Il Sessantotto. La fascinazione dell'inizio

Milano, inverno e primavera 1968

 

Acerba intimità con l’impossibile.

 

Una pioggia di volti lungo il giorno,

le strade solidali con il grido.

Era cielo, era carne il desiderio.

 

Prosodia della rivolta, Vietnam,

Praga, la lontananza ferita era

nei passi, nei pensieri. 

                                        Stava ognuno

dentro il respiro della moltitudine.

 

Il sogno divorava l’orizzonte.

 

Qualche tempo fa, ripensando al Sessantotto, mi è accaduto che invece di pensieri ordinati in una riflessione e in un’analisi, mi si accampassero piano piano nella mente e sulla pagina alcuni versi.  Succede che la lingua scelga qualche volta la sua forma un po’ imperiosamente. Quei versi ora possono fare da apertura, e come da esergo, ad alcune considerazioni.

 

Ho sempre avvertito una sorta di artificiosa dissolvenza e di forzatura storiografica nelle letture che estendono il Sessantotto a un’epoca, a un arco di anni, facendo di  quei pochi mesi una radice, un fondamento, un inizio responsabile di successivi accadimenti. Il grido parigino Ce n’est qu’un début, continuons le combat  (con il ritmo che accentuava la pausa finale tra le e combat, per dare energia esortativa all’ultima parola), al di là del primo significato, faceva del début, dell’inizio, una specie di assoluto:  stare nell’inizio, nella splendente primavera dell’inizio, era l’esperienza di un  addio alle forme consecutive, ai legami di filiazione, di eredità, di dipendenza, ed era allo stesso tempo la prova di una nascita. Nascita a un mondo i cui orizzonti erano appunto solo orizzonti, confinanti con l’impossibile. “Siamo realisti: vogliamo l’impossibile” era infatti un altro slogan.

 

Il Sessantotto come inizio che annuncia e non precede né tantomeno fonda : un inizio che fa esperienza delle risorse  - di immaginazione, di scoperta, di stupore – che la freschezza di ogni inizio porta con sé, quasi come un dono. Questo dono qualche volta prendeva il nome di desiderio. Un desiderio sentito nel suo vigore di sospensione e di creazione, svincolato dalla meta e dall’oggetto, separato dai bisogni, vissuto come tempo e spazio della relazione con l’inatteso, con l’imprevedibile, staccato dal progetto ma anche dai fantasmi della colpa (Elvio Fachinelli lo declinò nel mese di febbraio su “Quaderni piacentini” come “desiderio dissidente”: per i giovani attori del movimento era rilevante – scriveva -  non “l’oggetto del desiderio ma lo stato di desiderio”).

 

Dunque, un inizio. In quell’inizio precipitavano storie soggettive, formazioni ricevute, appartenenze sociali e politiche, ideologie, provenienze culturali e di famiglia: il movimento era il luogo multanime e plurale in cui voci diversissime, con i loro timbri, con le loro inflessioni, con le loro conoscenze anche confuse, cercavano una coralità. Che però era anch’essa una chimera. Perché i rituali delle assemblee, l’affacciarsi dei leader, la presa di parola come gesto solenne e qualche volta autoritario prendevano presto campo. La politicizzazione della vita era un fantasma in agguato.

Certo, in quell’inizio, in quel contagio di pensieri e gesti e orientamenti culturali e sguardi sul mondo, c’era il riverbero e persino l’azione di accadimenti precedenti: le manifestazioni contro la dittatura di Franco prima e poi contro la guerra del Vietnam, le lotte alla Fiat e le inchieste sulla fabbrica e sull’emigrazione, la critica delle istituzioni totali, l’antipsichiatria, la critica della cosiddetta “società repressiva”, i movimenti di rivolta in Paesi dell’area comunista come Cecoslovacchia e Polonia, le lotte di liberazione in Africa e nell’America latina, le prove di un dialogo tra “umanesimo cristiano”  e “umanesimo marxista”, i versi e le posizioni della “beat generation”, la teologia della liberazione, l’anticolonialismo, Franz Fanon e il terzomondismo,  e così via. Ma tutto questo era come se confluisse in un’onda nuova, che aveva una sua lingua, un suo ritmo. E soprattutto, un suo impeto. L’inizio era la fascinazione e l’energia dell’inizio.

 

Campi di discorso e per così dire di coscienza diversi cercavano delle loro congiunzioni e delle forme in cui rappresentarsi: l’antiautoritarismo e la critica dei modi con cui il sapere era trasmesso, la formulazione di nuovi saperi e la cura dei nuovi linguaggi, la centralità del corpo, la non violenza, il femminismo, la prova di rapporti personali sottratti alle convenzioni e toccati da un’idea di comunità, indefinita e da sperimentare. E, su tutto, il dischiudersi di una sensibilità generazionale per la quale le ferite lontane – di popoli e individui – divenivano visibili, prossime,  parte del proprio mondo, dei propri pensieri. Era forse questo, insieme col senso dell’inizio, il carattere più proprio di un movimento.

 

 

Chi, avendo vissuto quei mesi, li ripensa alla distanza storica dell’oggi finirà facilmente col portare nel giudizio prospettive e opinioni sopravvenute nel frattempo: il dopo, le scelte politiche sopravvenute, le vicissitudini intellettuali e anche intime creano campi di precomprensione. Categorie generali sopravvengono a chiudere in formule quel movimento: “estetizzazione della politica”, rivolta generazionale  contro il conformismo, fine dell’egemonia dei partiti storici, disobbedienza civile, coscienza dei diritti nella società del consumo, ribellismo che oppone i soggetti all’ordine delle istituzioni…

Più libera e agevole la via della narrazione che può ricorrere all’onda del ricordo. Ma anche questa ha i suoi filtri: preserva e custodisce costruendosi lungo il tempo un suo proprio album di immagini, una sequenza di istantanee, una galleria di situazioni o ritratti. Nel mio caso hanno rilievo alcune scene, con i loro particolari, e queste potrebbero raccontare non il Sessantotto, ma soltanto il mio Sessantotto. Che comincia con il giorno del congedo dal servizio militare (il basco da carrista gettato dal finestrino del treno, un mattino del 16 dicembre del 1967), e l’arrivo a Milano, nella Cattolica occupata. Ma il racconto – stesura di documenti, di mozioni, di comunicati stampa, manifestazioni, assemblee, veglie notturne, seminari nelle Università occupate, sciopero della fame nelle tende piantate in piazza Sant’Ambrogio, scambi di materiali di analisi con gli occupanti parigini, difesa delle posizioni di Pasolini che indicavano con vigore provocatorio alcune forti contraddizioni del movimento, e così via – darebbe solo una piccola rappresentazione nella quale si mescolano testimonianza e narrazione. E la rievocazione dei giorni e delle ragioni si accompagnerebbe al definirsi visivo di alcuni corpi : presenze, incontri, legami. Con  il romanzesco lì pronto a insinuarsi.

 

C’è forse un modo di ripensare quei pochi lontanissimi mesi meno esposto a incursioni di sopravvenute posture e di rammemorazioni soggettive: ritrovare e rileggere i materiali - di descrizione, riflessione e autorappresentazione teorica - che prendevano vita nel corso stesso degli avvenimenti.  La produzione è davvero copiosa, e di recente, in parte, mi è saltata su, polverosa, da uno scatolone di cartone: ciclostilati, riviste, documenti, inchieste, libretti d’analisi e di dibattito. Il movimento mentre diveniva cercava di conoscersi, di autodefinirsi. Un movimento fortemente “riflessivo”, talvolta narcisisticamente riflessivo. E, intorno al movimento, fiorivano le considerazioni di chi già ne osservava forme, limiti e tensioni (una lettura accurata, e un’interpretazione, della poesia di Pasolini “Il PCI ai giovani” può dire molto di alcune contraddizioni).

 

Lo sguardo su qualche aspetto di questa autorappresentazione incontrerebbe già alcuni dei limiti che gli anni a venire avrebbero messo in luce. Tra questi: la disattenzione nei confronti delle condizioni sociali del Sud, dei processi di industrializzazione e degli squilibri e sradicamenti messi in  atto, la fragilità della difesa nei confronti della politicizzazione. Che per molti sopravvenne presto, tra fascino delle mitologie (la rivoluzione culturale cinese), chiusure settarie, ritorno delle ideologie e  appartenenze partitiche. Il desiderio ripiegò le ali. La primavera fu solo una primavera.

 

Questo, e tanto altro, si potrebbe dire intorno a quei mesi. Ma per chi scrive a tale distanza di anni, la parola e le immagini hanno nei loro interstizi, nei loro silenzi, come un tremito: l’affezione per un tempo che coincideva con la giovinezza.

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