Il museo reale

Ho scritto un libro in cui descrivo la mia idea di collezione nel contesto contemporaneo, cioè da un lato di artisti che negli ultimi decenni hanno esposto collezioni come loro opere a tutti gli effetti e dall’altro di collezionisti che non seguono più i modelli storici e cercano altre modalità di raccolta fino a fare a loro volta della loro collezione un’opera. Ho sintetizzato tale trasformazione dicendo che la collezione è diventata una “forma”, cioè un modo di raccogliere e tenere insieme, di mettere in relazione dei “pezzi”, come vengono chiamati anche dai collezionisti, e che questa forma mi sembra corrispondere bene al ripensamento a cui siamo chiamati dopo la modernità. A differenza del museo come istituzione, che ha fini conservativi, didattici e prescrittivi, la collezione ha altre finalità e perciò modalità, non riempie caselle stabilite, istituisce altri accostamenti, non risponde a un progetto prestabilito ma lo costruisce nel suo svolgimento, creando con ogni nuovo oggetto una combinazione nuova.

 

Ho provato a confrontare a questa mia idea l’impresa di Pamuk. La mia impressione è che esse siano del tutto distanti tra loro, ma credo che la mia idea possa ugualmente rendere giustizia a quella che a me pare essere la grande originalità dell’impresa di Pamuk. Apparentemente quest’ultima ha l’aspetto di un’impresa diciamo così classica. Se posso sintetizzare per chi non ne sia al corrente: abbiamo un romanzo intitolato Il Museo dell’innocenza e un museo con lo stesso nome che Pamuk ha realizzato a Istanbul.

 

il Museo dell’Innocenza di Orhan Pamuk

 

Il romanzo racconta la storia d’amore di un uomo, Kemal, il protagonista che parla in prima persona, che si innamora perdutamente di una ragazza, Füsun, che lo corrisponde appassionatamente; ma Kemal è già impegnato con un’altra, Sidel, per cui quando i due si fidanzano ufficialmente Füsun risponde sottraendosi a Kemal, scomparendo per diverso tempo, per ricomparire solo più tardi sposata a Feridun, un aspirante regista cinematografico. A questo punto Kemal, che ha lasciato Sidel, torna a frequentare castamente Füsun e la sua famiglia, oscillando per ben otto anni tra la felicità della sua presenza e dell’attesa di tornare insieme e la disillusione quando sospetta un’indifferenza da parte dell’amata o non intravede gli sviluppi desiderati. Alla fine Füsun divorzia e i due tornano insieme, decidono di sposarsi, ma dopo una notte d’amore Füsun guida un’automobile, con Kemal al suo fianco, contro un albero. Lei muore mentre Kemal sopravvive.

Ora, fin dall’inizio Kemal raccoglie degli oggetti di Füsun e legati a lei, che gliela ricordino in sua assenza, finché diventano così numerosi che si chiede che farne e dopo la morte di lei decide di riunirli in un museo, che chiama appunto Museo dell’innocenza. Tali oggetti Kemal li indica nel racconto riferendosi ad essi con “questo”, dandoli dunque come presenti a chi ci sta parlando e già raccolti nel Museo. Kemal ci parla dal dopo, il suo racconto è tutto un ricordo che egli esterna al visitatore del Museo.

La concezione del tempo appare classica: il passato, l’oggetto che lo testimonia, il ricordo che viene rievocato. L’oggetto è come una fotografia, documenta l’“è stato”. Ecco dunque che la concezione del tempo diventa centrale, ma non più così scontata, come in fotografia appunto: l’oggetto in realtà è, come la fotografia, un nodo temporale, in cui presente, passato e futuro si rimandano l’un l’altro.

 

il Museo dell’Innocenza di Orhan Pamuk

 

Ma qual è la concezione del tempo del Museo dell’innocenza? Kemal la affronta esplicitamente, e in un capitolo significativamente centrale del romanzo, rifacendosi ad Aristotele: «Aristotele, nella Fisica,» dice, «distingue tra gli istanti particolari che chiama “ora” e il Tempo. I singoli istanti sono gli elementi indivisibili e inscindibili, come l’atomo per la materia. Il tempo, invece, è la linea che unisce questi istanti indivisibili. Ci sforzavamo di seguire il consiglio di Tarik [il padre di Füsun] – “dimenticati del tempo” –, ma solo gli sciocchi e gli smemorati possono dimenticarsi completamente del tempo. L’uomo può soltanto cercare di essere felice e sforzarsi di dimenticarlo, come facciamo tutti noi» (pp. 313-314).

Sembra la concezione classica del tempo: gli istanti sono inscindibili nella linea del Tempo, che dunque è un continuum. Non possiamo dimenticarlo, il Tempo, anche se tutti ci proviamo. Ma questo ha tutta l’aria di un paradosso: perché ci proviamo se per definizione non possiamo riuscire? La risposta è nella felicità. Del resto Kemal l’ha detto fin dalla prima frase del racconto e lo ricorda nell’ultima: ciò che conta è la felicità. E che cos’è questa felicità? Di sicuro deve avere a che vedere con l’innocenza in gioco nel titolo del romanzo e nel nome del Museo.

 

E che cos’è l’innocenza? La parola appare per la prima volta soltanto a pagina 353 ed è contrapposta all’ironia, ovvero alla malizia e alla finzione, al recitare una parte, per cui significa spontaneità, sincerità, assenza di secondi fini, come quella dei bambini nel gioco, dice Kemal. Anche l’innocenza dunque appartiene al passato, è una qualità che possedevamo e che poi perdiamo e possiamo solo “sforzarci” di ricordare, di rievocare. Ma, a proposito dei nostri sforzi, l’innocenza ha a che fare con la sorte, con la fortuna. Questa prima definizione infatti è situata all’interno del capitolo intitolato “Tombola” e dedicato al tema del caso, della sorte e della fortuna. Gli oggetti dell’innocenza sono allora come i premi della tombola. Ora, per vincerli, precisa Kemal, si deve giocare con innocenza. Che è ciò che lui fa ma che si accorge che gli altri non fanno, nemmeno Füsun e i suoi genitori, precisa, che «fingevano soltanto, o, per meglio dire, recitavano la parte di quelli che giocano» (p. 354).

 

La seconda volta che ricorre il termine innocenza è poi a proposito del personaggio che l’attrice Papatya recita – appunto, anche lei – nel film Vite spezzate, film che gira Feridun, il marito di Füsun, e finanziato da Kemal. Questa volta è sinonimo di purezza, di verginità (p. 421). Anche la verginità, che è già argomento di diverse pagine nella prima parte del romanzo e significativo oggetto di una discussione sulla differenza tra modernità europea e tradizione turca, anche la verginità appartiene al passato: quando la si perde, non la si ha più, la si può solo rievocare. Forse Füsun, sposandosi con Feridun ma senza consumare il matrimonio, ha preteso di essere tornata vergine e di ripresentarsi come tale. E sarà per averla persa una seconda volta, concedendosi ancora una seconda volta a Kemal prima del matrimonio, che Füsun deciderà di suicidarsi, portandosi dietro anche Kemal a compimento immaginario della loro unione. Ma Kemal non muore e progetta il museo.

Esso deve essere il vero compimento dell’unione, il vero museo dell’innocenza. Per esserlo, però, non deve fingere. E come può farlo, preso com’è nella rete in questa temporalità inesorabile e in questa rete di finzione che è la scrittura?

 

il Museo dell’Innocenza di Orhan Pamuk

 

La risposta è nella realtà del Museo – ora, come ultimo accenno al mio libro vorrei dire qui della “collezione”, tanto più che Kemal stesso parla più di collezioni e collezionisti, di collezioni diventate musei più che di musei in senso istituzionale. Per sfuggire alla finzione del racconto, dell’illusione che possono suscitare i ricordi e gli oggetti stessi, occorre che il Museo sia reale, e non realizzato dopo il romanzo ma pensato fin dall’inizio insieme e contemporaneamente, “all’unisono”, come scrive Pamuk nel “catalogo” (p. 11). Nessuno dei due deve venire prima, perché, spiega, “il museo non è l’illustrazione grafica del romanzo, e il romanzo non è la spiegazione del museo” (p. 18). I due vanno sempre considerati insieme, questa è la vera ragione dell’uso del “questo” e di tutti i continui richiami all’esistenza del Museo nel romanzo. Se li separiamo, salta la concezione del tempo, salta l’innocenza degli oggetti. Ovvero, detto altrimenti, i due genitivi dei titoli del libro e del “catalogo” vanno intesi nel loro doppio significato: gli oggetti e il Museo dell’innocenza hanno l’innocenza non solo come argomento ma anche come soggetto, come ciò che li costituisce in quanto museo e oggetti.

Detto ora in altre parole, che riconduco alla mia idea di collezione come “opera”: Museo e romanzo sono due parti di un’unica opera, l’opera di Pamuk in questo caso è composta dai due insieme, inseparabilmente. Voglio dire che Pamuk qui non ha fatto solo lo scrittore ma è andato oltre, oltre in una maniera che ha molto dell’artista visivo contemporaneo, potremmo dire, per usare un’indicazione che appartiene al nostro contesto, postconcettuale. In questo senso peraltro a me sembra che egli abbia in fondo anche portato a compimento, benché in tutt’altra direzione da quanto aveva immaginato, la sua prima vocazione d’artista, come ci ricorda non a caso in diversi punti dell’Innocenza degli oggetti, cioè quella di pittore.

 

E nel racconto del romanzo come si suggella questa unità? Occorre naturalmente che Kemal, il personaggio, chiami in causa il proprio autore, Pamuk stesso, che era già apparso prima nel libro come personaggio alla festa di fidanzamento, e a cui alla fine cede la parola senza soluzione di continuità. “Addio!” dice Kemal, e subito: “Benvenuti, sono Orhan Pamuk”. È il suo personaggio, alla fine, a chiamare Pamuk ad essere l’autore che è fin dall’inizio.

È quanto Pamuk ci spiega anche ricordando, sempre in L’innocenza degli oggetti (p. 11), quello che dice essere stato lo spunto da cui è nata quella prima idea, quella dell’“unisono”, ovvero il racconto della proposta fatta all’ultimo principe ottomano spodestato all’avvento della repubblica, Ali Vasib Effendi, di impiegarsi come guida del proprio museo, cioè di quella che era stata la sua casa, così da diventare al tempo stesso uno degli “oggetti” esposti.

Così la finzione e la realtà si annodano in maniera indissolubile. La piantina con la posizione del reale Museo dell’innocenza a Istanbul chiude il romanzo a suggello del loro unisono. E a pagina 561 c’è anche il biglietto da esibire per entrare gratuitamente, cioè, in realtà, per entrare gratuitamente devi esibire una copia del romanzo, ricongiungerlo materialmente al Museo.

 

Questa mattina alle ore 11.00 all'Accademia di Brera (Bergamo) Orhan Pamuk, premio Nobel per la Letteratura nel 2006, l’ospite d’onore dell’inaugurazione dell’anno accademico 2016-2017 dell’Accademia In occasione della cerimonia di apertura dell’anno accademico, sarà consegnato al romanziere turco il diploma honoris causa.

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