Eco e Narciso

Tanto, tanto tempo fa, nell'antica Grecia, il dio dei fiumi, Cefiso, rapì la ninfa Liriope e dalla loro unione nacque Narciso. L'astrologo Tiresia predisse che il bellissimo bambino avrebbe vissuto fino a tarda età, mantenendo intatta la sua straordinaria bellezza, solo se non si fosse mai guardato in volto. E così fu. Narciso restò per sempre giovane e bello, ma superbo e solitario. Ignorava tutte le ninfe e i giovinetti che si innamoravano di lui, anche la bella Eco, la più spensierata delle naiadi, che chiamandolo e chiamandolo, senza ottenere risposta, venne consumata dall’amore per lui, divenendo sola voce (da allora essa risponde ai viandanti ripetendo solo l’ultima sillaba delle loro parole). Narciso rimase indifferente al dramma; gli dei, per punire la sua vanità, fecero in modo che il giovane vedesse la propria immagine riflessa nell’acqua. Il ragazzo si innamorò di se stesso e rimase a guardarsi e a guardarsi finché, sporgendosi per toccare la propria immagine, perse l'equilibrio e cadde nell’acqua. Il suo corpo fu allora trasformato in un fiore dal profumo intenso. 

 

Ph Alberto Novelli, preview.


Il mito, narrato da Ovidio nelle sue Metamorfosi, rappresenta due modi di intendere l’identità: quella assoluta di Narciso, che non conosce l’alterità, e quella di Eco che, all’opposto, esiste solo in funzione dell’altro. Non solo: nel 1436, il grande umanista Leon Battista Alberti, vissuto all’epoca della Firenze dei Medici, nel suo De Pictura definisce Narciso “il vero scopritore della pittura … che altra cosa è il dipingere” – si domanda – “che abbracciare e pigliare con l’arte quella superficie del fonte?”. Per Alberti, il bellissimo giovane segna la propria fine come essere vivente nel momento in cui, guardando il proprio riflesso, riconosce se stesso in quanto immagine. E così sembra rappresentarlo Caravaggio più di un secolo dopo: un'immagine che guarda se stessa, un’allegoria della vista, della conoscenza di sé, del rapporto fra uomo e natura, fra uomo e immagine, fra l’uno e il suo doppio. Narciso, vestito da uomo contemporaneo, chino, alla ricerca di un contatto fisico con il suo riflesso, con le braccia disposte ad arco, si specchia nell’acqua e si vede, speculare, nella medesima posa. 

 

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Al tema, in una lettura poliedrica e cronologicamente trasversale, è dedicata la mostra Eco e Narciso. Ritratto e autoritratto nelle collezioni del MAXXI e delle Gallerie nazionali Barberini Corsini, inaugurata il 18 Maggio a Palazzo Barberini a Roma. L’esposizione, curata da Flaminia Gennari Santori e Bartolomeo Pietromarchi, nasce dalla collaborazione tra due musei romani dall’identità (e dall’appartenenza cronologica) distante. Occasione del progetto è stata la riapertura al pubblico di alcuni spazi del palazzo romano, fino ad oggi non accessibili ai visitatori, con una mostra temporanea che permettesse di lavorare sui ‘nuovi’ spazi e su un tema al di là delle cronologie convenzionali, per sondare il luogo e, anche, tentare un’esplorazione delle categorie della storia dell’arte.

Il progetto, molto coraggioso, è riuscito. Il pubblico che da oggi al 28 ottobre percorrerà le sale del palazzo avrà la possibilità di fare un vero e proprio viaggio tra ritratti e autoritratti, dal Rinascimento ai nostri giorni, nel contesto appena ristrutturato delle sale dedicate originariamente agli appartamenti dei cardinali della famiglia Barberini.

 

 

Il percorso inizia sotto la magnifica volta di Pietro Da Cortona, luogo di massima rappresentanza del palazzo, ritratto allegorico dell’unione del potere spirituale e di quello temporale nella famiglia Barberini, strumento della Divina Provvidenza, dove il visitatore si confronta con Le Ore (1975) di Luigi Ontani, montato per l’occasione in una struttura semicircolare. L’artista è ritratto in ventiquattro tableaux vivant in bilico tra fotografia, pittura e performance, alla riscoperta del tempo allegorico e dell’immagine di sé e dell’altro. Segue la bella sala ovale, tra il salone e il giardino, un tempo destinata a riunire i poeti e gli scrittori della cerchia dei Barberini, dove si incontrano il Narciso (1597-1599) di Caravaggio e l’opera di Giulio Paolini, Eco nel vuoto, realizzata per l’occasione. Paolini interpreta il mito di Eco assente, o comunque invisibile, nella tela di Caravaggio e ne paragona il destino a quello di Narciso: entrambi fatalmente attratti da un’immagine. 

 

E ancora, di sala in sala, Markus Schinwald si confronta con Luca Giordano; i ritratti ‘astratti’ di Richard Serra guardano l’Enrico VIII di Hans Holbein e Stefano IV Colonna di Bronzino; il bellissimo Large Dessert di Kiki Smith si accorda con i pastelli di Rosalba Carriera e Benedetto Luti; la Maddalena di Piero di Cosimo e la Fornarina di Raffaello sono accostate all’opera abbagliante di Monica Bonvicini.

Si aggiungono, questa volta nelle sale del MAXXI, La Velata di Antonio Corradini e VB74 di Vanessa Beecroft, portandoci a riflettere sulla nudità tra grazia e peccato, incoscienza e coscienza. Di opera in opera, continua il dialogo tra moderno e contemporaneo, eco e narciso, mito e realtà, figure speculari, modelli sociali e di genere, ritratti e autoritratti – sorprendente l’accostamento tra il Papa e Mao di Yan Pei-Ming al ritratto di papa Urbano VIII di Gian Lorenzo Bernini – rivelando in ogni sala una cosa inaspettata, una malinconia, uno shock visivo, un’inquietudine. 

 

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La storia dell’arte dei manuali ci insegna che, dal Cinquecento, ritratto e autoritratto si arricchiscono di aspetti interiori e che il secolo che affina l’osservazione della psiche è il Novecento. Cosa accade allora se oggi si guardano ritratti e autoritratti dal Cinquecento ai nostri giorni in un contesto forte e connotato come quello di Palazzo Barberini? Accade che si aprano suggestioni inaspettate. L’immagine è ovunque. Non solo, come normalmente dovrebbe essere, nelle sale di un museo, in una mostra, in un palazzo nobiliare di rappresentanza, ma di più. Di sala in sala si riflette sul funzionamento dell’immagine, sul vedere e sul rappresentare. Risulta evidente, ad esempio, nell’accostamento tra Il Nudo femminile di schiena di Pierre Subleyras e i nudi SBQR, netnud, etc. di Stefano Arienti, lo slittamento percettivo tra l’immagine della nudità e dell’intimità dal privato al pubblico, oppure ci si sorprende di fronte alla ‘concettualità’ della Fornarina di Raffaello che, mostrando la donna, riesce a mostrare – in absentia – l’uomo, il pittore, unendo ritratto e autoritratto. 

 

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Insomma, il moderno incontra il contemporaneo nella performatività delle immagini, nella nostra performatività davanti alle immagini e nell’architettura delle sale e degli spazi del palazzo. La mostra ci propone la riscoperta del luogo ma contemporaneamente delle opere stesse: la cronologia mista esorta a una lettura non pregiudiziale delle immagini, a un’indagine sugli sguardi, su somiglianze e differenze inaspettate, sulla retorica delle pose e dei gesti, spingendoci a riflettere su ciò che vediamo, ma anche su ciò che non vediamo (e che non per questo, come Eco, non c’è).

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