Edmond Jabès. La parola ferita

“Non si racconta Auschwitz. Ogni parola lo racconta”. Così Edmond Jabès replica alla domanda se sia possibile scrivere poesia dopo Auschwitz. La frase compendia bene il cammino dello stesso Jabès, nella cui scrittura la parola ferita, la parola segnata dal tragico del Novecento, è insieme parola del dolore e della responsabilità, del deserto e del cielo che lo sovrasta, del vuoto e delle immagini che lo abitano, dei silenzi e delle voci che li attraversano e interrogano.

        

A ventisei anni dalla sua morte, Edmond Jabès è uno scrittore fortemente contemporaneo. Per il fatto che la sua opera si situa, ancora, nel cuore delle domande proprie della nostra epoca. Parole come straniero, dialogo, condivisione, ospitalità, nei libri di Jabès si aprono in un ventaglio di interrogazioni, si fanno pensiero e racconto, lingua della poesia e compito morale, rappresentazione meditativa e invito alla responsabilità del singolo. 

        

Questa contemporaneità di Jabès, nel mio caso, che è il caso di un traduttore e amico, ha anche un’altra configurazione: è presenza di un’immagine – con la sua voce, con il suo sguardo, con le sue tonalità leggere nel raccontare, con il suo sorriso – un’immagine che il passare degli anni non ha reso opaca né affievolito. Quando rileggo Jabès, nel bianco che s’accampa tra pensiero e pensiero, nei silenzi che costellano sulla pagina il dialogare di maestri e discepoli, di rabbini, di esiliati, di poeti, nell’abbaglio di un’immagine, nel ritmo di una saggezza che è insieme sovversiva e fraterna, rivedo quella fisica presenza, risento quei timbri. Una singolare corrispondenza, del resto, correva tra la scrittura e la persona: una profondità del pensiero che si affidava a un conversare affabile e discreto, una percezione acuta del dolore che è nel mondo accompagnata da una forte fiducia nelle virtù immaginative e inventive del singolo. Da qui una pratica dell’amicizia nutrita di dialogo, di condivise curiosità intellettuali, di confronti su grandi questioni che riguardavano le tradizioni culturali dell’Occidente, la poesia e i suoi classici, i saperi e le loro riformulazioni, oppure la condizione sociale di certi popoli, i conflitti tra stati e popolazioni (Jabès era molto severo sulla politica israeliana nei confronti dei palestinesi).

 

Il libro dei margini, due tempi di un’assidua, quotidiana, riflessione sui libri degli amici – Blanchot, Lévinas, Leiris, Caillois, Char, Celan, Derrida, Bernard Noël e tanti altri – raccoglie appunto margini, frammenti di un dialogare interrogativo, annotazioni, spunti esegetici, insomma una conversazione assidua che è allo stesso tempo una partecipazione alla tessitura comune di un pensiero dell’epoca e sull’epoca, un pensiero che si interroga sulle questioni che davvero contano. Questi margini sono il contrappunto amicale di un’opera che si svolge in modo davvero originale di libro in libro, e che fa di Jabès uno scrittore non assimilabile a correnti di pensiero, a poetiche, a campi di sapere predefiniti, a aree disciplinari. Una costante sovversione dell’ordine del linguaggio agisce nella sua scrittura.

       

Gabriele Basilico

    

Nato al Cairo nel 1912, di famiglia ebrea sefardita, Jabès scelse come lingua quella francese e come nazionalità quella italiana (gli ebrei in Egitto non potevano avere nazionalità egiziana): di fatto i rapporti con l’Italia erano motivati da alcuni fili parentali e con la Francia da una formazione culturale giovanile di assidua frequentazione della poesia e cultura francese e da legami di amicizia che via via si andavano formando con intellettuali e poeti   francesi come Max Jacob, Gabriel Bounure, che fu il suo primo interprete, o come André Gide, Henry Michaux, Michel Leiris, René Char e molti altri. Finché rimase in Egitto, cioè fino al 1957, quando con Nasser gli ebrei dovettero abbandonare il Paese, Jabès fu soprattutto un poeta, e la sua attività culturale si svolgeva in riviste e in collane di poesia. Negli anni Trenta tenne anche rapporti clandestini con alcuni esponenti dell’antifascismo italiano come rappresentante dei gruppi di giovani antifascisti che erano sorti in Egitto. 

        

Quando giunse a Parigi, la sua scrittura ebbe una svolta: una scritta sul muro contro gli ebrei, vista una sera, mise in moto una riflessione sulla Shoah che diede origine al Livre des questionsLibro delle interrogazioni – in cui la storia d’amore di Sarah e Yukel è evocata dentro il tragico di un’epoca, e il desiderio, le voci di un’antica saggezza, i resti di un sapere biblico disperso e rianimato e reinventato nella diaspora, si confrontano con la minaccia del nulla, il ricordo e il grido si confrontano con il vuoto spalancatosi col tragico. Il Libro delle interrogazioni si svolse in sette stazioni, alle quali seguirono altri libri, dal Libro della sovversione non sospetta al Libro dell’ospitalità, che fu l’ultimo libro. 

         

Il Libro per Jabès modula in mille modi l’assenza di Dio, un’assenza irrevocabile, originaria, costitutiva dell’essere, e questa privazione diviene ritmo dell’apparire, anima stessa delle cose. Il Libro replica l’esilio dal senso, l’orfanità delle parole. Un’orfanità da cui muove l’apertura della domanda, lo stato di ascolto lungo il cammino.

L’esperienza della poesia dà al pensiero di Jabès una forma che è essa stessa nomade e plurale, mai statica, mai rassicurata: margine, aforisma, frammento, lampo (“fusée” avrebbe detto Baudelaire), nel loro disporsi sul bianco della pagina, si sottraggono all’ordine discorsivo, il pensiero espone la sua fragilità e impotenza, e si può svolgere solo   nell’apertura di un domandare incessante e privo di risposta. La poesia è per Jabès un “pensare contro l’oblio”: qui il suo dialogo da una parte con la tradizione rappresentata da Baudelaire e da Mallarmé, dall’altro con la poesia di uno dei suoi amici, Paul Celan. Sia in Jabès sia in Celan la coscienza del tragico cerca una sua lingua, una sua forma, una “dolorosa rima”: una congiunzione, si direbbe, del deserto con il fiore.   

         

Mi tornano spesso in mente i tanti incontri e colloqui avuti con Jabès, a Parigi, a Milano, a Siena, a Lecce: ricordo che una volta da Lecce andammo a Oria, dove era rimasta ancora attiva una delle tante comunità ebraiche un tempo presenti in Puglia. La settimana passata a Lecce – una mostra di artisti dedicata ai suoi libri, un seminario sul tema dell’ascolto nell’abbazia basiliana di Santa Maria a Cerate – più volte Edmond la evocava, chiedendomi notizie degli amici che in quei giorni avevano accolto lui e Arlette Cohen, sua moglie. Ma è l’ultimo incontro che mi torna spesso in mente. Fine di novembre del 1990. Una sera, dalla casa di rue l’Epée de bois eravamo andati in taxi, lui, Arlette ed io, alla vecchia Bibliothèque Nationale, in rue Richelieu, dove si inaugurava un’ esposizione dedicata all’opera di Jabès.   Ci sarebbe stata una sobria cerimonia in una saletta: Jabès in quell’occasione donava tutti i suoi manoscritti alla Biblioteca. Era un gesto di restituzione. Restituiva la sua scrittura al Paese la cui lingua lo aveva ospitato. Parlò brevemente il direttore della Biblioteca, lo storico Emmanuel Le Roy Ladurie. Edmond era molto stanco e disse poche parole. Salutandoci, mi chiese se l’indomani potevo di nuovo passare da lui: avrebbe volentieri passato la mattinata insieme. Così tornai a trovarlo nella stanzetta del suo scrittoio, tra i suoi libri: parlammo a lungo di poesia, come accadeva spesso, di comuni amici poeti, di lavori in corso, di traduzioni. Mi diede, per la rivista “il gallo silvestre” che era nata da poco più di un anno, i versi scritti di recente, le Petites poésies pour jours de pluie et de soleil, e a un certo punto Arlette si affacciò e chiese che Edmond facesse lettura di quei versi ad alta voce, perché quella poesia, che era un po’ favola, andava ascoltata dalla sua voce. 

 

Così Edmond, che era arrendevole, lesse, e a un certo punto evocò la lettura che qualche volta aveva fatto in quella stanza Paul Celan delle sue poesie. Poi mi parlò del Livre de l’hospitalité, concluso da poco e appena consegnato a Gallimard, e mi affidò una copia dattiloscritta. Era un inconsapevole addio. Mi allontanai con il libro nelle mani, come lo straniero che aveva dato il titolo a uno dei suoi libri. Attraversando il Jardin del plantes mi fermai su una panchina e lessi gran parte del libro. Sostai sull’ultima pagina, che ha il titolo L’adieu e che comincia con questa frase: “Tout livre s’écrit dans la transparence d’un adieu”, disait-il (“Ogni libro si scrive nella trasparenza di un addio”, diceva ). Tornato a Milano cominciai a tradurre Il libro dell’ospitalità. Ospitare le parole dello scrittore nella mia lingua era il modo che avevo per continuare il dialogo. Jabès lo sentii ancora, e l’ultima volta molto a lungo, per telefono, intorno a Natale. Morì il pomeriggio del 2 gennaio del 1991, con il libro di un amico, Michel Leiris, nelle mani. 

 

Dall’Introduzione al Libro del Dialogo

 

Presenza costante nell’opera di Jabès è il Libro, inteso come libro sacro la cui scrittura è incompiuta, libro dischiuso alla pluralità delle interpretazioni ma anche raccolto nella sua indecifrabilità, libro frammentario, mai pienamente leggibile. Libro la cui interrogazione è l’apertura di una domanda che si apre su un’altra domanda. In questo interrogare, che è un costante esilio dal senso, l’ebreo e lo scrittore si somigliano. 

Altra figura che trascorre nella meditazione di Jabès è il deserto. L’esperienza del deserto, che Jabès fece nella sua giovinezza, si trasforma via via in esperienza di scrittura: ecco i grandi silenzi, i cieli di pietra, la sabbia, le impronte del cammino cancellate dal vento, ecco le voci che vengono da lontananze inattingibili, i miraggi, il passaggio del nomade e la sua ospitalità: “L’ospitalità è crocevia di cammini”, leggiamo nel Libro dell’ospitalità. Il deserto è anche luogo dell’illimite, dove si confronta il granello di sabbia con il vibrare di un infinito impossibile a dirsi.   

 

Dal Libro delle interrogazioni – scandito in sette bellissimi tempi che sono sette stazioni di scrittura – al Libro dell’ospitalità, che esce postumo, la ricerca di Jabès è allo stesso tempo lo svolgersi di una domanda intorno alla ferita del vivente – al dolore e al tragico dell’epoca – e il dischiudersi costante di una meditazione intorno all’impossibilità di dare un volto all’enigma, un senso alla mancanza, una protezione o un approdo allo stato d’esilio. L’ebraismo di Jabès è quello della diaspora, del nomadismo, dell’affabulazione fantastica germinata nella lontananza da una patria inesistente. Un ebraismo senza la rassicurazione di un Dio, senza l’approdo a una terra. Un ebraismo ateologico, che vive nell’inquietudine della domanda, non nella quiete della risposta. 

 

Per tornare al Libro del dialogo, le sue pagine sono la messa in forma di questa condizione che è, insieme, apertura e condivisione, ascolto e dislocazione del pensiero verso il limite oltre il quale   c’è il riverbero dell’impensato. Il dialogo non è nella comunicazione, nell’agire comunicativo, non è nella parola che si sovrappone alla parola, che ad essa replica e da essa rimbalza, non è nella rappresentazione di sé affidata alla lingua. Il dialogo è silenzio che cerca di muoversi verso la lingua, ascolto che si svolge in interrogazione, immagine dell’altro che cerca la via della prossimità. Nel Libro del dialogo riappaiono, come accade spesso nella scrittura di Jabès, temi e immagini degli altri libri e si annunciano domande che saranno riprese e dilatate nei libri a seguire, come il rapporto tra la parola e l’indicibile, tra il silenzio e il deserto, tra lo straniero che abita in noi e lo straniero che viene verso di noi, tra il vuoto dell’attesa e il vuoto della domanda, tra il vocabolo e la voce che lo abita e la parola che lo accoglie. E ancora, si disseminano pensieri intorno al limite e all’oltre del limite, alla solitudine,   alla morte, alla scrittura stessa.

 

E tutto questo diventa frammento disteso nel bianco del foglio, lampo di un’immagine, parola del saggio detta al giovane discepolo, margine, annotazione per metafore, meditazione per figure. 

Ricordo, al di là della scrittura, nel vivo di un’oralità affabulatoria e conviviale, alcune “storielle” che Jabès raccontava talvolta (le fonti erano le stesse della grande tradizione narrativa dell’apologo, alla quale anche Kafka ha attinto): il sorriso con cui si accoglievano quei racconti brevi, lasciava subito il posto a un pensiero che aveva quasi sempre al centro la messa in questione del senso, del suo ordine, l’apertura su quella desertica distesa che è lo stare al mondo privi della certezza di un approdo, privi della pacificazione di un senso.   È in questo vuoto di senso che la parola della poesia mostra il sorriso della lingua. E ospita quel che l’oblio ha rinserrato nelle sue prigioni, conosce la ferita del vivente, accoglie la luce del visibile fino al suo confine, fino all’orizzonte e alle risonanze dell’enigma che è oltre ogni orizzonte.   È la poesia – la lingua e il respiro della poesia – che fa vivo il pensiero di Jabès.   

 

La seconda parte dello scritto, quella dopo l’asterisco, riprende passaggi dell’Introduzione a E. Jabès, Il libro del dialogo, a cura di A. Prete, Manni editore, San Cesario di Lecce 2016. Si veda anche, riedito ora, Il libro dell’ospitalità, a cura di A. Prete, Cortina, Milano 2017. Di Jabès su Celan, si veda La memoria della parole, nel volume Poesie per i giorni di pioggia e di sole e altri scritti, a cura di C. Agostini, Manni 2002.

Per scrivere un commento occorre aver letto e accettato le nostre Norme per la comunità.