Guido Morselli, dai rifiuti a Roma senza papa

È una casa squadrata, dalle imposte di un grigio tenue quasi celeste e dall’intonaco rosato, quella che Guido Morselli disegnò e si fece costruire a partire dal maggio 1952 nella campagna di Gavirate, in provincia di Varese. Affiancata da una montagna che «incombe subito dietro»; con gli alberi di diverse specie tutt’attorno e alcuni pini di Scozia «i cui rami ricchi di materie resinose dall’aroma profumato, ho messo da parte (potati da me, si capisce) da bruciare sul caminetto nelle grandi occasioni. Lei mi venga a trovare – è così che si rivolgeva a Italo Calvino nel febbraio del 1963 – e il pino di Scozia arderà in suo onore». Cercava, Morselli, occasioni di incontro. Mai pubbliche o mondane, ma intime, per potersi intendere con quei referenti editoriali che intessevano con lui molteplici scambi epistolari; quei lettori di case editrici che non furono, salvo rari casi che comunque non portarono a buon esito, decisi a consentirgli la pubblicazione: «I lettori delle case editrici – scriveva Giorgio Manganelli su “Il Mondo” – questi oscuri mecenati che fanno la letteratura, erano preparati ad uno scrittore tradizionale, realista, che racconta qualche aneddoto di infanzia e sesso; o allo scrittore di allucinazioni, di avventure psichedeliche, dalla prosa scarmigliata o astratta; ma questo signore che raccontava con deliziosa pedanteria eventi futuri o riscriveva la storia, o fantasticava istanti mai esistiti, era proprio impossibile».

 

 

Tutti i libri di Guido Morselli furono pubblicati dopo la sua morte, tutti tranne due saggi, stampati a spese del padre: Realismo e fantasia, uscito per le edizioni Bocca nel 1947 e il precedente Proust o del sentimento, per i tipi di Garzanti nel 1943. Ironico, e forse premonitorio della sua carriera di incompreso, il fatto che questo suo primo libro fosse pubblicato mentre l’autore si trovava lontano, comandato ufficiale in Calabria: «Vi è forse sottinteso un oscuro disegno nel fatto che la mia prima opera venga in luce lontano da me e senza che io ne possa avere notizia», appunta nel suo diario.

E pensare che per il romanzo Il comunista, il contratto con la casa editrice Rizzoli era stato firmato. Morselli invitò il manoscritto in prima battuta alla Garzanti, poi a Calvino, che in una lunga lettera dell’ottobre 1965 gli manifestò la sua bocciatura – e pertanto l’indisponibilità della Einaudi – per assenza di verosimiglianza con la realtà: «Dove ogni accento di verità si perde è quando ci si trova all’interno del Partito comunista. […] Né le parole, né gli atteggiamenti, né le posizioni psicologiche sono vere. Ed è un mondo che troppa gente conosce per poterlo “inventare”». Diversa fu invece l’opinione dei consulenti Rizzoli che, sebbene non all’unanimità, diedero parere favorevole. L’8 aprile 1966 il direttore della casa editrice, Giorgio Cesarano, telegrafa all’autore annunciandogli l’accettazione del dattiloscritto. Il lavoro sulle bozze, pur non procedendo speditamente, avanza; ma nel frattempo in casa editrice cambiano i vertici della direzione editoriale e ancora nel gennaio del 1968, a quasi due anni dalla firma del contratto, del libro non si ha notizia. Un rassegnato Morselli, che pure aveva protestato ma con scarso vigore, chiede la restituzione delle bozze per conservarle, cosa che viene interpretata dalla Rizzoli come una risoluzione del contratto: Il comunista ritorna nel cassetto.

 

Gli avevano persino chiesto la nota biografica per la quarta di copertina: «Morselli – rispose l’autore – non crede che ai suoi eventuali lettori occorrano notizie sulla sua professione collaterale, sul suo indirizzo e stato civile. È un individuo che è sempre vissuto ignoto e isolato, e tale rimarrà. Su questo punto, sarei proprio irremovibile».

“Ignoto e isolato”, spirito che della vita metropolitana fuggiva soprattutto i decibel, persino quelli di una cittadina di provincia. Ma amava certamente i treni, e in gioventù spendeva ore nelle piccole stazioni osservando le locomotive. E un’altra attività solitaria, che reca una gioia intima ma profonda: lo studio; in cui eccelleva, sebbene da autodidatta, impegnandosi accanitamente. Possedeva le chiavi di un armadio di legno con le ante in vetro opacizzato; lì custodiva una mezza dozzina di scaffali strapieni di libri: testi di storia moderna, sulla Prima guerra mondiale e la Rivoluzione russa; saggi di scienze e filosofia della scienza, di storia della filosofia. Ma anche libri di Jules Verne: «Ti riposeranno quando sarai stanco di tutto il resto», disse Guido al fratello più giovane il giorno in cui decise di svelargli il contenuto dell’armadio: «Una volta che avrai scoperto Verne, ti dimenticherai Salgari e tutti gli altri romanzi d’avventura».

 

Se l’autodidattismo consente una certa libertà di movimento tra una materia e l’altra, certo occorre una ferrea disciplina e una buona dose di genialità per mettere a frutto quel multiforme patrimonio culturale, altrimenti, abbandonare i percorsi di formazione ordinari per imparare da soli rischia di essere solo una scusa. Precetto fondamentale del metodo di studio morselliano è allora l’approfondimento: «Se Croce cita Vico – così istruiva il fratello – non lasciare cadere: va a fondo su questo Vico, altrimenti la citazione di Croce non serve a molto».

 

Libertà e disciplina che gli consentirono di esplorare i più vari temi, dalla filosofia ai problemi della religiosità (Roma senza papa); dalle speculazioni sulla storia europea (Contro-passato prossimo) ai temi politico ideologici (Il comunista) o sentimentali e morali (Un dramma borghese) distanziandosi sempre più dal canone delle proposte letterarie che via via affollavano gli scaffali delle librerie: «Libri come i suoi – dichiarava Carlo Bo su “L’Europeo” – non possiamo riferirli al genere delle conversazioni del momento, a un tipo di letteratura accettata da tutti»; parole rafforzate da Antonio Porta, quando su “Il Giorno” proclama: «Si è avuto paura che la buona merce, detto in termini commerciali, cacciasse dal mercato quella cattiva []. Poiché il mercato è dominato dalla merce scadente, pubblicare Morselli significava davvero gettarvi lo scompiglio e mandare a fondo tutte le monete false che ci vogliono far credere autentiche».

 

 

Le opere di Guido Morselli cominciarono a uscire «con morselliana precisione», per dirla con le parole di Manganelli, una dopo l’altra pochi mesi dopo il suo suicidio. L’autore lasciava una messe di dattiloscritti (che avrebbero visto tutti la luce sotto le insegne della Adelphi) e i fitti appunti di un’opera incompiuta: Uonna, la storia di un cantante lirico ermafrodito.

Alcune settimane dopo la scomparsa dello scrittore, Luciano Foà si trovò a commentare quel gesto con Vittorio Sereni (che pure aveva rifiutato Roma senza papa: «Non è un romanzo, non è un saggio, non è un pamphlet. Dove lo metto? In quale collana?»). È così che si accende l’interesse di Adelphi e Giuseppe Pontiggia – allora lettore per la casa editrice milanese – offre presto il suo parere positivo. Anticipando le celebrazioni per il giubileo del 1975, il primo romanzo pubblicato fu appunto Roma senza papa. Cronache romane di fine secolo ventesimo, con, in copertina, la basilica petrina di Maurits C. Escher, maestro degli inganni ottici. Ambientato in una Roma di fine Novecento, abbandonata dal papa che le ha preferito la cittadina di Zagarolo, è un libro che per Carlo Bo rappresenta una «meditazione ironica e poetica sul nostro tempo, sull’inutile fragore che si leva dal discorso confuso del nuovo cristianesimo». Morselli sembra quasi non inventare nulla, ma esaspera, immaginandone gli esiti estremi, istanze già presenti nella sua contemporaneità. È così che il dialogo ecumenico del cattolicesimo morselliano si fa fruttuoso e coinvolge anche il buddismo; il celibato dei preti viene superato e il pontefice è fidanzato con un’indiana; sono consentite le droghe e si incentiva la pratica sportiva.

 

La critica, e particolarmente Vittorio Gorresio su “La Stampa”, se ne accorge: «È una costatazione abbastanza malinconica della fine di una solenne istituzione, ma è tutt’altro che dissacrante come una satira potrebbe essere, è piuttosto un racconto, deduttivo, dei fatti che hanno portato alla decadenza ed alla crisi attuale della Chiesa». 

Abituato ad una lunga ricerca documentaria prima di intraprendere la scrittura, per Roma senza papa Morselli si dedicò a studi di carattere teologico tanto da dimostrare «di saperne parecchio e parecchio [di teologia], forse più di qualche monsignore. Insomma – per Piero Dallamano che scrive su “Paese Sera” – ci sta dentro nelle pieghe, queste cose si avvertono ad apertura di libro e costituiscono un non trascurabile motivo di interesse nel panorama della narrativa italiana certamente pochissimo orientata verso opere del genere».

 

Non mancano poi gli accostamenti al caso paradigmatico di un altro autore non pubblicato in vita: Tomasi di Lampedusa. È il “Corriere della Sera” a trovare punti di contatto tra le due vicende editoriali: Giulio Nascimbeni, dopo aver letto Roma senza papa, resta attonito «come davanti a un frutto raro e inimmaginabile» e offre l’immagine di un Gattopardo del Nord. Ma sono molte le ragioni che Giancarlo Vigorelli richiama su “Il Settimanale” per tenere i due casi distinti, «soprattutto per l’assenza che c’è in Morselli di quell’egoismo laico e di quella sufficienza metà aristocratica metà intellettuale che predominano nel Lampedusa. Se nel Gattopardo c’è laicità e persino una pagana fatalità nel vedere la vita e giudicarla, in Roma senza papa, invece, e a fiuto in tutto il resto scritto dal Morselli, non c’è che inquietudine religiosa e drammaticità cristiana». “A fiuto”, appunto, perché Vigorelli non aveva ancora potuto leggere il resto delle opere. Ma se il suo fiuto l’ha tradito, una tensione religiosa è senz’altro viva anche per Nascimbeni: «Dal mondo gli giungevano le lettere di chi leggeva i suoi romanzi e rinviava una decisione, continuamente gli parlava del prossimo mese, della prossima stagione, dei prossimi programmi. Caso o non caso letterario, […] Guido Morselli ci insegna soprattutto la rara lezione della solitudine. Sapere che ha continuato a scrivere senza cedimenti, propone il tema di un’altra fede, certo più terrena ma non meno consolatrice».

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