La luna leopardiana

Molti anni fa aprivo il libro Il demone dell’analogia (Feltrinelli, 1986) con un saggio dal titolo La luna leopardiana. Cercavo di leggere le presenze lunari nei Canti, secondo il ritmo del loro meraviglioso accamparsi via via nei versi, in rapporto alla riflessione leopardiana sulla luce, sul notturno, sull’esplorazione interiore e sulla ricordanza. Lo scritto si chiudeva con alcune pagine intitolate “Pulchra ut luna”: postilla sugli attributi lunari, nelle quali ripercorrevo le fonti e le forme dell’analogia tra la luna e il femminile. Qui vorrei solo aggiungere un margine a quel lontano saggio. Un margine con due brevi passaggi: uno legato a un ricordo, l’altro relativo ad alcuni versi del Canto notturno.


Sarà accaduto anche ad altri. Per me il legame con Leopardi, e la stessa scelta di passare molto tempo all’ombra dei suoi scritti, ha origine dall’apprendimento a memoria nella prima adolescenza del Canto notturno, e dalla sovrapposizione dei suoi versi alle contemplazioni della luna che sorgeva nella campagna o che tramontava nel mare. Osservare la luna che si levava sopra il manto di ulivi e via via prendeva campo nel cielo facendosi nitida o velandosi dietro nuvole fuggitive e riapparendo fuori da esse con nuovo fulgore, oppure, se mi trovavo nell’estate, a qualche chilometro dal paese, sulla costa ionica del Salento, osservare in alcune notti l’immergersi della luna nel mare, di là dalla torre saracena, mentre spegneva con gli estremi bagliori anche il brividio della sua scia sulle acque, significava evocare, quasi a corteggio di quelle apparizioni celesti, i versi leopardiani. La poesia di Leopardi, non solo il Canto notturno, accompagnava come la stella della sera il mostrarsi della luna. Alcuni miei pensieri potevano sì essere suscitati dal trionfo della luna nel cielo, ma accanto ad essi, o prima di essi, c’erano i versi del poeta, inseparabili in certo senso dall’epifania di lei, la tacita, candida, ignuda, silenziosa, cadente, placida, pensosa, graziosa, diletta, vergine, intatta, benigna, solinga, compagna alla via, eterna peregrina.

 

Ma fu il primo, ancora adolescenziale, viaggio verso Recanati, con una sosta notturna presso Assisi, a mostrarmi, insieme con una sorta di amplificazione dell’incantamento scenico, la differenza tra la luna appenninica leopardiana e la luna salentina. La verità geografica sopravveniva ad apportare una distinzione, a smuovere un’identificazione, forse a ridare alla poesia l’energia della sua irripetibilità e insieme l’incanto della sua differenza dal reale anche paesaggistico. Una luna bellissima, “de le notti reina”, s’era levata nel cielo, lasciando la linea scura del monte, che continuava però a disegnarsi nella sua luce: rinunciando a dormire, avevo trovato il modo di rifugiarmi in un luogo dell’albergo da cui poter osservare per molto tempo il cammino notturno della luna. In quell’inatteso incantamento i versi del Canto notturno tornavano a mente, ma a un certo punto mi accorgevo che altri pensieri prendevano campo, insieme con ricordi miei e con immagini proprie dell’altra luna, quella che mi appariva sopra gli ulivi, e salendo non lasciava nessuna relazione con altre forme terrestri, con linee di colline o alti torrioni levati sopra poggi, era sola, in alto, in un cielo tutto dispiegato, ed era solo luce, figura di luce, compendio argenteo di luce, che veleggiava sopra la pianura e che andava a tramontare nel mare. Allo stesso tempo percepivo che la luna leopardiana non era solo la luna appenninica, e neppure quella del tirrenico Tramonto della luna, era svincolata da ogni geografia, era insieme sfinge e compagna, porta dell’assoluta alterità e confidente, soglia della lontananza ed emblema di una prossimità cosmologica, figura di un domandare sul senso dell’esistenza e sull’enigma dell’universo.

 

Riscontrando la differenza tra la luna appenninica e la luna salentina vedevo anche quanto lontana dalla sua geografia fosse la luna leopardiana e allo stesso tempo quanto la stessa luna salentina poteva apparirmi al di là delle sue relazioni terrestri, come figura di una cosmologia da interrogare, di un’interiorità da esplorare. Devo forse anche a quella notte lunare la mia vocazione alla scrittura.

 

 


Un breve indugio, ora, su questi notissimi versi del Canto notturno:

 

Pur tu, solinga, eterna peregrina,

Che sì pensosa sei, tu forse intendi,

Questo viver terreno,

Il patir nostro, il sospirar, che sia;

Che sia questo morir, questo supremo

Scolorar del sembiante,

E perir della terra, e venir meno

Ad ogni usata, amante compagnia.

E tu certo comprendi

Il perché delle cose, e vedi il frutto

Del mattin, della sera,

Del tacito, infinito andar del tempo.

Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore

Rida la primavera,

A chi giovi l’ardore, e che procacci

Il verno co’ suoi ghiacci.

Mille cose sai tu, mille discopri.

 

Il sapere che il pastore errante attribuisce pur in forma dubitativa alla luna rinvia alla credenza, più volte evocata da Leopardi, propria degli antichi – vichianamente dei “primi uomini”, i quali “furon poeti” – intorno alla vita degli astri. Ma anche oltre le credenze richiamate da Leopardi nel Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, una forte tradizione aveva accentuato l’elemento vivente nella physis: dall’empedocleo “pensiero delle cose” al “gemito” della creazione di cui aveva detto San Paolo nella lettera ai Romani (8, 22). Questo elemento vivente, che nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica è soffio che unisce lo sguardo del fanciullo e lo sguardo dell’antico in una fantasticante relazione con un mondo non astratto ma fisicamente abitato da voci suoni richiami, nel canto Alla Primavera o delle favole antiche è principio animatore, dissipato e consunto dall’“atra/ face del ver”. Una fisica poetica presiede anche all’interrogarsi del pastore. All’interrogarsi del poeta. Il quale disloca il suo punto d’osservazione nella luna, cioè nella lontananza che può permettere di svelare quel che la consuetudine ha reso opaco o impolverato: la domanda sul senso ultimo. La civiltà dell’astrazione e del senso storico rimuove il sapere della morte (da qui fino alla Ginestra Leopardi cercherà forme diverse per modulare questa forte persuasione). Un sapere che forse la luna possiede, un sapere che non ha per oggetto solo gli individui, ma riguarda l’esistenza in quanto tale, anzi il nodo che unisce esistenza umana e esistenza terrestre (il “perir della terra”). Ma il sapere lunare riguarda anche il principio stesso del mondo, del suo movimento, del suo ritmo che ha giorni e stagioni, fiorire e sfiorire, e in questo accadere sembra non avere un termine: è tempo che si apre nel tempo, finito che si dissolve nell’infinito (“tacito, infinito andar del tempo”). Qualche anno prima, nella scrittura del Cantico del gallo silvestre, nel suo finale, Leopardi aveva visto quell’enigma come persistente e insoluto lungo il transitare della presenza umana sulla terra: “Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta […], un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi”. Ora di quell’enigma la luna può invece conoscere qualcosa. L’interrogazione del pastore, procedendo, abbandona il tono dubitativo, e attribuisce con certezza alla luna un sapere che riguarda quella rinascita della vita che è l’amore (“Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore / rida la primavera”), ma anche la relazione tra i viventi e l’abitare la terra, tra i viventi e l’ordine visibile e sensibile della natura.
Questo interrogare, che, proseguendo, coinvolge nell’enigma le stelle, “l’aria infinita”, “quel profondo / infinito seren” e “questa / solitudine immensa”, ha un approdo, una domanda estrema, principio di ogni conoscenza: “ed io che sono?”. Questo è poi il punto che muove l’interrogare del pastore.

 

La luce lunare, disvelando il paesaggio e il nesso tra le forme indefinite del visibile – il deserto, il cielo –, il loro rapporto con l’infinito, rivela al pastore, e al poeta, e all’uomo, quel luogo dell’interiorità, quel cielo nascosto, dove la domanda chi sono coincide con la domanda sul senso dell’essere nel mondo, sul senso stesso del mondo. Rivelando questo nesso, e mostrando l’enigma che lo fonda, la luce lunare si è trasformata in luce interiore, la lontananza da sé ha messo “in luce” il sé, lo sguardo sull’universo si è svolto come sguardo su di sé. Senza smarrire il senso della finitudine. Poiché il deserto, e la luna sopra il deserto, sono lì a dire con la loro presenza l’infigurabile infinito che sovrasta ogni vivente.

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