Giuseppe Pontiggia. Dentro la sera

«Buonasera. Sono Giuseppe Pontiggia e mi accingo a iniziare con voi un’avventura che durerà cinque settimane; il tema delle nostre conversazioni sarà lo scrivere, i problemi dello scrivere, le modalità e i percorsi dello scrivere». Così inizia Dentro la sera. Conversazioni sullo scrivere, un programma radiofonico andato in onda su RAI-Radio Due nel 1994 le cui trascrizioni sono state raccolte e pubblicate da Belville Editore. Su invito di Aldo Grasso, Pontiggia accompagna gli ascoltatori in un’escursione nel campo aperto della scrittura, un itinerario in venticinque tappe percorribile sulla traccia delle registrazioni o muovendosi tra le pagine del libro, con una riscrittura che si impegna a non tradire il colore, il ritmo e l’intensità del parlato radiofonico e ricalca esitazioni, rincorse, slanci, sospensioni e spazi aperti alla contemplazione.

 

L’oggetto delle conversazioni è lo scrivere inteso come addestramento critico, ricerca, relazione, corpo a corpo con linguaggio. La scrittura creativa di cui tratta Pontiggia prevede la frequentazione ravvicinata di una materia organica e talvolta imprevedibile, che cresce, matura, germoglia, muta. Lo stesso aggettivo “creativa” è usato qui non senza resistenze: il “fare” in senso artistico, secondo l’autore di Nati due volte, è infatti più vicino all’artigianalità dell’etimologia greca, al poiéin e alla manipolazione dell’esistente, che all’euforia creazionista d’eredità biblico-cristiana. Il poeta, così come il narratore, non crea dal nulla, è artefice, pratica l’arte di maneggiare l’ispirazione dandole forma e densità attraverso tecnica e lavoro.

 

La grande scrittura è l’arte dei poeti ciechi che hanno rinunciato alla luce del mondo e delle cose per la limpidezza di uno sterminato paesaggio interiore ed è la ricerca di una verità pagata spesso a caro prezzo. In questo senso l’invenzione narrativa conserva tutto il suo peso etimologico: è la scoperta di ciò che non si sapeva esistesse, la rivelazione che la verità del testo sia più ampia di quella che possiede il narratore. Il grande scrittore si trova tra le mani una creazione che è fonte di meraviglia e di conoscenza, sperimenta il paradosso del linguaggio per cui non dice mai esattamente o soltanto ciò che aveva in mente, ma qualcosa d’altro, qualcosa di più e di essenziale. «Eterno è il mondo delle cose che non si possono esprimere, a meno che non si esprimano bene», scriveva Thomas Mann, e per esprimere bene le cose è necessario un durissimo tirocinio; dire l’inesprimibile è una questione di precisione, di tecnica e di responsabilità.

 

 

Scrivere non significa soltanto scegliere una possibilità, vuol dire anche scartarne altre, è un’attività che comporta concentrazione, lavoro, correzione, messa a punto: se “c’è una sola parola e il buon scrittore la conosce”, come assicura Jules Renard, può accadere che per fare la sua conoscenza un autore si debba smarrire in lunghe e impervie peregrinazioni. E il timone, per Pontiggia, sembra coincidere con una regola aurea della scrittura: l’economicità dello stile. Il principio di economicità connaturato al linguaggio prevede che ciascuna parola esprima “qualcosa di preciso e inconfondibile con altro” e l’obiettivo del grande scrittore è padroneggiare differenze e sfumature, trovare una felice proporzione tra gli strumenti adoperati e gli scopi perseguiti, riversare sulla pagina l’ordine cosmico dell’universo in quello organico del testo.

 

In quest’ottica lo studio della tecnica è imprescindibile per risolvere i problemi, per non farsene di inutili e, soprattutto, per saper scegliere. Imparare a scrivere vuol dire imparare a leggere, dedicare un’attenzione millimetrica al linguaggio, indagarne la storia, risalire alle radici, portare a galla ciò che è implicito nelle parole, addentrarsi negli abissi della lingua. Non esistono parole innocenti, neutre o trasparenti, il linguaggio è potenzialmente carico di violenza e possiede una verità inconfondibile che non coincide con la superficie più o meno opaca del suo significante. Pertanto, quando si scrive le scelte non sono mai imparziali ed è necessario acquisire la sensibilità della scelta, la consapevolezza che scrivere sia esprimere un giudizio, un atto che condivide la stessa vocazione etimologica al discernimento, alla distinzione e alla fallibilità propria dell’esercizio della critica. E l’acquisizione di questa consapevolezza non può prescindere dalla rinuncia alle suggestioni della moda, alla rigidità sterile di un’educazione fuorviante e all’“attrazione che esercita su di noi il fallimento”.

 

Ma come funziona la buona scrittura? Dentro la sera raccoglie innumerevoli campioni dalla grande letteratura, uno fra tutti è il più celebre e riuscito esempio di reticenza narrativa, il manzoniano “la sventurata rispose”. Pontiggia rilegge la famosa frase da I Promessi Sposi, che a uno sguardo disattento sembra omettere, eludere la passione e invece la cristallizza, ne fa un dialogo, un rapporto a due, definisce l’amore come risposta all’altro, come risposta alla vita, fa dell’amore un linguaggio. A rispondere, però, è una “sventurata” e allora si apre il campo al dramma, alla tragedia; la vicinanza delle parole stabilisce una “relazione sotterranea, occulta e misteriosa” tra i due termini, tra risposta e sventura. È questo che fa di uno scrittore un grande narratore, la capacità di “condensare un’enorme energia espressiva e speculativa in tre parole”, l’abilità nel lavorare con strumenti in apparenza minimi per descrivere una “reazione che c’illumina sull’uomo”, o che illumina alcuni tratti dell’uomo, permettendoci di osservarli da vicino. La buona scrittura indugia su un dettaglio per fare luce su tutto quel che sta intorno, lavora con le ambiguità, le lacune e gli strascichi delle parole per sfruttarli, per dilatare il senso. La buona scrittura è quella che crea aperture, squarci e fessure nel tessuto della realtà, che svela ciò che è profondo, autentico e vero.

 

«Noi abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci colpisca duramente, come la morte di uno che amavamo più di noi stessi. Come se venissimo scacciati nei boschi, via da tutti gli uomini. Come la notizia di un suicidio, un libro dev’essere l’ascia per il mare di ghiaccio dentro di noi». La citazione da Kafka serve a stabilire una gerarchia di valore in campo narrativo, per ricordare che la grande letteratura innesca il riconoscimento di un’improvvisa, spietata verità. Le Conversazioni sullo scrivere di Pontiggia ruotano tutte intorno alla fascinazione per questo meccanismo delicato e complesso che è la scrittura, quando è buona e grande. Un incantesimo che non si stanca di studiare, rubando brani dalla grande narrativa e smontandoli frase per frase, spostando i pezzi, cambiandone l’ordine e il peso, misurando i risultati. L’approccio didattico di Pontiggia parte da un rapporto intimo con la parola, da gusti, antipatie e percezioni, e procede poi per esperimenti, con l’intento di verificare, confutare o precisare le proprie idee alla luce dei casi più illustri e riusciti. Osservare da vicino l’effetto della letteratura quando funziona e cercare di scoprirne gli ingranaggi e la magia: questo è il segreto delle Conversazioni. Nei casi migliori il metodo suggerisce soluzioni, in tutti gli altri serve a sollevare questioni, a ribadire l’importanza di porsi problemi, che è il primo, essenziale requisito di ogni vero scrittore.

 

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