Forme mutate in corpi nuovi

L'opera di partenza è il nome di un'idea, l'azione centrale, l'unità di movimento per un'opera nuova. Metamorfosi: trasformazione, trasfigurazione – senza affondi storici e filologici: non come siamo cambiati e ci siamo stratificati nel tempo dal caos primordiale all'oggi di Ovidio, ma come cambiare ancora, come sfuggire alla forma, sfare, sformare, muovere, insorgere. Roberto Latini, che firma regia e adattamento di questa particolare produzione di Fortebraccio Teatro, in verità non riscrive, non adatta, non consegna letture ed esegesi; invece saccheggia furiosamente letteratura e storia dell'arte, accumula frammenti brucianti – Camus, Strindberg, Foscolo, Gualtieri, l'impossibile, la luna, liriche della lacerazione e della perfezione di maestri di quella virtù che Cioran chiamava apprendistato della macerazione –; Latini regista e attore, poeta guerriero, che si dibatte tra hybris e paura, egotismo e umiltà, e sprofonda in “colate di pensiero”, per rubare ciò che gli serve, ciò che lo attrae, battagliando dentro le forme contro la scontentezza di sé e contro la battaglia stessa, in un essere o non essere che in queste Metamorfosi recita perfino, ma al contrario, in disordine, quasi dimentico, per demolire anche la forma, comunque forma morta, dell'indugio per eccellenza. Per parlare, così, di una testa che spezza continuamente il cuore, «non a noi ma di noi – scriveva Attilio Scarpellini lo scorso anno a proposito del suo Orfeo e Euridice – del nostro assurdo, inesausto desiderio che l’amore vinca di nuovo la morte, della nostra tendenza quasi irriflessa a ripetere ogni volta lo stesso gesto di salvezza e ogni volta, a ripetere lo stesso ansioso, impaziente tradimento per colpa di un unico, fugace sguardo». 

 

 

Per la prima volta i dieci frammenti del ciclo, presentati dall'estate scorsa solo in forma di meravigliose apparizioni singole in diversi luoghi e a diverse ore del giorno tra festival e stagioni teatrali (perfino chi non c'era ha impresse nella memoria le immagini di un sipario bianco aperto sulla spiaggia di Castiglioncello all'alba), vengono ricuciti tutti insieme in un programma lungo un giorno al Teatro Laura Betti di Casalecchio di Reno.

 

 

Nel corso della mattinata e del primo pomeriggio, nell'altana del teatro, Narciso – per ciascuna replica un attore diverso e una partitura differente –, attende un solo spettatore per volta. Nelle orecchie, attraverso cuffie, la voce inconfondibile di Ilaria Drago che racconta la nota vicenda del fanciullo che s'innamora della sua immagine riflessa, e la musica struggente di Gianluca Misiti. L'abbacinante luce diurna, il panneggio bianco tutto intorno alla stanza, un laghetto incorniciato da coloratissimi fiori finti e un clown che si trascina lentamente nell'acqua sfilando dalla parrucca gialla interminabili fili di lana rossa che scivolano e si ammatassano e galleggiano, rivoli leggeri, tristissime lacrime di un pagliaccio: e noi, seduti da soli su una panca di fronte a quell'altarino privato, contempliamo la malinconia di chi, per aver rifiutato l'amore troppo poco perfetto dei suoi simili, è condannato ad amare per sempre e per sempre senza speranza l'imperfettibile inamabile se stesso. 

 

Gli altri nove episodi vanno in scena in teatro, introdotti dal capocomico Latini che con le parole di Jacopo Ortis a prologo apre il sipario su Piramo e Tisbe, Caos, Aracne, Minotauro, Corvo, Ecuba, Argonauti, Orfeo, La Peste; frammenti brevi tra i quindici e i venti minuti, una sequenza di epifanie, prive di climax, visioni su un circo della mente in cui vive una genìa di clown, non personaggi né attori, ma persone, sintesi perfetta degli uomini, patetici pagliacci che vestono la giubba s'infarinano la faccia e ridono sul loro cuore infranto (indimenticabile l'aria dell'opera Pagliacci di Ruggero Leoncavallo), tutti affannati nell'impresa dell'esprimersi. Umanità imprigionata dentro una bolla, che si trascina, si sbraccia, nuota, si arrampica, si tiene in equilibrio, prova a dire, cade, gioca, danza, piange, uccide, muore mentre infuriano tempeste, si dilatano attese, sospensioni, e serpeggia un crepitìo di tasti di qualcosa che viene scritto, riscritto, rifatto. 

 

 

In Piramo e Tisbe i dialoghi segreti tra i due innamorati di un amore vietato vengono codificati in azioni inutili faticose e affaticate di un clown che deve costruirsi passo passo la strada per raggiungere un microfono, dove non riuscirà a emettere che un urlo muto con il sibilo di un megafono. In Caos, quando dall'indistinto, “quando prima del mare, della terra e del cielo, che ogni cosa ricopre, un solo aspetto la natura offriva nell’intero universo”, si giunge alla scissione degli elementi, i clown si moltiplicano, ancora una volta tutti impegnati nel provar a dire qualcosa in quel microfono senza riuscire a dire niente. Ma più di certi esercizi di scrittura scenica in cui le idee vengono codificate in raffinate ma comunque didascaliche azioni, sono potentissime certe immagini completamente asemantiche, in cui il collegamento tra forma e significato è quasi irriconoscibile, non passa per la traduzione, ma di corpo in corpo nuovo. Come nel caso di Aracne, la fanciulla trasformata in ragno e condannata da Atena per tutta la vita a tessere dalla bocca per aver peccato di superbia sfidando la dea in una gara di bravura come filatrice: in scena, una danzatrice – Alessandra Cristiani – si strappa lunghe chiome rosse sopraffatta da una pioggia di petali metallici dal cielo dalla quale un clown, che si aggira in diversi episodi, si protegge con un ombrello senza stoffa, inutile, di cui resta solo una struttura di ferro: un tentativo disperato... 

Immagine potente quanto l'Ecuba dai lunghissimi capelli bianchi di una straordinaria Ilaria Drago, e i monologhi dell'attore Latini, che nel Minotauro dà il meglio di sé mescolando non solo Shakespeare e Camus, ma gli stessi Caligola ed Elicone, in una schizofrenica crasi di battute dell'uno che sogna solo la luna mentre l'altro prova a ricordargli di una congiura terrena in atto. 

 

 

Cambia il mito, insomma, ma il gruppo di circensi rimane sempre lo stesso, in uno stesso mondo senza alberi e fiumi, con un sipario bianco sul fondo e microfoni in proscenio, con i medesimi costumi – firmati da Marion D'Amburgo –, le stesse caratterizzazioni, le ripetute dinamiche sonore e luminose rispettivamente di Gianluca Misiti e di Max Mugnai. Il mondo costruito da Latini è completamente innaturale, esagerato, artificiale, inverosimile: un sogno. Che dopo otto ore desideriamo possa osare perfino di più, trasfigurare più spazio, sottrarci ancora più ore, sostituire ancora più vita e tempo reale. 

 

Di tutte queste epifanie esperite in sequenza alla fine non si ricordano precisamente i profili, le drammaturgie, i dettagli appuntati qui a favore del lettore. Allo spettatore rimane piuttosto il senso di essere egli stesso un essere smisuratamente difficile, spurio. C'è poco da fare: quando qualcuno trova il modo per metterci di fronte, di nuovo, al tramutare in lazzi lo spasmo e il pianto, alla ridicola ripetitiva estenuante guerra di chi vuole vivere, morire, placarsi nell'oblio e dire insieme – all'umiliante controsenso del dover danzare mentre si ama, direbbe Thomas Mann – non c'è stanchezza di lirismo che tenga: ci agitiamo. Non perché questo siamo, ma perché questo vorremmo essere. Nelle metamorfosi la difficoltà è al fronte.

 

 

Le fotografie sono tutte di Futura Tittaferrante.

 

Metamorfosi

da Ovidio

traduzione Pieri Bernardini Marzolla

adattamento e regia Roberto Latini

Musiche e suoni Gianluca Misiti

luci Max Mugnai

costumi Marion D'Amburgo

con Ilaria Drago, Alessandra Cristiani, Roberto Latini, Francesco Pennacchia, Sebastian Barbalan, Pietro Piva, Paola Zamarella, Esklan Art's Factory

 

Visto al Teatro Laura Betti di Casalecchio di Reno l'8 aprile 2016

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