La solitudine e la vendetta

Fin dalla sequenza d'apertura, Susan Morrow esibisce la sua triste e rassegnata solitudine. È una donna di successo, bella e colta, lavora come curatrice museale di arte contemporanea, e all’ennesima inaugurazione la trovi lì in disparte, a fissare il vuoto, o forse a specchiarsi. La sua vita assomiglia all’arredamento dell’ufficio e dell’abitazione, visivamente imponente, stilisticamente perfetto, delineato da una bellezza inarrivabile, fredda, glaciale. Il suo matrimonio sta lentamente naufragando, la distanza tra lei e il marito aumenta di giorno in giorno, ma lei sembra accettarlo passivamente. Lo scarto tra i sogni di gioventù e la realtà attuale non le presenta il conto salato che più o meno tutte le persone di mezza età affrontano. A svegliarla da questo torpore emotivo arriva un fantasma dal suo passato remoto, che si concretizza in un manoscritto che il suo primo marito Edward Sheffield le fa recapitare a casa. Edward è uno scrittore e sta per pubblicare la sua nuova opera, dal titolo “Animali Notturni”. Edward e Susan non si sono più sentiti dai tempi del divorzio, la donna incuriosita inizia a leggere il romanzo, che le riserva molte, e non piacevoli, sorprese.

 

 

Dopo A Single Man, Tom Ford torna a raccontarci una solitudine. Ma mentre il personaggio interpretato da Colin Firth indugiava nel rimpianto e nel dolore autodistruttivo, la raffinata donna portata sul grande schermo da Amy Adams vive un viaggio traumatico nella sua interiorità, condotta per mano dalla vicenda tragica del protagonista del romanzo, Tony Hastings. Sono molti i paralleli visivi tra i differenti piani di narrazione con cui il regista ci guida alla presa di coscienza di Susan, che aveva sepolto tutto il male che aveva fatto a Edward in un confortante cinismo. Susan è diventata come sua madre, a dispetto delle dichiarazioni d’intenti di quando era una giovane studentessa della scuola d’arte, si è rinchiusa nel suo castello di pregiudizi borghesi dalla cui torre ha gettato il primo marito, un debole e sensibile artista infine giudicato non all’altezza.

 

Il romanzo “Animali Notturni”, che occupa la maggior parte della narrazione filmica proposta da Ford, è segnato da violenza psicologica e fisica e scuote Susan nel profondo. La sventura capitata alla famiglia Hastings è però soltanto un efficace pretesto. Se lo spettatore rischia di focalizzarsi troppo in una vicenda ricca di suspense e fin troppo ricolma dei cliché del thriller americano di frontiera, Susan coglie il messaggio più intimo dell’opera. Man mano che la vicenda avanza, la donna appare sempre più turbata, e il fardello che l’ex-marito le sta somministrando inizia a pesare nella quotidianità. L’insonnia che l’accompagna da tempo peggiora, brandelli visivi del romanzo finiscono nel suo piano di narrazione, inizia a ricordare con precisione come nacque e si sviluppò la sua relazione con Edward, tanti anni prima. Succede così a chiunque abbia seppellito una parte di sé, più o meno ingombrante, per Susan la riapertura dell’armadio dei segreti chiama in ballo un’altra sé, più idealista, più ribelle, sicuramente più innamorata di quanto non sia ora.

 

Il trucco acqua e sapone, il cambio di acconciatura sono accorgimenti superflui, durante i flashback. La donna che vediamo flirtare sul marciapiede con l’amico d’infanzia non è la Susan inflessibile che propone licenziamenti delle collaboratrici, e che non dà mai troppa confidenza alle amiche e colleghe. È una donna sognatrice, che incoraggia il suo compagno, che lo sposa nonostante il parere negativo della madre. È una donna che finisce poi per perdersi nei meandri di una vita sacrificata sull’altare dell’ambizione. 

Per Susan era inconcepibile che Edward si accontentasse di lavorare in una libreria, senza puntare più in alto. D’altro canto, era lei stessa a non incoraggiare le sue ambizioni letterarie, reputandolo “non abbastanza bravo”. Questo rapporto squilibrato, totalmente castrante per lui, trova la perfetta rappresentazione nell’insicuro Tony, che Susan immagina nella sua mente con le fattezze dell’ex-marito (Jake Gyllenhaal), un uomo che è incapace di difendere moglie e figlia e che si lascia coinvolgere passivamente dall’ambiguo poliziotto in una vendetta fuori dai binari della legge. “Vendetta” è un termine centrale all’interno della pellicola, non a caso “REVENGE” è uno dei quadri che campeggiano bellamente nella galleria di Susan. La vendetta di Tony è la metafora della vendetta di Edward, che ha sofferto per anni del divorzio, avvenuto in circostanze drammatiche, ha interiorizzato il suo dolore, e infine lo trasmette alla ex-moglie. Susan non può che capitolare di fronte al peso del senso di colpa che la divora con vent’anni di ritardo. Spesso fuggiamo dai nostri errori proprio per non vederne gli esiti.  

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