Guido Ceronetti e il ponte Morandi

Ho conosciuto Guido Ceronetti solo nelle pagine dei suoi libri, sfiorandone la conoscenza personale solo una volta nel 2013 a Finalborgo, in provincia di Savona, dove era premiato come “Inquieto dell’anno”. Quella volta ero arrivato inopinatamente in ritardo, confondendo  l’ora dell’evento, 

L’ho conosciuto dunque solo attraverso la sue parole e le sue idee - taglienti, talvolta dissacranti, spesso folgoranti e  mai banali -  come moltissimi.

Moltissimi certo, ma mai abbastanza verrebbe  da pensare se si è anche solo poco che meno attenti osservatori della vita sociale come della cronaca politica attuale, specie se guardata  il 14 settembre 2018 da un angolo della Liguria di ponente, ad un mese esatto dal crollo del ponte Morandi di Genova.

 

Mi accorgo solo oggi come tra le tante parole dette nell’immediato e nei giorni successivi, siamo restati  tutti orfani delle sue e come queste sarebbero state certamente tra le più illuminate, tra le più preziose. Sì illuminate, nonostante il suo proverbiale pessimismo, perché se c’è sempre luce nella comprensione,  Ceronetti era maestro nel far comprendere non tanto con la razionalità ma con le contraddizioni, i paradossi, gli scarti del pensiero, l’originalità nell’avvicinare le cose, il modo quasi “fisico e corporeo”, talvolta doloroso, di concepire il pensiero e la scrittura, la sua immensa cultura.

 

Cosa avrebbe detto Ceronetti del crollo del ponte Morandi?

 

Avrebbe quasi certamente detto che un ponte deve sempre unire e se cade allora non è un ponte e che quando questo cade uccide, ma che in questa contraddizione lascia ferite aperte su tutti (non è un caso che qualcosa di simile l’abbia detto Renzo Piano alla presentazione della sua “idea di ponte”). Avrebbe poi probabilmente scritto della “banalità del male” che tanti Italiani hanno percepito nella trascuratezza, nell’inefficienza, nell’egoismo, nella pavidità dei comportamenti di  troppi e di come il male possa farsi strada silenzioso nell’immenso corpo che è alla fine una società. Avrebbe scritto come questa  rivelazione, quando arriva colpisce tutti, e che quando  è arrivata  ha colpito  tutti, anche chi su quel ponte non è mai transitato, e ci ha lasciato fragili e sgomenti.

 

Avrebbe poi quasi certamente  avuto parole rivelatrici  per un capitalismo che di moderno non ha nulla se trae profitto solo da gabelle antiche come la storia; e avrebbe avuto  parole analoghe per uno stato che  si è dimostrato incapace di proteggere abbastanza i suoi figli, non vegliando sulla sicurezza, quella che sempre, quasi “per natura” è la prima necessità e il primo dovere per quei “corpi” più grandi che sono una famiglia, una collettività, uno stato appunto.

 

Qui a Genova e in Liguria tutti si sentono, tutti ci sentiamo, un po’ dei sopravvissuti, inevitabile quando su quel ponte ci sei passato centinaia o anche migliaia di volte. Sopravvissuti come sopravvivere... vale a dire vivere sopra, vivere oltre... cosa avrebbe allora  potuto dire Ceronetti, facendo sentire con dolore la contraddizione di morire in un giorno d’estate, su un ponte che corre “sopra” , che deve tenere tutto sopra? Cosa avrebbe potuto scrivere di tutta la storia, di tutta la modernità e la tecnologia tradite nel crollo di quel ponte?

 

Forse sarebbe partito dalla parola ghèsher, "ponte" in ebraico, che nella Bibbia sembra non compaia mai. Lui, che la Bibbia e la cultura ebraica conosceva come pochi, avrebbe detto che erano “gli altri’ -  i Greci, i Persiani e i Romani - i costruttori di ponti.

E alla fine avrebbe avuto anche  parole di pietà per un’immagine che consapevoli o meno ci ha attraversato tutti quel giorno, quando il 14 agosto 2018 alle ore 11 e 36, quarantatré persone, senza scelta e senza colpa, hanno dovuto viverla.  Mancare il terreno sotto i piedi  è espressione che usiamo spesso, luogo comune verbale per tanti accidenti della vita, proprio perché indica la normalità e insieme la certezza della vita. Del resto, cosa altro c’è di più sicuro della forza di gravità, del suo renderci tutt’uno sul suolo in cui consumiamo i passi e i giorni?

Ma Mancare il terreno sotto i piedi, diventa  uno sgomento inaudito quando l’impossibilità  improvvisamente è reale nel corpo che precipita.

Quello sgomento e insieme quella pietà che alla notizia, dopo tutti abbiamo avvertito, forse  solo Guido Ceronetti avrebbe potuto renderla con parole di verità tagliente e insieme di una qualche consolazione.

 

Come molti, ho conosciuto  Guido Ceronetti solo nelle pagine dei suoi libri;  molti ma non credo  abbastanza. Almeno a questo c’è ancora rimedio.

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