Hillary: il Narciso che non sono

Perché “the most qualified nominee ever” alla presidenza degli Stati Uniti d’America ha perso? Perché questa candidata così pronta e solida, e con lei il suo staff, hanno condotto per mesi una pessima campagna, pigra, arrogante, impaurita, inefficace?

Hillary Rodham Clinton ha perso perché sapeva di essere una donna.

Perché lei pensava, e con lei i suoi migliori supporter, che sul piano personale meritava di vincere. Un interessante opuscolo disponibile nelle librerie nella primavera di quest’anno la ritraeva vittoriosa e portava il titolo It’s my turn. La presidenza se la meritava, e le spettava, dopo una vita di public service e molti immeritati fallimenti come la bocciatura della sua riforma sanitaria; dopo troppe ferite d’orgoglio, perché lo sperma del marito sul vestitino della stagista diffuso 24 ore al giorno worldwide disturba. È giusto. Perché lei era più intelligente, più preparata, più tenace, più generosa, più combattente di suo marito. E di Barack Obama. È vero.

 

Questi però non sono argomenti politici, e non sono nemmeno argomenti personali. Sono momenti di autobiografia che al massimo devono trovare posto durante uno sfogo tra vecchie amiche, e comunque non troppo spesso. Soprattutto, sono ammissioni di arrabbiata debolezza. Ciò nonostante, una consapevolezza privata è diventata la linea guida di un progetto di rimonta politica: tocca a me, perché finora ho perso, e ho perso contro uomini che non valgono la metà di me. Ho perso perché venivo dopo nella gerarchia del potere, per quanto non venissi dopo nella gerarchia del potere perché avevo perso, ma perché ero una donna. Lo ribadisce implicitamente perfino nel bellissimo concession speech con cui ha detto addio alla vita politica, quando si rivolge “alle bambine e alle giovani donne”: non ho rotto il soffitto di cristallo, lo farete voi, perché voi come me ci state ancora sotto e non lo meritate.

 

 

Michelle Obama, first lady accorta che ha scelto un modello di governo tradizionale e autoprotettivo per scongiurare il cliché della black angry woman e si è mossa come la grande donna dietro al grande uomo, deve aver capito il tranello che si celava nel ragionamento della candidata democratica. Se nel 2007 aveva scandito “If you can’t run your own house, you certainly can’t run the White House”, negli ultimi mesi ha continuato a ripetere “Hillary has more experience and exposure to the presidency than any candidate in our lifetime... and yes, she happens to be a woman”. Non era solo un modo per tranquillizzare l’elettorato maschile ma il tentativo – non so se istintivo o consapevole – di soprassedere sulle sue sconfitte di donna che aveva paura di perdere, ancora. “She never gives up”, ha abilmente detto di lei Trump all’ultimo dibattito, rispondendo all’invito di riconoscere un elemento positivo nella sua opponente. Molti hanno elogiato, un poco sollevati, questo imprevisto gesto di cortesia. Si trattava invece di una mossa perfida: in un paese che credesse ancora al sogno americano su cui lei si è costruita – “work hard, save a little, let your kids do better than you” – sarebbe stato il migliore dei complimenti; in un paese amareggiato e mal rappresentato, in cui ce la fai se nasci fortunato – nel quale lui si è costruito – è il peggiore degli elogi funebri. Non molla mai solo chi è debole, ha qualcosa da perdere e cerca strenuamente di trattenerla.

 

La storia non si fa con i se, ma gli esercizi di immaginazione aiutano a comprendere la realtà. Se lei avesse mollato, forse ora governerebbe. Se avesse divorziato, per esempio, invece di andare in televisione a dire che il marito la tradiva perché lei non era una moglie abbastanza buona, come ci si aspetta di sentir dire da una brava moglie. Non facendolo, ha perso la propria autonomia e ha accettato di venire eterodiretta da un senso comune di cui però nel tempo ha rivelato di non essere capace di cogliere i cambiamenti. Tra questi, la capacità dei cittadini di distinguere tra le parole e i fatti al di là dei pensieri da bar. In quello che è forse il migliore articolo di questa campagna Taking Trump seriously, not literally, pubblicato da “The Atlantic” il 23 settembre, Salena Zito scriveva: “The press takes him literally, but not seriously; his supporters take him seriously, but not literally.” Trump ha avuto la capacità di dire ai suoi elettori quello che volevano sentirsi dire nel merito, ad esempio sulle miniere di carbone, e di farlo in un modo che consentiva loro di dare spazio al risentimento senza dovere pensare di farsi carico delle conseguenze dello hate speech – di cui per altro è stata Judith Butler, non Nancy Regan, a spiegare i meccanismi –. Sarebbe stato utile che le élites capissero meglio che essere l’inventore di reality show è un vantaggio se devi ottenere milioni di voti, non perché il popolo bue segue la pancia, ma perché sai parlare facendo convivere realtà e fantasmagoria, sai come sospendere il potere performativo della parola. Sai offrire i piaceri dell’odio senza impegnarti a odiare.

 

Hillary Rodham Clinton è invece una persona tradizionalmente seria, che prende sul serio le parole anche quando mente. Ha una visione letterale dei fatti e ad essi si inchina, anche a discapito di una visione politica. Durante i dibattiti televisivi contro un joker e un pussy grabber, il suo invito era andare sul suo sito e fare “fact checking” per smentirlo… Non sto dicendo che i fatti non contano. Sto dicendo che non bastano, e che talvolta – per paradossale che sia – servono a mascherare la realtà. La prima candidata alla presidenza degli Stati Uniti ha continuato a credere al potere dei luoghi comuni e del comportamento medio – lei che lo conosceva per averlo subito, ad esempio quando, dopo aver resistito fino all’ultimo per restare “la signora Rodham”, cedette per non danneggiare la carriera del marito in Arkansas e ne prese il cognome – e ha mostrato di avere una comprensione del mondo stereotipata anche quando sosteneva posizioni progressiste. Sapendo che gli elettori vogliono conoscere “il cuore” della candidata, prova a mostrarglielo ma, fedele alla sua storia, commette gli errori che la sua storia, la storia delle donne, le ha insegnato a commettere. Dopo essersi fatta riprendere in cucina come quella brava casalinga americana che si è sempre rifiutata di essere, è ad altri che lascia di dire la verità su di lei. Sarà sua figlia a salire sul palco e recitare la parte: mia mamma è così buona, e tenera, e affettuosa, e ride che voi non potete immaginarlo, le piacciono le serie televisive e pensa sempre alle sue nipotine.

 

Ma se un figlio ti fa madre, sta a te di esserlo e di intestarti il ruolo. Se un marito ti fa moglie, sta a te di esserlo e di intestarti il ruolo. Se lo fai, allora lo potrai anche lasciare senza aggredirne le amanti… and they happens to be women too.

Questa donna che nel 1995 ha saputo dire a una platea delle Nazioni Unite con una determinazione appassionata e calma che “women’s rights are human rights” – e perciò le sarò sempre grata –, ha sbagliato così male perché ha saputo lottare contro il sessismo e la discriminazione salariale, ha saputo riconoscersi il diritto di osare, ma non è riuscita a non guardarsi con gli occhi di chi la voleva seconda. Lei, figlia di una donna abbandonata da piccola, che ha saputo diventare straordinariamente ricca e potente, che ha accettato di condurre una battaglia in salita, ha accettato che fosse impervia, ha accettato di dover fare più fatica di un uomo per realizzare i propri sogni, e ha saputo far accettare i propri desideri, non ha saputo intestarsi la propria storia, per quanto ne sia stata lei la prima autrice.

 

Quando Donald Trump si guarda allo specchio, vede se stesso. Quando Hillary Rodham Clinton si guarda allo specchio vede lo sguardo delle donne e degli uomini che la osservano. Per paradossale che sia, l’ambiziosa, arrogante, poco empatica Hillary Rodham Clinton ha mancato di narcisismo. Certo è sempre lo sguardo dell’altro che ci fa esistere, e quando l’altro è un tuo pari, va bene. Ma quando l’altro è il tuo dominus, la sola cosa che può mostrarti è la tua sudditanza. Nella relazione tra i sessi la dinamica di servo e padrone non funziona. L’unica soluzione che abbiamo trovato nei secoli per superare il conflitto è la distribuzione dei ruoli e la moltiplicazione delle maschere sociali. Ma questo, a molte bambine e giovani donne, non basta più. Non si tratta di psicologia, né di femminismo. È cultura, è civiltà, è cittadinanza.

C’è un grande bisogno di politica in questi anni; sempre più ce ne sarà nei prossimi. Servono donne padrone della propria vita, dei propri successi e soprattutto dei propri errori.

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