Gabriele Basilico. Pilastri e gonnelline

Nei primi anni ’80, dopo un periodo di viaggi e di grandi aperture, Milano mi aveva ripreso, mi aveva richiuso in sé; ce l’avevo intorno, addosso, e mi sfuggiva. Era il luogo, per me, dello spaesamento più nero e della più scialba abitudine, dell’ovvio e della vertigine. Giravo a caso per strade, sterri e piazzali con la mia polaroid: tentavo di fermare il delirio silenzioso delle facciate, degli scavi, dei muri ciechi; e intanto (non sono un fotografo) cercavo di mettere in parole che cosa questo risaputissimo visibilio volesse dire. Ne ho già scritto altre volte. Quello che non ho mai scritto è come il mio affannato parlare al muro mi abbia fatto incontrare, a un certo punto, le immagini di Gabriele Basilico. 

 

 

I miei ricordi, in genere, sono imprecisi e nebbiosi; quello della mostra al Padiglione di Arte Contemporanea, Milano. Ritratti di fabbriche, è limpidissimo. Era il 1983. Dovevo avere già visto qualche anno prima (credo alla galleria Il Diaframma) un’altra sua mostra; ma furono quei “ritratti” di intonaci tettoie e ciminiere a rivelarmi davvero l’arte di Basilico, a farmela sentire vicina, parlante. 

Agli aspetti documentari, urbanistico-architettonici, non ero particolarmente interessato, né preparato; quello che mi emozionava era la capacità del fotografo di lasciare che quegli edifici si dessero a vedere, si manifestassero. 

 


Lasciare, appunto: nello sguardo di Basilico non si avvertivano le gesticolazioni, gli ammiccamenti, i conati della “comunicazione”, insomma della retorica. In passato, nei reportage su Milano di altri grandi fotografi, officine e casermoni fungevano per lo più da sfondo (puntualmente cupo e desolante) di una vicenda sociale, storica, politica, carica di interpretazioni; nella mostra di Basilico le fabbriche erano lì, in primo piano e in piena luce, inesplicate, sole e serene, inermi. Dei nudi, più che dei ritratti. Torsi, natiche, cosce di fabbriche. 

 

 

In quegli anni, l’immagine di Milano stava cambiando. Si era nel pieno della deindustrializzazione, del “postmoderno”, dell’ubriacatura modaiola, del rampantismo, di quella che – con un termine abusato e ridicolo – ancora oggi si chiama “Milano da bere”. I “ritratti di fabbriche” di Basilico, per certi versi, erano in sintonia con quel mutamento; ma in loro non c’era traccia di cedimento, di astuta complicità con la sbandierata “fine della storia”. L’occhio nel quale i muri si guardavano era apparentemente impassibile, come quello di un biologo al microscopio, ma nelle immagini vibrava una tensione trattenuta, una composta commozione. I paesaggi urbani di Sironi (altro mio “faro”), le sue tragiche periferie, qui si purificavano dai loro chiaroscuri violenti, dal loro squallore austero e disperato. E tuttavia, lo ripeto, la serenità delle fabbriche di Basilico non era rassegnazione al corso degli eventi, resa a una fine inevitabile: era – ai miei occhi – la rivelazione di una luce nuova, che mi interrogava. 

 

 

In questo reportage giovanile sulla città di Glasgow, quello che colpisce subito è la presenza viva degli abitanti. Nell’opera matura di Basilico la città – anche sventrata e sfigurata, come nelle bellissime foto di Beirut – è pura e deserta architettura, tensione di volumi e superfici, di spazi e ombre; qui è ancora popolata di panni stesi e autobus in marcia, di uomini, addirittura bambini e bambine, la cui vitalità fa uno strano contrasto col sottotitolo freddamente “tecnico” del lavoro (Processo di trasformazione di una città). A un cultore dell’opera di Basilico, come io sono, questi scugnizzi scozzesi sembrano, a prima vista, degli intrusi. Ma come? In mezzo a tutta questa serietà, a questo processo di trasformazione, a queste discariche e a questi cavalcavia, dovremmo dar retta a quattro smorfiette di ragazzini? Cosa c’entrano, i loro gesti e le loro risatine, con i pilastri e i binari, con le muraglie e le gru? Non dovrebbe, l’aneddoto, essere la forma più estranea alla poetica di Basilico?  

 

 

A guardare meglio, questo petulante presentarsi di ragazzini aiuta infine il paesaggio urbano a investire l’osservatore con il suo gravissimo non. Casamenti, grandiose sopraelevate, lastricati, rotaie non fanno ciao ciao, non ridono, non si sbracciano; non hanno imbarazzi allegri o nervose euforie da offrire all’obiettivo. Non hanno una faccia di cui rispondere, da esibire o da nascondere. 

 

 

Com’è diverso, l’uomo, dalla sua opera. Come sono dure, severe le costruzioni che produce per ripararsi, per sostenersi, per muoversi. Come sono stabili. Come sono buie. Disumane? Gli uomini le hanno create. Altissime, non c’è dubbio. Nelle immagini di Basilico, le enormi strutture cieche che incombono sui giochi di strada hanno la maestà degli dèi. Durano: questo ci inquieta. Là sotto, i creatori di tanta maestà e permanenza si affacciano per un istante coi loro golfini, con le loro gonnelle a righe. Salutano. Presto spariranno. Altri verranno al posto loro: questo promettono e minacciano le ombre solenni dei fabbricati e dei cavalcavia di Glasgow. 

 

G. Basilico, Glasgow. Processo di trasformazione di una città, 1969. Humboldtbooks 2017.

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