Fine del gioco, Julio Cortázar

Oggi è l'ultimo giorno di Tempo di Libri, ma il nostro speciale doppiozero | Tempo di Libri resta: continuiamo oggi con gli incipit dei romanzi più amati.

 

«Con Leticia e Holanda andavamo a giocare sui binari del Central Argentino nelle giornate calde, aspettando che mamma e zia Ruth cominciassero la loro siesta per scapparcene via dalla porta bianca.»

 

Questo è l’incipit di “Fine del gioco”, un racconto di Julio Cortázar contenuto nella raccolta omonima pubblicata la prima volta nel 1956 da una casa editrice messicana e che qui citiamo dal volume italiano dei racconti completi a cura di Ernesto Franco.

 

 

In questo racconto Julio Cortázar narra la storia di tre sorelle cui piace uscire di casa all’insaputa della mamma e della zia per andare a giocare a quella che si potrebbe definire una variante da viaggio del gioco delle belle statuine: «Aprivamo lentamente la porta bianca, e nel richiuderla era come un vento, una libertà che ci prendeva per mano, per tutto il corpo, e ci lanciava in avanti. Allora correvamo dandoci la spinta per arrampicarci con un balzo sulla breve scarpata della ferrovia, e appollaiate sul mondo contemplavamo silenziose il nostro regno». Con gli abiti e gli accessori della madre e della zia, tutti i giorni, a turno, si mettono in posa per i viaggiatori dei treni in corsa, che ne ammirano l’audace fantasia: veneri e principesse si alternano alle pose della generosità, della pietà, del sacrificio, della rinuncia; le tre sorelle sanno fare persino la posa dell’orrore. 

 

Un giorno da uno dei treni cade un foglietto. Da quel momento cambia tutto: un ragazzo, uno dei pendolari cui offrono il loro teatrino, si è invaghito di Leticia, la più cagionevole delle tre, semiparalizzata, per la quale queste uscite sono uno strappo alle regole dell’isolamento cui è condannata: «Ci sembrò che fosse un po’ pentita di quel che aveva fatto il giorno prima e fummo molto buone con lei, dicendole che le capitavano queste cose perché camminava troppo, e che forse era meglio che rimanesse in camera a leggere. Lei non disse niente però venne a tavola a far colazione, e alle domande della mamma rispose che si sentiva molto meglio e che la schiena quasi non le faceva male». Leticia è costretta a mentire. Perché per entrambi, lei e Ariel B., che sceglie sempre il terzo finestrino della seconda vettura, ormai c’è poco da fare: senza mai incontrarsi, sono finiti nello stesso luogo invisibile, che è poi la dimensione della finzione e dell’invenzione, quel territorio ultraterreno in cui è molto probabile contrarre patologie che possono affaticare corpi già compromessi e rivelarsi addirittura mortali se prese sottogamba. Lo afferma Gabriel García Márquez in uno dei suoi Scritti costieri. Per prudenza allora è meglio spostarsi dall’Argentina ai Caraibi colombiani, dove peraltro i patimenti ne guadagnano in teatralità, per avere un quadro clinico inconfutabile e per rintracciare, grazie agli esperti in materia, una prospettiva che si avvicini alle inclinazioni dei due personaggi inventati da Julio Cortázar. 

 

Gabriel García Márquez, grande ammiratore e, in seguito, amico intimo di Cortázar, mette in guardia sulle complicazioni che sopraggiungono già durante gli stadi iniziali di ciò che lui considera un problema serio: «L’amore è una malattia del fegato» e l’innamoramento una defezione del corpo, infatti «il fegato si anchilosa, la donna si sbianca, l’uomo perde l’appetito». Una patologia contagiosa che tende alla cronicizzazione se i due malati, e lo dice un premio nobel per cui tendiamo a fidarci, «riescono a incontrarsi nel luogo spirituale in cui la loro identificazione sintomatica comincia ad accentuarsi». Proprio come nel caso di Leticia e del suo pendolare, con l’aggravante, per Leticia, della circonvenzione a mezzo fantasticheria, perché è stata lei ad assumere il ruolo di guida, attraverso la ritualità del gioco in maschera, dentro una realtà inventata in cui il ragazzo non deve andare tutti i giorni all’Istituto Industriale e la gobbetta cede il posto a una bellissima principessa cinese. Così facendo, la ragazzina nutre le illusioni dello studente e, allo stesso tempo, pratica quell’ascetismo dell’immaginazione su cui si incardina tutta l’opera di Julio Cortázar. 

 

Leticia è un po’ come La Maga di Rayuela, perché entrambe sono in equilibrio sulle crepe dell’ordine razionale della realtà, laddove bisogna fare i conti con l’incertezza e lo smarrimento, senza nemmeno avere chiaro che cosa si stia cercando. L’importante è sottrarsi alla sfera della colpevolizzazione, perché, per carità, può capitare a tutti di ammalarsi. Tuttavia, è bene non perdere tempo. Fin dalle prime avvisaglie, bisogna cercare di rimediare esercitandosi nella “metafisica dell’oblio”, così raccomanda García Márquez che comunque, per sicurezza, di fronte a casi disperati come questo di sospensione del contatto con il mondo, suggerisce anche l’assunzione quotidiana di una bustina di rabarbaro prima della colazione. Non è chiaro se per allievare le pene o accentuarne i sintomi. 

Se avessero saputo che raggiungere la salvezza è così facile ed economico, Leticia e Ariel B. avrebbero senz’altro raddoppiato la dose di rabarbaro, assumendo una bustina anche prima di coricarsi ciascuno nel proprio letto, per favorire l’insorgere di conseguenze indesiderate anche durante il sonno.

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