività mentale sia una delle varianti che si danno in natura e non una specifica caratteristica maschile, che il mestiere di nonna/o non abbia una precisa fisionomia al femminile o al maschile, ma sia semplicemente un dato oggettivo nella biografia di una persona, sono contenuti in buona sostanza acquisiti, proprio perché la vecchiaia non è né negativa né positiva, né maschile né femminile, e, conclude De senectute, “non è una colpa, e soprattutto la giovinezza non è un merito. Sono dati, fatti, non valori. La vecchiaia non è sabbia nell’ingranaggio della vita, è la vita stessa.” (p. 108)

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