Lavori sulla Verità (il Monte)

Splende il sole sulle montagne e sui corsi d’acqua del Ticino: le boutiques presentano le firme più accreditate, ricchi pensionati con le loro badanti blasonate passeggiano, camminatori in abito da montagna vanno e vengono, con zaino e bastoni da cammino. Sopra ad Ascona si trova uno dei centri nevralgici del Novecento: il Monte Verità, fondato nel 1899 dal milionario Henri Oedenkoven con un gruppo di persone che come lui sentiva acutamente il peso del disagio della civiltà. Scopo della comunità era abolire le regole del vivere borghese: vegetarianesimo, nudismo le soluzioni proposte per risolvere uno stato di artificiosità ormai intollerabile. Oggi la bandiera svizzera sventola sull’albergo Bauhaus costruito da Carl Weidermeyer, un gioiello razionalista che la pubblicità degli anni ’20 associava al Budda, proponendo un luogo moderno di meditazione e rigenerazione.

 

Il ristorante va a pieno regime, potendo offrire una terrazza mozzafiato sul lago Maggiore, e si susseguono incontri di yoga e conferenze sulla spiritualità orientale. Dopo molti anni di chiusura (otto circa) questa estate ha riaperto il museo di Casa Anatta, creato genialmente negli anni ’70 da Harald Szeemann, figura di curatore luminosa e profetica, che nel 1978 ripropose questa vicenda all’attenzione, curando un convegno e una mostra memorabili, dal titolo Le mammelle della verità. Il titolo spiega perfettamente l’idea di laboratorio del luogo, in cui ogni radicalità politica, esistenziale e artistica venne accolta. Qui trovarono accoglienza gli anarchici, che giunsero nel territorio all’epoca agricolo, per via della presenza-faro di Michail Bakunin. Qui ebbero forte presenza gli esperimenti psicanalitici, inclusi quelli più estremi: basti citare il caso di Otto Gross, inseguito dal padre che lo voleva a ogni costo in manicomio per il suo stile di vita. Qui, nel luogo che egli riteneva madre del mondo, poté mettere in pratica le ricerche sul sesso e sulla cocaina come strumenti di liberazione, coinvolgendo nella sua pratica una compagna che morì per eccesso di assunzione di droga. La polizia metteva spesso il naso nella comunità, e quella italiana, dall’altra parte del confine, teneva dossier, che varrebbe la pena di studiare meglio. In dialetto gli adepti della montagna erano detti ballabiott, quelli che danzano nudi, per esprimere virtuosa riprovazione e indicare la follia degli stessi.

 

 

Visitare i tre piani della collezione è in primo luogo stabilire la dichiarazione della centralità del corpo, declinato in ogni possibile articolazione. Il Monte Verità, come ben ripercorre il numero speciale della rivista “Arte e Storia” uscito a settembre (20 franchi) fu il luogo della liberazione da costrizioni e impedimenti. Mentre le signore, come ben ricostruisce l’azzeccata mostra Divina creatura nella vicina Pinacoteca Züst di Mendrisio, incentrata sulla figura di Carolina Maraini, ava di Dacia e propugnatrice dell’artigianato artistico, avevano impedimenti di ogni tipo, qui le immagini propongono teorie di nudi sullo sfondo di una vegetazione rigogliosa, con le palme che diventarono un logo dell’impresa alberghiera creata dal barone Edouard von Heydt. Rudolf Laban creò qui la sua grammatica della danza, che ancora oggi esercita una enorme influenza.

 

Al suo fianco Mary Wigmann, madre del teatro-danza con la sua strepitosa Hexen-Tanze, la danza della strega, che si può ora vedere su youtube. Nel frattempo Charlotte Bara imperversava con le sue creazioni gotico-egiziane e potendo disporre di cospicui fondi, si fece costruire un vero e proprio teatro-gioiello da Weidermeier, quello di San Materno, oggi recuperato, impiantato sopra i resti di una chiesa romanica. Infinite ricerche di persone che furono professioniste, o di geniali dilettanti inveravano il precetto nietzscheano di poter credere solo a una divinità che balla. Non si contano poi gli scrittori, i poeti che vennero qui a cercare la mammella della libertà: il Monte Verità, disprezzato dai benpensanti locali e temuto dai contadini, che pure cercavano gli eccentrici abitanti per vendere loro terreni e proprietà, ha costituito una eccezionale occasione autobiografica. In italiano sono disponibili solo alcune delle memorie del luogo: Franziska zu Reventlow, regina della Bohème di Monaco, paladina dell’amore libero, firma il delizioso Complesso del denaro (Adelphi, 1983), esilarante cronaca della sua quotidiana lotta per poter trovare mezzi per vivere. Friedrich Glauser ricostruisce magistralmente l’ambiente, in cui giunge dopo le follie zurighesi del Cabaret Voltaire nel suo pungente Dada, Ascona e altri ricordi (Sellerio, 1991).

 

Non meno forti sono le pagine di Eric Mühsam, scrittore di genio (qualche anno fa Elliot ha riproposto la sua esilarante Psicologia della zia ricca) anarchico, omosessuale, nudista, animatore dell’esperienza della Repubblica dei Consigli a Monaco, ucciso dai nazisti. La sua penna aguzza firma un notevole Ascona Monte Verità e Schegge, di cui esiste una versione italiana edita da L’Affranchi nel 1989. Negli ultimi anni sono usciti due libri che hanno riproposto il tema, il romanzo di Edgardo Franzosini Sul Monte Verità (Saggiatore, 2014) e il bel saggio di Kaj Noschis, Monte Verità. Ascona e il genio del luogo (Casagrande, 2013), entrambi con in copertina le stesse immagini delle geniali invenzioni coreografiche in costume antico di Rudolf Laban.

 

Il Ticino, che oggi figuriamo come territorio di banche e fondi di investimento, è stato quindi la culla degli Schweizer Visionären, il plotone di visionari, che alimentarono varie anarchie d’arte. Su Szeemann, che nel nuovo allestimento del Museo ha una sezione assai ricca hanno lavorato i due curatori del nuovo allestimento museale, Claudia Lafranchi Cattaneo, pubblicando nel 2013 Dal chiodo alla visione. Dalla visione al chiodo (Salvioni), che parla del fondo di documenti, integrando il bel volume curato da Tobia Bezzola e Roman Kurzmeyer su tutte le mostre szeemaniane dal curioso titolo With by through because towards despite. Giacinto Scelsi, nella sua mirabile memoria Il sogno 101, da poco pubblicata in italiano da Quodlibet, racconta di come visioni vertiginose d’Oriente gli fossero apparse sulle montagne elvetiche.

 

Lo stesso ci conferma l’avventura baronessa Vanda Scaravelli, pioniera dello yoga delle donne, che qui trovò negli anni ’30 la folgorazione, di cui scrive nel suo bestseller Awakening the Spine. Bezzola, peraltro, a lungo collaboratore di Szeemann, da poco è diventato direttore del nuovo e assai dinamico spazio LAC, Lugano Arte Contemporanea. In questi giorni si disegna un filo che ribadisce la dinamica di incrocio tra Alpi, laghi e Oriente. Infatti è in corso la notevole, ricchissima mostra Sulle vie dell’illuminazione. La visione dell’India nella cultura occidentale 1808-2017, aperta fino al prossimo gennaio. L’esposizione curata da Elio Schenini e accompagnata da un bel catalogo (di notevole peso), edito da MASI e Skira, racconta di un incontro e di una seduzione. Inaugura il percorso una ampia selezione di memorie coloniali britanniche, in cui allo stesso tempo il senso di possesso imperiale, la tentazione del colore locale e il compito etnografico si fondono.

 

Nel vasto tesoro di stampe e quadri colpiscono, però, le visioni iperrealistiche di Vasilij Vereščagin e le accensioni visionarie di Gustave Moreau. Non si contano poi i libri, le pubblicità, le allusioni, ma la sezione che più colpisce anche qui è quella della danza, tra una seducente Mata Hari e il pioniere della coreografia americana, Denis Shawn, che incarna furiosamente Shiva. Nella sezione dedicata alla seconda metà del Novecento, in mezzo a manifesti rock, psichedelie, nudi di Allen Ginsberg, brilla la sezione dedicata a Ettore Sottsass, che trionfa in questi giorni alla Triennale, nella bella mostra curata da Barbara Radice, in cui l’India è una presenza continua, ricorrente, pervasiva. Altrettanto forte la presenza di Luigi Ontani, che rimane nella memoria per il suo avatar come Shiva, magnifico, con molte altre incarnazioni che comparivano nella magnifica mostra all’Accademia di San Luca della scorsa estate.

 

Nel sotterraneo Bettina Della Casa cura una presenza articolata di Wolfgan Laib, artista tedesco da sempre legato all’India, che lavora con riso, cera, e polline, alla cui raccolta si dedica per molti mesi all’anno. In un ambiente che ha l’odore di una spezieria, si svolgono i suoi attenti rituali, basati sulla replica di gesti millenari e accompagnati da un notevole corredo di fotografie di luoghi e templi. Come tanti anni fa raccomandava Arbasino, una Gita a Chiasso, uno sguardo oltreconfine riserva sorprese; la sera il LAC si illumina a festa e la compagnia Finzi Pasca, che sta tra Nouveau Cirque e danza, presenza Per te, memoria della moglie scomparsa del creatore della compagnia, tra racconti e acrobazie, di interpreti che inaugurano lo spettacolo indossando un’armatura. 

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