Il ritorno di Grazia Cherchi

Da pochi mesi è uscito un libro che fa riscoprire una grande critica letteraria del nostro Novecento. L’opera in questione è Scompartimento per lettori taciturni, raccolta di articoli e interviste di quella vulcanica donna che fu Grazia Cherchi. Oltre ad aver scoperto Alessandro Baricco, Maurizio Maggiani, Massimo Carlotto e Giulio Angioni, si cimentò anche lei nella scrittura dando alle stampe un’apprezzata raccolta di racconti dal titolo Basta poco per sentirsi soli, dove alterna ricordi di alcune sue giornate trascorse nel suo lavoro di lettrice di narrativa italiana e diversi squarci della sua vita quotidiana, e il romanzo Fatiche d’amore perdute. Purtroppo entrambe le sue fatiche narrative sono ormai introvabili, se non nella fortunata ipotesi di trovarle quasi per caso in qualche mercatino di libri usati nella piazza di una delle città del nostro Paese; c’è solo da augurarsi che la benemerita iniziativa di Minimum fax di riproporre questo Scompartimento a venti anni dalla prima pubblicazione di Feltrinelli, serva da esempio anche per i volumi di narrativa.

 

Che altro dire di questa donna con la sigaretta perennemente in mano, i capelli a caschetto color dell’ebano e gli occhi brillanti e vispi? Sarebbe banale ribadire che oggi giornalisti culturali del suo calibro si contano sulle dita di una mano. Forse sarebbe meglio dire che in lei, come un Giano bifronte, convivevano in serena armonia una vena tutta goliardica e irrazionale, che le derivava dalla sua emilianità, essendo nata a Piacenza, e una illuministico-razionale tipica di Milano, dove ha abitato, degna del miglior Gadda. Non c’è una riga nei suoi scritti che non trasudi queste due anime. Non si può inoltre non ricordare l’assidua frequentazione della rivista Quaderni piacentini, dove aveva affiancato Piergiorgio Bellocchio e dove più tardi sarebbe arrivato anche Goffredo Fofi, a formare un trio legato da profondo affetto e stima culturale.

 

Gli articoli, curati e raccolti da Roberto Rossi, hanno una grande importanza storica: sono stati scritti tra gli anni Ottanta e Novanta, in quel periodo definito del “riflusso” che aveva sostituito alla partecipazione pubblica e collettiva un ripiegamento nella sfera del privato. Grazia non poteva fare altro che vedere il lato tragicomico di questa metamorfosi, un ripiegamento che era tutto incentrato sul successo personale e il denaro a discapito della cultura. Per i suoi amati libri, che in fondo non erano mai stati letti da tanti italiani, c’era il rischio che gli avventori diventassero ancora di meno. Ed è così che Grazia avendo capito la profonda crisi che stavamo vivendo, dal suo esilio forzato scriveva di libri, del lavoro nel campo dell’editoria e della cultura italiana tout court. Sicuramente non ci andava giù leggera, le sue erano vere e proprie staffilate contro il pensiero unico e il senso comune omologante. Era una donna con uno spiccato senso critico che vedeva intorno a lei una società sempre più cafona e maleducata, che non aveva più rispetto per gli anziani non lasciandoli neppure il posto per sedersi in tram superaffollati in una Milano frenetica e accelerata. Dire che non fosse una simpatizzante del fenomeno dello yuppismo e del giovanilismo ad oltranza sarebbe un eufemismo. Morta nel 1995 chissà cosa avrebbe detto e scritto di noi italiani del XXI secolo e della nostra società la cui crisi culturale sembra non toccare mai il fondo del barile. Non oso immaginarlo. Mi piace pensare che forse si sarebbe zittita, seguendo il famoso detto che il silenzio vale più di mille parole, o ancora meglio che il bel tacer non fu mai scritto.

 

Ci sono tre punti di questa raccolta che racchiudono tutto lo spirito e la bellezza di Grazia. Il primo è una citazione da Kafka che apre un articolo scritto su Linus nell’aprile del 1980 e che ha caratterizzato tutto il suo lavoro – che brutta parola, forse sarebbe meglio scrivere «il suo divertimento» – di segnalatrice di libri: «Bisognerebbe leggere, credo, soltanto i libri che mordono e pungono. Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno nel cranio, a che serve leggerlo? […] Un libro deve essere la scure per il mare gelato dentro di noi». 

Chi si occupa di letteratura, chi insegna e chi legge dovrebbe tatuarsi questa massima a imperitura memoria. Si dovrebbe gironzolare tra gli scaffali delle librerie e biblioteche del nostro Paese tenendo ben in mente le parole di Kafka. Non bisogna vergognarsi di leggere libri di qualità e di rabbrividire davanti a un best-seller troppo pubblicizzato. Dovrebbe essere motivo di orgoglio poter dire: «Leggo libri complessi». 

 


Che bella la parola «complessità»! Ciò che è complesso fa nascere uno spirito critico, indispensabile per sopravvivere in questa società che uniforma tutto e tutti. Le parole di Kafka dovrebbero essere un monito per i maestri e i professori di tutta Italia: non trattate i vostri alunni da cretini, ma fategli leggere libri belli e difficili. Altrimenti c’è il pericolo, più che fondato, di andare a riempire ulteriormente la cosiddetta «schiera dei pecoroni» (parole della stessa Grazia). 

Un libro deve sedimentarsi lentamente nel cuore e nella mente del lettore, in modo quasi pudico. Deve lasciare tutto il tempo di essere «ruminato». Bisogna diffidare dei libri che si scordano subito dopo averli finiti o mentre si gira l’ultima pagina. La letteratura deve far tremare, deve destare i cuori. Uno degli insegnamenti che ci ha lasciato in eredità Grazia è proprio questo: bisogna allenarsi alla lettura e leggere solo libri che provocano emozioni vere. 

 

Questo discorso introduce la seconda fondamentale immagine del libro. È l’autunno del 1993, la Nostra si trova sul diretto che da Milano la porterà a Firenze. Per una strana combinazione del destino nello stesso scompartimento è seduta, davanti a lei, una ragazza fresca di esame di maturità. Il treno parte e Grazia non può fare a meno di osservarla, con piglio antropologico, mentre si mette le cuffiette di un walkman – oggi avrebbe in mano uno smartphone – mentre sbadiglia e guarda fuori dal finestrino. La Nostra è un’anima in pena e arrivati a Bologna rompe gli indugi chiedendo alla ragazza se ha voglia di leggere qualcosa. La ragazza la guarda sorpresa e le dice di aver letto fin troppo per l’esame. Ma Grazia, a cui intanto le cominciano a luccicare gli occhi, le propone un esperimento: le darà un libriccino e se dopo un quarto d’ora ne sarà stufa potrà ridarglielo. Fino a Firenze la ragazza non alza gli occhi dal libro e quando Grazia le dice che deve scendere perché sono arrivate a Santa Maria Novella la ragazza la guarda in modo supplichevole. Allora la Nostra sorride e le dice: «D’accordo, lo tenga. Ma mi prometta di farlo circolare tra gli amici». 

 

Ecco dimostrato il potere della lettura, di questo filtro magico che incanta. Questa breve storiella dovrebbe essere raccontata all’inizio di ogni laboratorio o seminario sulla promozione alla lettura. A proposito, il libro che Grazia ha dato in modo così mefistofelico alla ragazza – mi ricorda la storia del dottor Faust – è: L’incantatrice di Stevenson.

 

Ultimo punto che racchiude tutta la poetica di Grazia è una modesta proposta che fa alla fine degli anni Ottanta e che ricorda i progetti ironici e al limite del surreale di Swift e Pasolini. Accanto alle noiose e petulanti classifiche di libri che occupano le pagine dei giornali sarebbe da mettere la classifica dei libri di qualità che non vendono. Che idea meravigliosa, poteva venire solo ad una donna arguta come Grazia. Una classifica al contrario per accontentare anche i lettori forti, sempre più in depressione quando vedono le classifiche dei libri più venduti in Italia. Potrebbe avere la stessa funzione di un antidepressivo, una vera e propria dose di felicità da iniettare senza alcuna controindicazione. 

Scompartimento per lettori e taciturni è un libro da portare in vacanza, d’estate o d’inverno, perché ha la freschezza di un Allegro di Vivaldi o Mozart. Un consiglio: armatevi di foglio e penna. Grazia è una fucina di consigli di lettura. Di lei, del suo fiuto e della sua onestà, ci si può fidare a occhi chiusi. 

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