Il filosofo fa il giro del mondo tre volte

Per diventare filosofi non basta l’abilitazione, bisogna compiere tre giri del mondo. Ne è convinto Michel Serres, l’accademico di Francia, che, sulla soglia dei novant’anni, si entusiasma tanto per il giro del mondo compiuto, di recente, in solitaria, da Thomas Coville in 49 giorni, quanto per le prodezze da cybernauti e creativi digitali compiute dalla generazione dello smartphone che, ribattezzata da lui la generazione di “Pollicina”, a suo dire, “tiene il mondo in mano”. I tre giri del mondo che egli raccomanda e prescrive al filosofo, senza i quali egli non potrebbe parlare con saggezza del mondo stesso, sono imprese ai limiti dell’impossibile, sono imprese erculee, soprattutto nell’arco breve della vita, ma vanno comunque tentate fino alla fine. Si tratta del giro del mondo fisico, terrestre; il giro del sapere, in tutta la sua globalità enciclopedica; il giro degli uomini e delle culture che hanno prodotto. Lo stesso Serres si è lanciato nell’avventura. Ha potuto compiere il primo mediante la sua attività di ufficiale di Marina, nella seconda metà degli anni Cinquanta, prima di intraprendere la carriera accademica. Poi si è lanciato nel secondo giro del mondo, terminato nella stesura del “Grande Racconto” (dell’universo, dell’inerte, del vivente, dell’umano), coniugando le scienze naturali, storiche e sociali del suo tempo.

 

E, infine, ha ammesso di aver potuto compiere il terzo giro grazie all’antropologia di Philippe Descola, l’epigono di Claude Lévi-Strauss al Collège de France, che ha proposto un nuovo principio di classificazione di tutte le culture umane in quattro categorie, in base alle continuità e discontinuità tra umani e non-umani rappresentate all’interno di una cultura. In un volume della collana “Riga” di Marcos y Marcos è stato di recente presentato il pensiero complessivo di questo straordinario maître à penser, ancora prolifico, che con l’avanzare della vecchiaia entra nella giovinezza della filosofia, come ha detto in un libro dedicato a Jules Verne. Presentiamo questo testo in cui Serres racconta il modo in cui ha effettuato la sua traversata del mare, dei saperi e delle civiltà, tratto da un libro ancora inedito in Italia: (Ecrivains, savants et philosophes font le tour du monde, Le Pommier, 2009).

 

Francesco Bellusci

 

 

«Da giovane, avevo deciso, follemente, che la vita del filosofo dovesse cominciare con tre necessità impossibili, tre giri da compiere per intero. Prima di accedere a una saggezza rinviata in un tempo più lontano, l’apprendista doveva, almeno così pensavo, fare prima il giro del mondo: visitare banchisa polare e Pacifico, vedere andare alla deriva iceberg e le balene tirare il fiato, attraversare i deserti, issarsi in alto sulle vette delle montagne, senza trascurare sismi e vulcani, navigare al largo, affrontare cicloni, esplorare le isole e i continenti, per farla breve ingozzarsi della bellezza del pianeta. Vagabondare. Al limite della fatica muscolare, del tempo corto della breve vita e dell’entusiasmo pieno di ammirazione, nessuno può vedere tutto. Restava la malinconia di sfogliare mappamondi.

 

Per fortuna, venne una sorta di accerchiamento. Infatti, per una disgrazia inattesa, benché preparata da fonte lontana, la Guerra mondiale, quella che conduciamo contro il mondo, s’imbatte oggi nella sua potenza globale, immanente, tangibile, calcolabile e minacciosa, che ci obbliga a firmare, pena un rischio maggiore e con la forza, un Contratto naturale di simbiosi. Così, in modo singolare, chiudiamo la navigazione milionaria di Sapiens, fermi tutti insieme di fronte a questa nuova integrazione, davanti a questa fusione che s’impone. Questo non vuol dire, e da tempo, che ho visto tutto e saputo tutto sul nostro pianeta blu, ma che faccio finalmente, in compagnia di tutti, un’esperienza che ci dà accesso alla totalità. L’insieme dei nostri interventi finisce per risvegliare, per rivelare il tutto del mondo, in realtà una Mano, non più invisibile e trascendente come quella del mercato, ma immanente e minacciosa. Credevamo di manipolare il mondo, esso finisce per manipolarci.

 

L’apprendista deve fare, poi, il giro del sapere. Questo secondo viaggio ingiunge un’altra impossibile necessità. Allora, disperato ma paziente, il suddetto aspirante assorbe matematiche e scienze dure associate, dalla cosmologia alla biochimica, più alcuni saperi umani, sociali e politici. Poiché questo giro circolare enciclopedico ha il suo centro dappertutto e la circonferenza in nessun luogo, la buona volontà vi smarrisce ogni visione d’insieme.

Ora, per un caso impensabile e una fortuna inaspettata, il Grande Racconto, in fin di vita, chiude diverse volte questo percorso interminabile. Il ciclo dei miei quattro libri che comincia con Hominescence ne riferisce ampiamente. Con questa cartografia del tempo, con questo mappamondo cronologico, la navigazione cognitiva si completa o integra un progetto che la navigazione mondiale precedente non ha potuto prima portare a termine, ma che oggi la forza delle cose impone. Questo non vuol dire, e da tempo, che so finalmente tutto, e nel dettaglio, ma che dispongo, come tutti, attraverso questa totalità temporalmente dispiegata, di un numero infinito di porte di accesso facile a tutto il sapere possibile.

 

Il mio programma di preparazione alla filosofia doveva prolungare questi due incantesimi con il giro degli uomini. Ma, di nuovo, quante culture, lingue, religioni e costumi, quanti individui, soprattutto, di cui ognuno costituisce, preso a se stante, quasi una specie, erigevano, di fronte al mio coraggio insensato, un ostacolo insormontabile? Qui, ancora meno congiunzioni o integrazioni possibili di quante ce ne fossero nei due progetti precedenti.

Ora e di nuovo alla fine della mia esistenza, ricevo dal destino una terza fortuna. Delineando quattro arcipelaghi, Philippe Descola ha classificato di recente le culture umane. Così, egli ha reso possibile la mia ultima follia: potevo immaginare di fare il giro degli uomini. 

Eccomi finalmente pronto a diventare filosofo.

 

Figlio di contadino e di marinaio, capace di parlare la langue d’oc, consapevole di portare in me una cultura differente da quella che ho ricevuto al liceo, all’università o con la lettura dei principali testi che vi si insegnavano, m’indignavo spesso del fatto che gli stessi esseri umani, sempre allo stesso modo provenienti dagli stessi luoghi, studiassero sempre certi altri esseri umani. Abbiamo mai visto un gruppo di pastori dei Pirenei o di pastori mongoli recarsi al College de France, alla Cornell o Oxford University per osservare i costumi politici, sessuali e religiosi dei professori e ricercatori, frequentando queste persone piene di alterigia? Certe scienze umane funzionano come semiconduttori.

Noi che le dividiamo in poesia, romanzo, scienza o filosofia, possiamo leggere, per esempio, le opere occidentali, antiche, medievali, moderne o contemporanee, come se ascoltassimo le parole di Kwakiutl o di Inuit, di Achuar o di Dogon? Possiamo invertire abbastanza la nostra posizione per vedere la nostra cultura come un terreno di studio etnologico? Il Parigino di Montesquieu si chiedeva: «Come si può essere Persiani?». Io sognavo di esclamare: come si può scrivere, percepire e pensare Occidentale? Aver vissuto e pensato come Gascone non basta per realizzare questo progetto. Questa località, stretta, il sapere che l’accompagnava, limitato, non gli dava una base sufficiente. Occorreva un punto di vista tanto ampio quanto l’oggetto da rovesciare da cima a fondo. 

 

Un punto di vista, un punto di osservazione, il vertice di un cono visivo… rilasciano, su di un oggetto parziale o grande, un profilo obliquo, ecco tutto. I classici chiamavano questa prospettiva una scenografia, in altri termini una scena paesaggistica che si delinea quindi sulla sezione del cono visivo. Vedevo, dunque, la cultura che diciamo occidentale dal mio punto di vista limitato di Occitano contadino, scenografia singolare, angusta, parziale, poca cosa, insomma. Ora, la classificazione richiamata prima disegna, per le culture del mondo, ciò che l’epoca classica chiama un’iconografia o un geometrile. Dio solo, diceva Leibniz, può vedere qualsiasi cosa o il mondo intero, a partire contemporaneamente da tutti i punti di vista, poiché onora, nello stesso tempo, della sua presenza ubiqua, tutti i luoghi possibili. Egli solamente può vantarsi di vedere la cosa tale quale, integrando effettivamente la somma di tutte le scenografie. Ora la classificazione si dedica a questa somma, ne integra il calcolo, ne raggruppa le relazioni: universalità relativa, dice l’autore. Possiamo ormai vedere tutte le culture, una ad una, a partire da questa nuova postazione, che credevo inaccessibile, salvo al Dio onnisciente dell’età moderna. Di conseguenza, perché non guardare anche la nostra? Vedevo il mio sogno virtualmente realizzato.

 

Quattro sono le visioni del mondo estrapolate dalla suddetta classificazione, che essa applica alle tribù dell’Amazzonia, dell’Australia o del Polo Nord. Perché non dire piuttosto religione, visto che si tratta, infatti, di classificare delle relazioni?

L’una, animista, vede la stessa anima in tutti gli esseri, ciascuno vestito di un corpo originale. Il naturalismo, vede tutti i corpi formati dagli stessi ingredienti, molecole e atomi, mentre le anime, dotate d’interiorità, animano unicamente gli esseri umani, diversi per personalità e per culture e società; questa seconda visione caratterizzerebbe piuttosto l’Occidente recente. Un’altra, totemista, comprende le differenze tra gli esseri umani grazie a quelle che mostrano le specie animali o floreali e fa corrispondere, talvolta, un essere umano ad una bestia o ad una pianta. Agli occhi, infine, dell’analogista, tutto ciò che esiste differisce e si sfinisce nello scoprire relazioni possibili in questo contrasto in disordine. 

Il giro del mondo solleva allora una carta differente dal mappamondo fisico e politico e la ritaglia nuovamente, a seconda che la tale cultura si affidi alla tale visione; al posto dei cinque continenti limitati dai mari, questa classificazione ricostituisce quattro arcipelaghi dove società, geograficamente lontane, di raggruppano. Mi servo di questa carta per spostarmi nella mia cultura.

 

Ho dunque potuto fare il mio giro del mondo, senza lasciare il mio habitat. Infatti, un tempo e fino a poco fa, noi, Occidentali, fummo e restiamo, ancora oggi, animistici, totemici… sì, noi abbiamo composto e seguiamo ancora queste visioni, meno distanti e più prossime a noi. Meraviglia: la nostra antica eredità e i nostri formati culturali contemporanei si suddividerebbero, quindi, come le culture classificate dall’etnologia? Il solo sforzo che dobbiamo fare per comprendere questa contaminazione consiste nel non esporre sul tempo della storia, per pretendere, come Comte e altri, che fummo una volta feticisti, per esempio, e che il progresso ci ha condotto oggi ad una visione del mondo infine veridica ed epurata da questi vecchi errori. Generalmente alimentato da un’ideologia ingenua o, peggio, vendicativa nei confronti dei suoi predecessori, questo tipo di racconto proietta nel tempo e nel presente che chiude tutti i centrismi che condanna nello spazio. 

 

Come quest’arcipelago reincollato, il mio nuovo “portolano” raggruppa spazi occupati da persone e opere di scrittori, poeti o romanzieri, storici, filosofi, scienziati distribuiti in tutti i campi: matematiche, biochimica, religioni, teologia… Il continente totemico, l’isola animistica… riuniscono, a turno, e senza notevole distinzione, l’insieme delle popolazioni, dei pensieri o degli atti che le nostre culture separano con piacere. Per la prima volta, posso senza difficoltà realizzare un secondo sogno, quello di parlare a più voci, di enunciare, in una lingua comune, «generi», discorsi, pratiche, teorie che amiamo considerare differenti gli uni dagli altri. Gioisco di poter dire, con l’emissione di una sola frase, kèrigma e teorema, novella e poema, storia e sistema. Detto in altro modo: sulla nuova carta etnologica si avvicinano isole lontane nello spazio terrestre come la Siberia, l’America centrale e il Mali; in questo libro, un’altra carta riavvicina regioni estranee nella nostra cultura quanto i riti e le ballate, i numeri e i romani. 

Come Arlecchino dal mantello variegato potrebbe diventare un Pierrot lunare, bianco, il nuovo arcipelago potrebbe disseminarsi, poi tendere ad una sorta di continente o di compendio in grisaglia: di ceppo

Mi piacerebbe che emergesse questa metafisica totipotente, abbastanza flessibile da lasciare altrettanta spazio alla libera invenzione e alla novità.

Così, con le cellule, si formò la vita, variamente differenziata, a partire dalle cellule staminali.» 

 

Traduzione di Francesco Bellusci.

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