Il complesso dei fratelli siamesi

 

In genere, l'umorismo, quale uso comporlo con i gesti del corpo e la mimica facciale, nasce dalle mie osservazioni di tutti i giorni. Più di una volta mi sono sorpreso a seguire qualche tipo bizzarro e stravagante per la via, osservandone minutamente i gesti, assimilando il suo modo di camminare, di muoversi, di gesticolare, di salutare, di attraversare la strada, di scrutare le persone, di prevenire eventuali pericoli.

 

Se fossi uno studioso di psicoanalisi, dovrei definire questa mia mania come “il complesso dei fratelli siamesi”, allo stesso modo del “complesso di Edipo” e del “complesso del don Giovanni” di cui oggi i freudiani fanno uso e abuso. Non appena noto un tipo che mi colpisce per alcune caratteristiche, mi sembra che un fluido mi leghi a lui, per cui... divento l'altra parte dell'individuo che osservo; mi unisco attraverso un ideale cordone ombelicale alla sua personalità, ai suoi gesti, alla sua maniera di esprimersi. Divento un suo duplicato; mi lego a lui, vivo metà della sua vita – infine costituisco, con lui, un'ideale coppia di gemelli.[...] 

 

Quando traccio la caricatura del miope che, preso in mano un foglio, lo legge facendolo scorrere dall'alto in basso vicinissimo all'occhio destro, riproduco, sia pure con una sfumatura caricaturale, il mio vecchio e caro maestro delle elementari che era molto miope. Ricordo che si accostava al mio banco, si faceva consegnare il compito e poi borbottava: «Vediamo un po' cos'hai saputo fare...». Avvicinava esageratamente il foglio all'occhio destro e lo scorreva nel modo caratteristico che voi conoscete. L'immagine mi rimase impressa e, anni dopo, la trasportai di peso sul palcoscenico.

 

 

Dalla mia osservazione degli operai napoletani, che usano stivare la carne e il contorno nell'interno di pagnotte oblunghe, è nata la macchietta del film Napoli milionaria: il personaggio da me interpretato, sedutosi in trattoria, cava fuori la pagnotta, la divide a metà ed estrae la pasta, poi la carne e il contorno. Io, naturalmente, ho esasperato un fatto reale, e ho tirato fuori anche la forchetta, la saliera e il tovagliolo. 

 

Secondo me, l'umorismo è la rappresentazione, filtrata attraverso la propria sensibilità, degli uomini nei loro difetti, nelle loro manchevolezze, nelle loro vanaglorie. Cerco di trovare l'aspetto ridicolo e lo ritraggo con la mutevolezza del mio viso e le possibilità acrobatiche del mio fisico, allo stesso modo che Onorato o De Seta, con la matita, tracciano su un foglio da disegno la caricatura di una persona esasperandone i tratti, pur rispettando, nella sostanza, le linee del volto.

 

Come se avessi a disposizione della creta, posso formare in pochi secondi, sul mio volto, l'espressione corrucciata del dittatore, stupefatta dello sciocco, impaurita del debole, audace e avida del don Giovanni, istericamente ghignante del gagarello vanitoso, imbronciata o civettuola del bambino, pseudo-misteriosa dell'uomo che si crede depositario dei segreti di Pulcinella. Interpreto gli uomini a mio modo, è vero; ma tento di riprodurre, con la maggior fedeltà possibile, lembi di vita autentica, aspetti sentimentali, tristi e lieti, di tutti i giorni.

 

Anche il vestito che uso sul palcoscenico deriva, in fondo, dall'autoesame di come vestivo nel periodo corrispondente all'inizio della mia vita teatrale. Il mio corredo era composto di un solo abito per la scena, che andava sempre più logorandosi, senza una sia pur remota possibilità di sostituzione. Ebbi da qui l'idea di creare un “costume” che accentuasse la mia reale situazione vestiaria. Una logora bombetta, un tight troppo largo, una camicia lisa col colletto basso, una stringa di scarpe per cravatta, un paio di pantaloni “a saltafossi”, comuni scarpe nere basse, un paio di calze colorate.

 

Così nacque l'abito di Totò.

 

Tratto dalla prefazione a Antonio de Curtis (con Eduardo Passarelli e Alessandro Ferraù), Siamo uomini o caporali?, Capriotti, Roma, 1952; in seguito, il testo è stato parzialmente ripreso in un articolo per «La settimana Incom», XIII, n. 38, settembre 1960, con il titolo Ho il complesso dei fratelli siamesi. Entrambi gli scritti sono reperibili in Franca Faldini, Goffredo Fofi, Totò: l'uomo e la maschera, Feltrinelli, Milano, 1977.

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