Il mare d’inverno. Identità e turismo 

3 Marzo 2024

Mettete una domenica di Gennaio in Riviera, una giornata fredda e grigia come può esserla solo a Gennaio. Ormai lontane le feste natalizie, ancora lontanissima la bella stagione, i paesi in Riviera sembrano vivere un periodo d’attesa, apparentemente immobile come sanno esserlo i luoghi che vivono soprattutto di turismo balneare: negozi chiusi, ristoranti e bar che intrattengono scarsi clienti, pochi colori in giro e ancor meno gente, quasi tutta a passeggiare davanti al mare, unica reale attrattiva, luminosa di suo.

Mettete una domenica di Gennaio a Ferrari, frazione di Celle Ligure, sulla prima collina. Mi ritrovo per caso, tra belle facce liguri di stampo antico alla benedizione degli animali nella tradizione di Sant’Antonio Abate, patrono dell’antica società contadina in generale, protettore degli animali domestici in particolare, un tempo della stalla e del maiale. Tra case colorate aggrappate alla collina, uno spiazzo e una chiesa, inaspettatamente mi imbatto nella benedizione dei cani, di qualche gatto, persino uccelli da voliera, lato contemporaneo del nostro attuale rapporto con gli animali. Di lato, alcuni volontari stanno preparando le caldarroste e la panissa viene già offerta a chi la desidera. 

Ero di ritorno sul sentiero che dal Sassello arrivava alla marina di Celle Ligure passando appunto da Ferrari. In mattinata un noto storico locale mi aveva raccontato l’origine del nome della frazione. In breve: a partire dalla metà del Cinquecento un intenso commercio di minerale ferroso, proveniente per mare dall’Isola d’Elba partiva via terra da Albisola e Celle Ligure; attraverso carovane di muli arrivava alle fornaci di Sassello, poi a ritroso, sullo stesso percorso, viaggiava il materiale finito, in genere barre di ferro. Perché il Sassello? Perché occorrevano foreste di faggi e querce per le fornaci, foreste per trasformare il materiale ferroso in prodotto finito. Ritrovavo peraltro a 180 chilometri di distanza lo stesso destino di un paese scomparso dalle mie parti, Ferriere appunto, nell’Appennino Tosco Emiliano, piccolo nucleo fiorente nel Settecento e poi abbandonato, quando le foreste intorno diventarono spoglie, non più produttive per il fuoco delle fornaci.

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Ecco che di colpo in una grigia giornata di Gennaio, Ferrari non è più un agglomerato di case sulla prima collina ma acquista una sua preziosa identità, quel nome improvvisamente è un frammento di antica civiltà, è un destino e una storia da raccontare.

L’identità per i paesi – Riviera Ligure o meno – sarà forse l’elemento decisivo per garantire insieme la qualità della vita dei residenti e un’economia sostenibile. L’identità di un luogo sta diventando e probabilmente diventerà sempre di più il “biglietto da visita “necessario per paesi che devono vivere soprattutto di turismo. Questo perché l’identità, per il moderno turista urbano, educato e cresciuto suo malgrado all’uniformità, sta lentamente diventando esclusività, originalità, valore aggiunto.

Non sono molti i paesi nella Riviera Ligure che hanno mantenuto una loro distintiva identità, sono in genere quei pochi sopravvissuti agli anni del boom economico degli anni ‘50 e ‘60, quelli – quasi sempre per caso – sopravvissuti alle profonde trasformazioni dell’industrializzazione, dell’urbanizzazione spinta fino sulle coste. 

In definitiva sono i paesi che manifestano ancora un’architettura, un territorio, una storia, un’umanità che li caratterizza e li rende diversi, riconoscibili, per certi versi unici. Di questa identità, almeno nella Riviera Ligure, il primo entroterra ne è parte essenziale. 

Si sa, per i turisti, l’entroterra può essere solo un panorama indistinto, la distratta cornice delle loro vacanze. È il mare il grande attrattore, tutto il resto è solo ciò che può rendere migliore la qualità della vita, più gradevole la vacanza.

Già ma fino a quando?

Se si alza lo sguardo e si osserva il turismo come fenomeno globale possono arrivare alcune risposte, rese certe semplicemente dalla realtà. Oggi, nelle aspettative che ogni turista porta con sé, insieme al viaggio, al divertimento e allo stare bene, c’è quasi sempre la ricerca di un luogo iconico, nel senso di rappresentativo, unico, l’esempio migliore della sua categoria. Su una scala globale, Venezia come “città d’acqua”, Roma come summa dell’antichità classica, le Cinque terre per il mondo mediterraneo appeso tra cielo e mare, New York per l’idea di modernità possono essere alcuni tra i massimi esempi. In questo senso il turismo globale e industrializzato odierno è il contrario dell’identità, risulta a malapena sopportabile in luoghi e città in grado di reggere una domanda dai grandissimi numeri ma a lungo termine è ovunque livellatore di ogni identità. I disagi della popolazione residente nei paesi delle Cinque Terre o a Venezia e le prime contromisure in essere sono solo uno dei segnali di una ricerca di nuovi, forse impossibili equilibri.

Altrove, come nei piccoli paesi della Riviera, questo approccio al turismo costringe i luoghi a uniformarsi a un “modello iconico”, della moderna vacanza: spiaggia, shopping, (discoteca) e passeggiata è ciò che scandisce la giornata. Lettino, ombrellone, aperitivo, fritto misto sono gli ingredienti indispensabili di un panorama che per i mesi estivi si ripete in ogni paese identico...

I mesi estivi già e il resto?

Come uscire da un destino che vede i paesi vivere di un soffocante turismo d’estate e poi sopravvivere in un’attesa più o meno grigia e “vuota” per i mesi invernali?

Vivo sulla Riviera Ligure per i casi dell’esistenza, proveniente da Genova e figlio di una generazione precedente che aveva spopolato le montagne e i paesi per gonfiare quelle città diventate improvvisamente avide di braccia, energie, menti.

Vent’anni fa per me Celle Ligure non era altro che un paese della Riviera come un altro, un’altra tappa di quel sentirmi in fondo ospite ovunque.

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Ricordo che allora un suo concittadino già famoso, il savonese Fabio Fazio, aveva dichiarato che aveva scelto Celle come residenza perché era restato colpito da un paese che non presentava nessun semaforo sulle sue strade. Sulla trafficatissima e turistica Via Aurelia, a suo modo quello era già un riconoscimento e una rivelazione di identità.

Oggi che da due decenni abito in faccia al lato ligure del Mediterraneo, quell’identità si è arricchita e mi è più chiara. 

Qui in Riviera (come in altre zone turistiche del paese) potrebbe valere il ritornello di una vecchia canzone di Edoardo Bennato. Declinato diversamente in ogni luogo, “salviamo il salvabile”… vale a dire recuperare e conservare ciò che di un luogo ne costituisce la residua identità. Ecco, almeno in Liguria, probabilmente lo si può fare guardando a quell’immediato entroterra così vicino all’oro blu del mare e a ciò che oggi rappresenta, perché poco più di ieri quell’immediato entroterra faceva parte del paese, “era paese”.

Ben oltre le sue virtù gastronomiche ogni cucina tradizionale ha una caratteristica essenziale, è specchio fedele delle antiche vocazioni di un territorio, della geografia, del clima, inevitabilmente anche della cultura di sopravvivenza e benessere delle sue popolazioni. 

In qualunque luogo del Mediterraneo, che fosse la Liguria, la Calabria o un’isola greca, ogni paese sulla costa era un tutt’uno con il suo immediato entroterra. Una cucina più di terra che di mare come quella mediterranea aveva infatti nelle terrazze coltivate la fonte di sostentamento principale, vale a dire un limitato allevamento di animali da cortile, la moltitudine degli ortaggi, la vite, il fico e l’ulivo sempre presenti, tutto a integrare le risorse di un mare povero di pesce.

Eppure un ipotetico avventore di ristoranti e trattorie che oggi volesse avere la conferma di tutto questo si ritroverebbe in un mondo alieno. Ovunque sarebbe il trionfo a caro prezzo del fritto misto, dello spaghetto allo scoglio, del riso ai frutti di mare e così via. È un’uniformità gastronomica completamente indifferente ai luoghi, specchio fedele solo di desideri che il turista peraltro può soddisfare tutto l’anno in città. 

Già ma fino a quando? E fino a quando ci si accontenterà di una vacanza al mare iconica in paesi tutti uguali?

Ferrari, Natta, Pecorile, Cassisi, Costa, Boschi sono i nomi delle frazioni di Celle, tutte sulla prima collina, ad arco sul borgo marinaro sottostante. Erano quei pezzi di paese necessari ed essenziali alla vita di quel paese complessivo che era Celle Ligure. Alcuni nomi di quelle frazioni non possono non evidenziare storie come antichi destini. Certo occorre cercarle, raccontarle, farle conoscere; se ne gioverebbe l’identità di un territorio, delle sue comunità, come la sua economia. 

A fine Gennaio, nella vicina Varazze, anzi in una sua frazione, Cantalupo (a proposito di antiche storie) da circa quarant'anni si replica la sagra del “lancio dello stoccafisso”, sorta di gara dove lo “stock fish” (pesce bastone) viene lanciato a turno per le vie del paese, vince chi compie il percorso nel numero minore di tiri. A pranzo nella locale società ricette a base di stoccafisso sono la degna conclusione della sagra. 

A Celle Ligure è stata inaugurata quest’anno L’Anello delle Sette chiese, un percorso escursionistico di 15 km nella prima collina, che attraversa le antiche frazioni del paese, un percorso tra muretti a secco e olivi in gran parte affacciati sul mare.

Possono essere queste iniziative altrettante ricette immateriali, esempi della ricerca di un equilibrio tra identità e una possibile nuova iconicità? 

Sta forse anche qua la formula possibile per un turismo sostenibile non solo nelle parole. Un turismo in grado di integrarsi nel tessuto dei luoghi spargendo intorno qualche inaspettata residua ricchezza.

In copertina, foto di Maurizio Sentieri.

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