La ridicola caduta di Eracle

All’inizio del secolo scorso, fu Duilio Cambellotti a inaugurare con le sue scene le rappresentazioni classiche al teatro greco di Siracusa. Da allora, la rassegna dell’INDA dedica una specifica attenzione alla scenografia (su questo argomento si veda il recente Le città del Teatro Greco di Vittorio Fiore e Vito Martelliano), sollecitando nomi del calibro di Massimiliano Fuksas e Arnaldo Pomodoro a ripensare lo spazio antico.

Emma Dante, chiamata a dirigere l’Eracle di Euripide nella stagione 2018, arriva alla prova siracusana con le idee chiare anche su questo aspetto. Affida la scenografia a un architetto di formazione, ma attore di professione: Carmine Maringola, presenza irrinunciabile negli spettacoli della Dante degli ultimi anni. Il risultato è un impianto scenico di forte impatto visivo ma –contrariamente a quello che spesso accade in contesti orientati alla spettacolarizzazione – in stretto rapporto funzionale alla visione della regia. A chiudere idealmente il semicerchio delle gradinate è un enorme cimitero marmoreo, con una moltitudine di ritratti appesi sui loculi tombali e croci di legno: è il palazzo regale di Eracle, e diverrà il luogo deputato a raccogliere le molte morti previste dal testo drammatico. Al centro, una vasca piena d’acqua, che ospiterà riti lustrali, raccoglierà lacrime, rifletterà la luce delle candele a lutto.

 

Megara (Naike Anna Silipo), ph. Mariapia Ballarino.


La scelta di mobilitare un immaginario cristiano e post-classico è dunque evidente e programmatica; gli spettatori della rassegna, non di rado tiepidi di fronte alle soluzioni troppo sperimentali, sono così avvertiti che non dovranno attendersi nulla di tradizionale da questo Eracle. Ma se il messaggio non fosse ancora chiaro, basti un’occhiata al cast: la Dante sceglie di affidare tutti i ruoli maschili ad attrici donne, per sgombrare il campo da qualsiasi interpretazione mimetica ed eroica dei personaggi tragici. Impossibile rintracciare quella solenne regalità di maniera che contraddistingue spesso la messa in scena del tragico: Anfitrione, padre di Eracle, è un vecchio sulla sedia a rotelle (l’ottima Serena Barone, una delle Sorelle Macaluso) che parla siciliano e si trascina sul palco inabile all’azione; il Coro è composto da vecchi con barbe lunghe, curvi e tremebondi; e persino i due eroi per eccellenza della tragedia, Eracle e Teseo, si muovono in modo disarticolato e scomposto. Quest’ultima scelta – quella di un registro attorale così radicalmente anti-eroico da sfiorare il ridicolo – è invero una delle più rischiose dello spettacolo; e non stupisce che il primo ingresso in scena di Eracle (Maria Giulia Colace) sia accolto da un diffuso brusio di perplessità. 

 

Coro, ph. Franca Centaro.


Si tratta, tuttavia, di una scelta perseguita con coerenza e che custodisce il cuore interpretativo della regia. L’ispirazione dichiarata è all’Opera dei Pupi: le due attrici paiono spostarsi nello spazio come pupazzi manipolati da altri, e accostano i loro movimenti destrutturati a una certa fissità dello sguardo e delle pose. Ma le corazze scintillanti e i lunghi capelli fanno pensare anche a certi cartoni animati giapponesi, capaci di catapultarsi in pochi frame dalla grandezza al ridicolo. L’intuizione della Dante è, da un lato, sottolineare l’assenza di un immaginario eroico condiviso per il pubblico contemporaneo; dall’altro dispiegare il grottesco come vero e proprio asse di senso dello spettacolo. L’Eracle di Euripide (qui nella limpida traduzione di Giorgio Ieranò) racconta della vertiginosa e ridicola caduta di un uomo dalle vette del potere e della gloria alla sventura più insopportabile; e proprio in questa degradante caduta, nei suoi tratti più goffi e umilianti, Emma Dante ha rintracciato uno dei temi più cari all’intera sua produzione registica.

 

Si può certo restare smarriti davanti al continuo cambio di registri della messinscena; ma è difficile non cogliere la sapienza con cui vengono create immagini di straordinaria efficacia con pochi elementi, e la capacità di far diventare i corpi veri e propri elementi di scenografia. La Dante, forte dell’esperienza nella lirica e dell’abitudine a lavorare con nutriti gruppi di attori, si muove con agio nell’enorme spazio antico, che fagocita senza pietà le soluzioni registiche pavide. Ultima nota di merito, la gestione del coro: alla schiera dei vecchi di Tebe (gli unici attori maschi) si contrappone un energico drappello femminile al servizio del tiranno Lico (l’avversario di Eracle, sterminato a metà tragedia). In entrambi i casi, viene sgombrato il campo dai classici errori “di genere” – le battute poco comprensibili pronunciate all’unisono, i movimenti riproposti meccanicamente come in un saggio accademico – per dare vita invece a un organismo compatto, fluido e unitario. Un coro capace di celebrare quella divinità laica su cui poggia l’intera poetica della Dante: il corpo scenico dell’attore.

 

In scena a Siracusa fino al 23 giugno.

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