Immaginazione, utopia e natura in Fa’afafine

A: “Ma tu hai visto lo spettacolo Fa’afafine di Giuliano Scarpinato?”

B: “No, ma penso sia pericoloso, per l’identità dei nostri figli e l’esistenza della famiglia naturale. Parla, infatti, di un bambino trans-gender.”

 

Questo dialogo inventato non è purtroppo slegato dalla realtà. Esso sintetizza al massimo le ‘ragioni’ delle molte proteste che sono state sollevate contro il lavoro Fa’afafine – Mi chiamo Alex e sono un dinosauro. Chi protesta contro questo spettacolo ne parla, infatti, pur non avendolo visto e a partire da presupposti ideologici. Ignoranza e preconcetti di base hanno molto danneggiato, dunque, la ricezione di un lavoro che da tanti punti di vista può essere considerato stupendo.

Non mi soffermerò, in questa sede, ad approfondire perché l’ideologia è profondamente dannosa nei riguardi di questo spettacolo e del teatro in generale, né perché la ricerca teatrale di Scarpinato non è affatto pericolosa per i bambini. Questi due compiti sono stati già stati assolti rispettivamente dagli articoli molto densi di Mario Bianchi per Krapp’s Last Post, che sottolinea come la visione del lavoro sia “assolutamente necessaria per il mondo del teatro ragazzi italiano ma non solo”, e di Sergio Lo Gatto per Teatro e Critica. Né intendo difendere lo spettacolo dalla censura, argomentando a favore dell’importanza della libertà di espressione. Il mio sforzo sarebbe superfluo, poiché un contributo importante e forse decisivo in tal senso è stato apportato dalla rete dei teatri di Genova, che il 16 marzo 2017 hanno organizzato una “piazza dei diritti”, a cura dei Giardini Luzzati – Spazio Comune e del Teatro della Tosse. Qui intendo contribuire al dibattito attraverso considerazioni teoriche più generali, a partire da alcuni precisi spunti offerti dallo spettacolo, con l’intento di sfidare sul piano intellettuale i preconcetti che impediscono una felice ricezione del lavoro di Scarpinato.

 

Una scena dello spettacolo, ph. Franco Lannino - Studio Camera. 

 

Partiamo innanzitutto da un dato empirico. Cosa vedrebbe uno spettatore di Fa’afafine, anche distratto o in partenza ostile? Osserverebbe un bambino di nome Alex (interpretato da un delicato Michele Degerolamo) che si chiude nella sua stanza per seguire le sue visioni fantastiche, che fuori di casa sarebbero invece immediatamente soffocate e disincentivate. La sua immaginazione trova alimento da varie fonti. Esse annoverano la cultura degli aborigeni di Samoa, che crescono nella loro società cercando di sviluppare un “terzo sesso”, dunque sia il loro lato maschile sia quello femminile, o il comportamento dei pesci e degli uccelli migratori (con cui spesso il bambino interagisce e parla nel sonno), o ancora i luoghi esotici del pianeta, che Alex sogna di raggiungere con il suo amico Elliot, a cavallo di un’astronave. E per cercare di realizzare le sue fantasie, il bambino sfrutta i mezzi che gli sono offerti dalla sua cameretta. Il letto si tramuta nella sua astronave, le pareti si trasformano nell’aria o nell’acqua in cui nuotano i pesci e volano gli uccelli, mentre i vestiti diventano il mezzo per creare un ibrido che riunisce nella sua natura caratteristiche che in genere sono tra loro separate. Simili creature sono del resto già esistite, altre sono ancora esistenti. Alex ricorda, a tal proposito, gli esempi dei dinosauri, alcuni dei quali potevano avere il sesso maschile e femminile nello stesso tempo (o mutare dall’uno all’altro), e l’ornitorinco, che è un animale acquatico e terrestre insieme.

 

Tale rapida e semplicistica parafrasi di parte del contenuto dello spettacolo sarebbe in sé sufficiente a mostrare che dire che Fa’afafine è un lavoro pericoloso, perché – per usare le parole del nostro ipotetico interlocutore B – “parla… di un bambino trans-gender” sarebbe improprio e ingeneroso: un po’ come se si dicesse che l’Amleto di Shakespeare è una drammaturgia diseducativa, giacché parla del suicidio di Ofelia e incita le giovani innamorate a seguire il suo esempio. Entrambi i giudizi soffrono di due errori logici. Da un lato, infatti, come è falso dire che Ofelia muoia per suicidio (l’Amleto ci mostra solo che ella trova la morte per un incidente, mentre tenta di raccogliere dei fiori in riva a un fiume), altrettanto lo è dire che Alex diventi un trans-gender. Il bambino non cambia sesso sul palcoscenico, né manifesta segni che in futuro potrebbe diventare omosessuale, se è questo che preoccupa tanto i protestanti. Alex potrebbe anche successivamente mutare le sue strategie per seguire la sua immaginazione ed essere maschio-femmina, ad esempio diventando un attore di alcuni drammi di Shakespeare e Molière, in cui abbondano i ruoli di donne che si travestono da uomini (e viceversa), senza così compromettere con la sua vita e con le sue scelte la cosiddetta famiglia tradizionale.

 

Dall’altro, affermare che il cuore di Fa’afafine è costituito da un discorso sul gender – ammesso che la parola significhi qualcosa – è riduttivo, perché dà maggiore importanza a una parte isolata dal tutto in cui è compresa. Riprendiamo l’analogia con l’Amleto. La morte di Ofelia è solo uno dei tanti aspetti di cui è fatta la tragedia e, inoltre, uno che non è capito se non è messo in risonanza con altri eventi del dramma, come la vendetta di Amleto e l’uccisione di Polonio. Allo stesso modo, la scelta di Alex di chiudersi nella stanza per seguire le sue fantasie e sviluppare sia il lato maschile sia quello femminile non riceverebbe adeguata giustificazione, se non si notasse che il suo bisogno è alimentato da altri e diversi fattori. Per citarne due: l’ostilità iniziale verso il suo comportamento da parte dei genitori (impersonati da Gioia Salvatori e dallo stesso Giuliano Scarpinato) e la vivacità intellettuale di Alex, davvero fuori dal comune (quanti bambini così piccoli si informerebbero così nel dettaglio sugli abitanti di Samoa?). Una critica ideologica che volesse condannare lo spettacolo dovrebbe affrontare, dunque, anche tali aspetti tutt’altro che marginali, per risultare davvero efficace/motivata.

 

Hoare Mary, La morte di Ofelia. 

 

Più cogente sarebbe forse definire Fa’afafine non come uno spettacolo sull’identità di genere, bensì come un lavoro sul potere dell’immaginazione e la sua capacità di accettare il mondo in tutta la sua ricchezza. Debbo chiarire questa mia proposta interpretativa facendo una premessa.

Accade spesso che ciascuno di noi sia costretto, durante la sua esistenza, a scegliere una determinata occupazione e un luogo da abitare. Un uomo diventa chirurgo e acquista un’abilità manuale unita a una grande capacità diagnostica, mentre una donna diventa scrittrice e si abitua a tessere con le parole discorsi scritti che seducono e/o ammaestrano. Uno viaggia molto e apprende usi o costumi di tanta parte della terra, dunque si considera per così dire un ‘cittadino del mondo’, un altro permane in un solo posto per tutta la vita e riesce a conoscerlo nei suoi minimi dettagli, pertanto lo considererà come la sua patria o casa. Tali scelte avranno l’effetto di sviluppare di più alcuni lati della personalità individuale rispetto ad altri, dando corpo e anima a uno solo dei tanti ‘io’ potenziali. L’uomo poteva anche diventare uno storico delle religioni, ma le sue decisioni lo hanno trasformato in un chirurgo. La donna avrebbe potuto lavorare nella psicoterapia, ossia diventare esperta delle pratiche di narrazione terapeutica, ma la sua vita e le sue scelte l’hanno confinata nel ruolo di scrittrice, che interpreterà fino alla morte.

 

Ora, Alex è una figura eroica che riesce a sfuggire in parte a questo esito. Egli cerca di sviluppare quanto più possibile le sue potenzialità, senza sacrificarne nessuna, poiché la sua immaginazione è eccezionalmente potente e capace di seguire tutti i percorsi di vita possibili / di attraversare tutti i luoghi della terra in un’unica volta. In questo senso, è lecito dire che Fa’afafine parla a tutti, bambini e adulti, perché costruisce un’utopia poetica: quella di abbracciare la totalità nel piccolo spazio del proprio ‘io’. Piuttosto che creare confusioni sull’identità sessuale ed esporre a conseguenti pericoli per la salute psichica, Alex ci offre un proficuo invito a non trascurare una sola delle nostre proprie personalità latenti, per quanto è possibile a un essere umano. Anche questo bambino un giorno dovrà scegliere la sua occupazione (come si è accennato, magari quella dell’attore) e il luogo da abitare, ma col suo allenamento immaginativo potrà probabilmente fare una scelta meno limitante e mantenere, quanto meno, duttilità e curiosità verso l’esistente.

 

Si potrebbe certo obiettare che, quand’anche l’interpretazione appena offerta fosse corretta, lo spettacolo risulterebbe ancora più pericoloso di quanto non sembrasse prima. Alex insegue le visioni immaginifiche rinchiudendosi in una stanza, quindi emarginandosi dalla società che lo esorta al controllo e al limite, per convivere felicemente con gli altri esseri umani. Chi si comportasse come lui vivrebbe in totale isolamento e rifiuterebbe il confronto. L’obiezione è insomma che, se il mondo può stare in una stanza, noi non abbiamo bisogno del mondo esterno e vero.

 

Magritte, La traversée difficile (1946). 

 

Scarpinato stesso offre, tuttavia, materiale sufficiente per rispondere a questa eventuale critica. Come si era accennato, l’isolamento di Alex era in buona parte dovuto all’ostilità dei genitori, che provano paura verso la sua diversità. Il bambino – contagiato da questo sentimento – si sentirà a sua volta pavido e penserà che fuori dal suo confine protetto potrà solo ricevere derisione, ostilità, disprezzo. Ora, il punto di svolta drammaturgico avrà luogo proprio grazie a un mutamento dell’atteggiamento dei genitori, che per aiutare il figlio a essere accettato si faranno anche loro metà maschi e metà femmine, vestendo abiti sia maschili che femminili. Perché aver paura del dinosauro-Alex, quando si ha solo da guadagnare a essere come lui? Nemmeno questo compromette la sessualità di partenza. La madre resterà una donna e il padre un uomo: entrambi si saranno semplicemente fatti di una personalità più complessa e comprensiva delle differenze. Scarpinato suggerisce, insomma, che l’isolamento di Alex dal mondo è un pericolo solo perché pochi di noi fanno lo sforzo di capire il suo programma immaginativo e provano a facilitarne il corso. Se la società facesse un simile tentativo, l’immaginazione del bambino troverebbe forme di espressioni meno ‘autistiche’ e il bambino stesso riuscirebbe ad apprezzare il mondo al di fuori del chiuso della sua stanza.

 

Vorrei riservare un’ultima nota pronunciandomi sugli stessi presupposti ideologici che alimentano la protesta, tramite i risultati della mia analisi dello spettacolo. Chi fa polemica si basa su concetti come ‘identità’ e ‘naturalità’, indicando nella sostanza che il vero ‘io’ è quello che concede la natura. Se uno nasce maschio, deve comportarsi da maschio, supponendo che alla nozione stessa di ‘maschio’ corrispondano determinati atteggiamenti cognitivi e comportamentali. Fa’afafine mette in discussione tutto questo, ma in maniera leggera e non sovversiva come credono i suoi critici, proponendo che l’identità personale abbia qualità ‘liquida’ o ‘aerea’. L’io dell’essere umano non è saldo come una roccia, se insegue i pensieri belli della sua immaginazione. È nomade come il moto dei pesci e degli uccelli migratori prima ricordati, in un continuo processo di mobilità, arricchimento e crescita. Dato che il comportamento di tali animali è appunto naturale, altrettanto naturale sarà un comportamento simile a quello di Alex, se davvero è plausibile che l’io dell’essere umano sia migrante, liquido e aereo come il loro.

 

Un'immagine di Escher. 

 

Ignoro se le mie parole avranno un qualche effetto nel dibattito in corso. La mia illusione è che il dialogo iniziale tra A e B assuma, alla fine e dopo un lungo meditare in comune, la forma che segue:

A: “Ma tu hai visto lo spettacolo Fa’afafine di Giuliano Scarpinato?”.

B: “No, ma intendo andarci presto. Se risulterà effettivamente pericoloso per le identità dei nostri figli e dell’esistenza della famiglia naturale, lo argomenterò a fondo e spiegando nel dettaglio che cosa intendo, quando invoco i concetti di ‘io’ e ‘natura’. Se invece mi affascinerà e mi persuaderà, consiglierò di andare ad assistervi, approfondirò le questioni che solleva, o più semplicemente mi abbandonerò alle visioni dello spettacolo, lasciandomi trascinare dai pesci che nuotano placidamente in acqua, o accompagnando il volo gentile degli uccelli nel cielo”.

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