John Akomfrah. Purple

Artista e regista britannico, John Akomfrah, nato in Ghana nel 1957, attraverso la sua ricerca riflette sui temi della memoria, del post colonialismo, della diaspora e della migrazione. Le sue opere si configurano come narrazioni attraverso immagini in conversazione accostate mediante un determinato utilizzo del montaggio: i suoi video sono interpolati da filmati d’archivio in un linguaggio che l’artista identifica come elegiaco, non solo poetico ma politicamente efficace. Diversi ambiti culturali, artistici e scientifici così come riferimenti storici, politico-economici e antropologici, sono costantemente posti in dialogo suggerendo come l’esistenza sia determinata dall’implicazione costante di tutte le cose e di tutti i fenomeni. 

 

Per la realizzazione di Purple (2017) l’artista analizza il XX secolo partendo dalla sua esperienza biografica, dall’essere nato e vissuto in questo secolo, e dall’essere cresciuto nella zona di Londra vicino alla Battersea Power Station, icona architettonica e culturale, simbolo di progresso, di lavoro ma anche fattore emblematico di inquinamento e causa di malattie. La nube tossica dei fumi proveniente dalla centrale elettrica a carbone è l’elemento simbolico tramite il quale l’opera percorre il XX secolo avvicinandosi ai temi dell’ecologia e dell’economia globale. 

“Purple è qualcosa che parla di opposti. È un colore ibrido, un mix di blu e rosso, “qualcosa tra””. Così John Akomfrah spiega il titolo del suo ultimo lavoro come un’opera “sulla vita e sulla sua precarietà”. 

Purple avvolge gli spettatori in una video-installazione a sei canali disposta a semicerchio seguendo lo spazio Curve del Barbican Art Centre dove è visibile fino al 7 gennaio 2018. L’opera si inserisce in un dibattito attuale che riflette sui concetti di cultura, natura, ecologia, analizzati da filosofi contemporanei, tra i quali Bruno Latour e Donna Haraway, sostenitori, tra l’altro, dell’importanza di un dialogo multidisciplinare. 

 

John Akomfrah: Purple, Veduta dell’installazione The Curve, Barbican Centre, 06 October 2017 – 07 January 2018 Photo by Anthony Harvey / Getty Images.


Akomfrah spiega che le differenti tematiche presenti in Purple si trovano in conversazione sui sei schermi giustapposti come in un dipinto pointilliste in cui ogni singola pennellata di colore nella sua frammentarietà è essenziale per la visione dell’intera composizione. In conversazione con Anthony Downey lo scorso 12 ottobre al Barbican, descrive l’opera come un dramma in divenire, un dialogo ambientato nell’epoca post-antropocenica cui tutti gli esseri viventi, umani e non umani, sono invitati a partecipare, ciascuno agente attivo nella reciprocità delle relazioni.  

L’artista è responsabile di un’idea che intende condividere e cuce tra loro le parti e gli strati spazio-temporali che si avvicendano senza seguire un ordine cronologico e lineare ma sono forzati in un’interazione sugli schermi affiancati; allora il dialogo sprigiona potenzialità comunicative ed emozionali che raggiungono lo spettatore sfuggendo al suo controllo, proprio come gli elementi naturali parlano sempre in modo diverso a ciascuno. “Il cielo mi dice sempre cose differenti”. 

Lo spettatore diventa ricettore attivo e partecipa al dialogo: avvolto tra gli schermi e la colonna sonora, lo sguardo costruisce il suo percorso personale tra la narrazione delle immagini accostate in continuo movimento. L’opera è quindi predisposta a una fruizione molteplice, a una conversazione aperta a molte direzioni, e riconosce l’importanza della frammentarietà e della variazione, delle sinergie e delle discordanze nel suo complesso. 

 

John Akomfrah, Fermo immagine da Purple, 2017 Video installazione a sei canali di John Akomfrah © Smoking Dogs Films; Courtesy Lisson Gallery.


Per la formalizzazione visiva e la composizione musicale, realizzata in collaborazione con Trevor Mathison, Purple si configura come un’orchestrazione, un’opera drammatica suddivisa in cinque movimenti a loro volta ripartiti in temi, i cui titoli compaiono sugli schermi come attimi d’intervallo. 

 

L’opera è stata girata in prossimità di aree industriali nei dintorni di Londra, in Scozia e nei paesi più lontani dalla Gran Bretagna come l’Alaska e la Polinesia Francese. Paesaggi naturali si mescolano con profili di città occidentali, mentre persone, animali e vegetazioni costituiscono le diverse realtà antropologiche e culturali in un dialogo corale. Sugli schermi immagini a colori si avvicendano con estratti in bianco e nero tratti da film e programmi televisivi culturali della BBC.

Soggetti animati e non animati, prodotti artificiali dell’invenzione dell’uomo entrano in relazione con le forze elementari, acqua, aria, terra, fuoco. Il suono dell’acqua si propaga per tutta la durata dell’opera, nella pioggia, nel mare, nei fiumi e nei torrenti, nei ghiacciai e nelle nevi. La colonna sonora fa da contrappunto al montaggio delle immagini contribuendo alla narrazione in un crescendo d’intensità ritmica, epica e intima al contempo. 

L’individuo e la collettività ritratti emergono come metafora esistenziale di ogni essere vivente, unico nella sua singolarità e nella sua solitudine, e al contempo appartenente a una specie e a una categoria. L’uomo è colto nel suo agire come singolo, così come nel suo confrontarsi costantemente con l’altro e nel suo essere partecipe di una società in un determinato momento. 

 

Il primo movimento si apre con immagini cariche di energia vitale, di nuove nascite, ed “entrano in scena” corpi di danzatori sul palco, bambini che frequentano scuole di danza, adolescenti e ragazzi che ballano in locali. Il titolo del primo tema introduce la dimensione drammatica dell’opera citando un verso del componimento In Memoriam (1849) di Alfred Lord Tennyson “O earth, what changes hast thou seen!”. Lo spettatore è introdotto così nella sequenza di filmati d’archivio estratti da documentari scientifici, da reportage culturali e sociali, da film, che si alternano con le riprese di ambienti urbani, scenari industriali e paesaggi naturali. 

Il XX secolo e l’avvento della modernità globale. Lo sguardo dello spettatore si sposta tra le città attraversate dalle luci dei fari delle macchine e dei lampioni per le strade, dai comignoli delle fabbriche che fumano, entra negli interni domestici. Accanto, scorrono immagini dei ghiacciai e delle distese di neve dell’Alaska percorse da una slitta trainata da cani eschimesi; e delle coste rocciose, coperte da una vegetazione rigogliosa, delle isole della Polinesia Francese affacciate sull’Oceano Pacifico: luoghi dal sapore esotico dove la natura sovrasta e circonda l’umano.  

 

John Akomfrah, Fermo immagine da Purple, 2017 Video installazione a sei canali di John Akomfrah © Smoking Dogs Films; Courtesy Lisson Gallery.


A tratti sugli schermi compare isolata una figura che indossa una giacca a vento bianca: ora un uomo, ora un bambino, ora una donna, ora una ragazza simboleggiano le diverse età della vita. L’uomo colto nella quotidianità e nel contesto domestico e culturale; l’uomo che agisce sull’ambiente che lo circonda; l’uomo di fronte ad aree industriali; l’uomo che contempla l’universo nella sua magnificenza; l’uomo egli stesso elemento naturale, particella di un organismo più grande. 

 

I temi del terzo movimento recitano “The liquid spirit of things” e “And the vengeful memory”. La liquidità delle cose appare nei flussi delle automobili in coda, agli svincoli delle strade principali che entrano ed escono dalle metropoli: il traffico diventa simbolo degli spostamenti e del fluire delle masse negli ultimi decenni del XX secolo. 

Per tutta la durata dell’opera si susseguono immagini di abiti e indumenti sparsi lungo fiumi e torrenti. Fotografie di persone, che sembrano spaginate da album di famiglia, giacciono tra le pietre sotto l’acqua che scorre, tra la neve che si scioglie e sulla sabbia in riva al mare. Tutto fluisce, ricordi e memorie si confondono col presente. L’acqua scorre, copre i “veli” che sono abiti ridotti a stracci, simboli di persone, di cose abbandonate, di ricordi passati: “Il velo è l’altro. È l’annuncio che l’esistente, da solo, non regge, che richiede almeno perennemente di essere coperto e scoperto, apparire e sparire. Ciò che si compie, l’iniziazione o le nozze o il sacrificio, esige un velo, appunto perché a compiersi è il perfetto, che sta per il tutto, e il tutto include il velo, quel sovrappiù che è la fragranza della cosa” (R. Calasso, Le Nozze di Cadmo e Armonia, Adelphi, 1988, p. 410).

Purple si dispiega in un crescendo come un poema narrato per immagini e suggestioni, mettendo in scena il mito del XX secolo con i suoi eventi e i suoi protagonisti: l’uomo e l’ambiente, la loro relazione inestricabile. E come ogni mito, parla di vita e di morte. Scene emozionanti che provocano sentimenti contrastanti si alternano nel ritmo armonico in cui il dramma si compie. 

 

John Akomfrah, Fermo immagine da Purple, 2017 Video installazione a sei canali di John Akomfrah © Smoking Dogs Films; Courtesy Lisson Gallery.

 

Si apre il quarto movimento con il tema “The Alien in the body”. La centrale elettrica a carbone di Battersea Park. Il lavoro seriale, la produzione e il consumo di massa. La routine giornaliera scandita dai passi per strada. Corpi di ballerini sembrano muoversi a ritmo degli ingranaggi di catene di montaggio. Progresso tecnologico e scientifico. Esperimenti sugli animali. Agricoltura e allevamento intensivi per aumentare la produzione. Inquinamento ambientale. Cambiamento climatico. Riscaldamento globale. L’uomo che avvelena la terra e avvelena se stesso. Dal microcosmo al macrocosmo, ogni singolo organismo è connesso con gli altri: le membra umane, le distese di prati, le acque del mare e dei fiumi, sono tutti elementi di un unico corpo che diventa inquinato. 

Davanti a questo spettacolo tragico sorge spontaneo domandarsi quale sia il nostro livello di consapevolezza di questi mutamenti scientificamente provati. Da un punto di vista etico affiorano riflessioni sulla necessità di una coscienza civile e ambientale in un’epoca in cui l’imperativo industriale e produttivo restano l’obiettivo principale e la causa/effetto dominante sopra tutti i settori della vita. Scientificamente sorge l’interrogativo se l’uomo sia cosciente di essere formato dalla stessa sostanza materiale e di essere governato dalle stesse regole fisiche che determinano tutte le cose che ci circondano. 

 

John Akomfrah, Fermo immagine da Purple, 2017 Video installazione a sei canali di John Akomfrah © Smoking Dogs Films; Courtesy Lisson Gallery.


“The vitality of things” è il tema che prelude al quinto e ultimo movimento. Scene estrapolate da film, quali The Death of My Mother del drammaturgo e scrittore Robert Storey, mostrano lo struggimento davanti alla morte di una persona alla quale si è legati da affetto profondo. Celebrazioni funebri sono accostate alle riprese di un cimitero, le cui lapidi sono circondate da erba verde e da fiori viola, purpurei, forse di lavanda. Vita e morte si alternano in un circolo continuo, lo scorrere incessante delle cose, il continuo trasformarsi e rigenerarsi di tutti gli esseri animati e non animati. 

Il finale dell’opera continua a suggerire l’inesauribilità dell’energia vitale: un gruppo di bambini corre con un cane al guinzaglio, slanciandosi in avanti come a raggiungere lo spettatore. Piccoli piedi in scarpe da ballo si muovono tentando i passi per percorrere la danza della vita. 

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